Il continente perduto: Azzorre, l’ultima Atlantide


Immaginiamola così: pensate di ricevere in omaggio dai Mastri Fabbri della Terra della lava fresca in regalo e immaginate di poterla modellare come il Das con cui giocavamo da bambini. Allora, un pezzo lo scolpite come un’isola tropicale, caraibica; un’altro pezzo invece lo modellate come un’isola delle Ebridi scozzesi o le Shetland, avvolte tra nebbie perenni e pioggia, e ce lo attaccate vicino. Sopra ci mettete omini che sono navigatori in cerca di nuovi mondi da esplorare, balenieri in stile Moby Dick, coloni quaccheri fiamminghi in cerca di terre in cui pascere le mandrie, cercatori d’oro squattrinati irlandesi, predicatori ortodossi, esuli,telegrafisti, marinai e velisti giramondo. Un collage di tutte queste cose opposte e sincretiche sono le Azzorre, un ossimoro geografico investito dalla calda Corrente del Golfo che alla prima sua “fermata” recapita qui orchidee e palme da cocco (e pensate che sono coltivate le banane e d e’ l’unico posto in Europa dove si produce il the; ma poi sta la componente fredda, con brume, boschi di conifere e pascoli che pare la Svizzera. Vi è pure una minoranza etnica fiamminga, gentef sbarcata qui un tempo qui al seguito di un tizio che li convinse della presenza di immensi giacimenti di oro sulle isole. L’oro non fu mai trovato e il tipo fu passato per le armi, ma gli altri dovettero reinventarsi allevatori e ancora oggi producono un burro famoso nel mondo; a discapito delle loro origini ammutinate, prendono l’elegante nome di “gentlemen farmers” e abitano in un villaggio chiamato Flamengo (che in spagnolo vuol dire appunto fiammingo): in effetti nei loro tratti mi e’ sembrato di scorgere i volti corrucciati e deformi dei dipinti di Brueghel il Vecchio o dei “Mangiatori di patate ” di Van Gogh. E sopra tutto stanno i vulcani, e adire il vero anche sotto, giacché anche in tempi recentissimi sono emersi schegge di isole di lava simili a schiene di balene, per secoli la principale risorsa dell’isola. Alle Azzorre, in questa così composita civiltà ,vige più che altrove, la percezione talvolta drammatica che a decidere cosa donare e cosa togliere agli uomini sia solo la Natura

Il continente perduto – Azzorre, atterraggi per cuori intrepidi

Giorno 3
Le Azzorre. Alla fine di questa avventura di sicuro saprò dirvi molte cose magnifiche sulle Azzorre e sapere a chi consigliarle e per quale motivo. Per ora invece posso senz’altro dire a chi sconsigliare tassativamente: a chi ha paura dell’aereo. Intendo dire non solo a quelli fobici che hanno paura a prescindere ma anche a chi non si sente vagamente a suo agio su un aeroplano. Ne ho presi di aerei scrausi e trabiccoli tra Nepal, Africa, Cambogia , Ecuador e altro. Proprio in Cambogia mi capito’ una volta di viaggiare con dei polli a bordo, mentre in Nepal atterrai su una pista che finiva su un pendio in salita per far rallentare il veicolo, stile Willy il Coyote.Ma una roba come quella vissuta per atterrare qua, no non l’avevo ancora vista. Diciamo che tra la posizione geografica al centro dell’Atlantico, l’immancabile vento, le nebbie improvvise e pure le eruzioni vulcaniche, ste mezze striscie di bitume squagliato a terra a fungere da piste di atterraggio non verranno mai annoverate tra le più sicure al mondo; se poi va pure storto qualcosa, si mette male proprio. Il piano di volo in pratica contempla basicamente, per via dei salti di vento, una picchiata degna di uno Stuka della Luftwaffe durante la battaglia delle Ardenne, o forse il paragone più calzante e’ quello con gli Zero giapponesi sopra Pearl Harbour, dal momento che le Azzorre possono essere un po considerate le Hawaii dell’Atlantico. Segue una botta sulla pista che pare il tuffo a panzata di un ubriaco e una roba alla Chuck Norris con l’aereo che si intraversa sulla pista dove avanza di sguenzo, al fine di rallentare. Alla fine del parto, il capitano saluta uno a uno la platea terrorizzata con l’espressione di chi dice “hai visto come sono bucchinaro?” Ma all’anema i chi te suon’ e campane !!!!!!
Detto questo e baciato terra, si apre un mondo a se stante e che pare aver rubato un pezzo ad ogni continente: palme e orchidee tropicali in mezzo a conifere nord-europee, prati verdissimi che non rispettano le stagioni. Mentre attraversiamo un vasto altopiano che separa l’aeroporto dalla città, si alza dal mare una coltre di nebbia che la Padania a confronto pare un bel luogo per ammirare le stelle, vacche e pappagalli ai lati delle strade . E poi arriva la città, anzi la cittadella , dal nome già incantato, Angra de Heroismo, ma non c’entrano le spacconate del pilota: fu la prima capitale delle Azzorre al tempo della scoperta, nel 1470, ed è ferma nel tempo ad un Rinascimento architettonico mirabile. In fondo ad un’insenatura caraibica sta una cittadella che è un dedalo di viuzze acciottolate, chiese e case colorate, patrimonio UNESCO, un gioiello fuori dal tempo in cui prendo a girare come rapito fino all’alba. Ad un tale splendore umanista degli edifici non fa però da contraltare un grosso umanesimo degli abitanti, belli ruspantelli: ne becco un torma di giovinastri intenta a celebrare un addio al celibato e con loro faccio alba. Tutti dei gran simpaticoni tranne il nubendo a cui capisco subito di stare sul cazzo e che sta iper- nervoso. Ma quando la mattina avviene l’incontro con la futura Moglie Sofia e le amiche che festeggiano la medesima ricorrenza, appare tutto sommato comprensibile il nervosismo di lui.
Mi resterà sempre nel cuore Angra do Heroismo con le sue chiese cinquecentesche avvolte in una perenne nebbia in fondo ad una baia tropicale, un coacervo di componenti insolite come nelle ricette di uno chef stellato, ma senza quella presunzione che solitamente accompagna questi ultimi

