Alexander- Giorno 4 : Il Regno della Luce


Visto che da qualsiasi lato si arrivi a Ohrid si tratterà di scendere da qualche montagna, si paleserà sin da quel momento un effetto ottico mirabolante cui ben presto dovrete abituarvi: dalla cima di una qualche montagna vedrete a fondovalle un sorta di catino lucente come un metallo prezioso , una sorta di battistero iridescente e abbagliante in cui vorrete subito calarvi .
Il lago di Ohrid è oggettivamente uno dei posti più belli dove sia mai stato, ove avevo un gran desiderio di tornare; il motivo per cui sia semi- sconosciuta agli italiani non mi è a mia volta noto ma mille volte meglio così.
Le origini di Ohrid affondano nella notte dei tempi, in epoca ove cho la comandava qua erano i Pelagoni, ”gente di mare” a voler dedurre una etimologia plausibile a questo nome, e infatti il lago di Ohrid proprio un mare sembra con le sue distese azzurre inondate di luce ove vivono pesci singolari e anche un po’ mostruosi, tipo l’anguilla di Ohrid che per arrivare qui a deporre le uova e poi morire , si fa un culo tanto partendo in un viaggio inverosimile dal mare a risalire i fiumi esattamente come i salmoni . Anche una specie di trota è autoctona di questi luoghi ed è così apprezzata per le sue carni delicate ed al tempo stesso sode come il corpo di una giovane sposa da rischiare l’estinzione, rischio che si rinsalda e si accresce ad ogni mio passaggio qua . I Pelagoni, gente di mare, chiamarono questo luogo Lychnidos, il “Regno della Luce”, e mai nome sembró più appropriato. Il luogo fu un crocevia di popoli come d’altra parte tutta la Macedonia stessa e la sua storia si interseca con tutte le vicende dei popoli circostanti, dagli Illiri passando per i Greci ed il periodo ellenistico , i Romani che posero Lychniidos come tappa della via Egnatia, i bizantini che qui edificarono delle chiese e dei santuari di inverosimile bellezza, i veneziani che arrivarono fin qui perché dovunque c’è acqua c’è Venezia, liquida sovrana di un pezzo di mondo . Anche la storia recente della guerra fredda vede Ohrid ergersi a meta ambita della nomenclatura del blocco comunista ed in particolare proprio del padre- padrone di quel laboratorio etnico caduto in disuso chiamato Jugoslavia, parlo di Tito che qui aveva una bellissima residenza ove accoglieva capi di stato ed amanti .
Ma tra i tanti periodi storici che investono la bellissima Ohrid, siamo tenuti per esigenze di copione a sceglierne uno: quello di Alessandro il macedone e sua madre, originaria di un posto non lontano da qui . Già la madre di Alessandro, un personaggio cruciale nelle vicende del figlio come d’altra parte lo è ogni madre ma al tempo stesso protagonista di una vicenda shakespereana, anzi degna di una tragedia greca visto che siamo in tema . Ecco, la grandiosa drammaturgia greca ci ha raccontato di personaggi femminili meravigliosi e conturbanti, donne costrette a dividersi tra cuore e ragion di stato, costrette a dilaniarsi nel essere spose di uomini potenti quanto brutali e chiamate a vivere situazioni