Alexander – Prologo

PROLOGO
Quello per il quale sto per partire e a cui ho pensato in maniera incessante e finanche ossessiva nelle ultime setttimane,forse mesi, è un viaggio che definirei con un aggettivo meglio di altri : abnorme . È un viaggio abnorme, come espressione di una grandezza irregolare e fuori norma, non funzionale; è abnorme come un rumore che si deflagra da un sottosuolo magmatico; è abnorme come abnorme il mostro che lo ha generato, la mia Fantasia . Quest’ultima è una considerazione assai meno auto-lusinghiera e compiaciuta di quanto possa sembrare, perché io ritengo davvero la mia Fantasia come una sorta di Leviatano, una creatura mostruosa che mi alberga dentro d qualche parte e che si presenta talvolta a reclamare la sua libbra di carne, da esaudire con un viaggio, una caccia al tesoro o robe del genere, altrimenti mi consuma e fa sentire come un bambino con la paura di un vicoletto buio. E così per farla contenta e darle sazietà anche stavolta, mi sono inventato sto viaggio, dove a dirla tutta ho un po’ bluffato, nel senso che questo viaggio lo ha già fatto qualcun’altro prima di me , qualcuno di assai più noto ovviamente. Ma dopotutto faccio sempre un po’ così, si tratta di mettere su un asse cartesiano uno spostamento tra un A e B usando come ascisse la Geografia e come ordinate la Storia. E dunque se A è casa mia a Capri , il B lo collochiamo da qualche parte in quello che oggi si chiama Uzbekistan, ed in mezzo ci mettiamo una parte di mondo da attraversare che oggi si chiama come si chiama ma che al’ epoca dell’impresa del mio illustre predecessore era occupato da luoghi che andavano col nome di Epiro, Pelagonia, Tesprotia, Macedonia, Tracia, Troia, Bitinia, Cilicia, Cimmeria, Regno di Urartu, Corasmia e tanti ancora . Le strade possibili sono un bel po come tanti i bivi da scegliersi. Diciamo che in linea di massima dovrei salpare da Bari per raggiungere quello che un tempo si chiamava Epiro e oggi Albania meridionale, dove la madre del mio eroe ebbe i natali e anche Egli si rifugió dopo l’assassinio del Padre, poi non saprei se andare subito a Est verso la terra ove questa leggenda ebbe origine, la Macedonia ed il “regno di luce” della Pelagonia o svoltare a sud verso le sorgenti del fiume Acheronte (che esiste davvero , si) in modo da evocare il mio eroe, i villaggi di pietra della Zagohoria e le Meteore. Diciamo che per certo le due strade si ricongiungono a Thessalonika, da cui marciare attraverso la Tracia e il fiume ove Egli visse la prima vittoria. Verrà poi l’Asia Minore, ove Egli sbarcó ove un tempo stava Troia, accolto da una pioggia di frecce persiane, una delle quali stava per ucciderlo prima che lui si ergesse sul Bucefalo a sbaragliare i nemici. E poi la dotta Efeso, la Licia e la Bitinia fino a Isso dove il suo alter ego persiano Dario disponeva di un esercito 9 volte più numeroso ma ruppe in fuga sgomento di terrore di fronte alle sua falangi . Verrà poi la Mesopotamia col Tigri e l’Eufrate, e nuove truppe persiane a sbarrargli il passo inutilmente , per una strada che da qui si dipana oltre Babilonia ed un regno dell’ignoto, forse ancora oggi . Terre grandi come l’Europa ricoperte da steppe sconfinate, che oggi si chiamano Kazakistan o Uzbekistan, ove esistevano laghi or divenuti deserti e buchi nel terreno che bruciano come fossero porte dell’inferno . Ed alla fine, oltre i deserti bianchi e le montagne rosa, sta lei, la Città blu che diede in sposa la bella Oxane al Nostro. Li sta Samarcanda, in Uzbekistan, mia meta di arrivo . E questo che sto per compiere, se non lo avete ancora capito , è il viaggio che su per giù duemila e cinquanta anni fa compi Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo ed Olimpiade, a tutti noto come Alessandro Magno.
Terrò un diario di viaggio qui come sul mio blog che chiamerò “Alexander”. Ad accordar fiducia a Google maps la via più breve fino a Samarcanda consta di quasi seimila km, 5.926 per l’esattezza . Ma se sto già in Puglia vuo dire che ne ho percorsi circa duecento, quindi ne mancano 5.700 e sto già a buon punto ! E forza, allora, partiamo risoluti ed indomiti per la nostra impresa come Alessandro Magno !

