Bordeaux, luogo alchemico ove l’acqua si trasforma in vino ed il vino in acqua

Diversamente dall’Italia, ove la notorietà è piuttosto equamente diffusa tra i suoi molteplici siti, credo che la Francia abbia una sua capitale macrocefala che catalizzi tutta o buona parte dell’attenzione, contrapponendo la percezione di se a quella della restante parte del paese. In parole semplici, quando si pensa alla Francia si pensa a Parigi o si pensa a tutto il resto. Bene, il resto è tanta tanta roba : quanto sono belle le colline bagnate dal maestrale di Provenza, le spiagge che appaiono e scompaiono della Bretagna, le fortezze medievali di Dordogna o i vigneti spugnati di rugiada della Borgogna . E come è bella quella parte di Francia che pare scappare verso l’oceano tra vigneti e canali chiamata Aquitania, al cui termine ci sta Bordeaux. È una città dall’eleganza sobria e vetusta , adagiata sull’ estuario della Garonne poco prima che questa si riversi nell’oceano, che dalla Cite veille di Bordeaux non si vede ma si annusa, si respira anche nei vicoli inondati di prodotti esotici e d’oltemare come caffè e spezie, che ne fanno percepire la sua essenza di porto di mare antico. Il suo centro storico detiene il primato di sito Unesco più grande al mondo in un’area urbana ed un motivo piuttosto semplice si intravede : è bellissimo. Ad ogni modo oltre l’oceano e la salsedine, oltre il fiume e la rugiada, il liquido principale che pare donare un’essenza al tutto è un altro qui a Bordeaux: il vino, tra i più pregiati al mondo e che pare sgorgare da ogni angolo della campagna circostante. Bordeaux mi è parso un luogo pervaso di un’energia alchemica, ove l’acqua si tramuta in vino ed il vino in acqua

Bulgaria inedita: il villaggio di legno e di lana

Ieri sono stato in questo paesino a un paio di ore da Sofia dal nome non facile a pronunciarsi e che con un po di fantasia può diventare uno di quei grattacapi che butto nelle cacce al tesoro: da Koprisvhtica, cambiando un paio di lettere si può arrivare facilmente a “copri svista” e, considerando che il suo quartiere principale si chiama “albitron” e la stazione in bulgaro si dice “gara” il contesto appare facile a desumersi. A volte lo scrivono anche alla maniera ottomana Koprishtitza, pronunciato tipo “Copri zizza”, il posto agli antipodi dello slogan sessista “escile”.
Al di queste minchiate cmq posto davvero carino e bello pure il viaggio per arrivarci, con la campagna che a poco a poco si libera dagli stupri in calcestruzzo della megalopoli per andarsi a stagliare con uno strano colore verde bottiglia che ricordavo dal mio precedente viaggio, questa volta adornato di migliaia di alberi da frutta in fiore. Sullo sfondo stanno le altissime vette del massiccio del Pirin, le cd “Montagne d’acqua” dove appunto, in un magnifico viaggio di qualche anno fa verso il “vello d’oro” mi inerpicai di passaggio finendo in una setta di sciroccati radunati sulle sponde di un lago alpino, i cd Bogomiti.
Ad ogni modo si giunge alfine a Coprizizza , cittadina di duemila anime che hanno già visto tutte svariate primavere (il più giovane che avrò incontrato avrà avuto ottant’anni). L’attrattiva unica del luogo sono le case in legno in stile ottomano, miracolosamente scampate alla furia edilizia di quella sorta di religione del Brutto che è stata il socialismo reale: davvero graziose e autentiche, ancora abitate dai suoi incartapecorìti abitanti di origine appunto turca, dediti in massima misura alla coltura della lana, tanto è ci sono pecore ovunque, anche nelle dimore storiche. Anche il miele che fanno qui lascia sbalorditi. Insomma un posto davvero autentico, che sono contento di aver visitato