drammatiche . Parlo di personaggi come Medea, Antigone, Clitemnestra e tanti altri. Non so se abbia mai trovato posto in una tragedia il personaggio femminile di Olimpiade , non mi risulta ma meriterebbe di farlo . Ecco, il dramma inizia già dal nome: lei battezzata Myrtake dal padre Neottolemo re dell’ Epiro, è costretta ad assumere quello di Olimpiade, imposto dal marito per auto celebrare una sua vittoria farlocca appunto ai giochi olimpici, dove negli incontri di pigolato arrendevoli pugili si sforzavano a chiavare capate sulle mani del loro re adorato. Re che aveva il nome di Filippo II di Macedonia , padre di Alessandro . Uomo dai modi rudi e dai tratti barbarici, aveva preso in sposa Myrtale poi divenuta Olimpiade in tenera età, in una logica di espansione geopolitica verso il regno del padre, quell’ Epiro posto tra la Macedonia ed il mare Adriatico . La bella Olimpiade pare disprezzasse profondamente la rudezza di modi e la scarsa propensione alla cultura e alle arti del consorte guerriero Filippo , così da riuscire a imporre a quest’ultimo il migliore precettore possibile per il figlio nascituro Alessandro : la scelta cadde su un filosofo di corte capace di discorsi e logiche fuori dal comune , parliamo di Aristotele. Ma la assenza di educazione pare non fosse il difetto peggiore di Filippo agli occhi della giovane sposa : il sovrano era figlio di una cultura finì ad allora ritenuta semi-barbarica , che concepiva istituti ormai desueti nelle corti degli edulcorati greci come la poligamia: così un bel giorno, quando Filippo annunció che si sarebbe preso in moglie pure la figlia di un suo generale, una certa Euridice, il fardello per Olimpiade diventó troppo pesante di palettare e se ne andò di casa o meglio di palazzo, portando con se i figli Cleopatra ed Alessandro . Andarsene di casa con i figli al seguito non era proprio un gesto semplice ed universalmente accettato nella Grecia del 3 secolo a. C e certo foriero di conseguenze, specie se sei la regina per altro “forestiera” di un regno come quello macedone . La povera Olimpiade prende a vagare per le corti dei regni vicini chiedendo asilo ma non trova dai parte dei regnanti la stessa disponibilità ed ospitalità che mostravano quando sfilavano a corte del potente marito, che ora non vogliono incazzare: ci mancherebbe di trovarsi le fameliche ed imbattibili falangi macedoni di Filippo sotto il palazzo per “roba di femmine “. Alla fine l’unico che da accoglienza ad Olimpiade ritornata Myrtale come da nubile è suo zio Alessandro d’Epiro, che accoglie la nipote ed i suoi figli confinandoli però in una luogo periferico del regno, quasi a voler dire all’ex marito : “se vuoi riprendertela, te l‘ho lasciata la”
Quel luogo d’asilo dorato era appunto Lychnidos, l’odierna Ohrid regno della luce , dove la bella Olimpiade coi figli Cleopatra e sopratutto Alessandro comincia a pianificare la sua feroce vendetta di donna tradita verso il fedifrago e rude marito Filippo….e questa storia la incontreremo certo più avanti nel nostro fantastico viaggio

