L’orizzonte perduto – Giorno 23: Unbelievable Bhaktapur, la Firenze dell’Himalaya

Il titolo odierno reca già due marchiani errori: il primo è quello di voler affibbiare un aggettivo a Bhaktapur, seppur quello di incredibile, perché per Bhaktapur non ci sono aggettivi; il secondo è quello di voler fare un raffronto suggestivo certo con la Firenze medicea, che nella magnificenza e splendore dei suoi palazzi e corti mi è sembrato trasportato qui ai piedi di montagne eterne e altissime.

A voler trovare per forza un paragone calzante con qualcosa accaduto nella nostra parte di mondo, si potrebbe fare un raffronto allora con la antica Grecia, dove la parte di Atene e Sparta la recitano le antiche città-stato di Katmandu e Patan, in perenne guerra tra loro, e poi sta Tebe che , sul declinare delle due eterne rivali fiaccate dal loro incessante combattersi, emerge a prendersi il dominio. Bhaktapur novella Tebe allora?

La città visse il suo apogeo sotto la reggenza di Re Malla, venuto dall’India come i tanti mercanti che appunto percorrevano la antica via da e verso il sub-continente indiano che qui aveva inizio o fine. La posizione favorevole donó a Bhaktapur prosperità e ricchezza per lunghi secoli tra il 1200 e il 1500 del nostro calendario .

Ritengo importante specificare che la divisione del tempo e degli anni sia diversa rispetto alla nostra perche credo che la misurazione del Tempo sia uno dei fattori principali di comprensione di una cultura: qui il tempo veniva misurato secondo altri criteri

e direi che tuttora il Nepal ha un suo Tempo quasi interiore, personalizzato direi: giammai avrei immaginato che esistono persino i quarti d’ora nella ripartizione dei fusi orari e non so quanti paesi scelgano di adottarne uno simile con frazioni di ore così scomodo rispetto ai paesi circostanti. Ma il Nepal vuole essere e non può altro che essere un mondo a se, così ha rispetto al fuso orario di Roma e dell’Europa occidentale per esempio 3 ore e 45 minuti di differenza. Detto questo torniamo a Bhaktapur

che un suo tempo tragico lo ha vissuto alle 18:31 ora locale del 25 aprile 2015, quando il sub-continente indiano posto oltre la via ha voluto avvicinarsi ancora un po’ a Bhaktapur e all’Himalaya generando un terremoto di sconvolgente potenza che ne ha devastato molti palazzi.

Sebbene le ferite siano evidenti, Bhaktapur rimane un gioiello assoluto e incantevole è davvero non riesco nemmeno a immaginarne la bellezza precedente se, come leggo, nel terremoto è andato perduto circa il 70% dei suoi edifici storici.

Lo stile architettonico mi pare risenta molto dell’influenza indiana con questi rimandi ad animali sacri quali l’elefante e la tigre. Lo stesso simbolo della città è costituito dai cosiddetti “elefanti erotici” riportati vicino la porta di accesso e su molti templi: pare che guidati dalla forza suprema del Dio Ganesh, sti elefanti trombassero alla grande alla corte di re Malla tanto da generare indomabili guerrieri (quelli raffigurati infatti sempre sotto gli elefanti). La commistione tra induismo e buddismo è quanto mai evidente in alcuni edifici

e la stessa concezione architettonica di fondo, con questa sua maggiore spazialità rispetto alla angusta architettura “di montagna” tibetana, rimanda più chiaramente all’India e alle faraoniche piramidi del Taj Mahal per dirne una.

Lo stesso Palazzo Reale di Bhaktapur, detto delle 55 finestre, è tutt’ora accessibile solo ale persone di comprovata fede Hindu.

Come si faccia poi a dimostrare ad un poliziotto di fronte ad uno splendido portale d’oro di essere di una religione anziché un’altra, non ne ho idea. Capisco che un occidentale difficilmente possa apparire di fede hindu ma un locale o più genericamente un asiatico?

Di posti belli come Bhaktapur non ce ne sono poi tanti, è davvero sensazionale anche perché più raccolta di Katmandu, davvero uno scrigno magico fuori dal tempo.

Se poi volete qualche altra dritta gastronomica, allora vi consiglio il “king curd”, uno yogurt burroso fatto con latte di bufalo, capra e yak, il bue tibetano che vive sulle pendici dell’Himalaya.

Lo gustate e tutta la successiva notte la passate in intimità col signor Ginori. Ma parlare di cessi è un affronto alla bellezza di Bhaktapur, quindi chiudiamo con una bella sua immagine, anche perché di brutte non ne esistono

L’orizzonte perduto – Giorno 22 : Katmandu, “un altro mondo”

Esiste un espressione certo estremamente ricorrente, adoperata in contesti diversi è divenuta di uso ormai familiare: “è un altro mondo”. Limitandola al solo contesto geografico la si adopera con uso frequente e disinvolto anche a sottolineare differenze per la verità piuttosto esigue: così Anacapri rispetto a Capri sarebbe un altro mondo, il nord rispetto dal Sud Italia è un altro mondo, la Germania o un altro paese europeo rispetto all’Italia è un altro mondo. Certo sono innegabili alcune differenze ma viste da qui appaiono tutte assai appiattite; insomma tutta l’Europa, quella occidentale almeno sicuramente, ha un modo di vivere nel bene o nel male sostanzialmente simile e non credo possano il sistema fiscale, la gastronomia o la minore o maggiore puntualità della rete di trasporti a far delineare un mondo completamente diverso rispetto ad un altro. Dicevo che tali differenze appaiono in effetti irrilevanti se guardate da qui: il “qui” si chiama Katmandu, capitale del Nepal, che è davvero “un altro mondo ” la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati

È un luogo magnifico e misterioso Katmandu che sulle prime davvero disorienta, pare impossibile che ci si trovi davvero dinanzi ad un sacrario buddista ricoperto d’oro, si tende a pensare che sia una riproduzione da luna-park dello stesso ma quello invece è reale.

