Al mitico allenatore giramondo Vujadin Boskov, maestro di calcio e di vita, è attribuita una massima bellissima: ” Se uomo preferisce stare con sua fidanzata invece che con birra ghiacciata davanti televisione quando gioca finale di Champions League….forse vero amore, ma non vero uomo”
Ecco provando a mutuare anzi ad emulare la saggezza di cui era depositario e quella arguzia da personaggio del Decamerone slavo quale era, mi verrebbe da dire ora, cambiando completamente contesto: “Comunismo è quel sistema politico che quando tu ti trovi , poi subito sogna donna con bigodini in testa davanti a televisione che trasmette Grande Fratello mentre figli obesi mangiano patatine Mac Donald e giocano PlayStation invece di andare scuola”
Si, il mio rapporto col socialismo reale, quello visto da vicino, non è dei migliori. Ma mi sentirei di sbilanciarmi e dire che per gran parte degli occidentali di ultima generazione, certe logiche e una certa cultura della privazione sottesa alle dinamiche, vale subito ad innestare una reazione di segno opposto che ti fa rimpiangere gli aspetti anche più stupidi e beceri del consumismo più schiattato e pacchiano. Oddio sinora ne avevo visto degli esemplari morti:tutti i paesi dell’ex area sovietica , la Cambogia, il Vietnam o qualche d’uno con qualche retaggio ancora permanente come il Laos. Ora mi trovo in un paese che almeno nelle intenzioni si dichiara “repubblica socialista” come il Venezuela, aggiungendovi vicino quel “bolivariana” che sa più di nazionalismo e sovranismo che di socialismo ma tant’è,’ certe storture finiscono per somigliarsi sempre . D’altra parte Maduro, nel suo agitarsi e argomentare terra-terra ricorda molto più un Salvini che un leader sovietico, e tutto l’onda ormai agonizzante di socialismo alla sudamericana degli ultimi venti anni è intriso di un forte nazionalismo populista. Ad ogni modo, senza perderci in un trattato di scienza politica, limitiamoci a dire che quella attuale pare una Babele anzi una spirale che ha di fatto sprofondato il paese nel caos. È un caos economico, civile e anche sociale, con la vecchia aristocrazia locale travolta da una nuova classe dirigente legata al presidente e antitetica alla precedente anche da un punto di vista etnico : bianca e di diretta estrazione europea la vecchia, nera e mulatta, legata agli apparati militari e di gestione del potere la nuova. 
L’aeroporto di Caracas è già di sua una finestra abbastanza triste e nitida della situazione del paese: nel lungo, infinito scalo che mi devo sciroppare provenendo d a Bogotà e con destino Isla Margarita, ho modo di assaporare tutto il difficile momento del paese, per usare un eufemismo. Più che altro il luogo, neanche troppo impermeabile rispetto all’esterno ove la situazione è comunque peggiore, appare informato ad una logica di contrappasso dantesco. Una sorta di Purgatorio dove, in attesa di voli verso altri destini che forse o molto spesso non partiranno mai, imperversa il supplizio cui è condannato il personaggio di Sisifo: vedere ma non toccare. Appena all’ingresso vi è una processione di bancomat con disegnati i loghi dei principali circuiti bancari mondiali ma nessuna di quelle macchinette emette da anni una sola delle svalutatissime banconote locali ne altra valuta; vi sono allora gli uffici di cambio, dove però avvenenti quanto ingenue signorine ti dicono che non hanno possibilità di cambiare manco 10 dollari, che corrisponderebbero in bolivar locali al corrispondente in dimensioni di un