Alexander – Day 3: Furbi contrabbandieri macedoni


Qualche tempo fa, diciamo un paio di anni, si giocó un singolare mondiale di calcio dedicato alle “nazioni cd.non riconosciute”. Quel del riconoscimento internazionale è in effetti un concetto del diritto internazionale piuttosto vacuo e suscettibile di troppe interpretazioni, sul quale adesso certo non voglio tediarvi, limitandovi piuttosto a dire che a sta bizzarra edizione del mondiale prendevano parte nazioni come la Palestina o i Paesi Baschi, le cui rivendicazioni sono universalmente note, frammenti di zone di mondo dimenticate dove sorprendemente sono stato quali Ablhazia e Nagorno Karabakh e altre ancora. Dalle parti nostre pure prese parte una delegazione sportiva di quei cazzi allerti della Padania, che come nazione ha lo stesso fondamento storico-giuridico e la stessa credibilità di quella madonna che fa apparire gli gnocchi la domenica ai fedeli in una pezza di terreno chiamata se non erro Trevignano ma non voglio dedicare una parola del mio diario di viaggio a simili nullità. Piuttosto destava la mia attenzione ed il mio tifo una squadra, che forse si sarà allenata al Damecuta, perché si chiamava Ciamuria. Si, proprio così, e anche questa è una zona di mondo dove sono già stato anzi quella dove sono tornato adesso . La Ciamuria, abitata dai Ciamuri, è una zona a cavallo tra Albania, Grecia e Macedonia, che prende il nome dal fiume Ciam e corrispondente all’antico Epiro, quello da cui sbarcó un giorno in Italia PIrro, il re che perdeva le battaglie pur vincendole perché ogni vittoria aveva un costo altissimo tanto da far divenire proverbiale la “vittoria di Pirro” come affermazione inutile . Da questa terra veniva la madre di Alessandro , Olimpiade che qui si ritirerà nei momenti più difficili della sua “carriera” di regina, quelli seguiti all’uccisione del marito Filippo, padre di Alessandro Magno. Non è del tutto inesatto dunque dire che in Alessandro Magno scorresse sangue ciammurro ed in effetti qualche similitudine ad esser maliziosi ce la si potrebbe vedere ma andiamo oltre. Si, perche di questa terra è originario pure il fenomeno che ho beccato su internet per portarci in macchina alla prossima destinazione, tutt’altro che facile a raggiungersi. Lui si chiama Mozi e deve condurci oltre il mitico passo di Qafe Thani in Macedonia. Anche qui qualche similitudine coi miei concittadini ciammurri appare subito evidente, specie nell’accentazione delle parole con quella sorta di dieresi che rende la vocale A più simile ad una O. Mozi denota inoltre una sua particolare vena a fare battute del cazzo, che si rivelerà particolarmente fuori luogo qualche ora più avanti, dalle parti del tenuto passo dei contrabbandieri del Qafe Thani. Per ora si limita a dire “tu non potere venire Macedonia, perché tu perso tuo passaporto” ……”ma come perso mio passaporto , Mozi ? Lo tengo nella giacca nel bagaglaio, mica niente eh ?????” E lui : “io scherzaaaaaaaa ahahahah”. Poi comincia a sfrecciare col sul bolide e con una abilità alla guida davvero notevole per le verdi colline della Ciamuria fino ad una città dalla bruttezza davvero ragguardevole chiamata Elbasan, una specie di sintesi del Degrado urbano irrobustita pure dalla presenza di una gigantesca fabbrica di cromo e metalli pesanti come nella città dei Simpson. Da molti km ammiriamo una densa pira di fumo nero come catrame che si alza in vari pinnacoli e pensiamo alle esalazioni da qualche ciminiera ; quando arriviamo nei pressi scopriamo che va ancora peggio ovvero che hanno deciso di accendere una sorta di gigantesca grigliata dei rifiuti tossici nel bel mezzo della fabbrica, a pochi metri dal centro abitato e dalla nostra strada . Dopo la “città- gioiello” di Elbasan, la strada invece piega in una profonda valle di montagna scavata dal dirompente fiume Shkumbini, che in effetti ti scombina un bel po ad arrivare fino al valico di frontiera con la Macedonia, dove il nostro driver mette per la seconda volta in scena la sua ironia devastante . Lo vedo confabulare animatamente nel gabbiotto delle guardie doganali albanesi- macedoni di sto posto sperduto e poi tutti insieme guardare sul retro della macchina dove siamo seduti noi e prender a ridere. . Al suo rientro a bordo , con il rilascio finalmente dei documenti necessari a passare la frontiera (per i quali si era già necessaria pure una deviazione fino ad un curioso bugigattolo nel bel mezzo del nulla che rilasciava non so quale autorizzazione sul veicolo), mi fa: “ sai cosa detto loro che mi domandavano di te ? “ “No, cosa hai detto scusa “ . “ io detto che tu importante politico di mafia italiana che trasporta un kg di cocaina, così loro lasciare subito passare….”
“ Ma tu veramente fai ?????”
“Ma nooooo, io scherzaaaaaa ahahahaha”.
In effetti sta ironia stralunata delle guardie di frontiera balcanica l’avevo già sperimentata anni prima, quando passando proprio da qua fui fermato da uno d loro che uscì dalla guardiola, fece fermare il bus prendendo a gridare il mio nome “Espositooo Andreaaa…” ed a me spaventato che chiedevo che mai fosse successo , lui “Esposito , Capri????”
“Si, Capri……”
“Fiction Capriiiiiiiii!!!! Mia moglie vedere tutte le puntate !”
Quando gli dissi poi che una parte era girata al Gatto Bianco credeva lo volessi perculare e rientró tutto intofato nel gabbiotto .
Insomma un avamposto del teatro dell’ assurdo sto valico di frontiera del Qafe Thani, dove in effetti una rappresentazione dell “aspettando Godot” di Beckett non stonerebbe . Mi sa che si è fatta ora di salutare il simpaticone di autista . Poco dopo il passo siamo in Macedonia, in quella che al tempo di Alessandro si chiamava Pelagonia ed era detto “Regno della Luce”, ma per quella bisognerà aspettare domani perché ormai è notte.
Samarcanda ora è un po’ più vicina