La crociata- lampo. Cap.I Tel Aviv, “la California promessa” degli Ebrei

Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro

La crociata- lampo: prologo

Ci sono posti del mondo che tieni in una sorta di cassetto ideale, come se mai ci potessero entrare. Li tieni li nel cassetto perché sai che prima o poi ci andrai, non puoi non farlo perché costituiscono la base e l’essenza di tante e troppe cose . E nel frattempo vai altrove, sbizarrendoti a visitare angoli del mondo remoti è insoliti. Poi un bel giorno ti rendi conto che sei arrivato nel mezzo del cammino di nostra vita o giù di lì senza mai essere stato in Terra Santa. Ecco, è giunto finalmente il momento di mettere piede in quello spicchio di mondo dove sapevi perfettamente che prima o poi dovevi andare. Che poi, si fa presto a dire Terra Santa: in questo lembo di mondo spesso martoriato da conflitti antichi quanti l’uomo è come se trovassero la propria Genesi tutte o quasi le culture rintracciabili a nord o a sud della nostra estesa parte di mondo, una sorta di big bang delle culture da cui siamo saltati fuori noi occidentali come la cultura islamica, gli Ebrei come i loro antagonisti, gli Ottomano come i Crociati, gli Zeloti come i centurioni romani, Il Muro del Pianto come Sodoma e Gomorra, l’Alfa e l’Omega di ogni cosa . Questo cuneo formidabile di terra racchiuso tra il Mediterraneo e il Mar Rosso è uno scrigno formidabile di tesori di mille culture diverse, a cavallo di paesi e frontiere non certo agevoli ad attraversarsi, ma vabbè, qui non siamo più di primo pelo e ne ho viste di peggiori. Dunque, mettiamoci subito all’opera che le cose da vedere sono miliardi e il tempo ahimè poco . Serve una impostazione da commando militare ed un fervore guerriero da crociato per scapicollarsi sotto e sopra tra le tante destinazioni imperdibili. Potrei atterrare nella moderna e cosmopolita Tel Aviv, gustare il suo eclettico spirito contemporaneo per poi spostarmi nella vicina ed eterna Gerusalemme, città santa per fin troppi popoli. Da lì la vicina Betlemme sede della natività, che amministrativamente ricade oggi in quel territorio piuttosto anomalo chiamato Cisgiordania, per capirci Stato di Palestina o almeno ciò che ambisce ad essere. Da lì raggiungendo prima la “città più antica del mondo” , Gerico e attraversando poi un ponte sul Giordano dovrei essere dalle parti del Monte Nebo da cui Mosè intravide per la prima volta la Terra Promessa. Lo stato in questione ora è la Giordania, paese che desidero vedere da sempre, con il vicino Mar Morto dove galleggiare un po’ stando attenti a non diventare una statua di sale come capitó agli sciagurati abitanti di Sodoma e Gomorra, città della leggenda biblica che dovrebbero essersi trovate proprio da queste parti. Poi giù per la bellissima Strada dei Re tra deserti e castelli dei crociati fino ad una delle Sette Meraviglie del Mondo, Petra. E poi ancora giù, col deserto del Wadi Rum dalle incredibili formazioni rocciose color rame come fosse Marte. A quel punto dovrebbe apparire come a Mose il Mar Rosso e la via del ritorno. Beh, per essere l’improvvisata di un giovedì sera di pioggia, un bel programma direi…

Tropico del Capricorno: Fine viaggio. Dedicato a te, David Livingstone!

Giorno 18- Fine viaggio
Il mio obiettivo finale erano le Devil’s pools, queste vasche naturali sospese proprio sull’orlo della cascata ove talvolta è possibile fare il bagno. Talvolta appunto, oggi non lo era. Così ho optato per qualcosa di diverso ma ugualmente magico, ed avevo un motivo personale per andarmi a cercare tutto questo.
Io francamente non ho capito come abbia fatto a sopravvivere a quella caduta al Pizzolungo quella domenica mattina di qualche mese fa, ma da oggi ho smesso finalmente di domandarmelo.
Ad ogni modo non è stata solo certa una ricerca “terapeutica”, la voglia di superare un trauma, a spingermi fin qua: c’è una frase molto bella che ho letto da qualche parte e che mi ripetevo ovunque lungo il percorso, che mi ha guidato sin giù dal Capo di Buona Speranza, attraverso il deserto del Namib, la Costa degli Scheletri, il Kalahari e tutto il resto che mi sono lasciato alle spalle fino a qua. E’ una frase che credo abbia detto Hemingway ma a me piace pensare che l’abbia detta proprio lui, David Livingstone, alla cui memoria dedico questa tutta questa mia piccola avventura:
” il mondo è un posto bellissimo dove vivere e per esso vale la pena di lottare”

Tropico del Capricorno: il “Fumo che tuona”