Il continente perduto – Sostiene Pereira

Giorno 1


“Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l’articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente torno’ indietro e ne ricopio’ un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista di avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufe di avanguardie e di cattolicismi, o forse perché in quel momento, in quella estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l’idea della resurrezione della carne” (cit. “Sostiene Pereira”, Antonio Tabucchi)
Il Portogallo lo conosco un po per esserci già stato, una quindicina di anni da, ma la gran parte delle cose che su esso so o immagino (ma l’immaginario è’ a mio avviso una forma di conoscenza) e’ per via di romanzi letti e ivi ambientati. Mi viene in mente Saramago, che di questi posti e’ natio, ma soprattutto è’ un grande scrittore italiano ad avermi fatto conoscete e sognare tante volte questa terra : Antonio Tabucchi. La lettura dei suoi romanzi mi rimanda con la mente ad un tempo ormai passato (ma il Portogallo rimanda sempre ad un tempo passato), quello in cui studiavo all’università e il Portogallo di cui parlava Tabucchi costituiva una enorme evasione ad altri libri scritti da un suo quasi omonimo ma con una R in più, tale Trabucchi autore di certi mattoni di volumi sul diritto civile di un’amenità paragonabile ad una messa celebrata in sanscrito. Sarà forse allora che è nata la mia passione per i giochi di parole Tabucchi- Trabucchi, come dire “Medina” e pensi ad una bella cittadella araba, poi aggiungi una R ed esce…
Vabbe, cmq sempre a proposito di cose che mi piacciono più o meno, nella seconda categoria ci metto sicuramente gli aeroporti. Non li amo perché sono la sintesi opposta di ciò che amo fare quando viaggio: richiedono organizzazione preventiva, orari tassativi, necessità di doversi anticipare e tempi morti. Così, quando ci devo per forza di cose passare, maturo un atteggiamento da scolaretto discolo che si mette di proposito a disturbare la prof. A sto giro mi sono prodotto in un pezzo niente male: il volo era al mattino presto, così ero dovuto essere li nel bel mezzo della notte. Fatto accomodare, attraverso una serie di dritte e cortesie, nella comoda sala di attesa riservata alla prima classe e dotata di morbidi triclini post-moderni, mi sono subito sbivaccato a 4 di bastoni e ho preso a ronfare forte ma tanto forte da svuotare la sala, piena quando sono entrato e vuota al mattino, quando sono stato svegliato,a pochi minuti dalla partenza per fortuna, dai rudi commenti in romano strettissimo di un addetto alle pulizie, unico coraggioso rimasto ad affrontare il ciclone, il quale si chiedeva se avessero spostato il motore dell’aereo in quella sala o fosse la Fiat Panda ingolfata di suo suocero.
E poi il Portogallo, dove tutto rimanda al passato o per lo meno ad un tempo diverso. Il segno tangibile di questa sua alterita’ temporale si intuisce già dal fatto che e’ l’unica nazione dell’Europa continentale ad aver adottato un fuso orario a se. Ho scelto di partire da Oporto, città che desidero vedere da tempo eppoi il nome si presta ad essere punto iniziale di una “spedizione” oceanica. La città non tradisce le attese, struggentemente romantica come un gentiluomo d’altri tempi. Tutto è’ ammantato di un fascino retro’ ma che non definirei nostalgico: ai portoghesi piace il presente, ma il loro presente fatto di caffè rilassati e conversazioni. La città e’ tutta proiettata sul lungofiume della Ribeira; i lunghissimi viali ripidi in stile “San Francisco”,dopo serpentine tra chiese e monumenti, sbucano sempre tutti li sul fiume. Andrebbero percorsi sempre con scarpe comode, circostanza che dimentico troppo presto. Ma in fondo ad uno di questi carrugi, a tarda notte, ho il sentire che vi sia ancora aperto uno scalcinato bistro’ ,di quelli che impanano le francesinhe, con le sedie di legno e la tappezzeria ingiallita. Ne parlava Tabucchi di posti del genere e infatti gira e rigira la trovo proprio come e dove me la aspettavo. D’altra parte e’ forse vero che la filosofia sembra si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasia, forse dice la verità. Ma questa non è una mia idea: e’ appunto ciò che sostiene Pereira.