Alexander – Day 2: la Città delle mille finestre


“In questo preciso istante almeno 40 occhi vi stanno scrutando”
Questa la simpatica frase con cui un vitale professore di mia conoscenza accoglieva ospiti e amici al loro sbarco sull’isola di Capri, con riferimento alla diceria locale che vuole le persone del zona del porto a Marina grande (e tra loro in particolare le attempate signore di una certa età) sempre assai intente a scrutare dalle finestre di casa il viavai sottostante, arrivando con questa ben calibrata scelta prospettica ad avere un quadro dettagliato di chi parte e di chi arriva, di chi traffica e guadagna e quanto guadagna nonché ovviamente di chi si ama e con chi si ama.. Va da se che una tale attività appare endemica di ogni piccolo paese ma, ad ogni modo, dando per buona la leggenda paesana, sta da dire che le attente vecchiette della Marina davvero eleggerebbero a loro archistar preferito il tizio che ha concepito e realizzato la struttura urbana e più nel dettaglio le finestre delle case di questo posto in Albania chiamato Berat ! L’artefice o probabilmente gli artefici andrebbero ad ogni modo ricercati in un passato piuttosto lontano, di quando questa fetta di mondo apparteneva ancora all’Impero ottomano e sulle rive dell’irruento fiume Osumi sventolava il gonfalone di Costantinopoli. Si, perché questo incantevole paesino, abbarbicato su una collina alla cui sommità si erge la Rocca di ali Pasha, vanta un numero esponenziale di bellissime case in legno ottomane, ognuna delle quali dotata di 8 forse anche dieci finestre, in modo da offrire sempre una panoramica estesa sulla piazza ad anfiteatro e sul lungofiume, ove le giovani coppiette si baciano sul traballante ponte ben sapendo che certo il loro amore non potrà passare sotto silenzio . In effetti il privilegio dell’anonimato nella magnetica Berat non pare riconosciuto ad alcuna categoria sociale, se è vero che esiste ancora oggi una attivissima e frequentatissima “ Moschea degli scapoli”, dove appunto i giovanotti di fede islamica non ancora saliti all’altare vanno a rivolgere la loro supplica ad Allah al fine di fargli trovare una bella mugliera . A dirla tutta non sarei poi sicuro che non lo supplichino invece del contrario , l’arabo- albanese lo mastico poco; Resta comunque da dire, facendosi un giro la fuori e vedendo le facce, che, a prescindere delle volontà estrinsecate ad Allah di matrimonio o celibato eterno , in parecchi se non nella totalità dei casi la scelta pare proprio forzata nel senso che può scendere pure il Profeta da cielo, a quei catorci non se li piglia nessuna. Lasciata alle spalle dunque la Moschea dei cessi a pedale, la visita della magnifica Berat prosegue nello splendido quartiere Mangalemi o in quello oltre il fiume, ove sta un bel ristorante intitolato ad Antigone, la donna murata viva per amore dal cainat’ di cui ci parla Sofocle, ed ecco che ancora una volta ci catapultiamo in una sfera sentimentale chiacchierata e sbirciata . Ma l’agnello stufato con le melenzane mentre inquadrettato in una delle mille finestre sotto scorre l’impetuoso Osumi e si alza il muezzin, è il modo più bello per cominciare e perlomeno entrare nel vivo di un viaggio che so già sarà fantastico.
A Samarcanda mancano ora 5.355 km. Ma chi m’accir a me ?