Dolcissima Mljet, isola di Ulisse

Nella moltitudine e più di isole e isolotti della Croazia, un posto speciale nel mio cuore lo occupa a tempo indeterminato l’isola di Mljet, Meleda in veneziano, nomi entrambi assonanti con la parola “miele” e non certo per casualità: il nettare che qui viene tutt’oggi prodotto trova estimatori sin dagli albori della cultura greca, dai tempi di Ulisse e Penelope per capirci . Si , perché al di là degli struggenti scenari, delle pinete che paiono annegare nel blu elettrico del mare, delle lagune salmastre che col mare stesso si confondono in un tutt’uno disorientando pure i pesci che paiono finire quasi da soli nelle reti, vi è un motivo ulteriore che me la fa amare e discende da quella che è la mappa più bella del Mediterraneo che sia stata mai disegnata, quella dell’Odissea di Omero. Per quanto mi riguarda questa mappa vince per distacco proprio perché disegnata non lo è stata mai ma è un compito che viene lasciato in parte alla Fantasia, in parte a riscontri oggettivi che gli inceppati come me della cd “geografia omerica” si sforzano a trovare . Bene , nella mappa immaginaria dell’Odissea, Mljet dovrebbe corrispondere all’isola di Ogigia, quella dove Ulisse s’iimbatte nella ninfa Calipso, la quale lo tenne prigioniero per sette anni facendogli smarrire la rotta e facendolo girare con la sua ciurma in tondo tra le isole . A stare qui e guardare la moltitudine di isolotti e scogli affioranti , per non parlare di canali e lagune, si intuisce come dovesse essere in effetti facile perdere la rotta del mare aperto, a prescindere dalle maledizioni di una ninfa innamorata ….
Mljet è anche il parco naturale più antico della Croazia e come già detto qui si fa un miele dj millenaria bontà . Ma il territorio è invece come il corpo di un pianta senza fiori e questa è a ben vedere una fortuna, perché così attira meno insetti : il suo essere più che altro priva di comodi accessi al mare assicura sopravvivenza alla sottocultura devastante della Trimurti spiaggia/ lettino/ aperitivo, volta a trasformare ogni cm utile di bagniasciuga sostanzialmente in una discoteca diurna.
La dolce Meleda, un luogo in cui perdersi come vi si perse Ulisse

Dalmazia, Serenissima figlia

Un luogo unico al mondo è certo Venezia. Mia opinione è che ad ogni modo la sua unicità discenda non solo dalla incomparabile suggestione della città e del Canal Grande , da questo scrigno di bellezza rinascimentale come immerso in un liquido amniotico ancestrale: io credo che tale unicità discenda anche dalla promanazione enorme che la Serenissima sa dare di se . Se pensiamo che all’apogeo della sua potenza , collocato intorno a fine 1500, la città di Venezia, alla guida di una lega composta anche da una componente minoritariadi napoletani e genovesi,riuscì a Lepanto nel 1581 a sbaragliare la intera flotta dell’Impero Ottomano , che occupava più di metà del mondo allora conosciuto , ci rendiamo conto solo in parte della potenza della Serenissima. E se dunque una parte del mondo era sotto il vessillo del Paacia di Constantinopolj, l’altra metà parlava veneziano.
Tutta la Dalmazia, disseminata di isole verdi e scogliere calcaree che si perdono come stelle marine nel blu dall’Istria al Montenegro, parla veneziano, abita in Borghi veneziani e conserva nomi di città e strade in veneziano. Tutta la Dalmazia è ancora irradiata dalla luce di Venezia.
Ed in una di queste isole , la bellissima Corcula, nacque uno dei figli più noti della Serenissima, capace con la sua lungimiranza di legare per sempre la sua madrepatria al lontanissimo Oriente : Marco Polo

