Il velo di Maya: The city that never sleeps

Giorno 1
New York, dove i giorni in questione per la verità sarebbero due o almeno uno e mezzo, ma il lungo spostamento e il rincoglionimento da fuso orario skakerano il tutto come una sorta di yogurt scaduto un giorno e consumato l’indomani, in una percezione del tempo piuttosto confusa. Dunque, dicevo dello spostamento aereo, beh qua comincia a manifestarsi il mio solito culo, che nella fattispecie si manifesta con le sembianze di un ragazzo che conosco e che è stato anche mio vicino di casa, lavora come capo-steward e lo becco giusto giusto sul mio aereo: gentilissimo,mi fa uscire un’intera fila di posti libera dove spaparanzarmi e per tutto il viaggio mi rimpinzerà di birra e cibo (anche se preferisco soprassedere sulla qualità delle libagioni…). Mi attende dunque la Grande Mela, da addentare in poco tempo, un assaggino di poche ore ma da gustare al meglio: così ho pensato bene di spararmi l’albergone figo a Time Square, per viverla un po’ così alla Frank Sinatra. Giunto a destinazione tuttavia ecco che il Fato ha mutato direzione e or si presenta avverso….oddio, a seconda delle interpretazioni: ad accogliermi a tale oggettivamente figo Citizen M ci sono tre fighissime addette di portinerie vestite da collegiali, che all’unisono scandiscono il mio nome preceduto dall’appellativo “Citizen” (cittadino) mentre un monitor gigante ribadisce a carattere cubitali il benvenuto sparando anche in alta definizione una mia immagine pescata dalle foto profilo Facebook. Sembra che abbia dati l’assenso all’utilizzo delle immagini al momento della prenotazione e meno male che non ne sono andati a pescarne una tipo di quelle di Carnevale, sennò sai che bella figurella di merda che apparavo a prima sera, proiettato su maxi schermo nella hall dell’albergo vestito da sirena o da pavone; anzi, una tale eventuale circostanza, scoprirò poi, mi avrebbe esposto a rischi considerevoli nelle relazioni di una tipologia di clienti assolutamente predominante al Citizen, gli altri “cittadini”….ma andiamo con ordine. Si, perché a sto punto accade l’inconveniente del cazzo che ti incasina tutto: le carte bancarie non funzionano qua in USA per via di alcuni codici internazionali non attivati prima di partire, e le fighissime “cittadine” alla reception paiono piuttosto scazzate dall’inconveniente e spengono subito i loro sorrisoni di circostanza. Intuisco subito quale sia il problema a livello di malfunzionamento della carta perché già mi era capitato altrove, in un posto molto diverso, dove il mio interlocutore non era una graziosa signorina vestita da collegiale ma un ossuto pastore di capre dell’alto Maghreb marocchino, al quale dovevo pagare il passaggio in jeep fino ad una montagna ai margini del deserto: diciamo che in quel caso la spiegazione circa il sistema GeoControl dei pos bancari internazionali risulto’ poco convincente e ricordo come fosse ora che, dopo avermi prima scrutato con la stessa umanità con cui Jihadi John scruta le persone accovacciate al suo fianco, mi mostro’ poi il pollice verso, come faceva Nerone al Colosseo con i gladiatori sconfitti….a dispetto dei più volgari luoghi comuni sull’Islam, il tizio non stava pensando tuttavia a decapitarmi ma stava solo indicando le mie scarpe Nike appena comprate, che aveva individuato come oggetto congruo per una permuta, un baratto insomma……sapeste come e’ fastidioso restare scalzi sulle montagne dell’Atlante marocchino. Intanto però manco poi mi imparo la lezione e con superficialità avevo dato per scontato ora che, avendo usato ste benedette carte all’estero addirittura in Botswana e Zimbawne, figuriamoci se poi non avrebbero funzionato a Manhattan. E invece no, i codici sono diversi a seconda dei continenti ed ora e’ venerdì sera, in Italia e’ notte fonda e intravedo lo spettro di una notte come quella che canta quel rapper, chissà dove e con “twenty dollar in my pocket”, quanto ho di contanti . Ad ogni modo, dopo circa un’ora di attesa al tel ad un numero verde un cazzo di operatore italiano mi risponde e sblocca sti cazzo di codici Geo Control: posso varcare la soglia presidiata dal Cerbero tricefalo con le sembianze da collegiali ed entrare nel mondo di sti “cittadini”, gli avventori del lussuoso hotel, una sorta di tribù dei giorni nostri dedita al “culto selvaggio e primitivo della Dea Bellezza da non smettere mai di venerare”: questa almeno la definizione che ne offre ora il cervellone elettronico, lo stesso che proiettava poc’anzi la mia foto profilo…….a me sembra più che altro di stare in una tribù di epigoni di Boygeorge e Jimmy Sommerville che a mezzanotte di un venerdì sera ordinano al bar centrifugati alla frutta e alle 3 di notte vanno a fare palestra (!). Il fuso orario mi ottunde e sono in grado solo di raggiungere la vicina Time Square, adornata di video luminosi ad ogni angolo come un video game e tanta gente pervasa da una strana euforia. Aveva ragione il vecchio Frank “the Voice”: this is “the city that never sleeps”