Alexander- Day 1: la Rimpatriata Sciacalla

Giorno 1 – La Rimpatriata Sciacalla
Il diario di un viaggio attraverso paesi e culture diverse , montagne e mari , deserti e ghiacciai,
fino alla lontana Samarcanda, si apre con la estrinsecazione di un concetto universale: quello di Amicizia.
Esso è di certo un concetto tutt’altro che estraneo al personaggio cui tutto questo ambaradan è dedicato ovvero Alessandro Magno : il Nostro conosceva profondamente il potere dell’Amicizia, come quello della Spada e forse anche più. Non è inesatto ne azzardato dire che alla base della moltitudine di vittorie, imprese e vicende varie di vita che investirono Alessandro ci fosse l’Amicizia, che essa fosse la pietra angolare della sua straordinaria vita, almeno fino al momento ascendente della sua parabola . Si, perché andando a ricostruirne le gesta si capisce abbastanza presto come il Nostro non fosse un sovrano egemone e solo, ma avesse a fianco una folta schiera di amici inseparabili sin dalla giovanissima età, che lo accompagnava inscindibilmente sul campo di battaglia come sul talamo nuziale, nella stanza del trono come nel guado di un torrente . I macedoni Tolomeo ed Arpalo, il generale cretese Nearco, il bellissimo compagno di infanzia Efestione divenuto suo amante, l’inseparabile Clito il Nero capace di salvarlo da una spada nemica un attimo prima che il barbaro che la brandiva sferrasse il colpo decisivo. Ed a bene vedere, la invincibile formazione dell’esercito macedone, l’unità di base capace di sbaragliare forze nemiche soverchianti anche dieci volte per numero era detto o no “falange” ? Bene, la falange è dopotutto un osso delle dita di una mano, l’arto di cui dispongono gli uomini e poche altre specie e che esprime meglio di ogni altra cosa in natura l’essenzialità e la Interdipendenza di tutte le parti , “come le dita di una mano” appunto .
Quella macedone suonava un po’ come una rock band di amici del liceo dei giorni nostri , ad un certo punto investito da un inusitato successo planetario ma che sanno rimanere fertili e creativi fin quando restano aderenti allo spirito originario . Se il successo col fiume di soldi e connessi che porta, travolge anche uno solo di loro, viene meno tutto il complesso, scompare tutta la alchimia originaria . Quante ve ne vengono in momenti di rock band cosi, vittime di questa precisa parabola ? A me centinaia . Sarà quello che accadrà anche un po’ ad Alessandro: fin quando saprà essere il front leader di un gruppo che spacca, avrà il mondo ai suoi piedi . Quando inebriato dalla fama e dal potere, arriverà addirittura a tradire il suo inseparabile amico Clito il nero, trafiggendolo addirittura mortalmente con la lancia , sarà lì che romperà l’alchimia ed il messaggio di base e comincerà la sua parabola din discesa . Ma è una storia che vedremo più avanti .
Per ora, a proposito di Amicizia ci siamo noi che ci siamo dati appuntamento in Puglia, per i 50 anni di un amico andato a vivere lì e a cui vogliamo tutti molto bene. Era una sorpresa e ci è riuscita benissimo, perché come le organizziamo noi Sciacalli queste cose , pochi sanno farle . C’era chi è partito da Capri sotto una tormenta, chi da Milano, chi da Roma , addirittura da Madrid e da Londra e chi ha coordinato tutto da casa non potendo essere qui fisicamente, per poi ripartire tutti il giorno dopo ognuno verso le proprie destinazioni ed io a proseguire verso l’altra sponda del mare Adriatico ovvero l’Albania, il viaggio che arriverà fino a Samarcanda. Ma la prima tappa doveva essere qui, perche questa era la nostra serata