Il continente perduto- prologo

Prologo


Avevo passato molto tempo a pianificare un viaggio dall’idea ispiratrice estremamente ambiziosa e affascinante, forse anche troppo: si sarebbe trattato di partire alla volta della Macedonia, dalle parti di Salonicco identificata come casella di partenza di un folle Monopoly. La corsa sarebbe dovuta poi proseguire nella vicina repubblica del Monte Athos, il vaticano della religione ortodossa dove non sono ammesse le donne, poi l’isola di Samotracia da cui viene la Nike esposta al Louvre e poi il confine sullo Strimone dove combattevano i peltasti, per addivenire poi a Costantinopoli. E poi Mileto e Sardi che resistettero vanamente per essere poi punite; Gordio ove stava il nodo inestricabile che lui recise col ferro. Eppoi Isso e Gaugamela dove a centinaia di migliaia i fanti e gli arcieri di Persia furono travolti dalle sue falangi. E quindi Susa e il deserto fino alla tana del fiero rivale Dario, la lussuriosa Persepolis da distruggere e cospargere di sale affinché qui non cresca mai più il fiore di una civiltà nemica. Poi magari, con le forze residue attraversare il Caspio verso gli ozi di Samarcanda e Merv e risalire fino alle Montagne Celesti, da cui si vede in lontananza l’India. Insomma avevo progettato di ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Tutto studiato nel dettaglio, su mappe e toponomastica dell’epoca. C’era solo un piccolo problema: il tempo moderno. Nella geopolitica attuale i posti in questione si chiamano Turchia, Iran, Turkmenistan, Kyrghizistan etc. Diciamo che fra ste teste di cazzo di terroristi, dittatori in ascesa, pseudo-golpi falliti e sospensioni dei diritti civili, non tirava proprio una bella aria e il clima era ancora peggiore che ai tempo delle guerre di Alessandro Magno. Inoltre, due belle sfogliatelle recapitatemi a inizio estate dal duo hard Cassa forense& Equitalia hanno spento gli entusiasmi residui.
Ad ogni modo, su con la vita, non me me sto certo a “godermi” l’Agosto nostrano con spiagge che brulicano come termitai e con la consueta profondità lacerante di pseudo-drammi umani di chiattilli rimbalzati sulle porte dei locali, un mondo intero di convenzioni che si incenerisce sui bicipiti di un buttafuori.
Insomma se a Est non si può andare, si può sempre andare a Ovest. Ma se Occidente deve essere, voglio che lo sia fino alle sue conseguenze estreme,intese da un punto di vista geografico: me ne vado nell’ultimo spicchio di terra che possa essere considerato Europa, migliaia di km oltre le Colonne d’Ercole, nel bel mezzo dell’Atlantico ove sta un arcipelago di scogli anneriti e lembi di lava vulcanica miracolosamente emersi dagli abissi oceanici, le Azzorre. Furono scoperte poco prima dell’America e lo stesso Cristoforo Colombo vi fece scalo sulla via del ritorno ma pare che fu accolto malissimo.
Pare che la natura laggiù sia bellissima e incontaminata tra vulcani, orchidee e balene. Abbinerò il viaggio ad una visita del Portogallo, paese che si lascia amare, tra città medievali e vigne di vino Porto nel nord, prima di volare in mezzo all’Oceano. Le isole sono nove, alcune sprovviste di aeroporto, come il minuscolo isolotto di Corvo, limite estremo dell’Europa da cui dista quasi quanto dalle coste americane, identificato come meta finale del viaggio.
Ma c’è un altro motivo, assolutamente irrinunciabile, che mi spinge fin qui: e’ quella storia di cui parla Platone nei suoi Dialoghi;anzi, di cui ha cominciato a parlare Platone , perché poi lo hanno seguito in tanti fino ai giorni nostri. La storia e’ quella che narra di quel popolo di costruttori di piramidi venuto da una terra lontanissima posta oltre le Colonne d’Ercole. Una terra poi scomparsa, come sprofondata portando con se a fondo la florida Civilta’ che la abitava, tanto tempo prima degli Egiziani e dei Sumeri.
Si, perché, nella ridda di ipotesi e attribuzioni varie, la tesi meglio accreditata e’ quella che identifica proprio nelle Azzorre la mitica terra di Atlantide, il Continente Perduto.

