Tropico del Capricorno: Fine viaggio. Dedicato a te, David Livingstone!

Giorno 18- Fine viaggio
Il mio obiettivo finale erano le Devil’s pools, queste vasche naturali sospese proprio sull’orlo della cascata ove talvolta è possibile fare il bagno. Talvolta appunto, oggi non lo era. Così ho optato per qualcosa di diverso ma ugualmente magico, ed avevo un motivo personale per andarmi a cercare tutto questo.
Io francamente non ho capito come abbia fatto a sopravvivere a quella caduta al Pizzolungo quella domenica mattina di qualche mese fa, ma da oggi ho smesso finalmente di domandarmelo.
Ad ogni modo non è stata solo certa una ricerca “terapeutica”, la voglia di superare un trauma, a spingermi fin qua: c’è una frase molto bella che ho letto da qualche parte e che mi ripetevo ovunque lungo il percorso, che mi ha guidato sin giù dal Capo di Buona Speranza, attraverso il deserto del Namib, la Costa degli Scheletri, il Kalahari e tutto il resto che mi sono lasciato alle spalle fino a qua. E’ una frase che credo abbia detto Hemingway ma a me piace pensare che l’abbia detta proprio lui, David Livingstone, alla cui memoria dedico questa tutta questa mia piccola avventura:
” il mondo è un posto bellissimo dove vivere e per esso vale la pena di lottare”

Tropico del Capricorno: il “Fumo che tuona”

Giorno 17
Le tende le piantiamo sullo Zambesi, poco dopo una rapida e ad una distanza dalla riva che parrebbe sufficiente a tenerci a riparo dall’onda di piena. Più preoccupante, almeno ai nostri occhi, appare trovare riparo dai coccodrilli, di cui il fiume e’ infestato fino a sembrare in alcuni punti una sorta di tappeto di qualche griffe stronza di alta moda in pelle di coccodrillo. All’uopo usciamo a cercare e raccogliere palle di merda di elefante molto secca, simili ormai a balle di fieno, da accendere come zampirone che, assicurano gli indigeni, tiene lontano i coccodrilli.
Scrivere di queste cose mi piace, oltre che per il gusto di raccontare, per far prendere coscienza a me stesso che davvero stiano accadendo, succede tutto così in fretta e la mente ci mette un po’ a comprendere cose così lontane dall’ordinario: sono stato in tenda sul fiume Zambesi accedendo palle di merda di elefante per tenere lontani i coccodrilli, ci penserò spesso nei mesi a venire quando sarò in ufficio o in metropolitana credo!
Ad ogni modo bellissimo questo Zimbabwe, mi ha subito catturato. Ormai i deserti sono alle spalle e qui la vegetazione assume i connotati di una jungla tropicale; anche la gente pare diversa, come e’ ovvio che sia: si tratta di una o diverse etnie del tutto diverse da quelle incontrate in Namibia o Botswana. Qui ci sono gli Shona in prevalenza, dalla stazza fisica rimarchevole e tratti molto marcati, come il nostro capo spedizione Leslie che è originario di queste parti e spradroneggia per le strade come un Mastella a Ceppaloni: dai passanti ai posti di blocco della polizia, pare che tutti debbano inchinarsi alla sua potenza e non vi dico che scena quando alla frontiera ispettori del corrispondente ministero della Sanità locale ci hanno fermato per controllare (molto teoricamente) se avessimo contratto addirittura l’Ebola: Leslie ha detto di controllargli per prima cosa lo sguardo, e lo fissa faccia a faccia a 2 cm di distanza, il poverino gira i tacchi e torna indietro con sto suo strano scanner d’epoca.