Alexander – Prologo

PROLOGO
Quello per il quale sto per partire e a cui ho pensato in maniera incessante e finanche ossessiva nelle ultime setttimane,forse mesi, è un viaggio che definirei con un aggettivo meglio di altri : abnorme . È un viaggio abnorme, come espressione di una grandezza irregolare e fuori norma, non funzionale; è abnorme come un rumore che si deflagra da un sottosuolo magmatico; è abnorme come abnorme il mostro che lo ha generato, la mia Fantasia . Quest’ultima è una considerazione assai meno auto-lusinghiera e compiaciuta di quanto possa sembrare, perché io ritengo davvero la mia Fantasia come una sorta di Leviatano, una creatura mostruosa che mi alberga dentro d qualche parte e che si presenta talvolta a reclamare la sua libbra di carne, da esaudire con un viaggio, una caccia al tesoro o robe del genere, altrimenti mi consuma e fa sentire come un bambino con la paura di un vicoletto buio. E così per farla contenta e darle sazietà anche stavolta, mi sono inventato sto viaggio, dove a dirla tutta ho un po’ bluffato, nel senso che questo viaggio lo ha già fatto qualcun’altro prima di me , qualcuno di assai più noto ovviamente. Ma dopotutto faccio sempre un po’ così, si tratta di mettere su un asse cartesiano uno spostamento tra un A e B usando come ascisse la Geografia e come ordinate la Storia. E dunque se A è casa mia a Capri , il B lo collochiamo da qualche parte in quello che oggi si chiama Uzbekistan, ed in mezzo ci mettiamo una parte di mondo da attraversare che oggi si chiama come si chiama ma che al’ epoca dell’impresa del mio illustre predecessore era occupato da luoghi che andavano col nome di Epiro, Pelagonia, Tesprotia, Macedonia, Tracia, Troia, Bitinia, Cilicia, Cimmeria, Regno di Urartu, Corasmia e tanti ancora . Le strade possibili sono un bel po come tanti i bivi da scegliersi. Diciamo che in linea di massima dovrei salpare da Bari per raggiungere quello che un tempo si chiamava Epiro e oggi Albania meridionale, dove la madre del mio eroe ebbe i natali e anche Egli si rifugió dopo l’assassinio del Padre, poi non saprei se andare subito a Est verso la terra ove questa leggenda ebbe origine, la Macedonia ed il “regno di luce” della Pelagonia o svoltare a sud verso le sorgenti del fiume Acheronte (che esiste davvero , si) in modo da evocare il mio eroe, i villaggi di pietra della Zagohoria e le Meteore. Diciamo che per certo le due strade si ricongiungono a Thessalonika, da cui marciare attraverso la Tracia e il fiume ove Egli visse la prima vittoria. Verrà poi l’Asia Minore, ove Egli sbarcó ove un tempo stava Troia, accolto da una pioggia di frecce persiane, una delle quali stava per ucciderlo prima che lui si ergesse sul Bucefalo a sbaragliare i nemici. E poi la dotta Efeso, la Licia e la Bitinia fino a Isso dove il suo alter ego persiano Dario disponeva di un esercito 9 volte più numeroso ma ruppe in fuga sgomento di terrore di fronte alle sua falangi . Verrà poi la Mesopotamia col Tigri e l’Eufrate, e nuove truppe persiane a sbarrargli il passo inutilmente , per una strada che da qui si dipana oltre Babilonia ed un regno dell’ignoto, forse ancora oggi . Terre grandi come l’Europa ricoperte da steppe sconfinate, che oggi si chiamano Kazakistan o Uzbekistan, ove esistevano laghi or divenuti deserti e buchi nel terreno che bruciano come fossero porte dell’inferno . Ed alla fine, oltre i deserti bianchi e le montagne rosa, sta lei, la Città blu che diede in sposa la bella Oxane al Nostro. Li sta Samarcanda, in Uzbekistan, mia meta di arrivo . E questo che sto per compiere, se non lo avete ancora capito , è il viaggio che su per giù duemila e cinquanta anni fa compi Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo ed Olimpiade, a tutti noto come Alessandro Magno.
Terrò un diario di viaggio qui come sul mio blog che chiamerò “Alexander”. Ad accordar fiducia a Google maps la via più breve fino a Samarcanda consta di quasi seimila km, 5.926 per l’esattezza . Ma se sto già in Puglia vuo dire che ne ho percorsi circa duecento, quindi ne mancano 5.700 e sto già a buon punto ! E forza, allora, partiamo risoluti ed indomiti per la nostra impresa come Alessandro Magno !

