La Testa mora- giorno 1: la città di Modigliani

“La città di Modigliani” è Livorno, che diede i natali ad uno dei miei artisti preferiti nel 1884

ed è oggi la tappa di partenza di un breve viaggio, della durata di un week end o poco più, ancora in Francia, questa volta nella sua propaggine insulare meridionale: la Corsica, che per la verità di francese ha a mio avviso molto poco o per lo meno ha così tanto di proprio da elidere la condivisione con ingombranti vicini. Ad ogni modo dicevano di Livorno, da cui si parte

Si tratta di una città che desideravo vedere da tempo, attratto dalla sua “alterità”, dall’essere cioè qualcosa di diverso e anomalo in una regione tempestata dalla bellezza come la Toscana. In effetti se ci si ferma solo alla regione di appartenenza, Livorno difficilmente può catturare lo sguardo se paragonata a Firenze o Siena, Lucca o San Giminiano, la campagna del Chianti o la eterna rivale Pisa. Nondimeno, nel suo essere fuori dalle principali rotte turistiche, Livorno conserva una sua originalità ed un suo carattere, una sua forza primigenia direi, che gli deriva dall’impronta di città portuale e a vocazione operaia. Figurarsi che qui nel 1921 è nato, ovviamente da una scissione, il Partito Comunista italiano

non in una metropoli come Roma o Milano dunque, e nemmeno in un polo culturale di riferimento come non so Bologna, ma in una piccola città a vocazione operaia come Livorno. Ed a ben vedere, forse, è l’unico momento o quasi in cui la sinistra in Italia è stata espressione appunto di istanze operaie, rimanendo per il resto ingabbiata in un ribaltamento di prospettiva tutto italiano, quello per cui la sinistra appunto attragga i radical chic della classe borghese (come me per esempio), mentre i ceti sociali più deboli finiscano sempre per propendere per idee reazionarie e di destra, tipo Mussolini, Berlusconi ed oggi la Lega. Ad ogni modo stop con sta politica, mica sono venuto qua per questo!

Son giunto qui altresì per perdermi nel centro storico di questa città, che sorge sui canali come Venezia ed infatti ne mutua il nome, nel senso che appunto il borgo antico di Livorno, il suo insediamento medievale viene chiamato “La Venezia”. È la seconda volta in meno di un mese che mi ritrovo in luoghi che rievocano o perlomeno vengono paragonati alla Serenissima: a marzo nelle Alpi francesi dell’Alta Savoia visitai la bellissima Annecy, e se quella era detta “la Venezia delle Alpi”, Livorno allora potrebbe essere “la Venezia dei poveri”, senza che la definizione assuma una connotazione negativa, anzi. Qui non regnano certo lo splendore e la magnificenza di Rialto o del Canal Grande, anzi è un incrociarsi di canali melmosi dal nome più crudo di “fossi”solcati da piccoli barchini da diporto, ma è un luogo assai più autentico e pulsante della algida ed asettica Venezia, a cui non è stato risparmiato certo il destino toccato a tutti i centri storici di città così belle: quello di diventare dei luoghi del tutto svuotati da quella che era la funzione originaria, abitati solo da facoltosi turisti che non vi vivono stanzialmente e soprattutto non vi lavorano, deprivando i luoghi di quella che era la sua funzione originaria, la sua ossatura. Nei centri storici di Roma, Firenze , Parigi trovi piazze del mercato dove non esiste nessun mercato, vie che rimandano a professioni che nessuno si sognerebbe di svolgere: dei “non-luoghi”, come li ha definiti Marc Auge. Qui a Livorno invece tutto “puzza” di vivo

La gente in questo centro storico vive e si questi canali ci lavora, ci pesca….e poi magari rincasa e cucina delizie come quelle dell’immagine di copertina, che ripropongo qui casomai ve la foste scordata

Questa roba qua si chiama “il caciucco”, nome che dovrebbe derivare dal turco “kucuk “, vale a dire “piccolo”. Quello mangiato in questa osteria era ad essere estremamente riduttivi eccellente: era qualcosa di afrodisiaco, inebriante, un viagra naturale. E lo stesso direi del crudo di mare e dello stoccafisso di questa eccellente osteria, il cui recapito sarò ben lieto di fornirvi se vi interessa . Ottimo anche l’hotel dove ho dormito

appena a ridosso del centro storico è affacciato sui canali, di ottimo gusto e prezzi contenuti, come anche il ristorante e tutto ciò che ho incontrato a Livorno, una meta dove tornerei volentieri.

Le nozze in Savoia – giorno 3: la petite boucle

Il nome prescelto per la giornata odierna riecheggia in versione mignon qualcosa che agli appassionati di ciclismo non devo assolutamente spiegare ma, visto che in tema di sport tutto ciò che non sia pallone in Italia finisce per essere qualcosa di nicchia, allora meglio specificare: la “grande Boucle” è il tour de France, la corsa ciclistica per eccellenza che assume questo nomignolo per via della forma che sul territorio francese traccia, simile più o meno ad un riccio (boucle in francese).

Ed io oggi nel partire dalla dolce Annecy e dovermi andare ad inerpicare in una remota vallata alpina, appunto disegno un piccolo riccio ma soprattutto attraverso montagne epiche di questo sport, il cui solo nome evoca negli appassionati sfide all’ultimo pedale: il Galibier, il Moncenisio e per finire il mitico Iseran, il passo in quota su strada asfaltata più alto delle Alpi, transitabile solo pochi mesi all’anno. Tutto ciò per quanto mi riguarda comunque significa un nome e un cognome e a percorrere queste strade mi sembra ancora di vederlo lì, Marco, solo come un papa ed esile come un grillo, lasciarsi dietro uno ad uno squadroni interi di marcantoni rivali, dopati fin sopra i capelli e più simili a robot che ad avversari. Ogni volta che percorro una salita sacra del ciclismo ci ripenso e mi commuovo, E vabbè ,Pantani mi tocca proprio il cuore.

La mia “tappa” prende il via nella tarda mattinata da Annecy, da cui mi congedo con una passeggiata in riva al lago e una gita al castello sovrastante la città vecchia, appartenuto ai duchi di Ginevra. Un primo treno regionale mi conduce fino a Chambery costeggiando il lago di Aix-Les Bains, anche esso molto bello. Quello che ricorderò di questo viaggio è il tossire e respirare incredibilmente affannoso di una ragazzina seduta al mio fianco, che non mancherà ovviamente di riversarmi addosso uno tsunami di germi che in 24 ore scarse “fioriranno” regalandomi un febbrone.

Nella graziosa Chambery faccio un bel giretto in attesa di una coincidenza. Qui siamo in quella regione di Francia che prende il suggestivo nome di “Delfinato” in onore all’erede di quello che era il trono di Francia, che assumeva appunto il titolo di Delfino. Si tratta di una cittadina graziosa adagiata in un fondovalle, anzi in due fondovalli che qui si intersecano, uno lungo la direttrice nord-sud e conduce verso Grenoble e uno lungo l’asse est-ovest e arriva verso l’Italia prima di sbattere contro la barriera delle Alpi. È li che io sono diretto, in un collo di bottiglia chiamato Modane, ultima città francese prima del traforo del Frejus, che buca l’enorme montagna e riemerge in Italia a Bardonecchia, dalle parti del Sestriere. Ma a Modane, una città di frontiera dove incontrerete, se mai dovesse fermarvici, solo camionisti stanchi che fumano nei caffè, io scendo e devio verso nord-est, inforcando una valle ammantata di neve che si rivela subito uno spettacolo che toglie il fiato.

Appare prima un’imponente bastione militare, il Forte Maria Therese, che domina l’accesso all gola e quindi all’Italia, di epoca forse rinascimentale.

Poi la strada sale e la neve comincia a farla da padrona. Questa è la Val Cenis, dall’omonimo monte che la sovrasta e che in italiano prende il nome di Moncenisio: prima del traforo del Frejus, è stato col suo difficilissimo passo in quota per molti secoli pressoché l’unica via di accesso dalla Francia all’Italia se si esclude la via costiera dell’attuale Ventimiglia. E quando parlo di molti secoli intendo anche quelli intercorsi quando questi due paesi si chiamavano Gallia e Impero Romano. Arrivo subito al dunque: non è un dato storico certo ma con ogni probabilità dal Moncenisio è passato col suo esercito ed il suo seguito di elefanti quel generale cartaginese passato alla storia come Annibale.