E la spiritualità locale inoltre non è tutta appaltata a Buddha: questa è la terra di convergenza di buddhismo e induismo e non mancano templi e luoghi sacri anche della seconda corrente religiosa. Certo Buddha fa sentire il “fattore campo” essendo nato proprio in Nepal, a Lumbini, ma l’India è vicina e Shiva fa sentire la sua .

Durbar square è una delle piazze più belle del mondo con la sua successione di templi e pagode in un ordine apparentemente asimmetrico (ecco un’altra differenza sostanziale col mondo occidentale: la geometria!), che pare somigliare ad un vortice o una spirale al fondo della quale, confuso con i templi , sta il palazzo reale.

La sensazione davvero è quella di trovarsi in un vortice quando si è a Durbar square, anche per la sua animata umanità sempre a metà tra il laico e religioso. La sensazione non muta poi tanto nella città- gemella Patan, nata come città- stato in antitesi a Katmandu ma ormai assorbita dal suo sviluppo urbano. Le scene dunque di epiche battaglie tra i cavalieri e gli spadaccini delle due città rivali raffigurate sui templi nulla hanno potuto contro il nemico urbanizzatore, Patan è ormai un sobborgo di Katmandu raggiungibile in taxi .

Anche qui sorge una magnifica Durbar square con annesso palazzo reale; credo appunto che prendano questo nome le piazze site davanti ai palazzo reali e quella di Patan è architettonicamente ancora più bella, anche perché meno danneggiata dal devastante terremoto del 2015.

Nemmeno sfiorato dallo stesso terremoto è stato invece il “Golden temple” sito a pochi metri dalla Durbar square di Patan, un luogo di spiritualità e fascino indescrivibili .

I segni del terremoto sono visibili invece eccome a Katmandu, ovunque segnata da buche e lacerazioni che paiono ferite sanguinanti sulla sua pelle. I soldi per ricostruire sono davvero pochi ed in molti casi l’opera di riassemblamento di edifici di mille anni prima (la Golden Age di Katmandu è intorno al 1200 del nostro calendario) è impossible. Non l’ho trovata poi cambiata tanto questa città dalla mia prima visita del 2005, se non per un aspetto : allora andavamo tutti a piedi, ora tutti in moto anche qui, come in Vietnam e Thailandia.

Comincio a realizzare che queste motociclette cinesi vendute a 4 soldi siano una sorta di cavallo di Troia del gigante cinese che comincia così a seminare inquinamento e odore di se. Anzi non cavallo di Troia ma cavaletta, giacche l’effetto sonoro e visivo è quello dello sciame metallico già ampiamente percepito altrove.

Detto questo amo Katmandu alla follia

L’orizzonte perduto – Giorno 21 : “Solo le montagne non si incontrano mai più”

Nel mio primo viaggio in Nepal, ben 13 anni fa nel 2005, in compagnia della cara amica Annalisa e di mio zio Umberto, finimmo per legare con una esperta guida tibetana locale, Shiva Simkhada. Il Nepal è uno dei pochi posti della terra dove ha un senso a mio avviso affidarsi ad una guida: non stiamo mica parlando di una scontata guida turistica, qui il ruolo riveste uno spessore culturale, ci sono gli “sherpa”, coloro che sanno condurti negli anfratti e per i sentieri accidentati di questo paese a buon titolo definito “il tetto del mondo”. Lo sherpa è qualcosa a metà tra una guida ed un maestro dell’anima. Se vuoi capirci qualcosa di questo pezzo di mondo insinuato su montagne 4 volte più alte delle Alpi, dove si fondono le divinità hindu e quelle buddiste, dove Buddha è fisicamente nato e ogni villaggio pare un mondo a se stante, non leggere internet: trovati uno sherpa.

Quando 13 anni orsono ci congedammo dal nostro sherpa, io pensavo ad un addio e giammai ad un arrivederci ma lui mi disse: ” Amico mio, solo le montagne non si incontrano mai più” E’ un adagio nepalese che allude alla ferma imperturbabilità delle montagne eterne che poggiano in questo paese in confronto alla piccola vita degli umani sottostanti, destinati invece prima o poi a rincontrarsi. Quindi ora ho davanti una settimana poco meno per godermi la magnifica Katmandu, uno dei posti piu belli della terra con la sua Durbar square che è forse la piazza più bella del mondo

poi farò un salto giù nel selvaggio Chitwan tra tigri e rinoceronti nella giungla a confine con l’India. Poi forse saliró verso il massiccio dell’Annapurna sostando sul magnifico lago glaciale di Pokhara ma sarà alla fine mio amico sherpa Shiva a condurmi tra le montagne eterne, di fronte al tetto del mondo, dove potrò dare un senso finale a questo magnifico viaggio e portare finalmente a casa qualcun’altro che è con me sin dalla prima tappa, dalla Thailandia. Pare essere passato un secolo . Avanti così, solo le montagne non si incontrano mai più. Lassù sulle nevi eterne dell’Everest, l’orizzonte perduto comincia a dipanarsi

L’orizzonte perduto: Giorno 20: a day at the Royal Citadel, a night in Khaosan Road

Il titolo di giornata riecheggia quello di un album dei Queen e riassume tutto sommato bene due parti distinte ed assai diverse della stessa giornata legato tra loro da un aereo, quello che mi conduce da Hue in Vietnam a Bangcock in Thailandia , da cui l’indomani ripartiró con un nuovo aereo verso una nuova tappa. dunque il risveglio avviene nella città di Hue, luogo che non ha alcun altro motivo di visita se non la magnifica cittadella reale che sorge vicina l’insignificante paesone, nel quale ho il piacere di subire non uno ma due tentativi di furto nella stessa sera, uno solo dei quali andato parzialmente a segno, nel senso che il primo l’ho schivato con la sensibilità di pacca alla Tiziano Ferro che mi ritrovo mentre stava sfilando il portafoglio, per il secondo dove erano in due in una strada buia mi sono accordato per la consegna ai due furfanti di una somma ragionevole per così dire (una 60€ con cui compreranno tante medicine per la propria cura e quella dei loro familiari). Ma tant’è, capita e non è che qua uno può girare il mondo con la forma mentis di un drappano che vota Salvini e trarne odiose conseguenze. Capita, come dicevo.