Mi fanno morire poi i giovani dello Zimbawne, tutti rasta e consegnati al verbo di Bob Marley nonché…..alle strabilianti giocate di un tormentato talento calcistico non ancora sbocciato e che forse mai sbocciera’: niente dimeno stiamo parlando di Mario Balotelli!!! Davvero se , come e’ probabile, in Europa tutti si romperanno prima o poi le palle delle sue minchiate, può venire qui in Zimbabwe come ultima spiaggia: gli vogliono tutti bene e lo osannano
Ad ogni modo sarei venuto qui per vedere qualcosa di diverso dei poster di Mario Balotelli attaccati alle pareti scalcinate dei bar, qualcosa di assai diverso e leggermente più bellino: le immense e inaggettivabili Victoria’s Falls! Spesso si usa l’espressione del “lasciar senza parole”: l’hanno inventata qui, di fronte a questa sorta di battistero primordiale che ci bagna già a 100 metri di distanza, le Victoria’s Falls le cominci a sentire sulla pelle molto prima di vederle, per via dell’acqua che si nebulizza nella caduta per la foresta pluviale circostante. E’ come arrivare al centro della Terra, e anche qui l’espressione non appare generica, giacché e’qui che si apre una faglia, una sorta di enorme vagina che risale la Tanzania e il Kenya dando luogo alla cd Rift Valley. E’ come se, immaginando la Terra come un pallone, magari di quelli di cuio un po’ deformi e non perfettamente sferici come pure la Terra e’, le cascate Vittoria fossero la cucitura mal riuscita in un lato, quella che i più anziani ricorderanno per quanto faceva male quando la impattava con un colpo di testa ma che sembra conferisse al pallone un effetto fenomenale e imparabile. Anche qui l’effetto e’ fenomenale, altroché! Ma per quanto mi riguarda c’è dell’altro: questa e’ la mia metà finale, l’obiettivo ultimo del mio cammino. Tra non molto dovrò rimettermi in marcia per il ritorno , 1700km fino all’aeroporto da cui rientrare, più o meno come Napoli-Amsterdam ma da farsi su piste sabbiose in fuoristrada. Domani, in ossequio ad una tradizione che vuole che passi sempre il giorno di Ferragosto in un posto sbrevezo e casuale, dormirò a Rundu, al confine con l’Angola, città nota solo perché vi si tiene un festival permanente della malaria.
Ma non importa e questa e una parte del viaggio che non starò più a raccontarvi, questa gigantesca avventura finisce dinanzi allo spettacolo ancestrale del “Fumo che tuona”, come dicono gli indigeni. Sono partito dal Capo di Buona Speranza e mi sembra che la mia vita sia tutta racchiusa nella strada percorsa fino a qui: deserti, paludi, giungle infestate di leoni, mi sento un po’ come quegli astronauti della letteratura fantascientifica che ad un certo momento superano il “punto di non ritorno”: la Terra e’ ormai troppo lontana per farvi ritorno e andranno avanti con la loro astronave fino alla scoperta di un qualcosa, una nuova galassia o un nuovo pianeta. Eccola, la mia galassia oltre il buco nero, una montagna d’acqua dinanzi alla quale l’uomo resta fragile meno di un fuscello di legno, che almeno galleggia.
Il mio “punto di non ritorno” e’ stata invece quella notte gelata coi boscimani: quella loro magica semplicità’ e bellezza, quella saggezza nell’aver capito che è mille volte più’ bello e dignitoso vivere tra i rovi e i cespugli come i padri dei loro padri, che nel “mondo moderno” se poi questo non può che riservare loro che una casupola di lamiere, lavori precari e degradanti e una bottiglia di qualche alcolico scadente per annegare il dolore. Quella gente dona a chi la incontra l’idea che possa esistere sempre un’alterita’, che ci sia dell’Altro possibile a farsi o viversi. Quel giorno, dopo quell’incontro, ho capito che avrei raggiunto le Victoria’s Falls; non tutti, tra noi, ce l’hanno fatta, non perché siano morti per carità, ma perché sopraffatti da problemi di salute e dalla fatica, ci siamo dimezzati strada facendo.