Giorno 17
Le tende le piantiamo sullo Zambesi, poco dopo una rapida e ad una distanza dalla riva che parrebbe sufficiente a tenerci a riparo dall’onda di piena. Più preoccupante, almeno ai nostri occhi, appare trovare riparo dai coccodrilli, di cui il fiume e’ infestato fino a sembrare in alcuni punti una sorta di tappeto di qualche griffe stronza di alta moda in pelle di coccodrillo. All’uopo usciamo a cercare e raccogliere palle di merda di elefante molto secca, simili ormai a balle di fieno, da accendere come zampirone che, assicurano gli indigeni, tiene lontano i coccodrilli.
Scrivere di queste cose mi piace, oltre che per il gusto di raccontare, per far prendere coscienza a me stesso che davvero stiano accadendo, succede tutto così in fretta e la mente ci mette un po’ a comprendere cose così lontane dall’ordinario: sono stato in tenda sul fiume Zambesi accedendo palle di merda di elefante per tenere lontani i coccodrilli, ci penserò spesso nei mesi a venire quando sarò in ufficio o in metropolitana credo!
Ad ogni modo bellissimo questo Zimbabwe, mi ha subito catturato. Ormai i deserti sono alle spalle e qui la vegetazione assume i connotati di una jungla tropicale; anche la gente pare diversa, come e’ ovvio che sia: si tratta di una o diverse etnie del tutto diverse da quelle incontrate in Namibia o Botswana. Qui ci sono gli Shona in prevalenza, dalla stazza fisica rimarchevole e tratti molto marcati, come il nostro capo spedizione Leslie che è originario di queste parti e spradroneggia per le strade come un Mastella a Ceppaloni: dai passanti ai posti di blocco della polizia, pare che tutti debbano inchinarsi alla sua potenza e non vi dico che scena quando alla frontiera ispettori del corrispondente ministero della Sanità locale ci hanno fermato per controllare (molto teoricamente) se avessimo contratto addirittura l’Ebola: Leslie ha detto di controllargli per prima cosa lo sguardo, e lo fissa faccia a faccia a 2 cm di distanza, il poverino gira i tacchi e torna indietro con sto suo strano scanner d’epoca.
Mi fanno morire poi i giovani dello Zimbawne, tutti rasta e consegnati al verbo di Bob Marley nonché…..alle strabilianti giocate di un tormentato talento calcistico non ancora sbocciato e che forse mai sbocciera’: niente dimeno stiamo parlando di Mario Balotelli!!! Davvero se , come e’ probabile, in Europa tutti si romperanno prima o poi le palle delle sue minchiate, può venire qui in Zimbabwe come ultima spiaggia: gli vogliono tutti bene e lo osannano
Ad ogni modo sarei venuto qui per vedere qualcosa di diverso dei poster di Mario Balotelli attaccati alle pareti scalcinate dei bar, qualcosa di assai diverso e leggermente più bellino: le immense e inaggettivabili Victoria’s Falls! Spesso si usa l’espressione del “lasciar senza parole”: l’hanno inventata qui, di fronte a questa sorta di battistero primordiale che ci bagna già a 100 metri di distanza, le Victoria’s Falls le cominci a sentire sulla pelle molto prima di vederle, per via dell’acqua che si nebulizza nella caduta per la foresta pluviale circostante. E’ come arrivare al centro della Terra, e anche qui l’espressione non appare generica, giacché e’qui che si apre una faglia, una sorta di enorme vagina che risale la Tanzania e il Kenya dando luogo alla cd Rift Valley. E’ come se, immaginando la Terra come un pallone, magari di quelli di cuio un po’ deformi e non perfettamente sferici come pure la Terra e’, le cascate Vittoria fossero la cucitura mal riuscita in un lato, quella che i più anziani ricorderanno per quanto faceva male quando la impattava con un colpo di testa ma che sembra conferisse al pallone un effetto fenomenale e imparabile. Anche qui l’effetto e’ fenomenale, altroché! Ma per quanto mi riguarda c’è dell’altro: questa e’ la mia metà finale, l’obiettivo ultimo del mio cammino. Tra non molto dovrò rimettermi in marcia per il ritorno , 1700km fino all’aeroporto da cui rientrare, più o meno come Napoli-Amsterdam ma da farsi su piste sabbiose in fuoristrada. Domani, in ossequio ad una tradizione che vuole che passi sempre il giorno di Ferragosto in un posto sbrevezo e casuale, dormirò a Rundu, al confine con l’Angola, città nota solo perché vi si tiene un festival permanente della malaria.
Ma non importa e questa e una parte del viaggio che non starò più a raccontarvi, questa gigantesca avventura finisce dinanzi allo spettacolo ancestrale del “Fumo che tuona”, come dicono gli indigeni. Sono partito dal Capo di Buona Speranza e mi sembra che la mia vita sia tutta racchiusa nella strada percorsa fino a qui: deserti, paludi, giungle infestate di leoni, mi sento un po’ come quegli astronauti della letteratura fantascientifica che ad un certo momento superano il “punto di non ritorno”: la Terra e’ ormai troppo lontana per farvi ritorno e andranno avanti con la loro astronave fino alla scoperta di un qualcosa, una nuova galassia o un nuovo pianeta. Eccola, la mia galassia oltre il buco nero, una montagna d’acqua dinanzi alla quale l’uomo resta fragile meno di un fuscello di legno, che almeno galleggia.
Il mio “punto di non ritorno” e’ stata invece quella notte gelata coi boscimani: quella loro magica semplicità’ e bellezza, quella saggezza nell’aver capito che è mille volte più’ bello e dignitoso vivere tra i rovi e i cespugli come i padri dei loro padri, che nel “mondo moderno” se poi questo non può che riservare loro che una casupola di lamiere, lavori precari e degradanti e una bottiglia di qualche alcolico scadente per annegare il dolore. Quella gente dona a chi la incontra l’idea che possa esistere sempre un’alterita’, che ci sia dell’Altro possibile a farsi o viversi. Quel giorno, dopo quell’incontro, ho capito che avrei raggiunto le Victoria’s Falls; non tutti, tra noi, ce l’hanno fatta, non perché siano morti per carità, ma perché sopraffatti da problemi di salute e dalla fatica, ci siamo dimezzati strada facendo.
Ricorderò questa avventura senza tempo con gioia e soddisfazione, ripensando,già da ora in cui vi scrivo con le lacrime agli occhi, alla enorme mole di Bellezza che ovunque mi scorreva sotto gli occhi e allo spirito francamente un po’ dissennato che mi ha animato: bisogna essere davvero un po’ fuori di melone per andare a imbarcarsi in una roba del genere. Ah, a proposito, la mia meta finale l’ho raggiunta ma ci sarebbe un’ultima cosina che dovrei fare, il cui pensiero anche esso mi ha in parte sospinto fin qui: e’ una cosa che vorrei fare per chiudere un conto in sospeso con me stesso, con un brutto trauma subito di tenete dopo una gran brutta caduta. E’ una cosa che dovrei andare a fare al di la del fiume, dall’altra parte delle Cascate, dove stanno ste vasche naturali proprio sopra l’abisso della cascata dette “Devil’s pools”. Attraversare il ponte sul fiume significa anche attraversare il confine ed entrare in Zambia, ma vuoi vedere che a sto punto della storia fosse mai questo il problema !?? Mo’ me la vado a fare sta camminata, su!
Ah, e scusate per il poco della pacca da fuori della foto: ne ho di migliori ma questa racchiude per me il brivido dell’incontro con “Fumo che tuona”