Dunque la cittadella reale di Hue (che si pronuncia proprio alla napoletana “Ue!” )si tratta di un sito bellissimo, una sorta di reggia di Versailles di un imperatore locale,che provó a spostare la capitale da Hanoi, qui a Hue ed operare una prima riunificazione del Vietnam intorno alla fine del Settecentosecondo uno schema abbastanza ricorrente nei templi e nei palazzi reali di questa area di mondo, la Cittadella è fatta a livelli concentrici uno dentro l’altro, passando da quelli esterni dove stanno i cortigiani per arrivare poi a quelli dei mandarini e dignitari di corte, fino alla corte più interna, dove siede il re e e gli altri unici uomini oltre lui ammessi sono gli eunuchi preposti alla cura dell’harem. Si tratta di un luogo dal magico nome di Città Purpurea Proibita

A proposito di harem, eunuchi e città purpurea (mica tanto) proibite, si è fatta una certa e devo quindi volare verso un altro luogo sede contemporanea se non proprio di harem, per lo meno di Bordelli e lupanare a votamobile, Bangcock. E se al posto dei raffinati eunuchi di corte ci mettiamo i famigerati kathoi thailandesi dalla proboscide basso-ventrale talvolta poco intuibile, forse può tentassi questa strana equazione tra la cittadella reale di Hue in Vietnam e la capitale Thai. Dovendo stare solo una notte, scelgo la via definita con eccessiva enfasi “the centre of backpacking universe” nel fortunato film “The beach” con Leonardo Di Caprio. Beh, diciamo che per dover essere il centro dell’universo dei viaggiatori zaino in spalla, Khaosan Road è un luogo un po’ troppo turistico e banale, con ristoranti dozzinali, venditori di ogni cianfrusaglie, discoteche con musica a palla, bancarelle che vendono scorpioni e tarantole fritte e gli immancabili ircocerci thailandesi metà donna e metà pomo di Adamo che adescano turisti ubriachi obnubilati dal non vedere le troppe protuberanze del loro partner per una notte.

ad ogni modo, devo dire che Khaosan Road, al netto delle fesserie dei fumetti con Di Caprio, una certa enorme energia da trasmetterla eccome, con migliaia di ragazzoni di tutte le razze che festeggiano e ballano in strada ogni sera come fosse Capodanno. Bangcock è infatti un po’ il punto di arrivo in una vasta area di mondo di viaggiatori diretti per le mete più disparate, dalla Birmania al Tibet passando per Cambogia e remoti arcipelaghi del Mar delle Andamane. Poi, come si faccia ad arrivare fin qui e con un’infinità di posti belli a portata di mano, starsene gettati tre-quattro mesi su un lettino di un troiao come Phuket, è una domanda a cui forse sapranno rispondere decine di miei concittadini. Io domattina me ne vado in Nepal! Sawadee ka, anzi namaste!

L’orizzonte perduto – Giorno 13: le notti di Hanoi

Il congedo da Luang Prabang e dal Laos mi lascia con due mezze certezze. La prima è che il mondo è piccolo per davvero, se ti capita come nel mio caso di passare una divertente serata di baldoria con nuovi amici conosciuti in loco (in buona parte occidentali venuti a vivere qui e ben integrati nel tessuto della città), fare amicizia con un italiano così gentile da offrirti pure un passaggio in motorino e realizzare solo la mattina dopo che è proprio lui quella persona di cui ti aveva parlato un altro tuo carissimo amico dall’Italia anzi dalla Spagna, il quale quando aveva sentito dove mi trovavo aveva accennato al fatto che in questa Luang Prabang si fosse trasferito a vivere un suo ex collega. Insomma, “uscirne a parenti” come si dice a Napoli è una bella coincidenza se va a succedere in una cittadina del Laos, mica a Vico Equense ! La seconda certezza maturata invece riguarda una rubrica che tenevo nel mio programma- radio di una ventina di anni fa, il noto “Sunset cafe” sulle gloriose frequenze di Radio Capri. Ecco, nel corso del programma (dedito in gran parte alla musica rock per precipitare poi nel metal anche quello più brutale), mi ostinavo a tenere una rubrica piuttosto divagante rispetto alla linea editoriale, tale “Prospettica etnica” dove mi soffermavo ogni settimana su una diversa etnia dimenticata o minoranza minacciata. Ed eccomi cosi a parlare di hutu e tutsi, baschi e Hmong nell’interstizio tra un pezzo dei Metallica e uno dei Sepultura. Una cosa a metà tra l’eclettismo di un Peter Gabriel ed una pippa alla Marzullo, che incontrava poco gradimento tra i nostri radioascoltatori , metallari duri e puri che spesso chiamavano per invitarmi ad apporre il commuoglio del water close e sparare a palla il prossimo pezzo di gruppi chiamati tipo Kannibal Korpse, Pierced Genitalia o Capedimorto United, autori di hit tipo “Squartalabaradituamadreconlamotosega”. Insomma una platea poco attenta ai discorsi sensibili sulle etnie e le minoranze. Qui a Luang Prabang invece la mia magnifica e bistrattata rubrica “Prospettiva etnica” avrebbe sicuramente trovato un pubblico attento e sensibile all’argomento: un bellissimo museo fa da chiave di introduzione alle tante minoranze che vivono nelle montagne circostanti, alcuni a seguito di migrazioni dai posti più remoti dell’Asia

Akha, Khchu, Bao e gli Hmong dalla storia tormentata e perseguitata cui in parte accenna anche il bel film di Clint Eastwood “Gran Torino”: diciamo che ebbero la brillante idea di schierarsi con gli americani nel conflitto in Vietnam per poi ottenerne grande riconoscenza e smisurata simpatia, per così dire, dai vietnamiti stessi il giorno in cui gli americani se ne andarono con una mano avanti e l’altra dietro.