Insomma Pantani, Annibale: questa è proprio una strada per eroi, dannati e solitari, tormentati e geniali. A proposito del secondo, pare che qualche stregone del Dna dei giorni nostri sia persino riuscito a rinvenire in queste montagne frammenti di ossa o tracce della cacca di quei poveri bestioni sbattuti dalle calde savane africane fin qui su queste lande flagellate dalla neve e dal vento. La leggenda narra che uno solo di quegli elefanti riuscì a superare il passo, ove sorge un bellissimo lago glaciale, ed entrare in Italia per marciare su Roma. Il pensiero di trovarmi sulla strada percorsa dal grande generale che da solo quasi mise in ginocchio Roma mi riempie ovviamente di emozione, e il pensiero vola subito commosso ad un caro zio che di Annibale e della sua controversa storia è un grande appassionato. Ma passato l’imbocco del Moncenisio, per me la strada continua a salire verso nord, in una valle sempre più stretta e innevata, quella che conduce ai maestosi ghiacciai eterni della Vanoise e al mitico Iseran. Per la verità, “eterni” è un parolone ormai quando si parla di ghiacciai delle Alpi, che nel corso di meno di un secolo hanno perso il 90 dico il 90% della superficie di un tempo, e parliamo di milioni di anni. Una violenza con cui la razza umana si prepara felicemente all’autosterminio, vabbè. Ad ogni modo di ghiaccio e di candore bianco ce ne è ancora a quantità per l’occhio che non è abituato a questi scenari, e passato l’ultimo abitato di Bessans, la strada è pressoché una striscia di asfalto in mezzo ad un mare bianco alto due metri, a destra e a sinistra.

E si arriva a Bonneval, un magico borgo in pietra in fondo ad una valle chiusa, con i tetti talmente ricolmi di neve da chiedersi come possano non cadere e le croci della chiesa che a malapena emergono dal mare bianco. Qui domattina sarò testimone di un bellissimo matrimonio, come in un romanzo di Stendhal o di Flaubert

Le nozze in Savoia – giorno 2 : la Venezia delle Alpi

Non brillerà per originalità il soprannome conferitole ma indubbiamente non appare inappropriato ne immeritato, giacché la piccola Annecy è davvero uno scrigno di bellezza raccolto intorno ai suoi canali come la Serenissima

Sorge annidata in un angolo di un magnifico lago alpino, nello spicchio dove il fiume Thiou ne fuoriesce dividendosi in molti rivoli e canali. Il paese sorge proprio tutto sui lembi di terra e le intercapedini di terra lasciate dal fiume, dando luogo a una urbanistica così singolare e deliziosa. È da ipotizzare che tale collocazione sia dovuta al fatto che li l’acqua del fiume, già dotata di una sua forza permettesse alle ruote dei mulini di girare e azionare i telai. In via del tutto teorica infatti ad Annecy sono ancora molto pubblicizzati prodotti di sartoria locale. Dico “teorica” perché francamente, a voler trovare un difetto al luogo, diciamo subito che ha un’impronta un po’ troppo turistica per garantire la genuinità di prodotti tipici e lavorati in loco, e la gran parte dei prodotti esposti, dai vestiti si cappelli per finire agli onnipresenti formaggi, “puzzano” un po’ troppo di cianfrusaglia per turisti scemi.Un passato di fervido artigianato e professioni antiche è comunque individuabile ad Annecy, nelle testimonianze dei suoi ben conservati palazzi.

Ma l’attrattiva che cattura lo sguardo e incanta rimane pur sempre la vieux ville con la sua disposizione fiabesca sui canali, tra i quali girare a zonzo

per ore fermandosi a bere un calice di vino o gustare una crêpes savoiarda (un’orgia di formaggio, come d’altra parte la fondue, la raclette e altre specialità locali).

Poi se proprio si riesce ad essere stanchi della città vecchia, si può sempre ripiegare sul bellissimo lago a poche decine di metri, incastonato tra le Alpi d dal colore verde smeraldo.

Estremamente gradevole anche l’albergo dove ho soggiornato, in un palazzo un po’ malandato ma dove trovano ubicazione una serie di stanze tutte arredate, ognuna a suo modo, con un gusto estremamente singolare dalla proprietaria giramondo, che serve la colazione nella cucina di casa piena di monili recuperati a diverse latitudini del pianeta

Insomma, decisamente un bel posto questa Annecy

Le nozze in Savoia – giorno 1: Lione, elegante ed algida signora

Lo sapevate che il fiume che scorre qui maestoso dando una conformazione quasi marina alla città, il Rodano, prende nome dal luogo di origine dei suoi primi colonizzatori ovvero la lontana isola di Rodi? Si, pare infatti che in un tempo mitico di Ulissi ed Argonauti erranti, anche da queste parti abbiamo avuto la loro versione della genesi eroica- classicheggiante, con una nave di coloni arrivare dal Medio Oriente (Rodi è si in Grecia ma praticamente di fronte alle coste turche) e porre le basi di una arcaica civiltà dalla parti della foce di questo gigantesco fiume, nella regione del Delta della Camargue presumibilmente.

Questa almeno l’opinione di Plinio il Vecchio, lo stesso che dalle nostre parti ci racconta della eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei e dove anch’egli se non erro ci rimise le penne.

Bene, cosa c’entra questo con la Lione di cui vorrei parlarvi oggi? Non molto in effetti, ma ho una passionaccia per ste cose, e poi quando non si sa come attaccare un pezzo, un buon modo è sempre quella di pescare nel mondo classico, con la sua infinita e variegata aneddotica

La Lione odierna è una città che del passato classico presenta ancora qualche flebile traccia, riconducibile in massima parte alle rovine di un anfiteatro romano, del tempo in cui si chiamava Lugdunum ed era un villaggio dei Galli assai indomiti e ostili alla presenza romana.

L’impronta prevalente della città pesca in un altro passato, di epoca medievale, se è vero che non si contano tra chiese e conventi le edificazioni in stile gotico, con le caratteristiche guglie aguzze e le inquietanti gargolle (o gargoyle se preferite) fare capolino dai tetti

Ecco, quella alle mie spalle è la basilica di Notre Dame, meno celebre della sua “collega” parigina ma non meno bella. Qui siamo a Vieux Lyon, la vecchia Lione, cuore pulsante della città sulla rive droite della Saona, cui si accede dalla Presqu’ile con una serie di ponti e bellissime passerelle in ferro battuto

Come si vede, per capire Lione non si può prescindere dai suoi due fiumi che la attraversano per poi unirsi poco più a valle e disegnare una geografia bizzarra alla città, che sorge in gran parte su una penisola, laPresqu’ile appunto. E se a Vieux Lyon domina il gotico con le sue chiese aguzze e i suoi vicoletti acciottolati, la Presqu’ile risponde con un magnificente stile rinascimentale, organizzato in radiose piazze ornate di fontane ed edifici in marmo bianco

Nel complesso si tratta di una città davvero bellla, con una serie davvero imponente di piazze suggestive ed edifici storici da ammirare. Quella sovrastante è appunto la Place des Jacobins ma non è da meno la bellissima Place des Terraux

O la gigantesca Place Bellecoer, per dimensioni tra le più grandi di Europa e che in effetti potrebbe ospitare per quanto è vasta le partite della forte squadra locale di calcio, l’Olimpique

Tanta maestosità conferisca alla città un’aria estremamente elegante e a volte un po’ distaccata, tanto è che una delle caratteristiche celebrate di Lione è la “froideur”, la freddezza da intendersi non in senso negativo come algida distanza ma come elegante e rispettoso distacco. Certo se siete tra i pasdaran di Napoli e della “napoletanita” tout court, Lione non è proprio il posto che vi rapirà il cuore, perché proprio rispetto a Napoli pare agli antipodi, per diversi aspetti. E pare diversa pure da Parigi, non ricalcandone certo l’aspetto da metropoli ma esprimendo rispetto alla cosmopolita capitale un’essenza più genuinamente francese. Diciamo che Parigi e Lione possono stare in un rapporto analogo a quello che in Italia sono Roma e Firenze, capitale la prima, gemma d’arte la seconda.

Ad ogni modo l’anima più intima di Lione la si percepisce nei suoi tipici locali, dai dehors alle splendide case a pianterreno tramutate in deliziose pasticcerie

Per finire ai brulicanti “bouchon”, termine che letteralmente significa “tappo” ma che – Lione indica un tipo essenziale di taverna dove si familiarizza ai tavoli e si mangia a più non posso. Qui, tra bottiglie di vino dalla strana dimensione di una pinta e sostanziose portate della rinomata cucina locale, la “froideur” lionnese svanisce assai in fretta, stipati come si sta in panche di legno strettissime che paiono obbligare alla socializzazioni col vicino di companatico. Sta da dire che, visto forse il successo della formula, vi è un pullulare un po’ eccessivo di bouchon, la gran parte dei quali si rivelano trappole per turisti con una proposizione di cibo piuttosto dozzinale. Ma con un po’ di ingegno lo si trova il bouchon su misura per i propri gusti, come successo a me che la prima sera mi sono fatto incastagnare in uno turistico, poi il giorno dopo me ne sono scelto uno con cura dove lavorano giovani chef emergenti assai legati alla fervida tradizione gastronomica locale, in una bella location costituita da un dehors sul fiume con begli arredi in stile art nouveau…..e difatti pure quando arriva il conto, ti fanno bello nouveau nouveau, ma vabbè ne è valsa la pena. Ah, qua mi arrisico a sconsigliare la cosa a un’altra categoria di persone, i vegani: in effetti la rinomata cucina lionnese pare poco calibrata sulle loro esigenze. Pensate che il piatto tipico si chiama “andouilette” ed è sta porcata letteralmente di salsiccia ripiena di interiora di maiale appunto. Per smaltirla vi consiglio dopo una bella camminata sulla ripida collina della Croix Rousse,

dalla cui sommità si ammira un magnifico panorama della bellissima Lione, una dama elegante e aristocratica da corteggiare con educazione e un po’ per volta al fine di amarla.