Dolcissima Mljet, isola di Ulisse

Nella moltitudine e più di isole e isolotti della Croazia, un posto speciale nel mio cuore lo occupa a tempo indeterminato l’isola di Mljet, Meleda in veneziano, nomi entrambi assonanti con la parola “miele” e non certo per casualità: il nettare che qui viene tutt’oggi prodotto trova estimatori sin dagli albori della cultura greca, dai tempi di Ulisse e Penelope per capirci . Si , perché al di là degli struggenti scenari, delle pinete che paiono annegare nel blu elettrico del mare, delle lagune salmastre che col mare stesso si confondono in un tutt’uno disorientando pure i pesci che paiono finire quasi da soli nelle reti, vi è un motivo ulteriore che me la fa amare e discende da quella che è la mappa più bella del Mediterraneo che sia stata mai disegnata, quella dell’Odissea di Omero. Per quanto mi riguarda questa mappa vince per distacco proprio perché disegnata non lo è stata mai ma è un compito che viene lasciato in parte alla Fantasia, in parte a riscontri oggettivi che gli inceppati come me della cd “geografia omerica” si sforzano a trovare . Bene , nella mappa immaginaria dell’Odissea, Mljet dovrebbe corrispondere all’isola di Ogigia, quella dove Ulisse s’iimbatte nella ninfa Calipso, la quale lo tenne prigioniero per sette anni facendogli smarrire la rotta e facendolo girare con la sua ciurma in tondo tra le isole . A stare qui e guardare la moltitudine di isolotti e scogli affioranti , per non parlare di canali e lagune, si intuisce come dovesse essere in effetti facile perdere la rotta del mare aperto, a prescindere dalle maledizioni di una ninfa innamorata ….
Mljet è anche il parco naturale più antico della Croazia e come già detto qui si fa un miele dj millenaria bontà . Ma il territorio è invece come il corpo di un pianta senza fiori e questa è a ben vedere una fortuna, perché così attira meno insetti : il suo essere più che altro priva di comodi accessi al mare assicura sopravvivenza alla sottocultura devastante della Trimurti spiaggia/ lettino/ aperitivo, volta a trasformare ogni cm utile di bagniasciuga sostanzialmente in una discoteca diurna.
La dolce Meleda, un luogo in cui perdersi come vi si perse Ulisse

Dalmazia, Serenissima figlia

Un luogo unico al mondo è certo Venezia. Mia opinione è che ad ogni modo la sua unicità discenda non solo dalla incomparabile suggestione della città e del Canal Grande , da questo scrigno di bellezza rinascimentale come immerso in un liquido amniotico ancestrale: io credo che tale unicità discenda anche dalla promanazione enorme che la Serenissima sa dare di se . Se pensiamo che all’apogeo della sua potenza , collocato intorno a fine 1500, la città di Venezia, alla guida di una lega composta anche da una componente minoritariadi napoletani e genovesi,riuscì a Lepanto nel 1581 a sbaragliare la intera flotta dell’Impero Ottomano , che occupava più di metà del mondo allora conosciuto , ci rendiamo conto solo in parte della potenza della Serenissima. E se dunque una parte del mondo era sotto il vessillo del Paacia di Constantinopolj, l’altra metà parlava veneziano.
Tutta la Dalmazia, disseminata di isole verdi e scogliere calcaree che si perdono come stelle marine nel blu dall’Istria al Montenegro, parla veneziano, abita in Borghi veneziani e conserva nomi di città e strade in veneziano. Tutta la Dalmazia è ancora irradiata dalla luce di Venezia.
Ed in una di queste isole , la bellissima Corcula, nacque uno dei figli più noti della Serenissima, capace con la sua lungimiranza di legare per sempre la sua madrepatria al lontanissimo Oriente : Marco Polo

Bulgaria inedita: il villaggio di legno e di lana

Ieri sono stato in questo paesino a un paio di ore da Sofia dal nome non facile a pronunciarsi e che con un po di fantasia può diventare uno di quei grattacapi che butto nelle cacce al tesoro: da Koprisvhtica, cambiando un paio di lettere si può arrivare facilmente a “copri svista” e, considerando che il suo quartiere principale si chiama “albitron” e la stazione in bulgaro si dice “gara” il contesto appare facile a desumersi. A volte lo scrivono anche alla maniera ottomana Koprishtitza, pronunciato tipo “Copri zizza”, il posto agli antipodi dello slogan sessista “escile”.
Al di queste minchiate cmq posto davvero carino e bello pure il viaggio per arrivarci, con la campagna che a poco a poco si libera dagli stupri in calcestruzzo della megalopoli per andarsi a stagliare con uno strano colore verde bottiglia che ricordavo dal mio precedente viaggio, questa volta adornato di migliaia di alberi da frutta in fiore. Sullo sfondo stanno le altissime vette del massiccio del Pirin, le cd “Montagne d’acqua” dove appunto, in un magnifico viaggio di qualche anno fa verso il “vello d’oro” mi inerpicai di passaggio finendo in una setta di sciroccati radunati sulle sponde di un lago alpino, i cd Bogomiti.
Ad ogni modo si giunge alfine a Coprizizza , cittadina di duemila anime che hanno già visto tutte svariate primavere (il più giovane che avrò incontrato avrà avuto ottant’anni). L’attrattiva unica del luogo sono le case in legno in stile ottomano, miracolosamente scampate alla furia edilizia di quella sorta di religione del Brutto che è stata il socialismo reale: davvero graziose e autentiche, ancora abitate dai suoi incartapecorìti abitanti di origine appunto turca, dediti in massima misura alla coltura della lana, tanto è ci sono pecore ovunque, anche nelle dimore storiche. Anche il miele che fanno qui lascia sbalorditi. Insomma un posto davvero autentico, che sono contento di aver visitato