Tropico del Capricorno: Tra antilopi e leoni…..a bestemmiare dei coglioni

Giorno 15
Guardare anzi ammirare gli animali liberi in natura e’ una cosa che ci piace, ci distende e fa sentire meglio. Agli occhi dei nativi, questa e’ una delle più grandi contraddizioni della nostra società: l’Uomo Bianco prima stermina gli animali o li rinchiude in orrende gabbie come fossero prodotti da impacchettare, poi spende tanti soldi per andarli a sbirciare negli angoli del mondo più remoti dove ancora sopravvivono allo stato brado. Ma a questa pur ineccepibile riflessione sfugge a mio avviso un particolare: ho maturato in questo viaggio una convinzione, quella per cui ci piace guardare gli animali perché siamo fondalmente invidiosi di essi. Noi uomini, specialmente noi occidentali, che siamo stati così bari a incasinarci la vita e astrarci dal reale in mille complicazioni, transazioni, compromessi, clausole, debiti, crediti, fitti, bollette, relazioni sociali complesse e tortuose, alla fine ammiriamo un animale libero nel suo habitat e inconsciamente ne invidiamo profondamente quella semplicità ed estrema razionalità del suo vivere.
Qui nel Chobe park si ha davvero tanto da ammirare e invidiare, perché di animali ce ne è di ogni sorta e specie. E’ un parco molto diverso dal più noto Etosha, nondimeno magnifico: non ha quell’aspetto brullo e quasi marziano dell’Etosha con quelle due distese saline arroventate dal sole, qui si sta sospesi tra acqua e terra, si galleggia in una melma paludosa ma fertile e in ragione di ciò le specie animali sono diverse; meno leoni e rinoceronti ma molti più ippopotami, coccodrilli, bufali che si combattono, ovunque elefanti, e tanti altri ancora. Si può visitare anche con barche e battelli che si infilano lungo i canali e circumnavigano la straordinaria Sedudu Island, un ecosistema unico al mondo. L’immenso bacino del Chobe e’ un cuneo tra quattro diversi stati: Namibia, Botswana, Zimbabwe e Zambia ed esiste un posto di frontiera, il Kazangula border, un quadrivio dove ad ogni angolo ti dirigi verso una frontiera diversa. Io personalmente, rispetto ai giorni dell’Etosha park, ho ora appreso dalle guide indigene qualche nozione in più su come avvistare gli animali, qualche trucco su come procedere ad un avvistamento meno casuale e massivo ma più mirato e razionale: infatti adesso so che gli Sprinbook, una piccola antilope simbolo tra l’altro del Sudafrica, sono come degli animali sentinella. Loro camminano volgendo sempre le spalle al sole, e ciò per lasciare ai loro predatori sempre il campo visivo più sfavorevole in controluce, laddove questi secondi decidano di puntarli frontalmente. Laddove invece i predatori felini decidano di coglierli alle spalle, vi è sempre un’antilope per così dire sentinella che occupa la retrovia, emettendo un segnale al primo rumore: a quel punto tutto il branco si arresta, ma con la zampa sollevata da terra, pronti a scattare come centometristi allo start. Ne segue un’impasse tra l’antilope e il leone su chi fa la prima mossa, su quale direzione prende, che può andare avanti per ore. Ecco, avvistare un branco di Springbook in questa curiosa posizione mi fa capire che li vicino c’è un grosso felino: dalla mia postazione munito di binocolo comincio a scandagliare la savana e alla fine lo scorgo. Ma non si tratta di un leone, bensì di un ghepardo o forse due, pronti a lanciare il loro sprint: sto per assistere forse ad una delle scene più belle che la natura riservi, la corsa a 110km/h di un ghepardo contro la preda. Attendo almeno un’ora e mezza che la situazione si sblocchi, i contendendi sono fermi come scacchisti attendendo la mossa dell’avversario. I ghepardi scalpitano e sembrano parlare tra loro, le antilopi restano irte e concentrate, mi sembra quasi di sentirli respirano anche se saranno ad almeno 50 metri. Eppoi……eppoi accade l’imponderabile, o meglio lo scenario peggiore che stavo da un po’ presagendo: una mandria di facoceri italiani risale il dorso della collina e raggiunge la mia postazione di avvistamento. Li avevo già messi a fuoco e scansati all’ingresso del parco: goffi, brutti, milanesi tamarri anzi zarri, risalgono il crinale facendo un casino della madonna col loro armamentario di macchinone fotografiche, cellulari, lattine e urla. In pratica guardano il safari solo dai loro obiettivi. Parlano, litigano tra loro con sto accento orribile “ueeeee ti avevo detto di fotografare gli ippopotami, hai preso solo sti tacchini di merda!!!!!” Gli intimo il silenzio ma quando stanno per andare via, compio il madornale errore di spiegare ad una di quelle il motivo del silenzio e che li è appostato un ghepardo: la scrofa richiama a gran voce indietro il suo verro e il resto della mandria, ne seguiranno minuti di rumori e orrori e foto ricordo della loro plastica bruttezza, intervallati da rutti che , battutona, sarebbero dovuti sembrare ottimi richiami per le bestie. Dopo poco perdo di vista sia le antilopi che i ghepardi. Una delle condizioni imprenscindibili per un safari è’ mantenere il silenzio e non vi vuole molto a capire che gli animali, appena odono caciara, scappano: all’uopo le guide indigene di questo angolo del mondo hanno imparato a raddoppiare gli inviti al silenzio laddove nel safari siano presenti esemplari del popolo percepito fin quaggiù come il più rumoroso e irriducibile al silenzio, gli italiani. Altre precauzioni adottate dalle guide locali in presenza di italiani sconfinano addirittura nell’umiliante, come quella di non introdurre mai dianzi ad esponenti del Belpaese l’argomento “soccer”, perché poi vanno avanti per sedici ore a parlare di Juve, Napoli, Roma e di uno strano gioco che si fa in base al rendimento del giocatore, le ammonizioni, i rigori sbagliati etc: in questo angolo del mondo tra Zambia, Zimbawne e Botswana appariamo figure di merda con il fantacalcio.
La sera riesco a estorcere dalla guida i nominativi di due di quei tizi, in modo da poter così commentare la loro foto su Facebook quando la pubblicheranno e spiegare che, grazie a quello scatto, forse non avrò mai più la possibilità di vedere un ghepardo che caccia ma mi resterà sempre scolpito nel cuore il loro sorriso da maiali

Tropico del Capricorno: Il dito di Caprivi (an horror movie)