Il velo di Maya: Prologo

Prologo
“Il velo di Maya” e’ un’invenzione del filosofo Arthur Schopenhauer, che sostanzialmente ritiene la vita un sogno: tale velo sarebbe apposto dinanzi ai nostri occhi alla nascita, impedendoci di comprendere appieno la conoscenza e la percezione della realtà, se non in misura sfocata e illusoria. Si tratta di concetti che l’autore mutua dalla filosofia induista, dove il termine “maya” rimanda alla creazione o a qualcosa attinente alla misura, quindi ci appizzano poco o niente i Maya intesi come popolo precolombiano del centro-America dove sono diretto, nondimeno l’ho scelto come nome del diario un po’perche mi piacciono assai i giochi di parole un po’ perché la metafora si addice assai al senso di questo viaggio.
Non temete, la finisco subito con queste pippe pseudo-intellettuali, semplicemente il viaggio in questione prende le mosse dall’anniversario dei miei quarant’anni, che cade nel bel mezzo di esso: si tratta nel senso comune di una ricorrenza particolare, i 40 anni, la fine di una fase della vita più o meno associata all’idea di “gioventù” e l’inizio di un’altra, chissà, dominata da altri valori, non saprei. E’ forse il momento giusto in cui ci si spoglia del “velo di Maya” e si prende a guardare il mondo nella sua realtà, scevro dai sogni e dalle illusioni della “vita precedente”? E’ la domanda che funge da incidente narrativo al diario, cui magari darò una risposta girovagando tra New York, Guatemala e Belize. Ah già, perché tra tutte queste chiacchiere qua non ho ancora svelato il piano di viaggio: beh rispetto ad altri itinerari pare meno complesso, anche perché in grossa parte non vi ho ancora pensato, quindi faccio ancora in tempo a incasinarlo come piace a me. Partiro’ per New York, dove ho lo scalo aereo prolungato, un giorno e mezzo tra un aereo e l’altro e il rincoglionimento del fuso orario, un tempo francamente ridicolo per vivere una realtà così grande ma tant’è: proverò a dare un minuscolo morso alla Grande Mela.
Poi si parte per il maestoso Guatemala: jungle, vulcani e vestigia Maya, un’avventura da cui mi aspetto tanto e che ho scelto dopo lunghissima selezione come meta per questa ricorrenza. Alla fine da un punto non lontano dalle piramidi di Tikal, dovrei sbucare in uno stato confinante, il Belize, fatto di straordinari atolli e una magnifica barriera corallina : la meta finale per ora e’ un misterioso buco nella barriera corallina stessa, forse generato da un meteorite caduto millenni fa e che da luogo ad un abisso senza fondo e impossibile a misurarsi, il cosiddetto Blue Hole appunto. Ma ci devo arrivare…
Insomma di cose in pentola ne bollono parecchie, a tutti i livelli, perché per ora ho scelto come tappa di avvicinamento questo simpaticissimo ristorante-albergo, da Benito al Bosco: altro che Guatemala o Belize- ex Honduras Britannico, qua stiamo a Velletri, castelli romani, e Benito e’ il paffuto e anziano proprietario. Ha l’aria paciosa di chi ha capito da tempo che il mondo e’ tutto un teatrino, ha una carrellata di foto infinita con presidenti e celebrità venute a trovarlo; da ultimo Renzi che vicino a lui in foto ha l’aria dell’universitario fuori sede che torna a Natale a casa e deve trovare il coraggio di dire ai genitori che ha speso gli ultimi sei mesi in sbronze e minchiate e non ha fatto manco un esame, tutte cose che i genitori sanno già ma lo accolgono cmq a tavola. A Benito cmq sembra fregargliene davvero poco di sto andrivieni di presidenti e teste coronate, l’unico il cui ricordo sembra scaldargli il cuore e’ l’amico di vita Ugo Tognazzi, che qui veniva a fare scorpacciate di funghi e dove ha scritto con Zavattini la sceneggiatura originale della “Grande Abbuffata”. Ovviamente non potevo esimermi da un tributo al maestro Tognazzi ed ho mangiato cumm nu puork, talmente tanto che mi piglio scuorno di scrivere il menù.
Più che il velo, per adesso si disvela il “colesterolo di Maya” insomma