Ma ecco che abbiamo casualmente accennato alla mia prossima metà, il Vietnam! Già, la capitale del nord, la eroica Hanoi ormai mi aspetta per avvolgermi in un vortice di emozioni. Beh il vortice per la verità pare composto anche di altri fattori eterei tra le quali non ometterei certo lo smog, che si rivela subito a livelli altissimi appena messo piede. Per me di ritorno dal rurale Laos, la selva di grattacieli e asfalto assesta subito una botta che mi disorienta e innervosisce. Il titolo recita “le notti di Hanoi”: beh, diciamo che le notti ad Hanoi si dividono in due grandi categorie, quelle in cui non piove e la città tracima tutta sui marciapiedi fino a mangiare anche la sede stradale in una vitalità notevole; e poi ci sono quelle in cui piove è il caos è totale. La prima notte piove che Dio la manda. In tanti mi avevano parlato del traffico di Hanoi, talmente pazzesco a vedersi che finisce per divenire una sorta di atttazione turistica . Nella curiosità che mi prende, ho l’impressione, nel lungo vialone autostradale che conduce dall’aeroporto in città, che tutto sommato il traffico sia abbastanza disciplinato e non così trascendentale: è un’impressione del tutto fallace destinata ad eclissarsi ma mano che entriamo in città, quando una pletora di motorini comincia a sollevarsi come uno stormo di zanzare in una palude al tramonto. È qualcosa di davvero inimmaginabile a descriversi la turba di mezzi su due ruota che si attorciglia per queste strade riempendo di se ogni cm, strada o marciapiede non fa differenza, in tutte le direzioni e senza scontrarsi (o almeno non con la tragica frequenza che verrebbe da immaginare. Fermarsi a lasciare strada ad un pedone o una macchina che marcia in senso contrario è un qualcosa che dovrà essere tassativamente escluso dalla Costituzione del Vietnam o da qualche legge morale che getta il disonore eterno addosso a chi compie tale empia azione. Se considerate che siamo sotto un diluvio universale e non vi è un cm di marciapiede o strada al riparo, capirete che il gioco può diventare parecchio stressante. Quel turbinio inarrestabile e folle di scooter mi ricorda un po’ quelle immagini degli spermatozoi presi al microscopio che si agitano e muovono in ogni direzione alla ricerca di un qualche buco. Il clacson inoltre ritmicamente sincronizzato dai motociclisti con la rispettiva frequenza cardiaca: ogni battito una clacsonata su per giù…Verrebbe da pensare a Napoli e al suo traffico indisciplinato: ma vi dico, non so se siate mai stati allo stadio San Paolo e abbiate presente quel trambusto di motorini e macchine che si scatena per i viali di Fuorigrotta al termine della partita, magari accompagnato da quanti più clacson suonati all’unisono per salutare una bella vittoria: bene , Hanoi è così h24. .Nella mischia svolazzano persino ingombranti risciò a pedali, su uno dei quali monto pure sperso nella tormenta.

Non resta che lanciarsi in un’altra grande attrattiva di Hanoi dopo la danza degli spermatozoi a motore: lo steet food. In effetti il Vietnam è davvero una superpotenza culinaria ed il meglio dei suoi intingolo viene proprio dalla strada: la prima sera, sopraffatto dal rumore e il caos, faccio in tal senso una scelta proprio radical e mi accascio a mangiare per strada in un posto che richiede davvero coraggio per farlo

Poi stanno le notti di Hanoi senza pioggia in cui la città sprigiona una energia incredibile con il suo quartiere vecchio che pullula di locali e la gente che si riversa in massa sul lungo-lago del Quartiere Vecchio, cuore pulsante della città e a sorseggiare la Bia Hoi , una birretta light importata dai cecoslovacchi negli anni allucinanti del comunismo, che viene spillata direttamente per strada da venditori ambulanti a cifre ridicole

Che incomprensibile follia Hanoi!

L’orizzonte perduto – Giorno 6 : an amazing boat-trip

La giornata odierna segna una tappa molto attesa del mio itinerario ideale, quella di un viaggio in battello lungo fiumi, laghi e canali da Battambang fino a Siem Reap, città di riferimento per visitare i templi dell’Angkor Wat. Per la verità credevo che il battello risalisse il Mekong ma mi sbagliavo , giacche il Grande Fiume scorre qualche centinaio di km più ad est. La Cambogia ad ogni modo, con l’eccezione di un anello di montagne situato in maniera assai curiosa circolarmente lungo tutto il perimetro del paese, è per il resto al centro un’enorme pianura alluvionale percorsa da una miriade di fiumi e canali. La civiltà stessa khmer, quella a cui si deve l’edificazione dell’Angkor Wat, è nata e prosperata su queste acque, vivendo di pesca e irrigazione, una sorta di civiltà anfibia tuttora intuibile osservando intere comunità di indigeni vivere su barche e palafitte.