Giorno 14
A discapito di quel suo nome fortemente assonnate col parola italiana “quando”, il Kwando river e’ invece un fiume fuori dal tempo. Scorre nell’altopiano del Mudungu segandolo in due come una lama e segnando il confine tra il Botswana e questa bizzarra e affusolata appendice di Namibia chiamata “il dito di Caprivi”. Più tardi si getterà nel Chobe, a suo volta affluente dello Zambesi e tutta questa enorme massa d’ acqua precipiterà poi in quel battistero ancestrale delle Victoria’s Falls, mia meta finale. Lungo il Kwando si alterano tra i canneti villaggi primordiali e lussuosi lodge costruiti dagli inglesi. In uno di questi, anche se solo nel lazzaretto del camping, alloggiamo noi. Ricorderò sempre questo posto per il dramma sentimentale che ivi si è consumato e a cui ho assistito. Per la verità ha anche degli aspetti da documentario animalistico e da filmetto del terrore americano. Allora ci sta un enorme camion di un’altra spedizione che più o meno fa un percorso simile al nostro e che avevamo già beccato nel delta dell’Okawango. Tra loro, una coppietta di americani o forse australiani, molto bellini e innamorati, forse in viaggio di nozze, sempre incollati l’uno a l’altro per come tutti li ricordavamo. A questo punto l’ovvio imprevisto compendierebbe, se fossimo in Europa o America, che di colpo si scoprisse che lui ogni giovedì sera, invece di giocare al calcetto con gli amici, in realtà andasse a farsi fare una colonoscopia da un trans brasiliano in tangenziale, o che si appurasse che lei, sebbene vegetariana, prendesse in realtà ogni mattina la carne dal garzone del macellaio…..ma queste sono le noiose e retrive storie di noi occidentali: qui in Africa e’ tutto meno banale e vi è sempre una ineliminabile componente wild. Allora, diciamo che ad un tratto un urlo terribile ha squarciato la notte, anzi molte urla, e poi pugni contro una porta, fasi concitate, versi di animali; io ricordo poi di aver visto questa attraversare le varie tende, bianca come un cencio e con un’espressione da indemoniata di qualche b-movie horror: ecco mi ricordava quella del film “the ring”, anche perché poi continuava a ripetere frasi con presente sempre la parola “the beast”, la bestia ma anche il demonio mi pare. Urlava e avanzava inciampando e invocando la Bestia. Diciamo che erano in bagno, lei e il suo amato maritino, un bagno esterno in mezzo alla natura, a fare la doccia o non so cosa. Odono il verso terribile di un animale, che lei reputa essere un coccodrillo, si sarebbe trattato con ogni probabilità invece di un ippopotamo i cui versi si odono qui assai più distinti. Questo animale e’ tra l’altro per l’uomo assai più mortale e pericoloso del coccodrillo stesso in Africa: al di la di quell’aria paciosa e dell’essere erbivori, gli ippopotami sono in realtà’ estremamente aggressivi con le altre specie incluso l’uomo, sia in acqua che fuori. E vi è poi una precauzione che tutti gli indigeni ripetono: se un ippopotamo sta fuori dall’acqua, mai frapporsi tra lui e l’acqua stessa, mai calpestare la sua via di fuga verso il fiume o la pozza: impazziscono e caricano all’istante. Ecco, quella toilette (dove infatti io non ho messo piede) e’ costruita a cazzo di cane proprio lungo una potenziale via di fuga degli ippopotami. I due sposini anzi solo lei è’ presa dal panico e si barrica nel bagno, convinta che la Bestia, coccodrillo o Hippo che sia, stia posizionata proprio fuori la porta. A questo punto entra in scena il marito che non si sarebbe mostrato proprio come un campione di coraggio bensì di utilitarismo, ma il condizionale e’ d’obbligo giacché le versioni più disparate sull’accaduto si rincorrono nel territorio che va dall’Okawango allo Zambesi. Secondo la tesi più accreditata, il marito avrebbe voluto fare, come si suol dire, una botta due fucelle: 1) aiutare il fragile ecosistema africano fornendo ad un predatore materia prima con cui sostenersi 2) rimediare ad un peccato di gioventù col quale con troppa faciloneria si era andato a impelagare sull’altare di una chiesa. Avrebbe insomma afferrato la moglie per i capelli o in qualche altro modo e l’avrebbe scaraventata, fuori in pasto alla Bestia. In effetti pare che proprio così sia andata e lui mezz’ora dopo stava ancora barricato in bagno. Lei la mattina dopo e’ nella hall dell’albergo, motivata a chiedere il divorzio e chiedendo al personale dell’albergo di non farlo accostare. Lui pateticamente prova a dare una sua versione e chiede a noialtri di fare da pacieri ma e’ troppo tardi: lei ha fatto già chiamare una jeep che la porterà nel più vicino aeroporto, anche se in realtà a molte ore da qui.
Noi invece proseguiamo per il bacino del Chobe, che si rivelerà un altro paradiso.
Ah l’Africa!