Il Milione: finale nucleare

Conclusione
Quella in foto e’ la centrale nucleare, tutt’ora in funzione, di un paese chiamato Ignalina, nella Lituania settentrionale, una sorta di Chernobyl potenziale o forse anche già una Cripto-Chernobyl. Tra l’altro l’immagine e’ di repertorio perché una vecchia legge di epoca sovietica, recepita poi dal parlamento lituano, espone chi fotografi siti come questo al rischio di un’accusa di spionaggio internazionale. Ne’ io dal mio canto avevo poi tutta sta voglia di avvicinarmi più di tanto a sto luogo sinistro. In effetti sto paese dal nome buffo, Ignalina (e che sorge tra l’altro vicino un parco nazionale stupendo e incontaminato) pare proprio la trasposizione terrestre di Springfield, il paese dei Simpson, coi suoi abitanti che vagano stralunati tra un centro commerciale e una pompa di benzina con alle spalle sto mostro quiescente.
L’ho scelta come luogo simbolico ove concludere il mio viaggio perché mi è sembrato abbastanza coincidente con esso in senso metamorfico. Una mostruosa creazione dell’uomo che si frappone alla bellezza di una natura rigogliosa, cosi’ come un’assurda creazione umana come la guerra (in Ucraina) si è interposta al mio fantasioso e bellissimo disegno di viaggio originario. Ma ad ogni modo e’ stato bellissimo anche così, un itinerario nel cuore di un’Europa diversa, in alcuni punti quasi dimenticata.
La centrale nucleare e’ forse per metafora anche di qualcos’altro che ora si rende necessario: il ritorno alla realtà., dopo quasi venti giorni trascorso zaino in spalla nella beata incoscienza che caratterizza un viaggio del genere. Un volgare aereo da Vilnius mi riporta indietro, ridicolizzando in poche ore il cammino faticoso di tanti giorni tra città, laghi, fiumi e montagne; una velocità, quella degli aerei che brutalizza il percepire degli uomini: in un viaggio la terra va messa sotto i piedi, va vissuta, così da cogliere il paesaggio che cambia, le abitudini e i costumi delle varie genti che cambiano, altrimenti finiamo per somigliarci banalmente tutti dappertutto, questa e’ la mia idea di fondo. L’aereo ripercorre all’inverso il mio percorso e con nostalgia dall’alto un po’lo rivivo: quella assurda città di confine chiamata Suwalko dove niente e nessuno sapeva di cosa fosse la Lituania posta Lia pochi km, la foresta dei bisonti popolata da bisonti umani perennemente ubriachi, Varsavia e il suo ghetto fantasma, Cracovia e le sue folli notti, la Slovacchia dove tutti vanno invece a dormire presto e dove sta quel villaggio di mostri sul lago che pare uscito dal film “Hostel”, il castello di Spis con quei due imbroglioni che si spacciano per maghi, le grotte senza via d’uscita di Aggtelek dove vagano i fantasmi del prof Petre e famiglia da 70 anni, le colline del vino buono come il Sangue delle Belle Donne, Budapest adagiata regalmente sul Danubio, la sonnolenta Drava che bagna Ptuj dove partecipai a quel folle festival di Vino&Scrittura, Lubiana che pare una piccola Amsterdam, il lago di Bled che pare uscito dal “Signore degli Anelli”, il monte Tricorno con quella assurda strada costruita dai prigionieri russi, Caporetto coi suoi boschi intrisi di sangue italiano, il colore acquamarina dell’Isonzo dove felice scendevo in un pericolosissimo rafting, Udine deserta il sabato di ferragosto e il Canal Grande a Venezia dove arrivai dopo quasi 48 ore senza dormire in una sorta appunto di estasi di felicità da inizio viaggio. E come sempre, dall’aereo ripeto in gesto scaramantico, quello in cui ripenso al momento (che vi è sempre) in cui mi sono detto durante il cammino e le sue asperità “ma chi cazzo me lo fa fare?” Eh si, e’ capitato anche quest’anno, su dei monti freddissimi e pieni di nebbia chiamati Tatra, quando semi-assiderato in bermuda dovevo raggiungere il confine con la Polonia. Mi chiedevo soprattutto come avevo fatto mai a non considerare che a quelle latitudini le temperature e le condizioni atmosferiche non potevano che essere tali e invece io avevo preventivato, chissà perché, di trovarmi a passeggiare tra ridenti e soleggiate colline, manco fossi in Sicilia. Ma forse e’ vero che, come canta Battiato, “per chi sa rimanere incosciente, le colline sono sempre in fiore”.