Nato il 4 di Luglio

Questo gatto piuttosto bruttino che si aggira e spadroneggia per il mio giardino a Capri ha un nome piuttosto bruttino e cacofonico, difficile a pronunciarsi. Cioè ovviamente sono io che gli ho messo sto nome impossibile, l’ho chiamato infatti New Planet. L’etimologia o meglio la ratio criminis di questo nomignolo e’da ricercarsi in tempi lontani che però in un certo qual modo si intersecano con la ricorrenza odierna, il 4 di luglio festa di indipendenza americana. Si, perché ora che sto a Napoli e pure mezzo malato mi son tornati alla mente quei 4 di luglio in quei faboulos anni’90 a Capri, quando la nutrita comunità di residenti e turisti americana si lascia andare a chiassosi festeggiamenti dell’Indipence Day. Mi ricordo come, tra noi ventenni sinistroidi consegnati ad un anti-americanismo culturale, serpeggiasse un malcontento nel veder queste bandiere a stelle e strisce sventolare qua e la per Capri, ma poi ricordo pure di come (almeno a me sicuro) ben presto l’odore della pucchiacca spazzasse via queste farraginose e pedanti sovrastrutture pseudo-politiche e ci si mettesse in caccia delle tanti festanti turiste americanelle con minigonna e infradito da mare, un boccone facile in quel giorno per loro consacrato alla festa smodata e ad alzate di gomito. Nelle battute di caccia in stile savana ricordo pure di aver spesso dovuto incrociare le lame in duelli rusticani con un’altra tipologia di predatori attirata dal bottino: i centauri ciammurri, di quelli old style un po’ western che si muovono a bande ed hanno un forte e forse eccessivo radicamento col territorio. Nel cacciare la preda, ad una maggiore vigoria fisica di natura palestroide dei miei antagonisti e a quel loro teorico fascino un po’ primitivo che piaceva alle turiste in cerca di qualcosa roots BLOODY roots, contrapponevo una migliore capacità dialettica ed una farsesca messinscena in cui spacciavo le mie avances non per squallidi abbordaggi da italiano medio che pensa solo alla figa, ma per per velleità di filantropia multiculturale diciamo, di chi è interessato a confrontarsi con culture diverse per un arricchimento reciproco. Ero solito inoltre millantare conoscenze e citazioni, per la verità piuttosto approssimative ma wikipedia tanto non esisteva ancora; il mio pezzo forte in particolare erano le stelle, di cui mi professavo un grande conoscitore sapendole una ad una identificare e catalogare nella volta celeste,da ammirare ovviamente in un luogo appartato e buio….l’avvento dei tablet e di una stupida applicazione chiamata “cielo stellato” unità agli anni che passano hanno definitivamente posto fine a questa strategia, ma questa e’un’altra storia. Si perché a queso punto della storia devo spiegarvi perché il gatto si chiama New Planet: questo era il nome di un locale, un postaccio che non c’è più situato sotto quello che era lo Zeus. Era una sorta di palestra per giovani Dee jay oltre che un ritrovo di ciammurri hardcore che si dilettavano in loco in una specialità della casa, il mirror check, quella tamarrata del ballo davanti allo specchio vista forse anni orsono in un video di Michael Jackson e preservatasi a quelle latitudini come la lucertola azzurra, nel senso che sopravvive solo in particolari anfratti di degrado socio-culturale dell’isola. Ecco non ricordo ora se era proprio un 4 di luglio ma una sera, con una turista americana, rapiti dall’euforia del momento, ci infilammo in questo New Planet. Fui subito attorniato da loschi figuri dediti al mirror check e messo al corrente della vigenza giuridica in quel posto del Kanun, un codice civile non scritto di origine albanese che prevede il diritto di faida e il vincolo di territorialità con una sorta di diritto di seguito: quello era il loro territorio e qualsiasi cosa rinvenuta nel loro territorio apparteneva al loro, quindi anche la “mia” turista americana. Quello che sembrava il loro capo rincarò la dose versadomi anche un fondo di bicchiere nella camicia……si’, ma che c’entra il gatto New Planet con sta storia squallida, vi starete chiedendo. E c’entra perché quel fatto fa così col mio gatto Carbonello, non lo fa accostare al giardino che lo mena e gli brucia maledettamente il culo ogni qual volta il più bello e giovane Carbonello si bomba una gattina nel suo, presunto, territorio. Proprio un cafonazzo sto New Planet!
Comunque per la cronaca, al di la delle intimidazioni e delle territorialità, tutto sommato mi ricordo un sacco di bei 4 di luglio, anche la tattica delle stelle strano a dirsi funzionava, certe sciammerie pe basc a chillu Pizzolungo, come canta un neomelodico, “viene a vede i stell, o cannocchiale lo tengo pronto già”