Il battello prende le mosse poco dopo l’alba da un disadorno molo ingombro di rifiuti a nord di Battambang.

La prima fase della navigazione scorre via tranquilla sotto coperta per così dire, su questa bella lancia in legno un tempo adibita al trasporto di bambù. Incrociamo pescatori in piedi su minuscole barche in legno e attraversiamo comunità molto primitive.

Dopo un paio di ore la navigazione entra in una nuova fase, assai più wild: la vegetazione si infittisce ed il capitano, coadiuvato da un ragazzino che agita un remo a prua come timone, infila la lancia in una serie di canali strettissimi dove il natante fatica assai a passare. La consistente novità per noi passeggeri è che passeremo le successive due-tre ore nello schivare i rami e i rovi che strisciano e sbattono contro il battello, esercizio vi assicuro piuttosto faticoso e doloroso, anche perché protratto per un lasso di tempo enorme. I rami e i giunchi si infilano dalle murate del battello colpendo a volte di sciabola e altre di fioretto, inarcandosi e assestando cioè delle frustate o colpendo con la punta.

Ne fa le spese un ragazzino tedesco che piglia una botta secca sul naso e comincia a sanguinare, senza tuttavia fare una piega o un lamento. Non vorrei perdemi in qualche polemica da “nazimamma” anche perché mi mancano le basi per farlo cioè una prole ma ho l’impressione che gli altri europei nordici per così dire siano assai più disinvolti di noi italiani nel coinvolgere i propri figli in avventure del genere. E quando la trovi una famiglia italiana con bambini a bordo di un battello in bambù che risale il fiume in mezzo ad una giungla in Cambogia? Magari però quei bambini inglesi, tedeschi o scandinavi che a 10 anni vivono esperienze del genere, a 25 o 30 avranno aspettative diverse da un viaggio che giacere in una merda di resort di Mykonos o Formentera a fare a gara col proprio vicino di lettino a chi ha 50€ in più in tasca dell’altro….non saprei, me ne vado per un’idea. Ad ogni modo io i miei nipotini in questa palude non ce li vorrei vedere, anche perché dai rami-catapulta si paracadutano giù anche insetti e animali strani tipo sanguisughe e formiche giganti che mi combinano la schiena come una carta geografica. Ad un tratto poi la giungla svanisce e di colpo si manifesta la “civiltà” o almeno una sua via ibrida una città galleggiante che porta in qualche modo le stigmate del progresso nei suoi aspetti deteriori, ad esempio l’inquinamento presente in quintali di plastica galleggiante e un’acqua putrida in cui incredibilmente i locali si lavano e fanno il bagno. La successiva fase di navigazione si apre ad uno scenario diverso, più tipicamente fluviale su ampi canali, siamo ormai sul lago Tonle Sap, culla della civiltà khmer, pietra angolare liquida di questa cultura che da queste acque seppe ricavare prosperità e fulgore. Proprio sulla parete d’entrata dell’Angkor Wat è scolpito un lunghissimo bassorilievo che narra di una battaglia cruciale tra i khmer e i loro eterni rivali Cham (gli attuali vietnamiti) con esito favorevole ai primi ma di questo parleremo semmai domani. Schivato che è il rischio dei rami fendenti, sul battello possiamo rilassarci e salire sul tetto panoramico ci resta ancora tempo per l’attraversamento della palude in cui ha sede la eccezionale riserva avio-faunistica del Prek Toalun paesaggio forse un po’ spettrale ma davvero un paradiso per gli appassionati di birdwatching che qui possono avvistare specie ormai quasi estinte come il mitologico Ibis gigante o l’avvoltoio testarossa. Giungiamo a destinazione dopo circa 9 ore, in un ennesimo villaggio galleggiante alle porte di Siem Reap, la capitale turistica della Cambogia per la sua vicinanza ai templi dell’Angkor Wat. Un bellissimo viaggio in battello, e domani si visita una delle sette meraviglie del mondo, l’Angkor Wat. Non male, direi