Tropico del Capricorno: i babbuini ladri

Giorno 13
Stamattina era il mio turno a preparare le colazioni per il resto della spedizione ma qualcosa è andato storto: quando ormai la tavola era imbandita, mi sono distratto un attimo per andare al cesso e subito sono arrivati loro, quei gran bastardi di babbuini: hanno portato via tutto, ma quando dico tutto intendo dire tutto, dallo yogurt ai corn flakes, dal bacon alla marmellata fino alle buste di latte e alla bomboletta spray anti- zanzare! Sono creature estremamente intelligenti e ciniche, con tecniche di depredazione che farebbero invidia a lestofanti professionali: loro non perdono certo tempo ad annusare il cibo, ad ispezionare le buste in cerca di qualcosa di potenzialmente commestibile, assolutamente no. Loro arraffano subito tutta la refurtiva, da analizzare e discernere poi in luogo sicuro. Li osservo ormai impotente mentre con aria più che di scherno, dalla sommità di un colle, bivaccano con le nostre libagioni, si buttano addosso tra loro i corn flakes, aprono le buste del latte e se le versano addosso mentre io rimugino su cosa dire mai agli altri che si vanno svegliando per spiegare questo davvero strange accindent. Guardandoli così schiamazzare e bivaccare, mi torna in mente chissà perché la scena patetico-comica consumata allo stadio San Paolo durante un Napoli -Juve, quando, dinanzi ad una tribuna inferocita che mi chiedeva di sedermi per non occultare la visuale, me ne uscì con la davvero infelice frase “scusate signori ma sono impossibilitato”: ne seguirono 90 lunghissimo minuti di scherni e articolati insulti da parte di un intero settore dello stadio che manco Quagliarella quando torno’ a Napoli con la maglia della Juve. E meno male che non si arrivò ai supplementari e rigori!
Cmq, tornando ai babbuini, riesco e recuperare la bomboletta anti -zanzare che a loro non serve ma a me si, dal momento che da ste parti ci sta pure la malaria, e ciò con una specie di “cavallo di ritorno” che compendia la proofferta di altro cibo in cambio del prezioso repellente: resta tuttavia ancora da spiegare ai miei compagni di avventura, ormai desti, i dettagli di questa imprevista Waterloo…..ma che figura di merda, dio cane !!!! Manco a poter dire, che ne so, “vabbuo’ragazzi, e’ andata come e’ andata ma adesso andiamo al bar a fare colazione e faccio io”: macché, che stiamo nel bel mezzo del Delta dell’Okawango e la città più vicina sta a 300km. Più o meno come uscirsene a Napoli di andare a prendere un caffè a Matera, con in mezzo il deserto del Kalahari….
Ovviamente “the baboons accident”, l’incidente dei famelici (e stronzi) babbuini non mancherà’ di alimentare una letteratura di dileggi e prese per il culo da parte dei miei compagni di spedizione, che a questo punto vi vado a presentare. Allora, diciamo che di solito preferisco fare tutto da solo senza ricorrere a nulla di organizzato e qui in africa per i primi 10 lunghi giorni ho fatto così . Poi però ho capito che i posti più belli e impervi erano pressoché irraggiungibili by my self che manco so portare una macchina, così, dopo attenta selezione, ho optato per questa agenzia specializzata in extreme safari che mi avrebbe condotto, lungo tutto un cammino impervio, fino alle Cascate Vittoria: loro si chiamano i Wild Dog ed hanno tutta una loro filosofia di viaggio estrema e wild che ho sposato a piè pari prima di partire, filosofia già riassunta nello slogan ” Run like a dog! ” Nove giorni in tenda in posti ai confini del mondo, non proprio come dire il tour delle casalinghe di Voghera agli scavi di Pompei! Per un viaggio del genere, tra mille asperità, e’ fondamentale una buona coesione tra i componenti e devo dire che, pur tra