Ricorderò questa avventura senza tempo con gioia e soddisfazione, ripensando,già da ora in cui vi scrivo con le lacrime agli occhi, alla enorme mole di Bellezza che ovunque mi scorreva sotto gli occhi e allo spirito francamente un po’ dissennato che mi ha animato: bisogna essere davvero un po’ fuori di melone per andare a imbarcarsi in una roba del genere. Ah, a proposito, la mia meta finale l’ho raggiunta ma ci sarebbe un’ultima cosina che dovrei fare, il cui pensiero anche esso mi ha in parte sospinto fin qui: e’ una cosa che vorrei fare per chiudere un conto in sospeso con me stesso, con un brutto trauma subito di tenete dopo una gran brutta caduta. E’ una cosa che dovrei andare a fare al di la del fiume, dall’altra parte delle Cascate, dove stanno ste vasche naturali proprio sopra l’abisso della cascata dette “Devil’s pools”. Attraversare il ponte sul fiume significa anche attraversare il confine ed entrare in Zambia, ma vuoi vedere che a sto punto della storia fosse mai questo il problema !?? Mo’ me la vado a fare sta camminata, su!
Ah, e scusate per il poco della pacca da fuori della foto: ne ho di migliori ma questa racchiude per me il brivido dell’incontro con “Fumo che tuona”

Tropico del Capricorno: Tra antilopi e leoni…..a bestemmiare dei coglioni

Giorno 15
Guardare anzi ammirare gli animali liberi in natura e’ una cosa che ci piace, ci distende e fa sentire meglio. Agli occhi dei nativi, questa e’ una delle più grandi contraddizioni della nostra società: l’Uomo Bianco prima stermina gli animali o li rinchiude in orrende gabbie come fossero prodotti da impacchettare, poi spende tanti soldi per andarli a sbirciare negli angoli del mondo più remoti dove ancora sopravvivono allo stato brado. Ma a questa pur ineccepibile riflessione sfugge a mio avviso un particolare: ho maturato in questo viaggio una convinzione, quella per cui ci piace guardare gli animali perché siamo fondalmente invidiosi di essi. Noi uomini, specialmente noi occidentali, che siamo stati così bari a incasinarci la vita e astrarci dal reale in mille complicazioni, transazioni, compromessi, clausole, debiti, crediti, fitti, bollette, relazioni sociali complesse e tortuose, alla fine ammiriamo un animale libero nel suo habitat e inconsciamente ne invidiamo profondamente quella semplicità ed estrema razionalità del suo vivere.
Qui nel Chobe park si ha davvero tanto da ammirare e invidiare, perché di animali ce ne è di ogni sorta e specie. E’ un parco molto diverso dal più noto Etosha, nondimeno magnifico: non ha quell’aspetto brullo e quasi marziano dell’Etosha con quelle due distese saline arroventate dal sole, qui si sta sospesi tra acqua e terra, si galleggia in una melma paludosa ma fertile e in ragione di ciò le specie animali sono diverse; meno leoni e rinoceronti ma molti più ippopotami, coccodrilli, bufali che si combattono, ovunque elefanti, e tanti altri ancora. Si può visitare anche con barche e battelli che si infilano lungo i canali e circumnavigano la straordinaria Sedudu Island, un ecosistema unico al mondo. L’immenso bacino del Chobe e’ un cuneo tra quattro diversi stati: Namibia, Botswana, Zimbabwe e Zambia ed esiste un posto di frontiera, il Kazangula border, un quadrivio dove ad ogni angolo ti dirigi verso una frontiera diversa. Io personalmente, rispetto ai giorni dell’Etosha park, ho ora appreso dalle guide indigene qualche nozione in più su come avvistare gli animali, qualche trucco su come procedere ad un avvistamento meno casuale e massivo ma più mirato e razionale: infatti adesso so che gli Sprinbook, una piccola antilope simbolo tra l’altro del Sudafrica, sono come degli animali sentinella. Loro camminano volgendo sempre le