L’orizzonte perduto – Giorno 5: on the road again

La strada: già, è tempo di riprenderla anzi di intraprenderla in misura nuova e diversa. Diciamo che fin qui abbiamo scherzato, mi son mosso tra diverse isole della Thailandia con spostamenti anche lunghi ma tutto sommato agevoli e su rotte abbastanza consolidate. Ora si tratta di salire uno step e abbandonare le piste più battute per andare costruendo una dimensione di viaggio impolverata e di scoperta, che è quella che poi mi è più congeniale. Il punto di rottura tra una dimensione vacanziera e il viaggio è dato da un anonimo paesone posto alla bisettrice di due strade e dal nome uno e trino, tale Pong Nam Ron, dove lascio il pulmino che sale da Koh Chang per prendere la strada che taglia verso est verso i monti oltre i quali è la Cambogia. L’autista, che ha già dimostrato ampiamente di essere una capra per altri motivi, fatica oltremodo a capire perché mai debba scendere li, poi mi scarica nel bel mezzo di un mercato di frutta, dove gli avventori paiono essere assai poco avvezzi alla presenza di un “farang”, termine con cui in Thailandia chiamano gli occidentali. Un monaco buddista piuttosto malandato si fa gestore di una trattativa per montare sul retro di una carretta, che però mi lascerà pochi km dopo in prossimità della casa dell’autista:’qui una venditrice di frutta con estrema gentilezza mi fa montare su una camionetta gremita di contadini di ritorno ai campi dalla città con un numero impressionate di vettovaglie al seguitoCosì si sale fino al valico di frontiera di Ban Pakard, nella regione montuosa della catena dei cd Monti Cardamomi: queste belle cime ammantate di verde e di banani tanto da sembrare in alcuni punti il Kilimangiaro o il Ruwenzori nascondono nelle loro interiora due cose, una bella e una brutta: quella bella è costituita dalle preziose gemme di zaffiro che qui, specie sul versante cambogiano, vengono estratte in gran quantità e vendute grezze; la cosa brutta che salta invece fuori sempre dal sottosuolo sono le numerose mine antiuomo situate lungo il confine e risalenti all’illuminato, si fa per dire, regno dei khmer rossi degli anni ’70, che non volendosi far mancare alcunché nella lista delle atrocità da perpetrate al proprio stesso popolo, disseminarono il terreno di ordigni di fabbricazione udite udite in gran parte italiana e che ancora oggi mietono vittime tra la povera popolazione. Il valico di frontiera ubicato su queste montagne è quanto di più rilassato e sonnacchioso possa sperare di trovare chi ha qualcosa da nascondere: davvero inimmaginabile prima di vederla la scena dei doganieri cambogiani che letteralmente dormono nella guardiola, non so se perché pagati troppo poco e costretti magari ad altri estenuanti lavori notturni o forse perché proprio pagati per dormire e chiudere un occhio o meglio tutti e due su chi abbia voglia di contrabbandare gemme dalla Cambogia alla Thailandia per destinarle al mercato occidentale. Interrotta dunque per mia iniziativa la fase rem dei brillanti quanto narcolettici Rambo cambogiani, rimedio il visto senza il quale non potrei poi lasciare il paese nel quale incredibilmente sarei potuto entrare senza alcun controllo!! Sono ora sul versante cambogiano in una città chiamata Pailin, un tempo prima capitale della Cambogia, circostanza che ora nessuno pare ricordare: per lo più ha l’aria squallida delle città di confine infestate da gente che vivacchia di traffici piccoli e grandi ap di qua e al di là della frontiera; insomma un posto poco ameno da cui partire alla spicciolata. La mia destinazione è un posto dal nome che pare un giochetto porno all’orientale, tale Battambang dove arrivo due ore dopo. Con un po’ troppa enfasi la Lonely Planet la definisce “perla coloniale” per via delle tutto sommate ben conservate dimore d’epoca, allorquando la città era sede del governatorato francese Per il resto la città ha un aspetto tutto sommato anonimo e funge da base di partenza per escursioni nella zona circostante: ad una di esse mi destino di buon grado anche io dopo aver trovato alloggio in una gradevole struttura a gestione familiare, anch’essa in stile coloniale la gita prevede una visita ad un tempio ubicato una decina di km fuori città, da raggiungere con uno dei mezzi di trasporto prevalenti nella babele automobilistica cambogiana, un risciò a motore condotto da un simpatico locale

La circolazione non è esente da rischi anzi è davvero pericolosa su una strada disseminata di buche e percorsa da enormi camion che strisciano di fianco al riscio con la grazia di un elefante a pochi cm da uno scarafaggio. Il rischio diviene massimo su quella che sarà l’odissea del ritorno sotto il consueto diluvio del monsone, allorquando , tra le buche e le simpatiche secchiate d’acqua rovesciate dallo sgommare dei succitati camion, ho la sensazione di essere un calzino nella centrifuga di una lavatrice. Il sito visitato si rivela comunque interessante, con una prima grotta detta “dello sterminio” dove i khmer rossi si dilettavano nel loro passatempo preferito: l’uccisione di civili innocenti, scaraventati giù nella cavità da enorme altitudine Pare che i giustizieri traessero ispirazione dai bassorilievi presenti sui templi di Ankgor, dove sono raffigurate torture e riti sacrificali umani di una cultura di mille anni prima. ancora oggi nella grotta sono conservati decine di teschi la cui identificazione non potrà mai essere resa

La Cambogia è un libro di cultura millenaria, la cui ultima pagina scritta o almeno conosciuta al resto del mondo tuttavia gronda sangue: qui tra il ’71 e il ’75 trovó spazio il regime dei Khmer Rossi, la cui efferatezza conosce ben pochi antecedenti nella storia. Il suo leader massimo, Pol Pot, nella triste graduatoria dei dittatori psicopatici è uno che se la gioca con Hitler per il primo posto, che forse gli concede solo per le dimensioni numeriche degli eccidi di massa, leggermente inferiori a quelle naziste. Ho visitato diversi siti di tragedie e stermini di massa a differenti latitudini e avvenuti sotto diverse bandiere ed ideologie politiche e ho sempre trovato, nell’orrore indistinto che essi tutti determinano, qualcosa di caratterizzante in ognuno di essi, una propria via di segnare la Morte. Così la Auschwitz nazista impressiona per la dimensione scientifica e organizzativa di vero e proprio inferno sulla Terra, Srebrenica nella ex Jugoslavia per la ferita ancora fresca nella carne del popolo e l’insulto che ancora vi viene perpetrato, l’Armenia per la dimensione da scannatoio animalesco creata dagli Ottomani. La Cambogia e lo sterminio dei Khmer Rossi impressionano per la sua irrazionalità, l’assoluta incomprensibilità di un popolo che si stermina da solo : pur nella loro esecrabile follia, gli altri eccidi da quello nazista fino ai quelli ai danni del popolo armeno, individuano un nemico esterno da annientare. In Cambogia i cambogiani uccidevano gli altri cambogiani. In una mistura psicopatica di comunismo e buddhismo, Pol Pot (laureato in filosofia alla Sorbonne di Parigi) aveva in mente di purificare dai vizi del capitalismo la sua corrotta gente, che si sarebbe poi reincarnata secondo un dettame del buddhismo in un nuovo Homo socialista. La Cambogia contava allora 5 milioni di abitanti, le persone sterminate furono circa un milione, un cittadino su 5.