Bordeaux, luogo alchemico ove l’acqua si trasforma in vino ed il vino in acqua

Diversamente dall’Italia, ove la notorietà è piuttosto equamente diffusa tra i suoi molteplici siti, credo che la Francia abbia una sua capitale macrocefala che catalizzi tutta o buona parte dell’attenzione, contrapponendo la percezione di se a quella della restante parte del paese. In parole semplici, quando si pensa alla Francia si pensa a Parigi o si pensa a tutto il resto. Bene, il resto è tanta tanta roba : quanto sono belle le colline bagnate dal maestrale di Provenza, le spiagge che appaiono e scompaiono della Bretagna, le fortezze medievali di Dordogna o i vigneti spugnati di rugiada della Borgogna . E come è bella quella parte di Francia che pare scappare verso l’oceano tra vigneti e canali chiamata Aquitania, al cui termine ci sta Bordeaux. È una città dall’eleganza sobria e vetusta , adagiata sull’ estuario della Garonne poco prima che questa si riversi nell’oceano, che dalla Cite veille di Bordeaux non si vede ma si annusa, si respira anche nei vicoli inondati di prodotti esotici e d’oltemare come caffè e spezie, che ne fanno percepire la sua essenza di porto di mare antico. Il suo centro storico detiene il primato di sito Unesco più grande al mondo in un’area urbana ed un motivo piuttosto semplice si intravede : è bellissimo. Ad ogni modo oltre l’oceano e la salsedine, oltre il fiume e la rugiada, il liquido principale che pare donare un’essenza al tutto è un altro qui a Bordeaux: il vino, tra i più pregiati al mondo e che pare sgorgare da ogni angolo della campagna circostante. Bordeaux mi è parso un luogo pervaso di un’energia alchemica, ove l’acqua si tramuta in vino ed il vino in acqua

Napoli violenta – part.6: o’ “Torregaveta”