sconosciuti, andiamo molto d’accordo. Siamo in 6, più due guide indigene; ci sta una coppia di signori svedesi ormai attempati sulla sessantina: lui bonaccione ingegnere della Volvo a Göteborg, con una fortissima somiglianza col noto gestore di una tabaccheria caprese e un sorriso perenne sulle labbra che gli scivola via solo quando deve cacciare 50 cent dal portafoglio; lei, medico, che ho ribattezzato Axel Mounthe perché, col mecenate proprietario di villa san Michele, condivide, oltre che la nazionalità e la professione medica, anche lo stato attuale di salubrità e decomposizione delle carni, simile ad una mummia ormai: ci mette un minuto a chiedere che ora è, non oso immaginare quanto a sviluppare una articolata diagnosi ad una paziente! Ci sta poi una milfona inglese che sfoggia eccentrici vestiti più adatti ad un concerto di Lady gaga che ad un safari estremo,a che cmq non fa mai una piega di fronte alle difficoltà peggiori; e poi ci sta sta altra coppia di inglesi anzi scozzesi mie coetanei che però vivono ad Abu Dabhi dove insegnano: lui tranquillone di poche parole e molte birre, lei vivace intelligente con una bella tempra e se per questo pure una bella pacca, ma molto maestrina Rottermeir. Sa tutto lei e gli alunni devono stare zitti, insomma una scassacazzi. Per esempio, l’altro giorno abbiamo acchiappato l’ennesimo posto di blocco in Botswana per sta fantomatica campagna contro la carne appestata dagli stranieri: era richiesto di disinfettare le proprie scarpe in una sorta di zerbino imbevuto di qualche sostanza strana che avrebbe ucciso tutti gli agenti patogeni dell’afta epizotica molto teoricamente. Si tratta di quelle classiche misure psicotiche e paranoiche tipiche dei regimi autoritari, prive di senso: può mai una stuoia incatramata fermare un ‘eventuale epidemia? Così quando è toccato a me , ho dichiarato che avevo con me solo le scarpe che portavo al piede, con nessuna voglia di aprire il rimorchio, recuperare le altre scarpe e passarle in quel cesso di zerbino ferma- epidemie. Ma lei niente: assiste alle scena , si impunta e si ingrippa che “o tutti o nessuno ” , dobbiamo necessariamente tutti intingere ogni paio di scarpe che abbiamo in quel battistero ablutorio dalla peste, che la legge anche se dura va sempre rispettata etc……finale della storia: io e un altro, giusto suo marito che aveva condiviso con me il bluff di un solo paio di scarpe, siamo costretti a smontare il bagaglio e rintracciare tutte le scarpe per passarle nel fantomatico zerbino purificatore, mentre un poliziotto ci guarda torvo e il suo stesso marito mi ripete sottovoce: ” non sposarti, non farlo mai, te lo dico come un fratello, non sposarti!”
E domani magari vi presento puri i due tizi che fungono da guide……non ve lo dico proprio.
Ad ogni modo il safari marcia, comincio a sentire possibile il compimento dell’impresa, vedo stagliarsi sullo sfondo la sagoma di David Livingstone e sulll’orizzonte l’Isola Mpalilla e le Cascate Viittoria. Oggi siamo rientrati in Namibia in questa strana appendice di territorio chiamata ” il dito di Caprivi” e lunga 600 km, protesa verso il bacino minerario dello Zambesi ed eredita di conquisete coloniali. Montiamo le tende presso il Kwando river, presso la autoctona comunità dei Mboskuntu. Ho ormai doppiato il Capo di Buona Speranza e le Winelands, superato la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, bypassato le depressioni saline dell’Etosha Pan e le alture del Waterberg Plateau, attraversato il Kalahari e il delta dell’Okawango, resta il bacino del Chobe e l’altopiano del Mudingu. Lo stato di salute e’ buono anzi eccellente io sento proprio bene , molto wild. Perciò come è’ scritto sulla nostra jeep:
Run like a dog!