La crociata- lampo. Cap.I Tel Aviv, “la California promessa” degli Ebrei

Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro

La crociata- lampo: prologo

Ci sono posti del mondo che tieni in una sorta di cassetto ideale, come se mai ci potessero entrare. Li tieni li nel cassetto perché sai che prima o poi ci andrai, non puoi non farlo perché costituiscono la base e l’essenza di tante e troppe cose . E nel frattempo vai altrove, sbizarrendoti a visitare angoli del mondo remoti è insoliti. Poi un bel giorno ti rendi conto che sei arrivato nel mezzo del cammino di nostra vita o giù di lì senza mai essere stato in Terra Santa. Ecco, è giunto finalmente il momento di mettere piede in quello spicchio di mondo dove sapevi perfettamente che prima o poi dovevi andare. Che poi, si fa presto a dire Terra Santa: in questo lembo di mondo spesso martoriato da conflitti antichi quanti l’uomo è come se trovassero la propria Genesi tutte o quasi le culture rintracciabili a nord o a sud della nostra estesa parte di mondo, una sorta di big bang delle culture da cui siamo saltati fuori noi occidentali come la cultura islamica, gli Ebrei come i loro antagonisti, gli Ottomano come i Crociati, gli Zeloti come i centurioni romani, Il Muro del Pianto come Sodoma e Gomorra, l’Alfa e l’Omega di ogni cosa . Questo cuneo formidabile di terra racchiuso tra il Mediterraneo e il Mar Rosso è uno scrigno formidabile di tesori di mille culture diverse, a cavallo di paesi e frontiere non certo agevoli ad attraversarsi, ma vabbè, qui non siamo più di primo pelo e ne ho viste di peggiori. Dunque, mettiamoci subito all’opera che le cose da vedere sono miliardi e il tempo ahimè poco . Serve una impostazione da commando militare ed un fervore guerriero da crociato per scapicollarsi sotto e sopra tra le tante destinazioni imperdibili. Potrei atterrare nella moderna e cosmopolita Tel Aviv, gustare il suo eclettico spirito contemporaneo per poi spostarmi nella vicina ed eterna Gerusalemme, città santa per fin troppi popoli. Da lì la vicina Betlemme sede della natività, che amministrativamente ricade oggi in quel territorio piuttosto anomalo chiamato Cisgiordania, per capirci Stato di Palestina o almeno ciò che ambisce ad essere. Da lì raggiungendo prima la “città più antica del mondo” , Gerico e attraversando poi un ponte sul Giordano dovrei essere dalle parti del Monte Nebo da cui Mosè intravide per la prima volta la Terra Promessa. Lo stato in questione ora è la Giordania, paese che desidero vedere da sempre, con il vicino Mar Morto dove galleggiare un po’ stando attenti a non diventare una statua di sale come capitó agli sciagurati abitanti di Sodoma e Gomorra, città della leggenda biblica che dovrebbero essersi trovate proprio da queste parti. Poi giù per la bellissima Strada dei Re tra deserti e castelli dei crociati fino ad una delle Sette Meraviglie del Mondo, Petra. E poi ancora giù, col deserto del Wadi Rum dalle incredibili formazioni rocciose color rame come fosse Marte. A quel punto dovrebbe apparire come a Mose il Mar Rosso e la via del ritorno. Beh, per essere l’improvvisata di un giovedì sera di pioggia, un bel programma direi…