Napoli violenta – part. 3 : un bilinguismo difficile

Trovo che se Eugene Ionesco stamattina fosse entrato nello stesso bar di via dei Mille dove ha fatto colazione il sottoscritto, la drammaturgia mondiale si sarebbe arricchita di una nuova pietra miliare dell’Arte dell’incomunicabilità: l’intero personale di un bar, dal cameriere alla cassiera al gestore, ai agita visibilmente contrariato perchè nessuno riesce a capire cosa diavolo mai voglia ordinare una coppia di origine asiatica seduta ad un tavolino, che parla “un’altra lingua”. I camerieri indispettiti e increduli ne riferiscono al gestore che appare il piu’ insofferente di tutti e che, con aria da buon padre di famiglia, rassicura i dipendenti sgomenti di non preoccuparsi più di tanto, perchè, inalberatosi con aria cattedratica, “qua stiamo in Italia e si deve parlare italiano!!”, buscando il plauso e i cenni di approvazione di una claquè compiacente di clienti, qualcuno dei quali a conforto della sua tesi è pronto a giurare, addirittura sulla vita della sua prole, di essere stato vittima all’estero di terribili angherie di altri camerieri in bar locali che dileggiavano la sua grossolana pronuncia italiana…Forse perchè mosso dal mio buonismo alla Cristina D’avena, forse per rompere l’impasse, mi offro volontario per provare a dirimere la spinosa questione e svelare l’arcano, in cuor mio in verità piuttosto scettico di poter fornire un concreto contributo, giacchè la lingua parlata dalla coppia di sicuro avrebbe esulato dalle mie conoscenze. Giunto a un di presso del tavolino e invitato i due a proferir parola, apprendo con un certo disappunto che l’incomprensibile “altra lingua” che aveva reso sgomento tutto il personale del bar e scatenato discussioni sullo scarso peso dell’Italia e degli italiani nello scacchiere geo-politico mondiale, non era qualche sotto-idioma hurdu delle valli dello Hindokush pakistano o uno dei 10.000 dialetti quechua delle popolazioni precolombiane dell’Amazzonia, ma trattavasi in realtà di un banalissimo inglese, lingua nella quale i due non stavano declamando un sonetto di Shakespeare o un testo arcaico ma facendo una banalissima ordinazione..oddio proprio banalissima no. “Bacon and eggs..o forse “scrambled egg”- ripetuto con insofferenza con un accento di provincia che cominciava ad insospettirmi e del tutto increduli che questa pietanza fosse irreperibile sulla piazza napoletana…Sempre in uno dei miei slanci di buonismo alla Paolo Limiti mi accingevo quasi a suggerire ai fratelli europei della terra d’Albione qualche tipica pietanza napoletana, una sfogliatella, un babbà, che avrebbe fatto di sicuro spegnere la nostalgia delle britanniche uova strapazzate….quando comincio a notare degli strani monili azzurri, di uno strano azzurro, e quotidiani sportivi inglesi con inequivocabili foto di beniamini locali, tipo quell’italiano di colore emigrato all’estero non certo per la cosiddetta fuga di cervelli (parte anatomica fuggita sì, ma dal suo corpo)….di colpo mi si eclissa tutto il buonismo alla Mariotto Segni, di colpo quel che mi erano sembrati due malcapitati viaggiatori vittime del provincialismo e dell’arretratezza culturale del Meridione mi si trasformano in due odiosi e saccenti plutocrati che nel tempo libero se ne vanno girando per l’Europa per sostenere una finta squadra di calcio creata dal nulla a suon di miliardi di sterline da uno sceicco che non sapeva che cazzo fare nella vita, e sbraitano e irridono poveri camerieri pagati in nero perchè non trovano le loro uova strapazzate buone come nel loro merdoso bistrò sotto casa a Manchester?!?!? Con un movimento lento della testa e sguardo che avrebbe voluto essere ispirato al John Sean H. Mallory di “Giù la testa” di Sergio Leone, mi rivolgo al cameriere e comunico la mia scoperta: “sono tifosi del Manchester….vogliono delle uova strapazzate”….mi allontano sempre imitando il passo di Sean H. Mallory dopo che ha piazzato la dinamite alla banca di Mesa Verde e immaginando alle mie spalle urla ed esplosioni

Due loti sottozero – cap.II – memorie dal sottosuolo

Quel che esiste intorno Reykjavik e notoriamente conosciuto Islanda pare racchiudere in se una ad una tutte le meraviglie della natura. Ma pare anche avere un modo a se per custodirle: non comunemente all’esterno, in bella vista come in una cristalleria, bensì in un luogo più sicuro e intimo, protetto forse dalle intemperie del clima, ovvero il suo ventre bollente sotterrano. Dal sottosuolo affiorano infatti prima o poi una ad una tutte le meraviglie di questo paese, ognuna con una sua epifania a volte dolce ed a volte brutale ma sempre decisamente strabiliante . La prima di queste meraviglie in cui ci imbattiamo affiora, se non proprio dal sottusuolo, perlomeno da qualcosa posto al di sotto la superficie in senso lato, e parlo infatti dei cetacei che affiorano dal mare . Li vediamo apparire il primo giorno da un battello che si allontana circa due ore dal sicuro porto di Reykjavik per andarsi ad inoltrare in una cappa lattiginosa di cielo da cui sembrano provenire onde contro il battello da tutte le direzioni. Quando già dopo ore di marosi cominciano a volare a bordo le buste per il mal di mare come le canne ad un concerto dei Pink Floyd ed i primi mugugni sulla validità dell’escursione non certo poco (come nulla in Islanda)…..eccole finalmente le balene, tante, addirittura tre insieme della specie detta humpack whale, evento così raro da spingere persino il comandante del vascello a immortalare l’evento. Sono nere come pneumatici ed hanno il dorso ricoperto di fossili, paiono quasi voler giocare con noi ad una distanza irrisoria dalla fiancata del vascello. Le avevo viste pure alle Azzorre, piu giu nell’Atlantico seguendo la stessa faglia terrestre e nelle lontane Galapagos ma mai così vicine al battello. Una escursione davvero indovinata ! Poi è la volta di una seconda meraviglia che vediamo apparire dal sottosuolo e non può che trattarsi dell’acqua, che da mille anfratti sgorga qui permeando l’aere di un odore sulfureo . Non sempre però viene alla luce nello stesso modo: a volte lo fa docilmente con Rivoli bollenti che paiono accarezzare questa terra gelata, altre volte con sbotti possenti simili ad eiaculazioni di un gigante sotterraneo come nel caso dei geysir. Gli islandesi hanno imparato ad addomesticare molto bene la preziosa linfa di questo gigante sepolto sfruttandola in mille modi : riscaldamento, energia geotermica in luogo del petrolio e, dulcis in fundo, hanno preso ad incanalare per benino quest acqua calda per andarla a far confluire in eleganti e sceniche “lagoon” dove si accoccola a centinaia ben felici turisti. La più celebre è la Cd Blue Lagoon, doppiata adesso dalla Sky Lagoon davvero bellissima, con vista e bar panoramico per sorseggiare un drink mentre si sta ammollo . In effetti questi luoghi funzionano anche meglio dei bar come luogo di incontro e di acchiappo se se ne ha voglia. Per i nostalgici e gli amanti dell’intimità vi è poi la Secret Lagoon, completamente naturale e che infatti sa a peste di zolfò e terra ma certo ha un fascino più autentico . Dal sottosuolo dell’Islanda emerge poi fuori di continuo anche la stessa Islanda ovvero il materiale unico che la compone e ricompone come un castello di DAS o plastichina agitato da un dio norreno : la lava. Ogni cm dell’Islanda è composto da una lava nera anzi nerissima che scomposta in mille formazioni delle dimensioni e forme più disparate . Ma il buco originario da cui salta fuori tutto questo magma, migliaia di km nel sottosuolo, dopo aver generato l’Islanda,’prima o poi la cancellerà o perlomeno la dividerà in due parti. Si perché questo è il punto più critico della faglia tra la placca tettonica Nord americana e quella euroasiatica, una sorta di vagina terrestre che allontana inesorabilmente le due gambe alla velocità di due cm l’anno e tra di esse si incunea il mare, sempre più possente ed impietoso ad allargare ciò che la vagina di Gea ha creato