U ” Torregaveta”, altresì chiamato con una punta di snobismo dai cittadini la “Cafoniera” e’ una linea che da origine a molteplici cd liti di viabilità, per via di un equivoco basilare: essendo una linea extraurbana, non effettua tutte le fermate in città ma solo alcune. Ebbene questa cosa sembra risultare profondamente indigesta all’utenza, che più volte ho visto protestare con vemeenza ma mai come oggi…
Il clima a bordo già non è dei migliori, vige un’atmosfera da tregua armata. Immigrati in viaggio verso la zona flegrea con i loro sacchi di iuta ricolmi di ogni cosa possibile ( le cd mappate) sottraggono spazio e costringono a difficoltose gimcane pretenziose “signore” della Napoli bene residenti nella zona rivierasca. Una di esse ci tiene assai a far sapere, a voce molto alta, agli altri passeggeri che lei su quel bus schifoso ci è finita solo per uno scherzo del destino, la macchina dal meccanico e il bancomat per pagare il taxi smagnetizzato. L’inverosimile endorsment le vale cmq l’immediata solidarietà di una sua consimile, che attribuisce la colpa di tali sconcezze (quali?) all’attuale sindaco, inveisce contro la popolazione equiparata a grossi ovini e rimpiange tempi lontani in cui queste cose non si verificavano (non si capisce bene quali tempi, forse quelli dell’apartheid in Sudafrica o dell’Alabama o della Lousiana prima della guerra di secessione americana, dove appunto ai”negri”era vietato di sedersi sui bus).
A rompere questo fragile ecosistema, salgono ad un tratto degli improbabili tizi, una famiglia suppongo, agghindati a festa per un matrimonio secondo i radicali cliché della tamarreide: capelli fonati taglio sale &pepe, Giacche di raso lucido, unghie laccate, pantaloni aderentissimi anche per gli uomini che culminano su mocassini modello Briatore o tacco 12, e tanto altro ancora. D’altra parte l’occasione lo richiede, oggi convola a giuste nozze un tipo che chiamano “o Pezzotto”, la cui moglie alla uscita della chiesa e al momento di montare in macchina, sembrava, dicono, Elisabetta Canalis. Incuriosito, do una sbirciata sugli schermi degli i-phone già grondanti foto e video della funzione religiosa e butto un occhio sulla sposa, non potendo che concordare sulla somiglianza con la Canalis, a condizione che quest’ultima fosse appena sopravvissuta ad un terribile incidente stradale, fosse appena reduce da una lite con Freddy Krueger, avesse passato gli ultimi 6 mesi a mangiare cheeseburger e avesse scelto lo stesso stilista di Marylin Manson….
Ad ogni modo, dopo la cerimonia, o Pezzotto ed Elisabetta Canalis saluteranno amici e parenti presso il ristorante xxxxx in via Partenope o Santa Lucia, suppongo. Insomma i tizi devono scendere prima della galleria della Vittoria, per raggiungere a piedi il lungomare. Ma il bus non ferma, apriti cielo! La galleria di trasforma in un lungo tunnel d’odio e insulti all’indirizzo dell’autista, la cui madre viene paragonata a qualsiasi cosa abbia a che fare col sesso in natura. L’autista dal canto suo non cede e di certo non può aprire le porte (come gli chiedevano!) nel bel mezzo della galleria. Ma poco dopo uno degli invitati al matrimonio Pezzotto/ Canalis rompe gli indugi e come un novello Chuck Norris aziona un congegno per l’apertura automatica delle porte. Inchiodata dell’autista e chiamata immediata della polizia. Il gruppo- nozze e’a un bivio: proclamare un Aventino e darsela a gambe o affrontare la Madama a muso duro, forti delle loro ragioni. “Ci amma’ fa sempre arriconoscereee”, e aprendo di nuove le porte scelgono l ‘opzione 1 dandosela a gambe in un rotolare di tacchi e mocassini dorati, mentre pigramente una sirena della polizia si avvicina. Torregaveta, lungi dall’essere un banale capolinea di destinazione di un bus, è un luogo immaginifico posto in un “altrove”, ove ognuno colloca i propri sogni e la propria idea di mondo : a ben vedere , proprio il concetto che Tommaso Moro disegna di “utopia”