La visita al monte continua a rivelarsi interessante con la visita ad un’altura da cui si intuisce la forma della Cambogia: una sorta di padella orlata di monti lungo i confini e poi piatta e riempita di argilla al centro. Il fondo della padella sovente si riempie d’acqua creando una pappa fangosa in cui nuotano un po’ tutti, persone , templi, coccodrilli e ahimè tanta spazzatura. In cima a questo sperone calcareo sta un bello stupa buddhista risalente all’anno mille, sorvegliato da decine di scimmie piuttosto animose e suscettibili

Assai più placidi nell’animo rispetto ai nostri progenitori primati, alcuni monaci stanno invece assorti nelle loro meditazioniAppena più in basso una incredibile altra grotta, da cui sul far della sera fuoriesce un numero impressionante di pipistrelli che forma un fiume nel cielo tale da eclissare il sole. C’è chi dice che siano 4 milioni ma non credo sia facile farne una conta

la grotta è perciò detta “Bat cave”. Ed in onore al più celebre pipistrello della storia del cinema, intendo ovviamente Batman, la sera la quasi omonima Battambang si trasforma in una tetra e desolata Gotham city, dominata dai cani randagi e dove i ristoranti chiudono alle 20:00. Ma il motivo che mi ha spinto a soggiornare a Battambang è dato da un altro fattore: questo è il porto di partenza di un fantastico battello a motore che risale lungo stretti canali del fiume ed il lago fino a Siem Reap ed i templi di Angkor, barca un tempo usata per il trasporto fluviale di bambù. Sarà un viaggio lungo ed indimenticabile quello che mi attende domani all’alba

Dove nascono i giganti – giorno 4: Mykines, solitaria regina

” Non si trovava mai riposo quando si era se stessi, ma solo quando si era un nucleo di buio. Perdendo la propria personalità, si perdevano anche le preoccupazioni, la fretta, l’agitazione” Virginia Woolf- Gita al faro

Il fatto è che un faro sulla cima di un promontorio di un isola deserta sul mare in tempesta è qualcosa che evoca da se citazioni letterarie, è come un pungolo a cercare nella propria fantasia , nelle proprie letture. Ho aperto con questa frase di Virginia Woolf” che per la verità non sento completamente mia, nel senso che la sentirei appropriate per altre persone ma non per me stesso, ma andiamo oltre. Il luogo in questione, nella sua remotezza e devastante bellezza, mi ha sulle prime suggerito un’altra immagine letteraria, che si lega ad un ricordo molto bello, quello di una rappresentazione teatrale che mi affascinò e commosse. L’opera in questione si intitola “Le variazioni enigmatiche” , dell’autore Eric- Emmanuel Schmitt, composta solo nel 1995 e rappresentata finora poche volte in Italia. Il titolo prende spunto da una opera sinfonica del compositore Edward Elgar https://youtu.be/SvA6FtN8-n0 e fanno in effetti, più che da colonna sonora, quasi da voce narrante al testo, nel senso che ne accompagnano e danno continuamente incipit alla trama. Il racconto narra di Abel Znorko, immaginario scrittore vincitore del premio Nobel che, stufo del mondo e delle sue beghe, si rifugia su un’isola deserta vicina al Polo Nord, continuando solo ad intrattenere una corrispondenza con una donna di cui è perdutamente innamorato ma che non ha mai conosciuto se non attraverso le parole delle sue leggere. Un giorno un noto reporter si sobbarca il faticoso viaggio per andare ad intervistare lo scrittore nella sua casa in fondo al mondo e dopo una serie di falliti tentativi di bucare la corazza di introversione che pervade lo scrittore , è lui stesso a rivelare il suo segreto all’altro ovvero che la donna con cui intrattiene un rapporto epistolare da 15 anni, unico contatto col mondo esterno, è lui stesso. Lo scrittore, che aveva idealizzato questa figura nella sua mente per tanti anni, dapprima sbalordisce e si infuria, poi ne conviene che la sua idealizzazione e fantasia ormai possono perdurare anche oltre questa circostanza e si congeda dal reporter, annunciando che continuerà a scriverlo. Si accetti a questo punto la suggestione, non chiarita dal testo: l’isola ove ha svolgimento la trama è Mykines, la più remota e occidentale delle Isole Far Oer, il che significa che si protende verso l’Atlantico con questa sua forma aguzza e oblunga col il faro all’estremità che pare il corno di un insetto, di una mantide religiosa verde come una foglia. A Mykines vive una piccolissima comunità di persone, forse una ventina in condizioni non certo semplici, visto l’isolamento e le condizioni meteo nei mesi invernali proibitive. L’isola non ha porti naturali, presenta scogliere a picco del tutto inaccessibili per gran parte del suo territorio. Il molo di attracco del battello, ricavato alla meno peggio in fondo ad un canalone esposto alle correnti, funziona regolarmente solo nella stagione estiva mentre in quella invernale è spesso reso inservibile dalle alte onde oceaniche per intere settimane. Da non confondere per nessuno motivo con la quasi assonnante Mykonos, sito di passaggio e riproduzione di una massa indistinta di coatti, Mykines è sito di riproduzione di molti uccelli, tra cui la parte del leone la fanno i sea puffin, i bellissimi e un po’ buffi pulcinella di mare che nei mesi da aprile a novembre colonizzano l’isola in numero impressionante

all’arrivo in paese una mappa spiega ai visitatori i possibili sentieri di marcia ma tutti si fiondano verso quello che conduce al faro, tra l’altro bello non solo nel suo epilogo finale ma anche nel percorso tracciato come una gincana per le asperità rocciose dell’isola
tra coste scoscese e promontori a picco sul mare

E E si arriva alfine al faro, preceduta da una casa solitaria ormai abbandonata dove vivevano gli addetti alla manutenzione del segnatore luminoso in metallo di bianco verniciato, che giace come una sorta di mostro dantesco, condannato dalla sua natura a dover restare in eterno in un posto così remoto e tempestoso, nondimeno magnifico.