spalle al sole, e ciò per lasciare ai loro predatori sempre il campo visivo più sfavorevole in controluce, laddove questi secondi decidano di puntarli frontalmente. Laddove invece i predatori felini decidano di coglierli alle spalle, vi è sempre un’antilope per così dire sentinella che occupa la retrovia, emettendo un segnale al primo rumore: a quel punto tutto il branco si arresta, ma con la zampa sollevata da terra, pronti a scattare come centometristi allo start. Ne segue un’impasse tra l’antilope e il leone su chi fa la prima mossa, su quale direzione prende, che può andare avanti per ore. Ecco, avvistare un branco di Springbook in questa curiosa posizione mi fa capire che li vicino c’è un grosso felino: dalla mia postazione munito di binocolo comincio a scandagliare la savana e alla fine lo scorgo. Ma non si tratta di un leone, bensì di un ghepardo o forse due, pronti a lanciare il loro sprint: sto per assistere forse ad una delle scene più belle che la natura riservi, la corsa a 110km/h di un ghepardo contro la preda. Attendo almeno un’ora e mezza che la situazione si sblocchi, i contendendi sono fermi come scacchisti attendendo la mossa dell’avversario. I ghepardi scalpitano e sembrano parlare tra loro, le antilopi restano irte e concentrate, mi sembra quasi di sentirli respirano anche se saranno ad almeno 50 metri. Eppoi……eppoi accade l’imponderabile, o meglio lo scenario peggiore che stavo da un po’ presagendo: una mandria di facoceri italiani risale il dorso della collina e raggiunge la mia postazione di avvistamento. Li avevo già messi a fuoco e scansati all’ingresso del parco: goffi, brutti, milanesi tamarri anzi zarri, risalgono il crinale facendo un casino della madonna col loro armamentario di macchinone fotografiche, cellulari, lattine e urla. In pratica guardano il safari solo dai loro obiettivi. Parlano, litigano tra loro con sto accento orribile “ueeeee ti avevo detto di fotografare gli ippopotami, hai preso solo sti tacchini di merda!!!!!” Gli intimo il silenzio ma quando stanno per andare via, compio il madornale errore di spiegare ad una di quelle il motivo del silenzio e che li è appostato un ghepardo: la scrofa richiama a gran voce indietro il suo verro e il resto della mandria, ne seguiranno minuti di rumori e orrori e foto ricordo della loro plastica bruttezza, intervallati da rutti che , battutona, sarebbero dovuti sembrare ottimi richiami per le bestie. Dopo poco perdo di vista sia le antilopi che i ghepardi. Una delle condizioni imprenscindibili per un safari è’ mantenere il silenzio e non vi vuole molto a capire che gli animali, appena odono caciara, scappano: all’uopo le guide indigene di questo angolo del mondo hanno imparato a raddoppiare gli inviti al silenzio laddove nel safari siano presenti esemplari del popolo percepito fin quaggiù come il più rumoroso e irriducibile al silenzio, gli italiani. Altre precauzioni adottate dalle guide locali in presenza di italiani sconfinano addirittura nell’umiliante, come quella di non introdurre mai dianzi ad esponenti del Belpaese l’argomento “soccer”, perché poi vanno avanti per sedici ore a parlare di Juve, Napoli, Roma e di uno strano gioco che si fa in base al rendimento del giocatore, le ammonizioni, i rigori sbagliati etc: in questo angolo del mondo tra Zambia, Zimbawne e Botswana appariamo figure di merda con il fantacalcio.
La sera riesco a estorcere dalla guida i nominativi di due di quei tizi, in modo da poter così commentare la loro foto su Facebook quando la pubblicheranno e spiegare che, grazie a quello scatto, forse non avrò mai più la possibilità di vedere un ghepardo che caccia ma mi resterà sempre scolpito nel cuore il loro sorriso da maiali