bagaglio di quelli non consentito da portare a mano; ci sono ovunque in vendita sigarette ma un editto a caratteri cubitali del Ministro del Potere Popolare proclama che ovunque il fumo è bandito nell’aeroporto (e posso capire in effetti). Ah, e poi stanno loro, i peggiori bar di Caracas: birra e whisky pubblicizzati ovunque, di quelli che ti farebbe davvero piacere sorseggiare per ingannare il tempo e lo sconforto di ore di ritardi e cancellazioni, ma…….non ne è possibile al momento la vendita al pubblico. Ah, parlavo di ritardi e cancellazioni: ad un tratto compare una bella scritta sul tabellone luminoso dei pochi, pochissimi voli previsti in giornata. Il nostro volo è cancellato, anzi no, anzi si di nuovo,’forse è spostato alla sera tardi,’forse al mattino dopo. Naturalmente vale anche qui il supplizio di Sisifo e ogni tanto passa qualche impegato o un’hostess della compagnia che, in mancanza di un ufficio o di una comunicazione, fornisce la sua versione dei fatti : “partiamo tra due ore, anzi tra 5, forse vi offriamo uno snack anzi no”…..Tutto difficile assai a immaginarsi secondo standard europei ma vale a farmi realizzare che sono all’equatore e non sono certo venuto quaggiù a fare il pensionato tedesco fuori porta che sta a reclamare sugli standard qualitativi della Lufthansa o della Swiss Air. Oddio,ad ogni modo, senza fare troppo gli scassacazzi, una risistematina dell’Ufficio controllo di volo locale, con annessa revisione degli aeromobili e controllatina delle licenze di volo concesse, la farei……Alle dieci di sera, dopo che il vulcanico pilota dell’unico velivolo al momento reperibile della mirabolante Avior Airlines ha deciso di andare prima ad un posto chiamato Barcellona, poi ad un altro in Amazzonia detto Puerto Ordaz e poi tornare indietro a prenderci, partiamo. Le ore di attesa in aeroporto ammontano a circa undici ma ad un certo punto si preventivava peggio.
A bordo tutto appare informato ad criterio del fare presto e dell’amichevole complicità che si innesta quando un amico ti da uno strappo a tre sulla vespa o in sei in una panda, avvertendoti: “se vedete una volante dei carabinieri o i vigili abbassatevi e fate finta di niente”. 
L’eleganza e la meticolosità nella cura dei dettagli all’interno mi ricorda quegli aliscafi scassati di fabbricazione russa degli anni ’80 in servizio sulla rotta Capri- Sorrento o meglio ancora un sottomarino sovietico anni’50. Non vado oltre nella descrizione. Ci si stipa alla meno peggio e si parte,’tempo di volo previsto la metà dell’ora da stima iniziale, si vola a quota molto bassa forse per fare presto, atterraggio che pare una panzata di un ippopotamo in una jacuzzi ma siamo fuori. Ecco, Isla Margarita. La musica, il mojito. Ora la festa può avere inizio
in effetti si presenta come una struttura piuttosto efficiente, dove il numero di cani-poliziotto intenti ad annusare i bagagli alla ricerca di droga (quale droga cerchino è pleonastico dirlo visto che siamo in Colombia) eguaglia quello dei bagnanti a Mappatella beach una domenica di agosto.
Ed ecco allora Bogotà, uno sconfinato pianoro incastonato tra monti altissimi che pullula di stradoni e tangenziali a perdita d’occhio, per poi inclinarsi di colpo come una pista per bambini e schiudere la vista ad un centro storico coloniale molto bello. Assai simile alla ecuadoregna Quito come prima impressione e anche come altitudine: qui siamo a 2.600 circa e se ci si trova a salire una scala con un bagaglio in spalla si sentono tutti.