Aggiungo una nota personale: Mykines coi suoi percorsi mozzafiato è il posto più bello del mondo per fare una caccia al tesoro e mi ha dato ispirazione per la prossima che però si svolgerà, bisogna pure accontentarsi, solo a Capri. Non dimenticherò mai Mykines, luogo che già conservo nell’anima

Dove nascono i giganti- giorno 3: Far oer, ultima Thule o ultimo paradiso?

Già , come direbbe Marzullo, la domanda NON nasce spontanea, perché quello delle Far Oer identicate come la mitologica “Ultima Thule” è un punto di domanda cui non so dare ancora una risposta e spero di riuscirvi strada facendo; tuttavia l’interrogativo iniziale si arricchisce di un nuovo fattore messo a fuoco non appena sbarcato dall’aereoanzi ancora prima, nel corso di un assai suggestivo volo di avvicinamento a questo remoto arcipelago

Insomma viene da domandarsi subito : “ma queste Far Oer sono o non sono il Paradiso?” La bellezza divampa subito agli occhi prepotente, un senso di smarrimento coglie lo straniero che tocca terra qui, pervaso dalla sensazione di essere giunto alla fine del mondo o forse su un altro pianeta inesplorato.

Ecco, dovendo rispondere alla domanda se questo sia o meno il paradiso, direi di no: il paradiso è da sempre descritto come un luogo accogliente, dalla natura dolce e radiosa. Le Far Oer sono sin da subito tutto tranne che questo. Muraglie aguzze di roccia vulcanica si ergono dinanzi al visitatore come strati di un golgota infernale o meglio come balze di un inferno dantesco , ammantate solo di un verde indistinto manto d’erba che le copre in ogni centimetro. Un tappeto universale ma anche unico, nel senso che alle Far Oer cresce solo e soltanto erba. Non una pianta, non un solo albero in nessuna delle 18 isole: il vento che le sferza prepotente, la pioggia che si riversa copiosissima per 300 giorni all’anno, la salsedine delle mille tempeste che qui si scatenano, non rendono possibile la crescita di alcuna altra forma di vita. Anche tra le specie animali, non vi è alcun mammifero autoctono delle Far Oer, persino le pecore che brucano l’erba a milioni non sono originarie di qui

A proposito di mammiferi, le balene nelle acque circostanti si agitano in gran numero, dando il pretesto agli indigeni per un caccia fusa con una sorta di ritualità religiosa che per secoli ha costituito la unica base di nutrimento

Ecco un’altro punto di rottura col Paradiso: li la vita è immaginata come serena e dolce, come in un soleggiato giardino ricolmo di frutti; alle Far Oer la vita è sfida. I villaggi sparuti siedono in fondo a profondi fiordi ove provare a ripararsi dalle mille tempeste che la depressione nord-atlantica qui scatena . Le case , persino le case hanno i tetti ricoperti di uno strato di erba spesso, che da un lato inumidisce il tetto ma dall’altro evita guai peggiori

in quanto che l’erba fa scivolare via la gran parte della massa d’acqua che vien giu dal cielo e che la Corrente del golfo gentilente recapita qui. In tale fenomeno risiede tra l’altro la possibilità che queste isole, situata ad una manciata di miglia dal circolo polare artico possano essere, seppure a fatica, abitabili dall’uomo: senza la Corrente del golfo che risale calda dal mar dei Caraibi, posti come le Far Oer o l’Islanda situati a latitudini così alte sarebbero del tutto inabitabili. Immaginatevi che alla stessa latitudine in Nord America, dove detta corrente calda non arriva, giacciono in Canada luoghi come la Terra di Baffin o il Nunavut, abitati solo da orsi polari e da qualche coraggioso eschimese.

No, non è questo il Paradiso almeno per come siamo abituati a rappresentarcelo noi occidentali. Ma di certo siamo in un luogo dalla sconvolgente bellezza, un luogo che atterrisce lo spettatore il quale, nel contemplare queste montagne che si ergono come a strati dall’oceano, crede di essere giunto alla fine del mondo o su un altro pianeta. Le Far Oer sembrano uscite in effetti dalla penna di uno scrittore o un regista di fantascienza, mi hanno ricordato sulle prime le ambientazioni di quel film di Nolan “Interstellar” o ancora meglio quelle di una fortunata serie tv di cui non sono un appassionato ma che riscuote enorme successo, quel “Game of Trones” con le sue atmosfere da saga norrena. Ecco appunto le saghe e la mitologia norrena costituisco forse la chiave di volta per capire queste isole. Chissà, magari in quella cosmogonia il paradiso corrisponde ad un posto così. Lo scopriremo strada facendo . Per adesso di strada ne faccio non poca io bordeggiando il lago di Miovagur fino al punto in cui incontra il mare , separato solo da un segmento di roccia. Le isole intorno circondano la visuale come i denti di una balena, gli uccelli volano tutto intorno con versi del tutto diversi da quelli del bacino del Mediterraneo, e non potrebbe essere altrimenti visto l’ecosistema del tutto differente e di influenza sub-artico. Ci sono sterne polari,sule artiche e pulcinella di mare, che vedrò domani in gran numero in un’isola vicina.

Per adesso me ne ritorno coi piedi gonfi nel vicino villaggio di Sandavagur, dove col mio solito culo ho beccato una guesthouse divina con una stanza che pare affacciata sul Paradiso.

Anzi no, quello abbiamo detto di no: se non possiamo chiamarlo Paradiso, diciamo che è la fine del mondo, che anche geograficamente non è proprio inesatto. Qualcosa mi dice che questo sarà un viaggio che ricorderò per tutta la vita