Le nozze in Savoia – Prologo

Sgomberiamo subito il campo da un potenziale gigantesco equivoco: le succitate nozze non riguardano me, almeno non nella parte di “attore principale” ma in quella secondaria eppur fondamentale del testimone. Ed è proprio per officiare a questo importante compito in un matrimonio di due carissimi amici che mi son messo in viaggio di buon grado, in un momento ahimè avverso per gravi problemi familiari. Reco con me anche un prezioso corredo nuziale che contempla anche il vestito per il giorno del fatidico sì e che mia madre ha allestito come dono per la nubenda. In questa storia tutto profuma di un romanticismo di epoche andate, di un gusto cavalleresco tra gentiluomini ottocenteschi, come fossimo in un romanzo di Flaubert o una novella di Victor Hugo, e ovviamente rimanda ad un tempo passato anche la location, un borgo in pietra incastonato nelle Alpi appena al di là del traforo del Monte Bianco, nel massiccio della Vanoise coi suoi ghiacciai eterni, in quella regione francese che manco a dirlo si chiama Savoia. Anzi, per la verità quella è “l’alta Savoia”, che è il più bel ossimoro geografico mai sentito, atteso che i nostri regnanti avevano un’altezza media che nei casi migliori non superava il metro e sessanta, tant’è che dovettero andare a pescare una principessa spilungona in Montenegro per assicurare alla futura progenie una statura più regale. Ma vabbè. Alla metà ci arrivo con un piccolo cammino che non è certo all’altezza di viaggi spericolati in posti esotici ma che, come già sottolineato, non manca di offrire i suoi spunti per così dire “letterari”: partirò dalla confluenza tra il Rodano e la Saona, ove sorge la bella Lione, per poi spostarmi lungo la valle scavata da quell’imponente fiume verso Chambery e la bella Annecy su un lago incantato. Da lì raggiungerò poi le montagne dell’ossimorica Alta Savoia, dove per la verità si annuncia proprio per il giorno della celebrazione un clima polare, ma non ci perdiamo in dettagli…

A come Atlante: Caporetto

Un Atlante non è probabilmente lo strumento migliore per individuare Caporetto, giacché ivi consultando, la trovereste sotto il nome di Kobarid, entro i confini della nostra piccola vicina Slovenia. Si tratta di un luogo ameno, adagiato sulla riva del fiume Soca, che in italiano si chiama Isonzo e scorre piuttosto animoso in un suo bel verde bottiglia. E’ la meta prescelta per gli appassionati di rafting, cui mi sono anche io cimentato con alterni risultaticaporetto5

I boschi circostanti si prestano anche a magnifiche escursioni, soprattutto nelle gole scavate dallo stesso Soca (ma preferisco chiamarlo Isonzo) o dai suoi tumultuosi torrenti affluenti . Nel link sottostante può ammirarsi ad esempio la suggestiva salita alle cascate del Kozjak       koziak waterfall            

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La bellezza e l’armoniosita’ del paesaggio lascia difficile immaginare che proprio qui, tra Bovec e Kobarid, si è consumata una delle più cruente sanguinose battaglie della prima guerra mondiale, una terribile carneficina per le truppe italiane le cui testimonianze dopo 100 anni sono tutt’ora visibili nei boschi limitrofi pieni di postazioni d’artigliera distrutte e ossari militari. Kobarid e’ infatti il nome in lingua slovena con cui è chiamato quello snodo drammatico della nostra storia detto Caporetto.  A condurmi in questi luoghi è stata ovviamente la storia tragica di questa battaglia, i cui resoconti mi sono stati tramandati anche in via orale, nei racconti di mia nonna a sua volta figlia di un soldato italiano qui impegnato. Poche cose mi hanno emozionato come il vagabondare per quei boschi alla ricerca di reperti e luoghi significativi della battaglia

e ricostruire da vicino la geografia di quei luoghi e quelle valli con le descrizioni lette sui libri;  nella stessa Caporetto sorge un davvero ben tenuto piccolo museo che ne ricostruisce in maniera dettagliata le sorti. Ad ogni modo preferisco affidare la mia testimonianza al diario di viaggio che a caldo buttai giù sul posto, pieno di emozioni e di inevitabili errori grammaticali, ma che offre anche un quadro piuttosto fedele delle vicende belliche consumate (mi ero documentato per mesi).

Giorno 3
L’alba sulla valle dell’Isonzo ammirata dal balcone dellla Locanda del “Vecchio Fabbro”, Stari Kovac, reca con se una scoperta sconvolgente, che mi fa aggiungere al mosaico un’ultima tessera, che da lontano sui libri non potevo spiegarmi: particolari condizioni climatiche tipiche delle doline e delle strette valli alpine a U danno luogo in particolari momenti del giorno a correnti termiche discendenti, che portano a valle anche una fitta nebbia umida. Glory morning, Soca river, Tolmin, Slovenia
L’alba del 24 ottobre 1917 vedrà quella nebbia avvolgere la prima linea dell’esercito italiano in un abbraccio mortale, come un castigo biblico o un vento infernale che brucia la pelle e acceca gli occhi. La circostanza della corrente termica discendente deve essere ben presente ai genieri del 35esimo battaglione specialisti dell’Alpenkorps tedesco. Sono giunti qui dal fronte della Somme, recando con se un souvenir inatteso e letale, un po di “aria di Ypres” per così dire: tonnellate di un gas chiamato appunto iprite dal luogo del suo debutto storico, che ora viene rovesciato e mandato giù con la nebbia del mattino sui reparti del battaglione “Friuli” posizionato nelle trincee sottostanti. caporetto8 Lo Stato Maggiore Italiano aveva contemplato la possibilità di un attacco con questo nuovo letale tipo di armamenti cd chimici e si era premurato di rifornire alla spicciolata le unità di prima linea con rudimentali maschere anti-gas ( simili quasi a maschere del carnevale veneziano)  che proteggessero le vie respiratorie dei poveri fanti. antigas

Ma l’iprite non attacca le vie respiratorie, questo gas arroventa l’aria e brucia la pelle: quella mattina del 24 ottobre la nebbia che cala giù dal Monte Nero non è umida ma ribollente e squaglia in pochi istanti almeno 600 alpini, che restano li pietrificati, come mosche bruciate su una lampada alogena. caporetto11
Gli italiani si sono inerpicati sin lassù a costo di sanguinosissime perdite, con cifre in termini di vite umane più assimilabili ad un genocidio che ad un bollettino di guerra. Le ben 11 offensive lanciate dall’Esercito italiano sull’Isonzo hanno prodotto un avanzamento complessivo di 24 km e perdite per oltre 110 mila uomini solo su queta parte del fronte: su per giù significa che ogni km e’ costato 5000 perdite, ogni metro conquistato e’ valso 5 vite. La dinamica di queste battaglie di avanzamento aveva previsto sempre un medesimo terribile copione: veniva chiesto o meglio dire imposto ai reparti di fanteria di lanciarsi a migliaia contro le mitragliatrici nemiche, nel cinico calcolo della probabilita’che,su mille lanciati in avanti,almeno qualche sparuta decina riuscisse a raggiungere la trincea nemica. Nondimeno, gli italiani ora sono qui su. Gli austro-ungarici sono stati ricacciati indietro, oltre la linea dell’Isonzo, e costretti a combattere ora sul loro territorio. Vi è di più, una brillante offensiva condotta in agosto ha visto gli alpini sbaragliare una esausta divisione di ungheresi e occupare addirittura una porzione di territorio ad est dell’Isonzo, il cd altopiano della Bainsizza.bainsizza azioni La retorica di guerra accoglie con parole trionfali questa vittoria in pieno suolo austro-ungarico e, in una congerie a metà tra la politica e la tattica militare, viene deciso che l’altopiano della Bainsizza debba essere la testa di ponte per successive conquiste, che la strada per conquistare Lubiana e addirittura Budapest (!!!) cominci proprio li, su quell’altopiano carsico. Mai più piccola vittoria fu foriera di un così grande disastro e mai definizione geografica fu più fuorviante di quella usata a proposito della Bainsizza come “altopiano”. A vederla ad occhio nudo adesso mi rendo conto che definire la Bainsizza altopiano e’una boutade come può esserlo chiamare tavolo da cucina una scala a pioli erta su un muro. Si tratta in realtà di un ripido e scosceso pendio, un saliente in gergo militare che si inerpica fino ai 2.600 metri del monte Mrzli, un suolo pressoché indifendibile giacché al nemico posto sulla cima basterebbe gettare un sassolino dall’alto per ferirti.bainsizza