Due loti sottozero – Cap. I – Reykjavik, terra di pionieri sull’acqua

La prima immagine che Reykjavik ci dona di se è un gigantesco battello arrugginito e malconcio, di quelli usati per la pesca oceanica e scafati per i mari più grossi è arrabbiati e forse pure per prendere a testate blocchi di ghiaccio imprevisti, attesa la prua simile alla testa di un ariete . Fu concepito tempo fa in un cantiere di Tallinn e reca nel nome un “italianismo” mal riuscito : si chiama infatti “Steffano”,’scritto così con due f. Tutto qui intorno al vecchio porto sembra rimandare ad un passato di arpioni, fiocine, vascelli pronti a lanciarsi in mari neri come la pece per mesi bui e fresi di pesca, ed anche un certo passato fatto di insediamento su una terra inizialmente ostile all’uomo è ricordato ovunque. Tutto ciò che proviene dal passato è insomma pervaso da uno spirito di settlement, colonizzazione, uno spirito appunto da pionieri. D’altra parte non poteva che essere così: questa terra non è abitata dalla notte dei tempi, sono stati i Vichinghi ad arrivarci intorno all’800 dopo Cristo, trasferendo quo in prevalenza schiavi adibiti al taglio delle foreste per ottenerne preziosa legna. Dovettero fare davvero un bel lavoro visto che di alberi ormai praticamente non ne vediamo manco più uno nella lunga e lunare strada he congiunge l’aeroporto alla città. Esiste poi un nuovo pionierismo che sembra aver pervaso ora la città: quello di agganciare questa città e questo che era un mondo a se all’Occidente.. Quello che doveva essere un piccolo insediamento di pescatori ha assunto alla velocità impressionante di un ventennio o poco più la tipica conformazione della città cosmopolita scandinava, un pezzo ben riuscito di Occidente dove decine di giovani di tante etnie diverse si muovono festanti ma tutto sommato ordinati. Tanti di loro sono emigrati qui a lavorare: a decine incontriamo ragazzi croati, polacchi, portoghesi ed ovviamente italiani. Facile tutto sommato distinguere chi è qui a vivere dai turisti: i secondi sono bardati con abbigliamento tecnico più adatto ad una spedizione polare che ad un venerdì sera cittadino, i residenti minimizzano sul freddo, che effettivamente per ora è sopportabile e vivibile. Ma la situazione cambia radicalmente se ci si sposta lontano dal mare nell’interno, ma queste sono storie che verranno. Per ora Reykjavik ci coccola con zuppe di aragoste o di agnello, locali con dj superfighi e cavallone indigene che sembrano però tutte vomitare di colpo lasciando la gente intorno piu che perplessa, per usare un eufemismo. E poi la natura intorno che sembra annoverare una ad una tutte le meraviglie del creato, ma di questo parleremo più avanti

Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!