Russkij Mir – il Mondo Russo

Io credo che esista una concetto da analizzare per comprendere, o almeno provare a farlo, la beninteso folle e criminale ambizione di Putin e del suo ensemble di “conquista”dell’Ucraina o almeno di una porzione di essa: è quello di “Russkij Mir”, di Mondo Russo. E’ un concetto trasversale a tutti i campi del sapere e del vivere a quelle latitudini, che trova sue implicazioni culturali, storiche, letterarie ed è a mio avviso la pietra angolare della nuova geografia di mondo che il Cremlino persegue. Anzi, l’aggettivo nuovo/a suona quanto mai inappropriato agli occhi dell’aggressore, perchè esso ha in quell’ottica (pur distorta che sia) una radice storica consolidata e ineccepibile. Di Russkij Mir è impastata tutta la società russa, è il cemento che lega l’oligarca milionario moscovita al contadino nomade delle steppe siberiane; del Russkij Mir è una proiezione celebre la letteratura russa: “Guerra e pace” di Tolstoy è pieno Russkij Mir, lo è “Anime morte” di Gogol che più o meno si ambienta quasi profeticamente in luoghi o meglio non-luoghi collocabili sulla mappa in quelli degli eccidi di Bucha e dintorni, anche Dostoevskij è puro Russkij Mir. Il concetto trova una sua ovvia esplicazione anche geografica e politica, quindi in una parola geo-politica. Insomma cosa è, dove inizia o meglio dove finisce il Russkij Mir di Putin? Credo che la logica animatrice di base sia da rintracciare in quella categoria del pensiero politico che il grande filosofo della politica Karl Schmitt disegna un secolo fa: é la logica amico-nemico a fungere da scintilla, da confine e da termine ultimo di ogni azione politica. Per Putin ed il Cremlino ogni cosa dentro il Russkij Mir è amica e come tale assoggettabileo meglio da assoggetare, ogni cosa al di fuore di esso si colloca nella categoria “nemico”. I farneticanti propositi bellicosi di distruzione di Londra e dell’ Occidente intero con l’arma atomica , propagandati ai tg della sera ed nei proclami tonitruanti del capo supremo sin dalla prima notte di guerra, per realistici o no che siano, hanno tutti una unica “causale”, un unico comune denominatore: verrete distrutti se interferirete nel Russkij Mir, se metterete il naso nel nostro Mondo Russo. Resta da capire dunque fin dove arriva nella matita del Cremlino tale Mondo Russo ma sta una variabile ancora da inserire sul grafico: con la disgregazione dell’ Urss in una ventina di stati di piccole e grandi dimensioni, almeno 15 miloni di cittadini russi, di lingua e religione russa, restano “intrappolati” in paesi con diversa bandiera, il più delle volte apertamente ostile al vecchio invasore. Parliamo di ex personale amministrativo di Mosca o cittadini intimamente russi a vario titolo trovatisi da un giorno all’altro in paesi che ora si chiamano Ucraina, Lituania, Kazakistan o Turkmenistan, in un’area di mondo sconfinata ed eterogenea. Il progetto di Putin sin dalla sua presa di potere a metà anni ’90 non è quello di riportare questa moltitudine di russi a casa ma di far arrivare la “casa Russia” presso di loro, di “liberarli” dal giogo delle neonate repubbliche usurpatrici del Russkij Mir. L’ambizioso e folle progetto non è perseguito solo verso Ovest ma in tutte le direttrici di marcia dell’ex Armata Rossa: a sud con la “liberazione” del Caucaso dagli Ottomani, dove Putin dispiega un’intera armata per la riconquista di una regioncina grande quanto la Campania chiamata cecenia, a Est dove le truppe russe intervengono in Kazakistan, un paese grande quanto l’intera Europa, a difesa del Presidente fantoccio ed in Mongolia, che nei servizi del meteo (da sempre uno delle cartine la tornasole più indicative di ogni regime) prende il sedicente nome di “Buriazia” : la toponomastica dei luoghi, il ribattezzarli secondo proprie esigenze di dominio è da sempre un corollario