Tropico del Capricorno: l’Altrove dei Boscimani

Giorno 10
Welcome to Botswana, tequila sexo marijuana .
No, aspe’ quella era Tijuana, in Messico, qua è tutta un’altra storia, Africa profonda, e l’unica cosa che abbonda in questo Botswana e’ un’altra: il deserto, il cd Kalahari, in lingua indigena “terra della sete”. Ne percorriamo un bel tratto di 550 km partendo dalla capitale della Namibia, Windhoek, ed entrando poi in Botswana in un posto nel bel mezzo del nulla. Le frontiere qui non sono che una linea immaginaria nella mente dei geografi occidentali ed è solo un agente di dogana a farci render conto di aver passato il confine. La Namibia e’ un paese grande una volta e mezzo la Germania ma ha due milioni di abitanti, quanto Napoli e provincia, il Botswana ha un’estensione simile ma ancora meno abitanti, un milione circa: in seicento km di strada incontriamo una sessantina scarsa di automobili, nessuno o quasi riesce ad abitar queste terre ostili all’uomo, ci riescono solo i boscimani e noi da loro siamo diretti. Per la verità il Kalahari non è, se non per la parte centrale, un deserto in senso classico fatto di dune di sabbia, o meglio la sabbia c’è ma è ricoperta da una vegetazione fatta di arbusti spinosi e rovi, l’inospitale Bush ma quella testa di cazzo di presidente usa non c’entra. Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”