Un generale prussiano vissuto secoli addietro, Ernest Von Clausewitz, scrisse un giorno:” la politica e’ la prosecuzione della guerra con altri mezzi”; in questo caso per l’esercito italiano valse invece la regola opposta, e’ la politica a dettare la linea e la guerra ad esserne piegata alle esigenze: pare,a e’ una dato storico dibattuto, che lo Stato Maggiore italiano, attendendo nell’autunno del 1917 una contro offensiva austriaca, abbia chiesto al governo di poter abbandonare quella testa di ponte così rischiosa ed esposta per poter ripiegare pochi metri indietro lungo la linea dell’Isonzo, assai più facilmente difendibile. Ma da Roma hanno fatto sapere che ciò è’ impossibile: mesi di sanguinose perdite trovano ora una giustificazione retorica nella conquista di questo “altopiano” al nemico e paventare un ripiegamento sarebbe motivo di demoralizzazione per le truppe e l’opinione pubblica.A capo dello Stato Maggiore italiano figura un uomo anziano, il generale Luigi Cadorna, la cui capacità militare e’ inversente proporzionale alla sua boria, smisurata. cadorna

Dai modi autoritari e brutali, il “Generalissimo” impone ai suoi ufficiali un disciplina ferrea ai limiti del disumano nello gestire le truppe, con fucilazioni sommarie per deficienze anche minime. Tronfio nella sua alterigia, e’ solito pavoneggiarsi tra ufficiali di essere a capo del più grande esercito che abbia mai marciato sul suolo italico dai tempi di Giulio Cesare: l’unico paragone spendibile oggi col mondo romano e’ quello per cui la sua inettitudine espose l’Italia alla più grave sconfitta dai tempi di Annibale. CADORNA-IN-VISIA-SULLO-ZERMULANell’autunno del ’17 Cadorna glissa sulla possibilità di un contrattacco nemico: la Bora ha cominciato a soffiare e tra pochi giorni i passi alpini saranno innevati, rendendo impossibile per l’esausto esercito austro-ungarico l’invio di nuove truppe necessarie per un contrattacco in tempo utile. Inoltre il rapporto in termini di truppe e di armamenti e’ tutt’ora di vantaggio per le truppe italiane, gli austriaci non potranno che lanciare una lieve controffensiva di alleggerimento.
Il 21 ottobre un maggiore di origine rumena diserta dall’esercito austriaco diserta e viene condotto al quartiere generale italiano: ha mappe dettagliate di un attacco in grande stile nella valle dell’alto Isonzo e parla di almeno 100.000 uomini arrivati dalla Germania. La sua viene reputata una barzelletta che non fa ridere e viene passato per le armi. Il suo era un dato arrotondato al ribasso: per una nuova e ardita strada costruita dai prigionieri russi lungo le pendici del monte Tricorno,caporetto2

tra valanghe e ghiacciai sono affluite 7 divisioni tedesche e 4 austriache. caporetto12

Una divisione in media conta 25.000 uomini. A migliaia giungono anche cannoni e nuovi armamenti, tra cui anche i nuovissimi fucili mitragliatori.caporetto13

Un inferno sta per abbattersi sulle linee italiane ma Cadorna dorme sogni tranquilli ed è addirittura in licenza.
L’esercito italiano e’ posizionato a difesa di un fronte di oltre 30 km ma privilegia di difendere l’indifendibile testa di ponte di poche centinaia di metri, la Bainsizza, ammassando in un territorio scosceso una quantità esponenziale di truppe.baisizza3 La zona si trova al centro dello schieramento, gli attacanti scelgono ovviamente di attaccare sulle ali dell schieramento, a Tolmin a valle e a Bovec in alto, dove sono già entrati in azione gli specialisti di Ypres. Quando il gas frigge le membra degli alpini della “Friuli”, appostati nei pressi sono già pronti gli uomini di un reggimento di guastatori bosniaci. Si tratta di un corpo di mercenari musulmani ma ora fedeli al cattolicissimo imperatore austriaco. Sono noti per la loro ferocia di tagliagole, derivano dagli antichi giannizzeri ottomani e ora hanno di fronte fanti friulani e veneti. Venezia contro Impero Ottomano, una sfida che torna a ripetersi nei secoli, ora sotto altre uniformi. I tagliagole bosniaci non usano fucili, sono armati con una sorta di picche con cui sbrindellano la testa da trincea a trincea ai superstiti italiani

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Un maggiore di artiglieria italiana osserva a poche centinaia di metri la scena travisandola del tutto. Il suo nome e’ presente su tutti i libri di letteratura, si chiama Carlo Emilio Gadda: lo stile sincopato e un po balordo, imprevedibile ed ironico del suo scrivere ne fanno certo un autore di culto in ambito letterario ma sono tutte caratteristiche che si sposano male con la risolutezza e la determinazione richiesta nella prima linea di una battaglia.

Gadda-Enrico-AzziniQuel pasticciaccio brutto di via Merulana pardon del monte Kolovrat avviene verso le 7 di mattina quando Gadda non si avvede che quei corpi di soldati che vede in lontananza ai loro posti non sono che in realtà i cadaveri pietrificati della “Friuli” martoriati adesso dai ragni bosniaci che stanno già tessendo una tela volta ad aprire una breccia. Più tardi invece dara’ordine di sparare su un reparto italiano che provava un contrattacco, annientandolo. Nel frattempo, sul l’ala sud a Tolmin il generale Kraft ha schierato un numero impressionante di truppe: qui gli italiani hanno lasciato una media di 250-300 uomini a km ed è il tallone di Achille dello schieramento, i tedeschi schierano in quel settore una intera divisione super addestrata, il rapporto e’ qui di 1 a 100

.HJB10_–_Krafft_von_Dellmensingen Kraft e’ un generale atipico e controcorrente, che ritiene già allora obsoleta la guerra di posizionamento di trincea alla quale preferisce una rivoluzionaria tattica di attacco che assomma artiglieria, fanteria e mezzi pesanti tutti concentrati in pochi minuti e in poco spazio: nella battaglia del 24 ottobre fa il suo esordio una modalità di guerra che erroneamente si ritiene essere apparsa solo sui campi della seconda guerra mondiale, la BlitzKrieg, la guerra lampo. la-prima-guerra-mondiale-16-638 In pochi minuti le linee italiane sono travolte da un inferno di fuoco, le linee telefoniche vengono prese di mira con successo e saltano. Prima che si riesca a capire anche solo cosa sia succeso, la divisione prussiana della Slesia ha aggirato completamente l’esercito italiano. Resta a difesa su quel lato solo un battaglione, l’Alessandria.
Frattanto vacilla anche lo schieramento centrale, quello dove gli italiani sono in sovrannumero: la divisione “Etna” , forse racchiudendo dentro il suo nome un presagio, ha visto sotto i suoi piedi la montagna franare ed ingoiarli. Si tratta di una gigantesca mina posizionata dagli austriaci che fa franare un intero costone di montagna.
Ma e’ sull’ala destra, a nord che la Germania schiera il suo fuoriclasse. Qui e’ schierato un corpo d’elite, i Jager Bavaresi. Al suo interno e’ ricavato un ulteriore corpo d’elite di 300 uomini, il Reggimento della Guardia del Corpo. Si tratta di un corpo storico, una sorta di pretoriani dell’antico re bavarese. A loro capo e’ posto un giovane ufficiale dotato già di un enorme ascendente tra i commilitoni, si tratta di un uomo le cui capacità militari saranno riportate sui libri di storia più in la quando, da generale del Terzo Reich, godeva di una fama che preoccupava persino Hitler. Il suo nome e’ Rommel.rommel-copertina Rommel avanza come una lama tra i cadaveri della Friuli travolge le seconde linee italiane ed è l’artefice del far saltare tutte le comunicazioni tra le linee nemiche.

Ad ora di pranzo Cadorna rientra frettolosamente ad Udine, 50 km almeno lontano dal fronte, dove continua a ripetere che si tratta solo di una leggera azione diversiva del nemico. Alle 17 l’intera valle dell’Isonzo e’ sostanzialmente nelle mani tedesche, oltre centomila tedeschi sono pronti a calare come la bora elle pianure friulane , restano ancora in armi reparti di alpini sulla cima del Monte Nero alla quota impossibile i 2.600 metri, dove combatteranno per altri 4 giorni, e il battaglione Alessandria con a capo il maggiore Fazzini che, intuita la gravità della situazione, si mette a protezione disperata dell ultimo valico he consente la ritirata sbandata di centinaia di migliaia di soldati.battaglione alessandria Il battaglione Alessandria meriterebbe di occupare un posto nella nostra storia analogo a quello dei 300 spartani alle Termopili: tanto era grosso modo il loro numero e simile la sproporzione contro i nemici, medesima anche la fine senza alcun sopravvissuto. Ma qualcuno non la penso’ così : alle 17,30 Cadorna lancia un comunicato in cui addossa la gravità della situazione alla inettitudine e la vilta dei reparti impegnati in quella zona del campo, proponendo la radiazione con disonore del suo ufficiale capo.Anni dopo, documenti tedeschi e austriache parleranno della strenue resistenza di un reparto di circa 300 uomini capace eroicamente di fermare l’avanzata di intere divisioni per almeno 10 ore, quelle necessarie a salvare il salvabile.
Alle dieci di sera Cadorna ritiene che si sia fatta ora per passare da vicino in rassegna le truppe e si fa accompagnare in macchina da Udine: cadorna 4già pochi km fuori città incontra migliaia di soldati italiani sbandati che urlano “la guerra e’ finita ” e cantano l’Internazionale. “Perché non li fucilate immediatamente?”- tuona Cadorna. “Perché non ci è rimasto ne un plotone ne una pallottola per farlo”- gli fa notare sommessamente un ufficiale. A questo punto Cadorna telegrafa al fronte ordinando di resistere ad oltranza e tenere a tutti i costi il fiume. Gli chiedono di quale fiume parli:                                                                                                                                “L’Isonzo, quale altro fiume mai????…….. non starete forse ripegando sul Tagliamento?” (50 km e migliaia di morti più indietro )                                                                                                                                  “nossignore non stiamo ripiegando sul Tagliamento: stiamo ripiegando sul Piave”         (120 km più indietro, pochi km ad est di Venezia)

caporetto piave
L’Italia rischia in meno di 24 ore di tornar ai confini delle guerre di indipendenza ottocentesche, l’esercito nemico rischia di poter avanzare fino a Venezia e forse anche Milano senza trovar resistenza, eccezion fatta per la terza armata in ritirata del Duca d’Aosta che si sta già asserragliando sul Piave, tuttieroiilpiaveotuttiaccoppati_1ma questa e’ un’altra storia .
Spesso nomi di battaglie celebri sono sinonimo di dramma e divengono parte della coscienza collettiva di una nazione. Gli americani ricordano Pearl Harbour come uno shock, i francesi usano il termine Waterloo come sinonimo di sconfitta. Nessuna parola esprime in italiano un senso di disfatta e disastro come il termine Caporetto.
Ho avuto un bisnonno che ha combattuto qui, e che durante la ritirata perse anche una gamba , non lo ho mai conosciuto ma ho sempre ascoltato i suoi racconti attraverso la voce di mia nonna (sua figlia). Erano racconti durissimi anche se ammansiti dal tempo. Sembra fosse divenuto abile negli assalti corpo a corpo in trincea, nei quali tuttavia disdegnava l’uso della baionetta, a suo dire poco pratica giacché si impigliava nelle uniformi nemiche e inoltre non risultava immediatamente letale: molto meglio usare il calcio del fucile a mo di clava o un ben assestato calcio nei testicoli per stordire il nemico. Raccontava anche che talvolta, nella miseria del rancio da trincea, arrivava addirittura il liquore: e quello era il segnale che la mattina dopo li avrebbero mandati al macello contro una mitragliatrice nemica, il liquore era una sorta di ultima sigaretta del condannato a morte. Era da tanto che volevo venire qui, non so perché mi sia risolto solo ora a farlo. caporetto3
Oggi Caporetto sorge in Slovenia, si chiama Kobarid ed e’ un bellissimo posto dove ragazzini in buona salute di mezza europa si lanciano a far rafting e tanti altri sport estremi, per poi riversarsi nei bar tra fiumi di birra e abbandonarsi ad amori facili e spensierati, di cui molti al mattino non ricorderanno nulla. Di tutta questa leggerezza e spensieratezza del vivere i ragazzi di Caporetto di 100 anni fa,chiusi in fetide trincee e mandati al macello, non ebbero niente, ma forse senza saperlo hanno combattuto per donarla a chi è venuto dopo di loro caporetto1

Ratko Mladic o della fierezza del Male

Nella mia vita e nei miei viaggi ho avuto modo di visitare diversi luoghi teatro di eccidi efferati a diversi latitudini del mondo e riconducibili a diverse ideologie o folli devianze da queste ultime. Ho visitato i campi di concentramento nazisti, Auschwitz su tutti; quelli della Cambogia, opera dei Khmer rossi di matrice comunista; i luoghi del genocidio armeno messo in piedi dal morente Impero Ottomano su una base religiosa; i lager allestiti dal regime razzista dell’apartheid sudafricano, e da ultimo i luoghi degli eccidi nella ex Jugoslavia, su tutti Srebrenica in Bosnia-Erzegovina. Ognuno di questi luoghi, pur nell’orrore generale che vi aleggia, si caratterizza per una sua mostruosità peculiare, riesce a distinguersi dall’altro e a colorarsi per un rivolo o anche un torrente di sangue proprio con cui si è riusciti a dipingere la Morte su scala massiva. Può sembrare infatti azzardato e presuntuoso affermarlo ma non direi che la Morte, anche intesa in ogni caso solo nell’accezione di sopraffazione e sterminio, sia sempre uguale: si manifesta in maniera sempre diversa, quello dell’Orrore non è una superficie piatta ma un prisma a molte facce.

Naturalmente mi rendo conto dell’enormità del tema trattato e all’uopo premetto che le mie non hanno alcuna velleità di divenire postulati di una qualche verità ma solo sensazioni riscontrate vistando questi luoghi a latere di quella che è la immane tragedia che essi racchiudono

Cosi Auschwitz si manifesta e stravolge per la dimensione globale e abnorme che assume, un Inferno sulla Terra dove la scienza e mille altre discipline del sapere umano sono piegate e veicolate a qualcosa di inimmaginabile ancor più quando ce lo si trova davantiauschwitz , un modello assoluto di efficienza come una macchina o un computer perfettamente programmati allo stermino, che ripugna e nausea ad ogni centimetro degli svariati chilometri quadrati che l’area occupa

Della Cambogia dei khmer rossi impressiona altro: se Auschwitz pare il risultato alienato e mostruoso della tecnologia più avanzata, i campi di sterminio cambogiani assumono dimensioni quasi “rustiche”, somigliano a fattorie dove al posto dei polli o dei mali vengono scannati umani, puzzano di feci, si intravedono teschi maciullati a badilatekhmer_rossi_genocidio come in uno scannatoio, perché i proiettili costano troppo o perché i soldati preposti allo sterminio (in molti caso ragazzini o addirittura bambini) non sanno adoperarli. La dimensione di psicopatia è persino più accentuata rispetto al nazismo, ricordo di aver visitato un campo al cui vertice era stata preposta, figurarsi, una bambina di 12 anni, in un vortice di follia che concepiva gli adulti come ormai come compromessi con la società borghese (e perciò da sterminare) e i bambini come gli unici ancora puri e perciò preposti all’esecuzione degli ordini. L’alienata ideologia dei khmer rossi operava un’insana fusione di dogmi socialisti con quelli religiosi di ispirazione buddhista legati alla trasmigrazione delle anime: le anime impure eliminate sarebbe dovute poi a dare a reincarnarsi in un nuovo individuo puro ed aderente ai valori del socialismo. Era un incendio di follia rapido e autodistruttivo che aveva avvolto questo popolo, che in pratica  sterminava non un nemico vero o anche solo immaginario, ma se stesso: in meno di 3 anni un cambogiano su 4 fu sterminato da un suo stesso concittadino.

E poi sono stato a Srebrenica, che è un piccolo ed apparentemente insignificante villaggio arroccato sui monti della Bosnia Nord-orientale, vicino al confine con la Serbia srebrenica-7

Se visitate questi luoghi di confine, per la verità assai fuori dai circuiti turistici anche di quelli più estemporanei, potrete cominciare da una semplice constatazione: la Bosnia sorge tutta arroccata sui monti, poi, dove essi finiscono come di colpo, sta un fiume, la “storta” Driina come la chiamano qui con affetto.driina

Oltre di essa si stende un’enorme e sconfinata pianura, piatta e schiacciata come una frittella, e li sta la Serbia. Quindi Srebrenica, che sta in montagna, sta in Bosnia…. No, sta in Serbia, anzi no sta in Bosnia ma è come se stesse in Serbia. E’ difficile saperlo, è ancor più difficile capirlo e forse la confusione che viene ad ingenerarsi è voluta: Srebrenica sta in un pezzo di Bosnia che appartiene alla Serbia o meglio ai Serbi di Bosnia.  Gli accordi siglati nella lontana Dayton, in Ohio, che pongono fine a 5 anni di combattimenti e atrocità nella ex Yugoslavia daytondanno forma, per quel che riguarda la spinosa questione della area più martoriata , ad una strana creatura bicefala: la Bosnia- Erzegovina viene riconosciuta come stato sovrano ma come soggetto malato e affetto da un’enorme e tangibile “tumore interno”. Viene cioè riconosciuta e tollerata entro certe aree la sovranità della configgente etnia dei “Serbi di Bosnia”, cui sono riconducibili in larga misura le atrocità perpetrate in quell’area. il governo di Sarajevo dunque si compone di due realtà amministrative sullo stesso territorio, due parlamenti, due apparati statali. La farraginosità di una struttura così concepita è evidente ma occorre far presto e scegliere il male minore, ma calata nella geografia dei posti la soluzione adottata disvela una cruda, inaccettabile scoperta: le aree sottratte al governo centrale e sottoposte all’esercizio di potere della Srpska, la Repubblica dei Serbi di Bosnia, coincidono sinistramente con quelle occupate dalla soldataglia serbo-bosniaca macchiatasi di ogni atrocità tra il ’91 e il ’95. In pratica vengono una ad una riconosciute come enclavi protette in territorio ex nemico le conquiste fatte dall’invasore: tra queste figura, in maniera oggettivamente ignominosa, perfino il luogo simbolo delle violenze, la città-martire di Srebrenica dove nel Luglio del ’95 le milizie agli ordini di Ratko Mladic trucidano 8.743 cittadini inermi di fede musulmana dinanzi agli occhi impotenti di un contingente olandese delle Nazioni Unite.srebrenica 2

Srebrenica dunque sorge in Bosnia ma è ancora sotto il controllo, formale e materiale, dell’invasore serbo. Le case appartenute alle persone trucidate sono occupate dai serbi che gliele hanno scippate con le armi, le piazze e le strade sono intitolate a generali e assai parziali eroi serbi. E’ quasi come se Marzabotto fosse riconosciuta come enclave protetta ad un’associazione di reduci ex nazisti, come se al Bataclan fosse ammessa una manifestazione di simpatizzanti dell’Isis. Ecco, se dunque Auschwitz impressionava per la vastità infernale dell’apparato, se le “fattorie” cambogiane colpivano per la crudele alienazione del reale, Srebrenica, che conta un pur più esiguo numero di vite trucidate, impressiona per l’Insulto che viene fatto alla Morte, la profanazione continua di essa che ne viene operata. Se visitate il luogo dell’eccidio, vi capiterà di entrare in una sorta di hangar, dove per prima cosa vi imbatterete in un monumento consacrato ai gloriosi caduti della nazione serba, li proprio li, sul luogo dove sono stati massacrati oltre 8.000 civili di un’altra etnia. Solo dopo, scendendo le scale di una sorta di disadorno garage, troverete un qualcosa che commemora la memoria dei civili musulmani ivi trucidati. Molti di essi non hanno ancora ricevuto sepoltura e ancora ad oggi, con l’aiuto finalmente di associazioni occidentali, i parenti delle vittime, portando con se un vestito o un qualsiasi oggetto riconducibile ad una delle persone scomparse da oltre venti anni, sono messe in grado di identificare, con la prova del DNA, i brandelli di corpi vomitati dalle fosse comuni e dichiarare la avvenuta morte dei loro congiunti.Cancari.Mass.Grave

Allo stato attuale mancano ancora circa duemila identificazioni, ed è probabile che siano necessari ancora svariati anni.

Nella bellissima capitale di Bosnia, Sarajevo, un piccolo ma assai ben allestito museosrebrenica offre una testimonianza importante degli avvenimenti. Il suo curatore è un giovane ragazzo, all’epoca un bambino, sopravvissuto nel ’95 all’esecuzione fingendosi morto sotto i cadaveri dei suoi stessi familiari.

Il responsabile in capo della barbarica esecuzione, come di centinaia di altre atrocità, risponde al nome di Ratko Mladicmladic2qui ben visibile, mentre dispensa rassicuranti carezze ad alcuni bambini prima dell’ecatombe. Può sembrare impressionante e mistificatorio ma, a ben vedere, il gesto esprime forse la summa più aderente e meglio rispondente di personaggi di questo calibro: assetati di sangue e  auto-convinti del proprio delirante senso di onnipotenza, dispensano morte o assoluzione, proiettili o carezze a loro piacimento e secondo un loro criterio di giustizia semi-divina di cui si sentono investiti. Non mi sorprenderebbe vedere neanche un Hitler o uno Stalin indugiare in carezze ed elargizioni di caramelle ai bambini prima o appena dopo un massacro.

Quest’oggi, a circa ventidue anni dal massacro di Srebrenica, Ratko Mladic è stato condannato dal Tribunale dell’Aja, per 11 dei 12 capi di imputazione chiesti dall’accusa. Fra di essi, figurano quello di crimini contro l’umanità e quello di genocidio, operato nel cuore dell’Europa solo venti anni fa.

Ottuagenario e malato, trascorrerà in galera l’ultimo scampolo di vita che gli resta da vivere. Non si è mai pentito dei suoi crimini, ha persino chiesto di poter sfilare in aula con la uniforme della sua famigerata unità di morte, “gli Scorpioni”: richiesta ovviamente respinta, cosicché ha dovuto ripiegare su un elegante doppiopetto con cravatta rossa ,in grado di dargli un’ aria da pokerista fortunato. Ma guardatelo lo stesso:maldic

lo sguardo non è poi dissimile da quello che aveva quando trucidava a migliaia civili innocenti nelle montagne della Bosnia mladic 23

il Male trova in quello sguardo la sua fierezza, criminale ed efferata, che sopravvive al Tempo e alla Morte, quella degli altri.

La sua ultima difesa, la sua arringa finale, per così dire, sapete quale è stata? Ha detto di sentirsi un patriota e di aver difeso non solo il suo paese ma l’intera Europa dall’invasione di barbari musulmani, arduo compito nel quale l’Europa stessa lo avrebbe lasciato solo.

Purtroppo no, lo “Scorpione” Mladic non è completamente solo: il suo congedo, le sue parole finali paiono riecheggiare  nelle dichiarazioni dei tanti cani latranti che infestano l’Europa con dichiarazioni e manifestazioni xenofobe, quasi immuni a quelle che sono le conseguenze dirette cui tali iniezioni di odio insinuano nei corpi e nelle menti. Non c’è bisogno di andare così lontano, mi vengono in mente i vari Salvini, Le Pen, tutti leader o aspiranti tali legittimati a concorrere alla guida di paesi democratici. Questo orripilante precipitato di Medievo in grado di scorazzare per l’Europa come un lanzichenecco sul finire del Novecento, torna d’attualità ogni giorno nell’odio e nell’insensatezza di certe politiche, e, pur giunto alla fine dei suoi giorni, sembra a conclusione di tutto poter addirittura dire anche lui, con assoluta e criminale fierezza, ” non omnis moriar”.

 

 

Addio, bella etiope

Nel giardino di casa mia, incastrato chissà come nel mezzo del centro storico di Capri, vige una vetusta e magica regola: per ogni nuovo venuto al mondo viene piantato un albero. Ognuno degli abitanti di quella casa può dunque riconoscersi in una mimosa o un cachis, un limone o un mandorlo. Ma vi è una sola vistosa eccezione: la altissima palma proveniente dagli altopiani etiopi, talmente vecchia da rendere difficile l’identificazione ai vivi della mia generazione così come a quelli delle due precedenti. Già, perché quella palma ha oltre cento anni, fu importata in Italia ai tempi in cui questo paese si imbarcava in spicchi d’Africa in improvvide avventure coloniali, prelevando (o forse razziando) quello che restava da prelevare. Probabile dunque che questa palma risalga addirittura al disastroso “debutto” colonialista dell’Italia di Crispi, datato addirittura 1896 (avete letto bene) e culminato con la disfatta di Adua. Come sia poi finita nel mio giardino non è dato saperlo ed è rimesso alla fantasia, che,se avrete pazienza di leggere tutto l’articolo, non mancherà di esplicarsi. Insomma questa palma era davvero vecchia assai e, a volerla abbinare all’usanza di un nuovo albero per ogni venuto al mondo, si tratterebbe di risalire ai proprietari della casa di allora ma per fortuna non serve dover scartabellare in ingialliti atti notarili, giacché i vecchi proprietari sono celebri essendo essi la famiglia dell’ex presidente della repubblica Napolitano, che proprio qui ha trascorso la sua infanzia. Beh, vista la sua vetusta età, ci si potrebbe pure lanciare in suggestive ipotesi, che credo farebbero amare però poco la pianta ai grillini. Ma vabbè, non è di questo che vorrei parlare. Eppoi sono triste .

Già, credo che questo 4 di novembre, giorno di San Carlo nonché della commemorazione della vittoria italiana nella Grande guerra, sarà per la nostra famiglia d’ora in poi associato al ricordo di una triste dipartita, non di una persona per fortuna ma di qualcosa cui eravamo comunque tutti molto legati. Sto parlando proprio di lei, la ultracentenaria palma etiope che torreggiava su tutto il quartiere di Valentino come un minareto su una kasbah.

Guardandola da una prospettiva diversa L si poteva ammirare stagliarsi con i faraglioni sullo sfondo e, con la sua altezza intorno ai 30 metri era facilmente localizzabile da svariati punti dell’isola.

Per quanto mi riguarda, era qualcosa di assimilabile a quel che rappresenta il Vesuvio per i napoletani, un ibrido tra un mausoleo della Natura e un nume tutelare preposto alla protezione della casa, verso la quale,esattamente come il Vesuvio, costituiva al tempo stesso una minaccia col suo brandeggiare al vento e il suo paventare una caduta che col suo peso avrebbe teoricamente assestato un colpo esiziale alle fondamenta della casa stessa. Ma tutti noi sapevamo che ciò non sarebbe potuto succedere, che quello stelo proteso a vertigine verso il cielo non avrebbe potuto nuocerci e accettavano con serenità anche il rischio più frequente di rami che nelle giornate ventose periodicamente cadevano giu sul viale di ingresso.

In una recente caccia al tesoro da me organizzata, sullo sfondo di una storia di fantascienza mi ero addirittura spinto a erigerla a strano ritrovato della tecnologia post-sovietica, che permetteva la trasmissione di video e audio dallo spazio, fungendo a mo di antenna parabolica, circostanza quest’ultima celata e lasciata a capirsi all’intuito dei concorrenti, che ricevevano immagini ed enigmi senza spiegazione apparente ogni qual volta si approssimavano ad essa

Ma la convinzione di eterna salute e prosperità eterna della palma ultracentenaria albergava in tutti noi poggiando su basi caduche e fallaci, giacchè da ultimo lo stato di salute della nostra bella etiope si era decisamente aggravato: il terribile parassita sterminatore ribattezzato punteruolo rosso aveva eretto anche il suo tronco a nido per le sue ancor più terribili larve, che placano la loro fame divorando appunto il nocciolo centrale dei fusti di palma. Un flagello biblico che ha devastato le palme di mezzo mondo, una piaga d’Egitto proveniente però addirittura dalla lontana Oceania, difficile assai ad arginarsi e contro la quale la scienza botanica per il momento non ha trovato che dei paliativi. A migliaia le palme giacciono come ceppi morti decapitati nei giardini e negli orti dell’Occidente come del Medio Oriente. All fine anche la nostra bella etiope ha capitolato al puntuto sterminatore

Eppure c’era stato un primo momento in cui, di fronte all’ecatombe in corso, la nostra sembrava aver eroicamente resistito , come immune al flagello. La circostanza aveva già in me suscitato un ingenuo e prematuro entusiasmo, tanto da lasciarmi andare a suggestive ipotesi gonfie di letteratura ma scarne di basi scientifiche, secondo cui la nostra resisteva al punteruolo per via dei suoi natali sull’altopiano etiopico, dove l’infinito Nilo affonda le sue sorgenti e vive una razza di uomini fenomenali capaci di correre senza stancarsi come se saltellassero sulla luna. Non a caso, quelle montagne rimaste inespugnate per secoli sono ribattezzate appunto sin dai tempi di Tolomeo “le montagne della Luna”. Forte di questa mia fatua convinzione mi ero azzardato pure a scrivere un racconto breve per un mini-concorso letterario inserito in un festival del giardinaggio o qualcosa di simile. Il racconto per la verità non ebbe alcuna menzione ne premio all’interno di quella rassegna ed in effetti, a rileggerlo adesso, non appare particolarmente munito di pregi d’arte, con uno stile sovrabbondante e sovraccarico di sentimentalismo. E poi non ha portato bene, visto il titolo scelto, ma vabbè tanto vale rileggerlo e farli valere come una sorta di cenotafio per la nostra bella etiope. Eccolo:

PUNTERUOLO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

Coriaceo e cazzuto guerriero, mortifero ed irsuto ircocervo, flagellante Magellano post-moderno, aveva egli solcato gli oceani dalla lontana Melanesia per giunger fin nella antica Persia e cominciar la sua opera di devastazione e morte; poi, sazio che fu, aveva il suo corno del color del sangue sguainato verso il Vecchio continente ed era alfine ivi  approdato, novello predone di inermi e fragili fusti parati al vento. Il suo nome era Punteruolo Rosso e il suono di esso evoca ancor oggi terrore e disperazione in ogni palma attecchita e cresciuta tra Gibilterra e Samarcanda. A migliaia, in Europa come in Medio Oriente, sui viali alberati delle città mediterranee come tra i filari delle serre israeliane, le palme giacevano con i rami rinsecchiti riversi verso il basso o come mozzoni deformi ormai agonizzanti, corpi svuotati e mangiati dall’interno dalle micidiale larve del coleottero predatore.

S’approssimava in un giorno di primavera il famelico Punteruolo al mio di giardino, pronto a sferrare il colpo esiziale alla vecchia e ossuta palma che ivi annicchia tra la mimosa e la jacaranda, sbilenca creatura alle apparenze gracile e vacillante sotto le raffiche di maestrale e di scirocco. Una preda facile per lo Sterminatore rosso dei due continenti, si sarebbe detto. Ma la storia questa volta riservava un finale diverso: era quella non un palma qualunque ma un esemplare eccezionale e raro, giunto fin qui nell’isola di Capri da una remota e inaccessibile regione dell’Etiopia, dove l’infinito Nilo trova le sue sorgenti e dove qualche scienziato colloca addirittura la nascita, milioni di anni orsono, della specie umana. La trasportò da laggiù fin qui un mio avo, al secolo modesto ufficiale del Regio Esercito italico impegnato nella prima disastrosa campagna di Etiopia ( chiamata Abissinia dalla toponomastica del tempo), epopea conclusasi con l’ingloriosa disfatta di Adua. Correva  l’anno 1896 e correva a gambe levate questo mio sconosciuto progenitore mentre batteva in ritirata sugli altipiani abissini, portando con se, incredibile a dirsi, il giovane virgulto o forse i semi di questa pianta che tuttora si erge vetusta, 120 anni dopo, nel bel centro di Capri, con i Faraglioni a fargli da sfondo ed il vento ad accarezzarla. Sarà stata forse la durezza delle condizioni incontrate in quella precipitosa ritirata e nella fase embrionale della sua vita a forgiarne la tempra e a renderla inarrendevole al tempo e alle asperità, chissà; sta di fatto che essa e’ ad oggi l’unica testimonianza di vittoria, seppur fallace, riportata da quella acerba e sciagurata avventura coloniale. Quel piccolo furiere del Regio Esercito con il suo pollice verde aveva inconsapevolmente eretto una sorta di piccolo obelisco trafugato al nemico, una palma non certo del vincitore ma la cui regale possanza ricorda quello di una danzatrice della natia Nubia, donne della cui bellezza esile e robusta parlano Erodoto e i frammentari resoconti dei pochi coraggiosi che nel mondo classico osarono spingersi in quelle terre ostili a rinvenire le sorgenti del Sacro Nilo.

Troppa storia e troppa gloria si paravano dunque innanzi all’infido Punteruolo invasore, le cui brame di conquista e sterminio naufragarono ben presto sulle inoppugnabili sponde di un Piave di bellezza e salubrità secolari. La Palma etiopica, e prima ancora abissina e forse prima ancora nubiana, troneggia ancora li, al centro del mio giardino sopra la mimosa e la jacaranda, con i Faraglioni a osservarla e il maestrale dolcemente a brandirla, altera e vanesia come Cassiopea moglie di Cefeo, prima regina di Etiopia.

Vade retro, Punteruolo rosso!”

Insomma nel paragonarla a Cassiopea, avevo pure sorvolato sulla fine infame che spetta al personaggio mitologico conosciuto col suo nome. Però, dopotutto, come capita a chi è caro agli dei, Cassiopea fu poi trasformata da Zeus in una stella, anzi in una costellazione intera, tra le più brillanti del cielo

Il vaso di Pandora- giorni 7, 8 e 9 -fine : Armenia, l’altro Tibet

L’Armenia è il Tibet d’Europa: l’analogia è forte ed è avallata in primis dal suo territorio, incastonato tra impenetrabili montagne come il regno del Dalai Lama;

poi dal discorso religioso, ove entrambi sono espressione di un credo a se stante e identificativo, rispettivamente la chiesa apostolica armena e il buddismo ascetico tibetano. Ancora l’Armenia condivide purtroppo col Tibet una tragica e tormentata storia di persecuzioni e sopraffazioni, dovute in parte proprio all’aspetto religioso.

Già, gli Armeni, primo popolo a riconoscere formalmente il cristianesimo come propria religione già nel 301 d.C,

non hanno avuto certo vita facile nei secoli, attorniati da popoli di credo religioso differente, pagano prima e musulmano poi. L’Armenia in effetti si colloca territorialmente come un’enclave cristiana in una zona di mondo fortemente islamizzata, circostanza che ha causato più di un problema a questo popolo, la cui fede tuttavia è sempre rimasta incrollabile e scampata a processi di islamizzazione forzata.

È una premessa necessaria non perché sia particolarmente interessato all’argomento religioso ma perché, nel caso di specie appare imprescindibile per una comprensione di questo bellissimo e insanguinato paese. Eccomi ad esempio nel monastero di Geghard, uno dei simboli culturali del paese, così chiamato perché si ritiene che ivi sia stata portata da San Bartolomeo la lancia che trafisse Cristo (la religione armena di differenzia leggermente da quella Cristiana di Roma proprio per un particolare risalto dato alla figura di San Bartolomeo, che non saprei meglio approfondire, quindi evito di dire fregnacce. Il monastero, sito Unesco, è di una bellezza sovrannaturale, quasi come scolpito nella montagna

Ed in parte è appunto ricavato entro una grotta da cui sgorga anche una sorgente.

Chiari anche i richiami all’arte mesopotamica- babilonese fiorita non lontano da qui (siamo vicini alla frontiera con l’Iran),abbastanza chiari in quel portale con quei due bellissimi leoni in bassorilievo. La stessa Armenia condivide una storia antichissima con la Mesopotamia di insediamenti e fioriture di culture ormai dimenticate, come il mitico regno Urartu, a cui è ispirata tutta la mitologia locale, un po’ come il quasi omonimo Artù è di ispirazione a quella sassone- celtica. Ecco, a proposito questa è la Stone edge armena e si chiama Noratus:

Novecento tombe di guerrieri allineate contro la direzione da cui provenne l’invasore, i feroci Mongoli, come se fossero ancora lì a combattere e a perenne monito per i vivi a non arrendersi mai. Tra tutte, quella che più colpisce è questa cui è legata una storia disegnata come un fumetto

Si riconoscono due sposi in alto a sinistra, una tavola nuziale a destra circondata da ospiti e doni. Ma ahimè, anche un soldato mongolo a cavallo in basso sotto gli sposi, venuto a rovinare il giorno delle nozze a quanto pare. E se questa è una tomba….

La cosa più bella di questa terra restano comunque i monasteri, per la cui ubicazione in luoghi speciali gli armeni hanno un talento tutto loro.

Questo si chiama Sevanank, sul lago di Sevan, che in armeno vuole dire lago nero, mentre ank significa monastero. Il lago coi suoi 2.399 metri è tra i più alti al mondo e d’inverno gela completamente.

Non mancano anche testimonianze di arte classica, greca de periodo ellenistico in particolare, come il bellissimo tempio di Garni

Mentre meno affascinante appare la capitale Yerevan, che paga un pesante dazio allo stalinismo e all’architettura di regime, addolcita solo in parte dal bel tufo color porpora con cui è costruita tanto da meritarsi il soprannome di “pink city”

Città comunque vivace con un numero impressionante di caffè uno dietro l’altro sugli enormi viali prospettici dove la gente pare oziare in eterno, mentre sui vari anelli concentrici di circonvallazione ideati dagli architetti di Stalin, maschi ringalluzziti si esibiscono in quella sorta di danza di corteggiamento very ciammurro style che consiste nello sfrecciare in circolo all’impazzata col proprio mezzo di locomozione ed ai semafori far sentire forte il ringhio del motore in folle alle pupe in eccitazione ai lati della strada. Bella comunque la parte museale con la gemma del neonato museo del genocidio armeno, collocato appena fuori città su una collina, dove è posto anche il monumento al genocidio stesso operato dall’agonizzante impero ottomano nel 1915 ai danni del popolo armeno.

davvero toccante la visita a questo luogo di dolore, dove si percepisce con emozione intensa quanto la ferita sua ancora aperta e visibile in questo popolo costretto dalla storia a fuggire e sparpagliarsi per il mondo per scampare, quando è stato possibile, alla barbarie più assoluta. Figurarsi che all’acme dello sterminio perpetrato, ovvero nel mezzo della prima guerra mondiale, l’impero ottomano (divenuto poi Turchia) era alleato della Germania: è documentario che reparti scelti dell’esercito tedesco studiarono le modalità di sterminio attuate per avvalersene, metterle in pratica e correggerne eventuali errori nel genocidio su più vasta scala operato poi venti anni dopo sotto il terzo Reich.

Nel viale che conduce al monumento commemorativo, sta un bosco di alberi piantati dai vari capi di stato venuti qui a rendere omaggio e soprattutto a riconoscere l’esistenza di un genocidio del popolo armeno (la cui esistenza era fino a pochi anni fa controversa). Leggo le targhe poste sotto ogni albero, presidenti indiani, islandesi, giapponesi, africani, associazioni umanitarie nord-europee o sudamericane, ma manco per il cazzo trovo la targa di un politico italiano: riconoscere il genocidio armeno significa farsi nemica la potente Turchia, che ancora oggi considera menzognera e mistificatoria la presa d’atto di un genocidio operato dal suo progenitore ottomano, minacciando sanzioni a chi si reca in questo luogo, descritto dalla propaganda turca come una sorta di parco giochi tematico della fantasia armena….e questo sarebbe un paese democratico con ambizioni di entrare in Europa!!

Ma il Caucaso è una terra di dolore, ove raccogliere tutti i cocci del vaso di Pandora. Quante ne abbiamo viste: Stalin, le guerre etniche, le feroci montagne e i terremoti, Prometeo incatenato ala rupe, il genocidio armeno. Già, ma quando il vaso di ruppe e fuoriuscirono tutti i mali del mondo, esso fu richiuso prima che dal vaso uscisse un’ultima cosa, un ultimo elemento per così dire: la Speranza. Essa infatti uscirà solo in un secondo momento dal vaso, su ordine dello stesso Zeus, a salvare il mondo dai mali o almeno a donarsi agli uomini per trovare la forza di combattere contro di essi. E infatti…

Quello alle mie spalle non è il Vesuvio, bensì il monte Ararat, simbolo nazionale dell’identità armena anche se dopo la guerra ormai giace in territorio turco, come i tre quarti del territorio della Armenia storica. Non è un monte qualunque, è il luogo ove secondo la leggenda si fermò l’Arca di Noè alla fine del Diluvio Universale, un luogo ove appunto si affacciò agli uomini e a tutte le specie viventi la Speranza uscita dal Vaso di Pandora. Forse stiamo confondendo leggende diverse ma a me piace tanto così. La Fantasia al potere! È stato un viaggio bellissimo

Il vaso di Pandora – giorno 6: a wonderful city

Adesso vi presento una città bellissima che, immagino, pochi di voi abbiano mai considerato quale meta per un week end o un soggiorno più lungo. La città in questione è Tblisi

ed è la capitale della Georgia, situata 2000 e più km ad est di Istanbul ed appena a ridosso dell’Iran. Eppure siamo in Europa, in una sua estrema propaggine incastonata tra montagne e valli. Sgomberiamo subito il campo da un dubbio: la città è assolutamente sicura e al momento non è interessata da alcuna delle piaghe che affliggono una zona di mondo limitrofa (islamismo radicale, guerre religiose etc), e pare centrarci davvero poco pure con lo spettrale grigiore di parecchie capitali ex sovietiche. Tblisi rivela subito un volto ed un’anima piuttosto occidentali, con un suo cosmopolitismo ed una sua spensieratezza ; in certi momenti ricorda Roma con quei vetusti palazzi color ocra e le chiese che spuntano come funghi sui tanti colli, in altri angoli ricorda Parigi, con quel suo cullarsi sul fiume come una bella donna sull’orlo di una vasca da bagno.

Ovviamente il paragone con due “supernove” di magnitudo di bellezza così alta è troppo arduo a tenersi ma Tbilisi irradia comunque una luce propria di bellezza che non può non cogliersi. Singolare anche il suo cosmopolitismo, che pesca in un’area geografica diversa da quella europea e forse per questo ancor più eterogenea: qui si affacciano ragazze iraniane col velo insieme a spilungoni russi e Kazaki, mercanti bizantini e business man della penisola arabica, azeri, armeni, circassi e parecchi europei del nord Europa. Zero italiani, decidete voi se è una fortuna o meno, io sarei per la prima ipotesi. Questo week end la città è presa d’assalto da uno sciame sterminato di irlandesi spinti fin qui dalla passione per la loro squadra di calcio, impegnata in un match che dubito passerà alla storia del calcio contro la nazionale georgiana.

A vederli bene appare subito più plausibile che a spingerli fin qui in massa sia stata un’altra passione ovvero quella assai più autentica per la bottiglia, così come la prospettiva di un week end senza mogli e fidanzate tra i piedi, ma vabbè fatti loro. Resta da dire che, se sulle prime appare simpatico e vitale il loro folklore, dopo un po’ stufa e risulta provinciale alquanto questa idea di trasformare qualsiasi angolo del mondo in un pub ove attaccare con la solita solfa da sbronzi di canzonette sulla verde Irlanda e contro i loro nemici scozzesi e gallesi…Vabbe, lo ammetto, sto un po’ col dente avvelenato perché ad un karaoke bar dove appunto gli Irish avevano monopolizzato il microfono con i loro canti da tifosi, io mi sono fatto avanti, sospinto da supporter locali, a interpretare un pezzo del divo Celentano, ma loro, per sti 3 minuti di astinenza da ste loro canzonette di merda da stadio, hanno preso a subissarmi di fischi e pernacchie, facendomi andare col le pive nel sacco…sob sob. Anni dopo anno il mio rapporto con questo mondo delle curve calcistiche si incancrenisce ulteriormente e sono sempre più “impossibilitato” a relazionarmi con esso.

Ma torniamo alla bella Tblisi, alle sue milli chiese in posizioni indovinate, al suo verde Mktari che la taglia in due

, ap suo centro storico così esteso e preservato allo scempio comunista (un po’ meno a quello capitalista dei giorni nostri in verità), alla fortezza di Narikala che la domina, ove l’esercito georgiano di Bagrat il grande, coi suoi famosi arcieri, riuscì per un tempo lunghissimo a resistere all’assedio del terribile Tamerlano e alla furia devastatrice delle sue truppe, prima di cadere con un escamotage simile al cavallo di Troia. Mirabili la cattedrale di Sioni e il Tempio del Fuoco, testimonianza del culto zoroastriano ivi diffuso, meno affascinanti francamente le opere moderne dell’ingegno quali la cabinovia e il ponte della pace progettato da un archistar italiano, già ribattezzato ponte “always” per la sua somiglianza agli assorbenti femminili così chiamati….

Eppoi c’è la cucina georgiana, squisita e variegata; per non parlare poi della tradizione enologica: lo sapete che il vino è nato proprio qui in Georgia?

Vi lascio con un think palillians di livello mediocre, quindi opposto a questo vino di livello eccelso e chiamato….come un posto che stava un tempo ad Aversa (ma non solo) e dove chissà forse dovrei finire io un giorno:

Tso li curi….il manicomio insomma

Visitate Tbilisi!