Il Vello d’oro – giorno 14: la Steppa

Giorno 14
La Steppa. E chi l’aveva mai vista la Steppa, almeno chi l’aveva vista così tanta così grande! Ne avevo sentito parlare in un racconto di Herman Hesse o in un giochino divertente che facevamo al bar con gli amici, quando imitando un conoscente comune, canzonavamo: ” ahah ja ja mi ricordo quando stavo nella steppa con Franz, aha ja ja che bello ragazzi, ah si….” . Ora a trovarmici dentro la steppa ho quasi paura, tutto questo spazio immenso e sconsiderato, dentro cui un uomo si sente immensamente piccolo, immensamente poco, specie se è solo col suo zaino. La Steppa mi comunica una sensazione che affonda in qualcosa di filosofico, un concetto che per qualche motivo l’uomo occidentale ha lasciato perdere per strada: la percezione del Nulla. Tutta l’Anatolia centrale che si snoda sotto i miei piedi e’un’immensa, sciagurata steppa. Ad un certo punto della steppa, nel bel mezzo di uno sconfinato altopiano battuto da un vento feroce e ove trombe d’aria s’agitano così come fosse niente, sta un luogo chiamato Erzurum. Dico la verità, l’ho scelta come tappa del viaggio quasi per caso , quasi per sbaglio e quasi per gioco: mi piaceva il nome, Erzurum, duro e dolce al tempo stesso. Erzurum e’ un crocevia di strade che per noi occidentali non portano da nessuna parte, un caravanserraglio di popoli da noi poco o nulla considerati. Erzurum e’ un accampamento, un fortilizio conquistato, perso e riconquistato cento volte da cento eserciti diversi: armeni, persiani, romani, bizantini, arabi, saltuk, selgiuicidi, mongoli e russi…Vi è purtroppo una cosa che dalla notte dei tempi ad oggi gli eserciti vincitori fanno quando entrano in una città: si prendono le donne dei vinti. Lo fanno prima di ogni altra cosa, prima di spartirsi il bottino e il denaro, per prima cosa gli eserciti vincitori struprano le donne dei soccombenti. La terribile ricorrenza storica deve avere assai segnato gli abitanti della mille volte violata Erzurum, che ora hanno verso le proprie donne uno spasmodico senso di protezione che colgo in mille modi. Giusto per capirci, siamo nell’Anatolia orientale, non lontani dall’Iraq e dall’Iran, dal Caucaso e da altri luoghi appartenenti ad un immaginario geografico confuso per noi occidentali. Per le vie di Erzurum cammino senza riuscire a vedere un solo viso di donna: stanno tutte trincerate dietro abiti scuri che ne nascondono qualsiasi fattezza anatomica e anche gli occhi, e tuttora mi chiedo come facciano mai a vedere da dietro quelle vesti totalizzanti. La cosa più sbagliata che possa mai saltare in testa di fare ad un turista occidentale sbarcato qui garrulo e felice in bermuda e infradito e’ provare mai a fotografarle: mi avvertono di non farlo già’ alla stazione degli autobus, casomai mi saltasse per la testa. E non è il caso nemmeno di mettersi a fotografare le secolari madrasse di Erzurum, le scuole coraniche di antica istituzione che propagandano qui una rigida interpretazione del Corano, poco o niente debordante verso mollezze occidentali. Una di queste madrasse, la Cifti Minareli Medrese, e’ un capolavoro di architettura araba, fondata nel 1200 da uno dei tanti dominatori di turno del città, un re selgiuicida dal nome rassicurante e illuminato di Selim il Crudele.
Erzurum e’ un crocevia di popoli sconosciuti ma è nel mio piccolo un crocevia anche per me, che la scelgo anche in attesa di decidermi a cosa fare, a dove andare. Già’, da qui in avanti per marciare verso la Colchide e il Vello d’Oro le opzioni sono due, e sono molto combattuto. La prima strada punta a nord-est, verso i selvaggi monti del Kackar, antipasto dei monti per antonomasia del Caucaso, verso una località chiamata Yusufeli adagiata sul fiume Coruh, uno dei migliori al mondo dicono per fare rafting. Poi da qui potrei facilmente ( si fa per dire) tagliare verso la costa e raggiungere Trebisonda, da cui raggiungere la frontiera con la Georgia sul Mar Nero. La seconda strada marcia secca verso est, rimanendo all’interno dentro questa lunare steppa e nel solco della secolare Via della Seta. Si tratterebbe di far rotta verso un luogo chiamato Kars e da li poi verso Ani, la mitica capitale del misterioso regno Urartu, una città fantasma saccheggiata e distrutta dai Mongoli