delle dittature. Ma torniamo sulla scena del crimine, torniamo ad Occidente: dove finisce il Russkij Mir di Putin ad Occidente? Ad inizio delle ostilità avevo azzardato una lettura della guerra basata sulla disposizione dei fiumi sul territorio, un incedere del conflitto di fiume in fiume, di sponda in sponda contesa: non credo ci avessi sbagliato. Dopo una prima fase dissennata di attacco all’intero territorio ucraino per fortuna naufragata in una clamorosa sconfitta, l’Armata Rossa si è riposizionata sul Don, scegliendo una via di avanzamento terrestre più limitata che gli è storicamente più congeniale: ha già superato il Don e punta seppur lentamente sul secondo grande fiume che taglia in due l’Ucraina: il Dniepr. Potrebbe fermarsi li e posizionare la bandierina del Russkij Mir sulla riva sinistra di esso, lasciando all’Ucraina residua e l’Occidente nemico tutto cio che è situato ad ovest, ma è ormai chiaro che l’obiettivo ultimo è posizionato più ad ovest fino alla riva di un altro fiume. Anche qui la toponomastica dei luoghi parla chiaro: il fiume è il Dniestr, che in Occidente prende il nome di Nistro, nome datogli dai mercanti genovesi giunti fin qui nel medioevo, i quali identificavano chiaramente esso come una barriera, ad ovest della quale esisteva una terra di commerci e scambi culturali, ad est di esso un mondo ignoto ed ostile: il Russkij Mir di oggi, il Mondo Russo nei sogni del Cremlino arriva sulla sponda sinistra del Nistro, dove sorge una sedicente repubblica autoproclamata non certo a caso chiamata Transnistria, uno costola ribelle della Moldavia “traditrice” ed innamorata dell’Occidente.
Spostiamo anche l’orizzonte sul mare: una delle primissime operazioni militari compiute dalla forza militare russa è stata l’occupazione in grande stile, con navi e forze spropositate, di una piccola isola, poco più che uno scoglio, situata molto ad Ovest e molto oltre la liena di combattimento terrestre, quasi di fronte alla foce del Danubio ed alla Romania: prende il nome affascinante di Isola dei Serpenti ed è legata a quell’episodio celebre di pochi sparuti marinai ucraini che eroicamente via radio rifiutano la resa e mandano letteralmente a quel paese le soverchianti forze di invasione russe. Quell’occupazione così vistosa e fuori scala ha aperto subito gli occhi agli esperti del settore sulle ambizioni russe di conquista del suolo ucraino: per capirci, è come se la Germania a teorica protezione delle entità tedesche dell’ Alto Adige, nel dichiarare guerra all’Italia occupasse Lampedusa. E’ stato sin da subito chiaro con l’occupazione di quella Isola dei Serpenti che la bandierina russa da piazzare guardava molto oltre il Don, molto oltre il Dniepr, oltre anche la Crimea. E dove insomma?
Le ascisse e le ordinate di tutte le variabili geografiche, politiche, storiche e strategiche trovano una loro bisettrice tutte in un unico punto, convergono tutte li: Odessa. E’la meta in cui tutte le variabili confluiscono, persino al cinema: ricordate il fim “la corazzata Potemkin manifesto della retorica russa, ben più noto per la sua parodia nel film di Fantozzi col nome storpiato in corazzata Potiokmin? E’ ambientato ad Odessa. Dove aveva sede da sempre la flotta russa sul Mar Nero? Ad Odessa. Qualsiasi slancio russo verso ovest ed “i mari caldi è partito da Odessa. Odessa è la meta irrinunciabile e simbolica dell’espansione russa, quella conquistata la quale poter gridare vittoria nella piazza rossa a Mosca, ma è anche qualcosa di irrinunciabile per l’altra parte, l’ultimo porto sul Mar Nero, la Fort Alamo degli Ucraini, la loro linea del Piave e combatteranno fino all’ultimo uomo. Odessa è la tappa ultima di questa corsa al massacro. L’esito finale è per fortuna incerto ma sarà quella la battaglia finale tra il Russkij Mir e l’Occidente: la battaglia di Odessa