per “uomo vitruviano” intendo quello di Leonardo, raffigurato anche sull’euro per capirci: simbolo umanistico e rinascimentale per eccellenza, si erge a simbolo delle facoltà dell’uomo ripotato al centro del mondo dopo l’oblio teocentrico medievale. 





Per quest’ultima ragione è conosciuto anche come “giro dei 4 passi”, i quali sono da est verso ovest il Sella, il Pordoi, il Campolongo ed il Gardena mentre le valli attraversate sono la Val Gardena, la Val di Fassa, quella di Arabba con la Marmolada e la Val Badia. Nulla vieta di percorrere il Sella Ronda nel senso opposto ma avendoli fatti entrambi, vi consiglierei il primo dei due sensi di marcia, quello scelto da me in una assolata ma fredda giornata di Natale.
da qui scendete lungo un’ampia pista assolata fino alla stazione del Col Raiser, da cui parte una ipermoderna funicolare sotterranea che sbuca a Santa Cristina ai piedi della pista olimpica cd “Saslong”. Se avete tempo ed il” pelo” di provare il brivido di lanciarvi su una delle piste più tecniche del circuito della Coppa del mondo di sci, fatelo, ma attenti perché le pendenze sono pesantuccie e bisogna saper sciare 
ed il bello è che la panoramica è letteralmente a 360 gradi, nel senso che tutto intorno non vi è un cm di cielo che non sia tratteggiato da frastagliate vette di ineguagliata bellezza. Anche il versante orientale, quello opposto rispetto al passo, apre con uno squarcio sul gruppo della Marmolada, che si staglia dinanzi come un gigante omerico. Si, è questa la dimensione di queste montagne: sembrano giganti omerici nelle cui vene ci si infila come formichine con gli sci ai piedi. La Marmolada fa sentire davvero più piccolo di tutti
e incunearsi in una sorta di suo ventre aperto chiamata Porta Vescovo fa sentire davvero davvero minuscoli
tra l’altro la difficoltà delle piste che da qui precipitano giù verso Arabba è davvero consistente, anche perché l’unica pista più agevole è chiusa. e vi dico che scendere due “nere” di fila dalla Marmolada è bella tosta.
Ad ogni modo, si arriva ad Arabba vivi e vegeti. Anche questo paese sembra vivere come un animaletto domestico al cospetto di un mastodontico padrone, la Marmolada ovviamente ma procedendo nella direzione esattamente opposta si va verso il terzo passo di Giornata, il Campolongo, un ometto mito e tarchiato a confronto della Amazzone guerriera ed oblunga che era la Marmolada. In effetti gli scenari sono più morbidi qui al Campolongo che, come il nome stesso lascia intuire, ha un aspetto più pianeggiante per essere un passo. Ne guadagna la vista che anche qui si apre su montagne bianche a perdita d’occhio, mentre alle spalle colpisce come il gruppo del Sella ora sia in posizione esattamente diametralmente opposta a quella iniziale,
il che significa che siamo esattamente dall’altra parte rispetto al punto di partenza . Questo Campolongo, dove mi fermo a mangiare una schifezza di panino alla salsiccia tra l’altro) è il “dark side of the moon” della Val Gardena insomma. Le gambe sono ormai appesantite e il sole comincia a declinare, tirando giù con se anche le temperature. Resta da percorrere l’ultima valle, l’Alta Badia, con il suo capoluogo Corvara
col suo bel campanile che pare quasi riprendere la forma della cima in alto. È anche quella la direzione da prendere, verso il terribile Col Fosco e poi il passo Gardena, per tornare al punto di partenza. Definivo terribile il Col Fosco perché come il nome lascia intuire non è che di sole ne veda tanto, inoltre il vento in prossimità dei passi si fa sempre sentire e qui in particolar modo. Erano tristemente note tra gli sciatori le ascese da Corvara a Col Fosco con dei lunghissimi ed anacronistici ski-lift, flagellati da un vento gelido. Oggi per l verità esiste una moderna cabinovia che risolve in parte il problema
e conduce verso le assolate vette della Val Gardena ma l’ultimo tratto è comunque da risalire su due seggiovie dove la temperatura fa segnare un -8 che al vento fa ancora meno. Ma ormai ci siamo: eccoci al passo Gardena ed allo incantato scenario del Denter Cepies : sotto si apre la Val Gardena ed io sento un po’ come “a casa”
tanti chilometri con gli sci ai piedi in uno dei posti più belli del mondo, non certo a caso patrimonio Unesco
Secondo la leggenda, essa fu dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte, circostanza a rigor di logica piuttosto dubbia scorrendo poi il testo (un breve componimento poetico nella forma del distico elegiaco) perché, se è pur vero che il Sommo al momento di tirare le cuoia potesse certo ricordare il luogo ove è nato (“Mantua me genuit”) e intuire quello dove stesso morendo (“Calabri rapuere” ad indicare il Salento, all’epoca chiamato Calabria), appare oggettivamente improbabile che potesse poi conoscere il luogo della sua futura sepoltura (“tenet Parthènope” ovvero Napoli). Ad ogni modo, possiamo per ora considerare l’incontestabile dato iniziale: Virgilio era nato a Mantova, ad Andes per l’esattezza sobborgo rurale alle porte della città. 
e pure il vecchio zabaione ,un tempo usato come ricostituente d’amore prima dell’avvento della pillola blu. Finanche il Capilupi che da nome al discusso nosocomio caprese dovrebbe aver avuto natali mantovani, ma andiamo avanti.

ecco la bellissima sala dello Zodiaco.
sarebbe meglio vedere Palazzo Te in un giorno di sole vista la sottesa esuberanza che lo domina e lo fece apprezzare anche a D’Annunzio, uno “porcellino” quanto il Gonzaga. Figurarsi che l’animale simbolo del palazzo è il ramarro, visto come simbolo di imperturbabilità dinanzi alle passioni, l’esatto opposto del Gonzaga che infatti vicino al lucertolome fece scrivere “quod huic deest me torquet” (ciò che a lui manca a me tormenta) con allusione alla sua favorita Federica Boschetti con cui pare che trombavano in ognuna delle 300 stanze
e anche la polenta in abbinamento ai funghi e lo stracotto . Il posto suggerito è ovviamente questo
che da essere esattamente ciò che il nome lascia immaginare: un posto carnale.


nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici.
Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano
e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.





Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono 
Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila.
Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.
sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi.
dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte
ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….
“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchari
che è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici
a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak
mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo
che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare
Ma è un bluff ….
giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti!
e andiamo va, alea iacta est!