nel 1200, e da allora rimasta pressoché uguale. Una figata pazzesca, ma presenta un gigantesco problema: temo che la mitica Ani mi faccia finire in un cul de sac, un vicolo cieco. La città,’o meglio quel che ne resta, sta proprio lungo il confine con l’Armenia, ma in Armenia non si entra venendo dalla Turchia: Turchi e Armeni si sono scannati per secoli, o meglio i primi hanno a più riprese massacrato e sterminato i secondi, hanno rubato loro i 4/5 del loro territorio ed un terribile genocidio armeno si è consumato neanche 100 anni fa. Fatto sta che la frontiera turco-armena e’chiusa e invalicabile. Per andare dunque nel Caucaso attraverso questa strada dovrei piegare verso un valico montano della Georgia, all’altezza di due città frontaliere chiamate Posof e Vale. Ma si tratta di un valico estremamente difficile d raggiungere, nel nel mezzo di una gola caucasica male o per niente servita da mezzi di trasporto. Sul valico di Posof/ Vale girano sui forum di viaggiatori informazioni assolutamente contraddittorie e icoferenti, c’è chi dice di esser passato in fretta, chi dice di averci perso 3 giorni. La stessa Lonely Planet fa un gran casino, dicendo sulla guida della Turchia che a Posof/ Vale si passa facile ma poi asserendo sulla guida della Georgia che da li non si passa. Da giorni mi scervello su questo bivio ed ho indicato sulla mappa questo punto come “il buco di Posof/ Vale”. Ad ogni modo se riuscissi a passare di la, appena dopo il confine troverei in Georgia un’altra città fantasma, scavata sottoterra nella montagna, chiamata Vardzia, roba da Signore degli Anelli! Ma a chi sto aspettando? Si va per la seconda strada, in qualche modo caverò fuori il ragno dal buco di Posof/ Vale, mi aspettano la mitica Ani e Vardzia, nella vita una volta mi capita di passarci da qui! Prendo dunque un bus alla volta di questa città chiamata Kars, avamposto verso Ani e il valico, nonché avamposto al contrario dell’esercito russo che li è calato a più riprese facendone una propria roccaforte in pieno territorio ottomano. La strada tra Erzurum e Kars non avrebbe nulla ma proprio nulla da invidiare a quella più famosa che bordeggia il Gran Canyon in Colorado, la sua bellezza aspra mi spinge più volte alla commozione. La percorro a bordo di un minibus pieno come un uovo e che presenta a bordo un campionario di odori e fragranze capaci di annichilire la più rinomata profumeria francese. Mi sembra che tutti gli odori di sterco di animali domestici siano ivi rinvenibili: si va dall ‘Huile de Merde de Bouef all’ Coco Chanel de Sciord de Gallin, passando per il Puork numero 5 alla Sgummatell de Pasteur Curdo dentr’la mutanda giall’. Ma fa niente, a me pare di stare sopra un astronavicella spaziale che attraversa quel territorio lunare. E alla fine,dopo una marcia serrata, molto dopo il tramonto, giungo qui in questo strano avamposto chiamato Kars, dove i soldati russi dello Zar hanno lasciato questi bizzarri casermoni color pastello, giusto per non farsi mancare niente nel collage di popoli che colora questo remoto angolo di Turchia lungo una traversa laterale della Via della Seta. Ai confini confini con il Caucaso, ai confini con l’Armenia, ai confini con l’Iran e con l’enclave azera del Nanichevan, ai confini pure delle mie possibilità ma non della mia morbosa fantasia. Si, perche’ vi è pure qualcosa di altro che mi ha portato fin qui, un motivo ulteriore anzi due. Kars e’ la città delle cento donne suicide, ove vive la bellissima Ipak e ove torna dalla Germania Ka lo scrittore: Kars e’ la città ove è ambientato il bellissimo romanzo di Pamuk “Neve”, che infatti in turco si pronuncia “kar”.
Poi vi è un secondo motivo che mi ha fatto optare per questa via e riguarda il senso finale del mio viaggio, il Vello d’Oro: le divinità ostili come già visto mi aspettano alle frontiere, per provare ad arrestarmi con le loro trappole e i loro emissari. Ma gli dei ostili si aspettano che il prode Palillo passi la frontiera a nord da Trebisonda, io invece glielo metto a quel servizio ed entro in Caucaso attraverso questi luoghi remoti e questo valico infernale interno. E se riesco a passare il buco di Posof/ Vale, non c’è più niente e nessuno che mi ferma fino al Vello d’Oro, ma questo per favore agli Dei non raccontatelo…