Le ultime ore di Napoli, preparata alla sua Apocalisse

In tanti scriveranno di Napoli dopo (e se ci sarà) questa giornata epica, cosi io provo a raccontare il “prima” ovvero come la città si avvicina ad essa . Bene proviamoci, perché semplice non è e le immagini evocative non possono che essere tratteggiate a tinte forti e vagamente apocalittiche,perchè quest’ultima è una dimensione connaturata al luogo e quando è chiamata a disvelarsi non può che farlo in scala abnorme . È come se tutta la città fosse poggiata su una bestia preistorica, una creatura mitologica risiedente nelle sue sconfinate viscere e che stia ineluttabilmente per venire in superficie dopo essere stata a lungo evocata. La lunga notte di attesa se ne va come in una sorta di sabba collettiva di evocazione della Creatura dove nessuno pare avere voglia di dormire , migliaia di corpi che in ogni piazza, in ogni vicolo paiono danzare a passettini sul suo corpo come le formiche sul corpo della progenitrice regina. Ho già scelto la facile immagine dell’Apocalisse ma la allegoria mitologica meglio rispondente mi pare risiedere in un’altra creatura : il Leviatano, un gigantesco mostro biblico incarnazione del Caos la cui presenza nel mondo è ineludibile e nota a tutti gli abitanti terreni chiamati a conviverci. Ma vi è di più : il Leviatano come fenomenologia del Caos è forza ordinativa del Caos stesso e come tale creatrice del mondo, delle sue regole, della sua società. Gli abitanti terreni non sono nemici del Leviatano ma suoi consociati, non combattono il Caos bensì lo regolano come forza creatrice, stipolano un patto con Esso. Napoli ha stipulato un patto millenario col suo Leviatano, che gli alberga dentro, si contorce intorno alla città e la plasma prima di tornare nelle sue viscere . La infinita notte di attesa è ormai passata e nessuno pare aver dormito. Il Leviatano è ormai pronto ad uscire dalla sue viscere e tutti lo sanno, che sia oggi o la prossima domenica conta poco, il calcio e il suo calendario non sono che ormai un dettaglio,’ una tessera di un mosaico più grande che è pronto a disvelarsi nella sua bellezza non perfettamente armonica. La Bellezza,’si perché ve ne è tanta e come dicevo tendente ad una sua disarmonia, come quella di una ginestra che buca la cenere e riaffiora sulla lava di un vulcano

Bulgaria inedita: il villaggio di legno e di lana

Ieri sono stato in questo paesino a un paio di ore da Sofia dal nome non facile a pronunciarsi e che con un po di fantasia può diventare uno di quei grattacapi che butto nelle cacce al tesoro: da Koprisvhtica, cambiando un paio di lettere si può arrivare facilmente a “copri svista” e, considerando che il suo quartiere principale si chiama “albitron” e la stazione in bulgaro si dice “gara” il contesto appare facile a desumersi. A volte lo scrivono anche alla maniera ottomana Koprishtitza, pronunciato tipo “Copri zizza”, il posto agli antipodi dello slogan sessista “escile”.
Al di queste minchiate cmq posto davvero carino e bello pure il viaggio per arrivarci, con la campagna che a poco a poco si libera dagli stupri in calcestruzzo della megalopoli per andarsi a stagliare con uno strano colore verde bottiglia che ricordavo dal mio precedente viaggio, questa volta adornato di migliaia di alberi da frutta in fiore. Sullo sfondo stanno le altissime vette del massiccio del Pirin, le cd “Montagne d’acqua” dove appunto, in un magnifico viaggio di qualche anno fa verso il “vello d’oro” mi inerpicai di passaggio finendo in una setta di sciroccati radunati sulle sponde di un lago alpino, i cd Bogomiti.
Ad ogni modo si giunge alfine a Coprizizza , cittadina di duemila anime che hanno già visto tutte svariate primavere (il più giovane che avrò incontrato avrà avuto ottant’anni). L’attrattiva unica del luogo sono le case in legno in stile ottomano, miracolosamente scampate alla furia edilizia di quella sorta di religione del Brutto che è stata il socialismo reale: davvero graziose e autentiche, ancora abitate dai suoi incartapecorìti abitanti di origine appunto turca, dediti in massima misura alla coltura della lana, tanto è ci sono pecore ovunque, anche nelle dimore storiche. Anche il miele che fanno qui lascia sbalorditi. Insomma un posto davvero autentico, che sono contento di aver visitato

La crociata- lampo. Cap.I Tel Aviv, “la California promessa” degli Ebrei

Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro