” Non si trovava mai riposo quando si era se stessi, ma solo quando si era un nucleo di buio. Perdendo la propria personalità, si perdevano anche le preoccupazioni, la fretta, l’agitazione” Virginia Woolf- Gita al faro
Il fatto è che un faro sulla cima di un promontorio di un isola deserta sul mare in tempesta è qualcosa che evoca da se citazioni letterarie, è come un pungolo a cercare nella propria fantasia , nelle proprie letture. Ho aperto con questa frase di Virginia Woolf” che per la verità non sento completamente mia, nel senso che la sentirei appropriate per altre persone ma non per me stesso, ma andiamo oltre.
Il luogo in questione, nella sua remotezza e devastante bellezza, mi ha sulle prime suggerito un’altra immagine letteraria, che si lega ad un ricordo molto bello, quello di una rappresentazione teatrale che mi affascinò e commosse. L’opera in questione si intitola “Le variazioni enigmatiche” , dell’autore Eric- Emmanuel Schmitt, composta solo nel 1995 e rappresentata finora poche volte in Italia. Il titolo prende spunto da una opera sinfonica del compositore Edward Elgar https://youtu.be/SvA6FtN8-n0 e fanno in effetti, più che da colonna sonora, quasi da voce narrante al testo, nel senso che ne accompagnano e danno continuamente incipit alla trama. Il racconto narra di Abel Znorko, immaginario scrittore vincitore del premio Nobel che, stufo del mondo e delle sue beghe, si rifugia su un’isola deserta vicina al Polo Nord, continuando solo ad intrattenere una corrispondenza con una donna di cui è perdutamente innamorato ma che non ha mai conosciuto se non attraverso le parole delle sue leggere. Un giorno un noto reporter si sobbarca il faticoso viaggio per andare ad intervistare lo scrittore nella sua casa in fondo al mondo
e dopo una serie di falliti tentativi di bucare la corazza di introversione che pervade lo scrittore , è lui stesso a rivelare il suo segreto all’altro ovvero che la donna con cui intrattiene un rapporto epistolare da 15 anni, unico contatto col mondo esterno, è lui stesso. Lo scrittore, che aveva idealizzato questa figura nella sua mente per tanti anni, dapprima sbalordisce e si infuria, poi ne conviene che la sua idealizzazione e fantasia ormai possono perdurare anche oltre questa circostanza e si congeda dal reporter, annunciando che continuerà a scriverlo.
Si accetti a questo punto la suggestione, non chiarita dal testo: l’isola ove ha svolgimento la trama è Mykines, la più remota e occidentale delle Isole Far Oer, il che significa che si protende verso l’Atlantico con questa sua forma aguzza e oblunga col il faro all’estremità che pare il corno di un insetto, di una mantide religiosa verde come una foglia. A Mykines vive una piccolissima comunità di persone, forse una ventina
in condizioni non certo semplici, visto l’isolamento e le condizioni meteo nei mesi invernali proibitive. L’isola non ha porti naturali, presenta scogliere a picco del tutto inaccessibili per gran parte del suo territorio.
Il molo di attracco del battello, ricavato alla meno peggio in fondo ad un canalone esposto alle correnti, funziona regolarmente solo nella stagione estiva
mentre in quella invernale è spesso reso inservibile dalle alte onde oceaniche per intere settimane. Da non confondere per nessuno motivo con la quasi assonnante Mykonos, sito di passaggio e riproduzione di una massa indistinta di coatti, Mykines è sito di riproduzione di molti uccelli, tra cui la parte del leone la fanno i sea puffin, i bellissimi e un po’ buffi pulcinella di mare che nei mesi da aprile a novembre colonizzano l’isola in numero impressionante
ma tutti si fiondano verso quello che conduce al faro, tra l’altro bello non solo nel suo epilogo finale ma anche nel percorso tracciato come una gincana per le asperità rocciose dell’isola
E
E si arriva alfine al faro, preceduta da una casa solitaria ormai abbandonata dove vivevano gli addetti alla manutenzione del segnatore luminoso in metallo di bianco verniciato,
che giace come una sorta di mostro dantesco, condannato dalla sua natura a dover restare in eterno in un posto così remoto e tempestoso, nondimeno magnifico.
Aggiungo una nota personale: Mykines coi suoi percorsi mozzafiato è il posto più bello del mondo per fare una caccia al tesoro e mi ha dato ispirazione per la prossima che però si svolgerà, bisogna pure accontentarsi, solo a Capri.
Non dimenticherò mai Mykines, luogo che già conservo nell’anima
anzi ancora prima, nel corso di un assai suggestivo volo di avvicinamento a questo remoto arcipelago 
. Un tappeto universale ma anche unico, nel senso che alle Far Oer cresce solo e soltanto erba.
Non una pianta, non un solo albero in nessuna delle 18 isole: il vento che le sferza prepotente, la pioggia che si riversa copiosissima per 300 giorni all’anno, la salsedine delle mille tempeste che qui si scatenano, non rendono possibile la crescita di alcuna altra forma di vita. Anche tra le specie animali, non vi è alcun mammifero autoctono delle Far Oer, persino le pecore che brucano l’erba a milioni non sono originarie di qui

Le case , persino le case hanno i tetti ricoperti di uno strato di erba spesso, che da un lato inumidisce il tetto ma dall’altro evita guai peggiori
Le isole intorno circondano la visuale come i denti di una balena, gli uccelli volano tutto intorno con versi del tutto diversi da quelli del bacino del Mediterraneo, e non potrebbe essere altrimenti visto l’ecosistema del tutto differente e di influenza sub-artico. Ci sono sterne polari,sule artiche e pulcinella di mare, che vedrò domani in gran numero in un’isola vicina.
con quella perfetta simbiosi tra vecchio e nuovo, fino ad arrivare al Kastellet con l’immancabile visita alla Sirenetta: quel che mi colpisce, al di là della folla di turisti orientali chiassosa e indisciplinata, è la visuale di una sorta di inceneritore giusto lungo la prospettiva.
Ma anche esso riesce ad inserirsi in quel connubio di antico e moderno cui è informata la città è paradossalmente non stona, anche perché è da supporre funzioni benissimo . È tempo di un ottimo “smorrenbrod”sul canale di Nyhavn 









E cosa c’è più a nord, in grado di offrire un ipotetico riparo dalle onde oceaniche e dai venti gelide a marinai alla deriva?
Non molto, a guardare una carta geografica (che da quei tempi ad oggi non deve poi essere cambiata molto): Groenlandia, Islanda e…e poi ci sono questi aguzzi sassi lanciati in mezzo al mare, che a metterci molta buona volontà possono essere considerati pure un arcipelago e che costituiscono la meta del mio viaggio appena iniziato. Per voi che leggete, se ne avrete già intuito il nome vorrà dire allora che siete dei fenomeni in geografia e/o dei fanatici del calcio, giacché la rappresentativa nazionale di questo micropaese concorre sempre alle qualificazioni europee con risultati talmente risibili da suscitare solo simpatia e curiosità.

Figuriamoci che la capitale delle Far Oer, che conta non più di 4000 anime in verità, è intitolata a Thor, Thorshavn, che significa appunto il porto di Thor, perché pare che da queste parti il biondone col martello sia passato spesso nelle sue peripezie da Ulisse dei mari del nord. A proposito di Odissea, qui alle Far Oer abita anche il mito delle Kopakonan, le donne dalle sembianze di sirene note più a sud sulle coste scozzesi e irlandesi anche col nome di Selkie.
Ma soprattutto, avuto riguardo ai luoghi e alle descrizioni, da queste parti pare che sia avvenuto il Ginnugagap, il “Big Bang” primordiale della mitologia norrena da cui nasce il primo essere vivente, Ymir: un nome che significa “mormorio” o forse “doppio”.
Durante un suo sonno nascono da una sua ascella due figli, che accoppiandosi poi incestuosamente danno luogo alle razze dei Ymbrusar, giganti delle nebbie e delle brume, e dei Ayutamana giganti del fuoco, che si combattono incendiando con lava e disseminando di bruma una terra perennemente avvolta tra le nebbie. Quando Odino, padre di Thor, uccide Ymir e la sua turoe discendenza incestuosa, il mare si colora di sangue e resta tale per tre settimane, ma chi beve quel sangue darà alla luce una nuova progenie che ripopolerà quelle terre ostili……
Ogni dato coincide: le Isole Far Oer sono la terra dove nascono i giganti.
Esiste una regione dal nome analogo anche nel nord della Spagna (dove tra l’altro conto di andare a breve) ma qui siamo in Ucraina, nella zona lungo il confine nord-occidentale con Polonia e Bielorussia. La Galizia è molto più che una suddivisione amministrativa ed è qualcosa di ulteriore anche rispetto ad una semplice regione: è una micro-nazione dall’identità assai accentuata e confortata dalla storia, nel senso che per lungo tratti è stato un regno indipendente e solo in un passato assai recente annessa all’Urss e poi all’Ucraina. Quello galiziano era un regno che conobbe la sua massima prosperità nel medioevo, talmente florido da riuscire nell’impresa, sconosciuta a tutti i territori circostanti, di riuscire a respingere l’invasione mongola. Ma minor fortuna ebbero i galiziani contro un altro invasore, il vicino regno di Polonia che intorno al 500 riuscì ad annettere questa regione. Ma ben presto la Galizia insorse e recuperó la sua indipendenza, in un’ epica assai celebrata nella letteratura e nei monumenti locai.
Fu parte poi dell’impero asburgico e meta assai amata dall’imperatore Francesco Giuseppe, che sovente si recava a Leopoli anche per gustare il suo piatto preferito, una sorta di bollito di vitello cotto in due diferenti zuppe, una al sedano e un’altra speziata con cipolla. La mia opinione su sta zuppa Francesco Giuseppe? Fa schifo al kaiser, è proprio il caso di dirlo. Ad ogni modo Leopoli conobbe sotto la casa di Asburgo un nuovo fulgore e a quell’epoca risalgono gran parte dei bellissimi palazzi di cui è adornata, in numero esponenziale, la città.
Alla dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico, la Galizia conosce vicende alterne, finendo prima di nuovo entro i confini polacchi, poi andando incontro ad un’effimera indipendenza ed essendo poi occupata dalla Germania nazista, che impose qui un regime collaborazionista assai feroce
e guidato da un personaggio estremamente controverso, un certo Stefan Bandera la cui vita, al netto degli orrori di guerra di cui fu capace, potrebbe ispirare una Spy-story alla James Bond.
Con la caduta del nazismo, la Galizia viene fagocitata nell’Urss per giungere fino alla storia dei giorni nostri.
fino a destinazione: una città sovietica di orribile impatto sulle prime, ma con un ben conservato centro storico medievale zeppo di imponenti chiese, e soprattutto un bellissimo castello. 
Qui nel 1429 fu incoronato un sovrano lituano dal nome bizzarro, Vytauto, ed alla cerimonia furono invitati i sovrani di mezza Europa che diedero vita ad un memorabile banchetto che andò avanti per una settimana. Forse perciò, con una punta di ironia, quella assemblea fu ribattezzata la Dieta di Lutsk, che governó sull’area per qualche secolo, conferendo in effetti una certa influenza lituana alla città, che pare assai più nordica e algida rispetto alla non lontana Leopoli.
A Sigismo’, a prossima vot’ cucino io…
più brevemente noto per essere il conte Masoch e per le sue mille porcellonerie da cui trae origine appunto il “masochismo”. Per la verità appare improprio definirlo un porcellone giacche pare si sia trattato di un fine esteta, ricercatore del piacere in una sua chiave artistica oltre che sensoriale. La sua vasta ma non troppo nota produzione letteraria tra l’altro è incentrata in gran parte su testi filosofici e politici, da assertore del panslavismo e filo-semita. Ma ciò a cui deve la sua fama è senz’altro la sua eccentrica ma non troppo lunga vita (morì a 60 anni) di giramondo, un po’ intellettuale un po’ libertino, a zonzo per le corti europee, inclusa quella italiana a cui lega la sua vicenda più celebre, quella poi narrata nel romanzo “Venere in pelliccia”, (divenuto poi anche il titolo di una canzone dei “viziosi Velvet Underground ed anche di un film di Roman Polanski)
Si, perché il nostro bel conte stipulò un vero e proprio contratto scritto con la sua amante, un’altra nobilastra chiamata Fanny Pistor: l’accordo prevedeva per una durata di mesi sei la sua riduzione in schiavitù nei confronti della baronessa, che lo avrebbe sottoposto ad ogni sorta di umiliazioni e chiamato non Leopold von Sacher, che faceva troppo signorotto con la puzza sotto al naso, ma Gregor, tipico nome da maggiordomo-schiavetto. E la saga della baronessa e del suo Gregor cominció proprio su un treno che da Graz, in Austria, li conduceva a Venezia, dove lei viaggiava in una cabina signorile è il povero Gregor in terza classe insieme agli emigranti, per poi andare a dare ogni tanto una botta alla baronessa a suo comando quando il treno entrava in galleria…..Insomma un personaggio alternativo e a suo modo di rottura nel mondo cattolico e bacchettone assai del tardo Impero austro-ungarico. Una vita che pare uscita da un quadro di Klimt! 
ma non proprio la location ideale se siete tra quelli che sobbalzano al minimo rumore, perchè qua tra curiosi, amanti del sado-maso che inneggiano e declamano versi a Masoch e musicisti di strada, non si azzecca palpebra fino a notte fonda. Ah già, i musicisti di strada: ieri ne avevo tratteggiato con paroloni gonfi di romanticismo l’emozione del vederli suonare…..oggi diciamo che già la percezione è un po’ mutata e dal cuore ci si sposta un po’ più in basso, dalle parti della uallera, abbastanza scartavetrata da questi che latrano ininterrottamente sotto la finestra, con lui che non azzecca nota e lei che pretende di cantare le hit di Adele e dei Cranberries con sta voce da vajassa che litiga con la vicina mentre stende il bucato. Vabbè, orsù dai, non è che sia venuto qui per dormire né per impelagarmi in ste polemiche da settantenne tedesco in camping sul lago di Bolsena, e quindi vado anche io a lanciarmi nella misteriosa notte di Leopoli, pervaso dallo spirito del conte che abitava proprio sotto la mia finestra, Leopold von Sacher- Palilloch!!!!!






zona un tempo indicata come Galizia e con un breve trascorso di indipendenza, si fa per dire, nei tumultuosi anni della seconda guerra mondiale, quando appunto fu annessa con questa dizione al Reich nazista .
, fatto di reminiscenze rinascimentali e poi asburgiche che ne hanno fatto una delle capitali della Mitteleuropa in un tempo passato forse un po’ dimenticato. Molte sono le personalità nate o transitate qui nei secoli radiosi: artisti e architetti di fama, regnanti di alto lignaggio e bizzarri libertini che scopriremo strada facendo. Per ora mi limito a citarne uno, che è quello che con la sua opera più celebre offre lo sfondo a questo mini-diario ed è lo scrittore Nicolaj Vasilevic Gogol:
universalmente associato alla gloriosa tradizione della letteratura russa, egli invece era più ucraino che mai; era nativo infatti della regione contadina di Poltava (non troppo distanti da Leopoli) e quantomai ucraina appare anche l’ambientazione della sua opera-capolavoro, “Anime morte”, doppiamente ucraina anche con riferimento al senso già citato di frontiera,per quello che è forse il confine per eccellenza, il limite tra i morti e i vivi.