Il Vello d’oro – giorno 13: Istanbul, porta liquida d’Oriente

Giorno 13
Istanbul, porta liquida d’Oriente, con le tue sponde adagiate sul Bosforo come le labbra di una vagina e in mezzo sta il clito del Corno d’oro. Istanbul sa essere tutto, reggia da mille e una notte e letamaio, calda e fredda, ricca e miserabile. Vi ritorno dopo 15 anni, il che equivale a dire che vi giunsi che avevo da poco passato la ventina e da allora ne conservo un ricordo incantato poiché la trovai magica. Ma a 20 si trovano magiche molte cose ed è bello così, io ricordo che trovavo magico pure andare ad un concerto a Roma e dormire in stazione fino alle 5 di mattina quando partiva il primo treno….nondimeno Istanbul e’bellissima ancora adesso, intendiamoci, e credo di esservi passato in un momento particolare della sua storia millenaria. Tutto adesso sembra bagnato da una nuova ricchezza, un’opulenza sorprendente e inaspettata . A milioni le persone sciamano sulle avenue principali tra una fila infinita di banche e negozi di grande catene, i nuovi ricchi venuti qui da ogni angolo della Turchia a bordo dei loro Suv sembrano non credono ai loro occhi quando realizzano che e’venuto il loro momento a potersi sedere ad un ristorante all’ultimo piano di un grattacielo a mezzanotte e ordinare una bottiglia di champagne, invece di mangiare alle 18 e 30 dietro la cucina e sciacquare poi i piatti di quelli venuti dopo. Costantinopoli e’ da secoli un gigante che a volte si allarga a volte si contrae. Quando si allarga, assorbe dentro di se molto del mondo circostante, allungando i tentacoli anche in Europa : ho cominciato ad avvistare il gonfalone di Costantinopoli gia dalle coste albanesi, con le banche turche le uniche sul terreno. Poi dentro i Balcani era una processione di camion turchi, di ditte edili turche, progetti di sviluppo turchi. Qui e’l’epicentro di tutto cio’, la parte di filetto piu pregiata della vacca. Un cameriere curdo scappato qui dall’Iraq guarda a tutto ciò’ come ad un paradiso e benedice il premier turco Erdogan, a suo dire autore di questo miracolo e per il quale ha una venerazione simile a quella verso un faraone. Io azzardo un paragone tra Erdogan e Berlusconi ma non certo per eventuali miracoli e lui mi risponde che no, assolutamente no! Uno così, un vecchio mafioso che va a letto con le minorenni nel suo villaggio in Kurdistan l’avrebbero appeso per le palle! Berlusconi is like Saddam Hussein, not like Erdogan! E dalle parti sue pare che nessuno riesca a spiegarsi come un paese evoluto e civile come l’Italia sia ancora alle prese con un personaggio del genere. Neanche in Iraq riescono più a spiegarselo. A suo dire inoltre Erdogan e’amato e venerato dal 95% della popolazione turca, solo un 5% lo osteggia ed sarebbe quella esigua minoranza che ha dato luogo ai disordini del Geci Park. Nondimeno quel 5%, posto che sia solo tale, si vede eccome se si vede. Lontano ma non troppo dallo scintillio delle strade principali, nel quartiere bohémien di Beyoglu centinaia di giovani si assiepano a terra sotto la torre di Galata la sera e, ad un dato segnale, si scambiano un bacio tra persone dello stesso sesso. Può sembrare un gesto estemporaneo privo di senso ma le cose stanno diversamente a queste latitudini, dove teoricamente si rischia l’arresto per una cosa del genere. La nuova borghesia intellettuale turca si ritrova qui, in minuscoli caffè abbarbicati lungo le ripide discese che dalla torre di Galata portano giù al ponte; in poche centinaia di metri conto una ventina di librerie, decine di gallerie d’arte e mostre di fotografia e il clima e’quello di una metropoli occidentale, con giovani che diffondono volantini e opuscoli antigovernativi. Sarà forse il prodotto anche questo della nuova ricchezza: non mi piace pensarlo ma trovo che a volte particolari evoluzioni e fasi di sviluppo del pensiero siano per così dire innescate dalla prosperità economica. La ricca Firenze dei mercanti diede vita al Rinascimento, la potente e agiata Atene creò la filosofia e diede impulso alle arti, il boom economico in Italia precede il ’68. Ecco, qui il clima mi sembra vagamente quello che precede il 68, la nuova intellighenzia turca si ribella alla rigida educazione conservatrice dei padri.
Poi oltre il ponte sta il Corno d’oro, la parte museale sempre bellissima e il cd centro storico, che forse non è proprio più tale. Sarebbe l’area dei bazar, i secolari bazar di Istanbul raccontati da migliaia di viaggiatori ove si scambiano merci e spezie di ogni sorta. Vi dirò, il Bazar egiziano, quello delle spezie, e’rimasto come lo ricordavo un luogo autentico, mentre il più famoso Gran Bazar, un labirinto di vicoli e negozi senza fine sotto i portici, mi è parso abbastanza posticcio, un posto ove per lo più si rimedia in vendita la stessa cianfrusaglia cinese che trovi in ogni quasi ogni angolo della terra. Ma qui ritrovo ad un ogni modo un qualcosa che avevo perso di visto,sono gli italiani. Gli italiani li avevo persi di vista sulla nave per la Grecia alla partenza, nella mia percezione ormai pare un secolo fa, poi dentro i Balcani di loro non vi ho trovato traccia, qui ricompaiono in pletora e paiono assai contenti, entusiasti di trovare le stesse stronzate che trovano pure sotto casa loro. Una cosa su tutte sembra rapirli: il falso, le borse o altri gadget simili contraffatti. Quando tra secoli i sociologi studieranno questa ossessione e attrazione morbosa per il brand e addirittura per la sua copia falsa, credo che forse si scoprirà una cosa: secondo me il falso tira così non solo per, come si può pensare in prima analisi, chi lo compra vuol far credere all’altro di essere sufficientemente ricco da poterselo permettere. Secondo me c’è un motivo ulteriore, più intimistico, personale: il falso piace a chi lo compra per un motivo scaramantico, e’un modo per esorcizzare la miseria, come un corno portafortuna o qualcosa di simile. E tra gli italiani, qual è infatti il popolo scaramantico per eccellenza, che più scaramantico non ce ne sta? I napoletani ovvio! Difatti qui nel Gran Bazar i napulegni battono in numero cospicuo, decisi e competenti sul mercato del Pezzotto, sanno riconoscere cuciture, varie qualita di pellame, ingaggiano contrattazioni che sembrano dei corpo a corpo coi mercanti ottomani, dove uno parla turco e l’altro napoletano stretto ma ovviamente si intendono alla perfezione. Non vi è luogo al mondo che lascia percepire meglio la derivazione turca di noi meridionali. I napulegni se la giocano alla grande, sembrano avere la convinzione della squadra emergente che va al Santiago Bernabeu sentendo di potercela fare, e chillo e’o pezzott da Vuitton cinese, e chist e’ a stessa stoffa da Hoga’n favesa, o Pirellino gv, o Pirellino 2 e venti ( suppongo si tratti di occhiali da sole) . C’è una coppia di napoletani che pare voglia fare una sorta di lista di nozze qui. Intendiamoci questa qui non è la manfrina cui si può assistere pure in un villaggio turistico della Tunisia o del Mar Rosso, ove uno studente per arrotondare entra vestito da beduino e comincia a inscenare quella puchiarella del tira e molla sul prezzo coi turisti per vendergli delle collanine. Qui e’una roba più seria, i napulegni sono interessati a grandi partite di merce e per entrambe le parti in causa vi è un forte motivo di orgoglio. Ricorda la lotta tra la mangusta e il cobra, cui una volta ho assistito in Cambogia presso dei tizi per strada. Il Cobra si erge maestoso e punta la mangusta in un angolo avventandosi sopra con velocità ed esperienza, ma la mangusta e’ancora più veloce e scappa pochi cm oltre, il cobra si rialza e riparte, la mangusta scappa ancora ma sempre e solo di pochi cm, il cobra attacca ancora ma poco dopo e’ sfinito e crolla a terra: solo allora la mangusta di lato lo morde e gli stacca il collo. I Rettili ottomani, che stanno qui da sette secoli, attaccano ribassano e rialzano il prezzo, ma le manguste napoletane scappano ribaltano la discussione, tirano fuori borse false fatte meglio a Napoli. Alla fine, quando intorno si è fatto un capannello enorme, i napulegni se ne vanno via tutti bardati di occhiali di Prada, borse Vuitton e altri ammenicoli simili. Camminano fieri scambiandosi il cinque e fotografandosi coi nuovi gadget indosso. Secondo loro, la mangusta ha mangiato il cobra