Il Milione : finally Vilnius

Giorno 16
Anni fa, su un treno in Italia, mi capito’ di assistere ad una scena particolarmente simpatica. Sul gioiello delle linee ferroviarie italiane, il celeberrimo Frecciarosaa, negli spazi angusti e costipati dei suoi interni più simile a quelli di un sottomarino che di un treno passeggeri, monta su un tipaccio, un bestione tutto muscoli e tatuaggi, capello rasato e pizzetto, un’aria da carabiniere fanatico e/o da ultras di squadra di calcio. Nel sollevare con la sua erculea forza la valigia e nel riporla nelle apposite cappelliere in alto, gli deve succedere una mezza mossa dalle parti dell’intestino e la cosa non sfugge ad un altro passeggero, un pacato signore anziano,il quale con calma olimpica e accento romagnolo stigmatizza: “hai fatto una scorreggetta…..” Il bestione subito, con accento super-napoletano: ” che cccosaaa???!!”- “hai fatto una scorreggetta….l’ho sentita qui , sulla pelle…..”- “u nonn, ma stai a foraaaaa!!!”
Embe’ sarei ben felice di poter definire ora “scorreggette” questa sorta di eruzioni di metano e azoto immesse nell’atmosfera da sto bipede umanoide che siede accanto a me in dormiveglia su sto bus che sale da Parigi fin su a Pietroburgo attraverso anche la Polonia, dove monto su, e la Lituania dove invece scendo. Credo mi sia finito a fianco non per caso tra l’altro ma per un disegno preciso, un piano punitivo applicato con dovizia. Esiste una regola quando si monta su un bus a lunga percorrenza, un trucco per avere un viaggio per quel che si può confortevole: fare subito un enorme sorrisone e mostrarsi simpatico con l’hostess o con chi cmq sovraintende al l’assegnazione dei posti. Io invece mi vado subito a impelagare con sta stronza di hostess, la quale si intallea in una questione se farmi prima il biglietto o farmi posare prima il bagaglio e si mostra a livello logico una seguace di quella filosofia medievale cd della Tarda Scolastica, quella del famoso “paradosso di Buridano”. L’asino di Buridano ha davanti a se due govoni, uno di fieno fresco e uno di paglia rinsecchita ma non sapendosi decidere perché tutte le scelte sono quantisticamente uguali e di pari valore, finisce per morire di fame. La hostess dice che devo fare il biglietto ma non ricorda al momento quale sia il prezzo, poi devo riporre il bagaglio nel cofano ma solo dopo aver pagato il biglietto. A bordo non si può salire col bagaglio ma il bagaglio non posso metterlo nel cofano fino a che lei non mi fa il biglietto, così se ne esce che devono ripartire e che non posso salire a bordo. Ci sfanculiamo abbastanza pesante e salgo alla fine a bordo si, ma ovviamente vengo messo in castigo. In un bus double-decker con il piano di sotto ben climatizzato e semi-vuoto con comodi sedili reclinabili, io vengo invece spedito nel lazzaretto del piano di sopra, tra gente in viaggio da due giorni e che ronfa, peti e soprattuto una allucinante fetamma di piedi. Proprio davanti a me stanno una donna a cui puzzano talmente tanto sti giganteschi piedi bovini che è qualcosa che non si spiega. Cmq storto o morto arrivo alla fine in Lituania a Vilnius, tappa quasi finale del mio viaggio. Bellissima città questa Vilnius, il centro storico piu grande d’Europa, uno scrigno di arte barocca ben conservato innestato su un contesto vitale e cosmopolita. La società lituana, oppositrice fiera prima del nazismo e poi dei sovietici sebbene non sia che un piccolo paese, possiede un forte senso di identità nazionale unito ad una percezione di se come di un popolo europeo. Una menzione particolare per il numero cospicuo di cameltoe riscontrati per le strade,’per via della vocazione sportiva di questo popolo sempre in tuta. Riscontrabile anche una forte vocazione commerciale in questa Vilnius, da sempre città di mercanti ebrei posta sulla cd via dell’Ambra che infatti qui viene ancora lavorata e venduta. P.S.: a Vilnius cmq veniteci a comprare l’ambra, l’argento lavorato, le ceramiche e tante cose ancora, ma non pensate mai di comprare qui del l’intimo maschile: avevo bisogno di comprare un boxer o uno sleep qualsiasi, che non ero riuscito più a fare la lavatrice. Mi accontentavo di uno qualsiasi,senza particolari velleità estetiche eh, ma avrò speso ore e ore a girare e alla fine l’unico che sono riuscito a trovare e’ sto catafalco qua, sto cesso di mutandone visibile in foto….altro che cameltoe

Il Milione: gli ultimi bisonti

Giorno 15
Si, lo ammetto: rimango un provinciale. Per quanti mi sforzi di viaggiare su e giù, finisco per corservare sempre una scorza capresotta che non si lava via: da noi e un po in tutti i piccoli centri si rimane troppo legati ad un’idea di “piazza” come fulcro raccolto di una comunità, luogo intorno a cui ruota la vita e ci si incontra tutti prima o poi. Cosicché qui a Varsavia, quando ho appreso che il bus a lunghissima percorrenza proveniente da Parigi ed in proseguimento per le repubbliche baltiche sarebbe partito dalla piazza Centralna di Varsavia, beh ho pensato che mi bastava andare “miez a chiazza” un dieci minuti prima e un posto l’avrei trovato. Miez a chiazza, si! O cazz! Uno poi si deve andare a ricordare che ci stava sto Gesù Cristo di razionalismo sovietico, che sti cazzo di comunisti andavano a costruire ste piazze squadrate lunghe e larghe km e km che ci si potrebbe costruire sopra non uno ma tre aereoporti tanto che so grandi. Naturalmente in quella landa desolata manco per il cazzo trovo l’angolo remoto da cui dovrebbe partire sto bus ( e’ pure l’alba e quella appena finita era stata pure una seratina simpatica) poi nei pochi minuti convulsi che mancano al fischio finale decido di fare la giocata sbagliata, puntare tutto sull’ufficio informazioni dove siede una vecchia rincoglionita che parla inglese come io parlo swahili e che, mentre prova a telefoanre una sua amica che parla le lingue, si becca un bel “sta maronn i strooonza” gridato a molti decibel di potenza. E niente si cambia percorso, si fa una tappa che avevo soppresso: la foresta dei bisonti! Si tratta di una regione remota ai confini con la Bielorussia e ora che ci sono stato credo di sapere perché siano rimasti solo li e non altrove: e chi cazzo li va a cecare in quel posto sperduto? Arrivarci infatti comporta un giro per tutta la campagna della provincia orientale polacca, che non ricorderò come uno dei posto di maggiore fascino mai visti. Alla fine cmq arrivo in questa città chiamata Augustow, nella regione dei laghi Masuri dove pure si consumo una cruciale battaglia della prima guerra mondiale tra russi e tedeschi. La vittoria ottenuta da Hindenburg qui tra l’altro, unita all’uscita di scena della Russia per via della rivoluzione del ’17, costituirà il presupposto della nostra disfatta a Caporetto, prima tappa del viaggio ma passiamo appresso. Augustow, situata in mezzo a grandi laghi tutto intorno ce pare quasi un’isola. Vi trovo una graziosa guesthouse un po carestosa ma con una locandiera estremamente gentile e simpatica. Ecco quest’ultima espressione “gentile e simpatica” e’ una litote, una figura retorica per cui si afferma una cosa negandone il contrario, di cui forse gia parlai pure nel diario dell’anno scorso. Un esempio di litote che ci proviene dalla letteratura e’ “Don Abbondio non era nato col cuor di leone” per intender dire che era un cacasotto. Ecco l’espressione “donna gentile e simpatica” vale qui a dire che era nu maronn i cess. Esteticamente assai diverso e’ invece il marito di lei, un gigante d’ebano mulatto che deve avere la stessa voglia di lavorare che ha il Berlusca di farsi processare dai giudici di Milano. Mentre lei sta indaffarata a fare tremila cose insieme,lui se ne sta bello sbivaccato a fumare e godersi tutti gli effetti collaterali del suo Big Bamboo, con lei che mentre cucina e parla a tel e porta i bagagli e pulisce i mobili gli manda tanti baci amorosi con la mano. E quando la poverina mi dice che il suo husband will take care of me e mi fornirà una bicicletta, chill mi squadra con un’aria come se manco dovesse andare sulla luna a recuperare un pezzo di asteroide . “Azz e tu vuo’ na bicicletta a quest ora, e ma non ho le chiavi del catenaccio, non ho il gonfiatore etc” ; alla fine dopo mezz’ora di vuommicherie mi rifila un catorcio con le ruote moscie e senza freni, che per poco non centro piu avanti in pieno una coppia di sposini che sta facendo le foto!!! Ad ogni modo storto o morto arrivo in questa foresta dei bisonti e anche dei tarpan, dei cavalli preistorici che vivono ormai solo qui. E’un incanto di laghi,isolette e paludi ma l’unico animale a manifestarsi in maniera visibile alla mia vista sono dei assai più comuni tavani chef fanno nuovo nuovo. Uh contatto col bisonte lo stringo cmq la sera quando, davanti ad un’orchestrina tristissima che suona la polka e la cover della lampada e “i will survive” in polacco, in un contesto umano piuttosto degradato di alcolisti locali violenti e omofobi, mi viene ad un tratto offerta una grappa al profumo di bisonte appunto. Si tratta, dico sul serio, di una grappa ottenuta dallo sterco del bisonte…..ma non si potevano estinguere sti cazzo di bisonti di merda? E tra voi, qualcuno lo tiene il numero dell’ospedale Cotugno?

Il Milione: il patto di Varsavia

Giorno 14
“Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale e la stabilità!”- cantava Lindo Ferretti ai tempi belli, ovvero prima che la droga gli sfondasse l’intelletto facendolo precipitare in un delirio di madonne e crocifissi…..
Ad ogni modo anche a me sarà un patto qui a Varsavia a portarmi la stabilità…..si, perché a Varsavia succede il “Carramba che sopresa!”. Ha sempre un gusto particolare beccare qualcuno che conosci in un posto lontano, e’ innegabile, e forse lo è ancora di più per noi capresi abituati a sentirci già sulla terraferma più prossima tipo Napoli in una sorta di “altrove”. Ripensando alle carrambate capitatemi in passato, ne ricordo una quando da ragazzino a Disneyworld in Florida beccai Ombretta Di Massa che lavorava la. Singolare pure fu 3-4 anni fa quando incontrai Gabriella Massa su una montagna abbastanza sperduta del Montenegro. Stavolta invece, appena messo piede a Varsavia, ad un tratto sento: “ue Pali'” e ti becco su una bici Romano Acampora (ma perché non funzionano solo a me sti tag?)
Ci avviamo verso il centro storico interamente ricostruito dopo lo scempio nazista, usando la bici come prezioso riscio’ per il mastodontico bagaglio, poi stipuliamo appunto con il suo padrone di casa un piccolo patto di Varsavia: quella notte avrei alloggiato anche io in quel l’appartamento per una modica somma. Simpatico sto ragazzo che fitta l’appartamento, e’ un architetto che ha studiato pure in Italia e ci accoglie con le palle di Mozart, poi si scusa per non poter esplicare al meglio la sua ospitalità perché è’ impegnatissimo ad un progetto davvero importante: sta progettando la inauguranda sede le Guggenheim di Helsinki. Addirittura! Il Guggenheim e’ rinomato per avere sedi che sono già in se un’opera d’arte contemporanea, fenomenale e’ ad esempio quello di Bilbao progettato dal rivoluzionario arichitetto Chiamato se non sbaglio O’Gehry. E qui abbiamo dinanzi quello che sta progettando quello di Helsinky?! Sono finito per scambio sul divano di casa di un archistar! Con ammirazione gli chiedo allora quali sono stati i suoi lavori già eseguiti, magari senza saperlo li avrò ammirati chissà dove. No, un po difficile averli visti: ha elaborato fin ora una sorta di coppa per un torneo universitario di canottaggio e poi ha realizzato una statua di una Santa per la festa patronale di un paesino a 30km da Varsavia dove vive la nonna e sono tutti molto religiosi. Beh francamente, con tutto il rispetto si nota una certa discrepanza tra la commissione di una statua di Santa Rita da Cascia e l’incarico a progettare una sede di un importante museo di livello mondiale….”no ma io stare solo partecipando a concorso via internet. Sono già giunte 15.000 domande da tutto il mondo, chissà chi vince…” Ahhhh, mo si.
Varsavia e’ una città bella e vitale che è’ dovuta risorgere dalle proprie ceneri, una sorta di Fenice chiamata a ricostruirsi e ci è riuscita più che bene. Il centro storico perfettamente ricostruito e’ stato dichiarato patrimonio dell’Unesco sebbene risalga solo al dopoguerra praticamente. Qui si trova poi anche il famoso Ghetto ma di quello originario non è rimasto molto, anche se se ne respira la memoria eccome camminando in quei luoghi. A Varsavia vivevano 380.00 ebrei prima della seconda guerra mondiale; dopo l’occupazione nazista ne vengono ammassati altri 300.000 e viene eretto un muro, in pratica un lager in centro città. Decimati da fame, malattie, infezioni, deportazioni ed esecuzioni sommarie, gli occupanti del ghetto, quando ormai ridotti a 50.000 intendono irrimediabilmente quale sia la fine che lo attende e, perso per perso, decidono di morire combattendo. Civili stremati da mille avversità e armati alla meno peggio insorgono contro uno degli eserciti meglio armati della terra in un disperato atto di eroismo, noto appunto come l’Insurezzione del Ghetto di Varsavia. Nondimeno, nonostante l’enorme disparità di forze in campo, per 21 giorni i nazisti non riescono ad avere la meglio sugli insorti, fino a dover ricorrere l’8 maggio ad un bombardamento con gas tossici che seppellisce gli ultimi eroici sopravvissuti. Una volta “liquidata” l’operazione Hitler ordina che venga data una rappresaglia esemplare, anche al fine di prevenire analoghi fenomeni altrove: l’intera città di Varsavia deve essere rasa al suolo, nemmeno una pietra deve rimanere in piedi. La notoria efficienza dei tedeschi nel portare a termine gli ordini non falla nemmeno sta volta, o quasi: di Varsavia resta in piedi il 15% dei palazzi.
L’Insurezzione del Ghetto di Varsavia, nella sua drammaticità ed enorme sproporzione francamente mi ha rimandato col pensiero anche ai giorni attuali, alla Striscia di Gaza, dove anche qui, a parti parzialmente invertite , homeless che vivono in poco più che baracche sono costretti loro malgrado a combattere con pietre, fionde o alla meno peggio con qualche razzo artigianale contro un esercito occupante dotato di tutti gli ultimi ritrovati della tecnologia bellica. Ma probabilmente e’ un discorso un po forzato e non è questa la sede migliore.
Quella visibile in foto e’ una striscia di pietre incastrata nel suolo, tutto quello che resta oggi del Ghetto di Varsavia

Il Milione: una gioia per gli occhi chiamata Cracovia

Giorno 13
“Rocco invade la Polonia” e’ una pellicola che trova un numero alto di estimatori presso un pubblico di nicchia per la sua capacità di fondere Eros e Pathos, furore sentimentale e drammaticità storica.
La mia invasione della Polonia invece si contraddistinguerà per un approccio multiculturale e interdisciplinare capace di valorizzare gli aspetti peculiari di questo paese rinato dalle ceneri di una serie concatenata di disastri che l’hanno attraversato a stretto giro, dall’abominio nazista alla pialla del socialismo reale.
Ci sono particolari momenti storici in cui città già belle di proprio, brillano di una luce ancor più intensa, perché attraversate da un’energia particolare, come una stella cometa di cambiamento e di irripetibilità storica. Mi viene a proposito in mente la Roma degli anni ’50 e della dolce vita, la Parigi di inizio secolo e dei bohémien, la Istanbul di fine Ottocento, la Firenze del Rinascimento. Ecco, questa credo che sia la parola giusta qui, rinascimento, magari scritto con la minuscola per non offendere nessuno. Credo che visitare Cracovia oggi significhi fotografarla in un momento in cui si avvia a diventare (o forse a ridiventare) una delle capitali culturali europei , con un enorme fervore che per adesso la montante cianfrusaglia e la monnezzaglia di fast food per turisti non riescono ancora a domare. La bellezza aristocratica della città vecchia aveva sin da subito colpito nel dopoguerra i nuovi occupanti sovietici i quali, in ossequio ai canoni di quella sorta di ideologia del Brutto caposaldo del socialismo reale, fecero subito di tutto per scorticare via tanto splendore. Pensarono così di trasformarla in una citta’ industriale dal magnifico grigiore socialista e vi impiantarono una gigantesca acciaieria, con interi quartieri a blocchi di cemento per ospitarvi gli operai. Ma al di la delle polluzioni inquinanti, la cosa poco influenzò le tradizioni della città e per giunta la fabbrica divenne uno dei principali nuclei di Solidarnosc e dell’opposizione ai sovietici. L’intero centro storico conserva ancora un impianto analogo a quello seicentesco quasi era capitale polacca. La Polonia e’ un grande paese, ricco di risorse e abituato ad alternar storicamente fasi di prosperità a periodi di miseria. A risultare per questa terra penalizzante e’ stata sempre nella storia la sua posizione geopolitica: stretta tra due giganti, uno a est e un altro a ovest, rispettivamente Russia e Germania che a turno la assalgono e se la mangiano. Nella scorsa guerra addirittura i due giganti si accordarono per ingoiarsela insieme.
Ma ora le cose vanno meglio, decisamente meglio: la Polonia e’ un paese in netta crescita economica e credo che il suo Pil aumenti ad un ritmo nettamente superiore a quello italiano per esempio ( non sarei cmq sicuro di questo dai anche perché di ste cose non me ne frega un cazzo normalmente figuriamoci quando sono in viaggio ma mi pare sia così. A vederla da vicino la società polacca, resta poi completamente anacronistico un certo immaginario creatosi negli ultimi vent’anni dalle parti nostri a proposito dei “polacchi”. Da un bel po’ ormai in Italai in certi ambienti più retrogradi il termine “polacca” e’ una sorta di sinonimo di cameriera a basso costo o ancora vale ad indicare una donna venuta da un imprecisato est geografico a rubare con malizia mariti e fidanzati a povere e buone donne italiane, troppo educate per abbassarsi a competere su quel teorico livello di zoccolaggine. Mah, avendo presente come vanno le cose giù da noi a livello di economia, credo che, per le tante donne nostrane con ambizioni pretenziose a vite comode e a vestire fasciate in costosi vestiti da addebitare ovviamente sui conti correnti dei mariti, non sia poi un consiglio troppo sbagliato per loro quello di prendersi un polacco. Cracovia in particolare credo attraversi un periodo di particolare opulenza e i suoi abitanti sembrano ebbri della felicita’ di chi capisce che la miseria e’ alle spalle. Il quartiere del vecchio ebraico del Kasimiert, attraversato durante la barbarica occupazione nazista da uno sterminio che non fece salvo pressoché nessuno dei suoi vecchi abitanti (Auschwitz sorge qui a pochi km), ora pullula di gallerie d’arte, centro sociali, bistrò e studenti. Nel castello del Wawel e’ temporaneamente custodita la donna per me più sexy del mondo, la “dama con ermellino” di Leonardo che già da sola varrebbe il viaggio.
Cracovia, a mio parere se non è tra le 10 città più belle d’Europa e’ solo perché è’ già tra le prime 5.

Il Milione: i selvaggi Tatra

Giorno 12
In un postaccio chiamato Admiral con tavoli da biliardo senza manco il panno verde e ove la musica e’ affidata ad un vecchio juke box a vinili , una tipa che insegna storia e filosofia al Gymnasium di Levoca mi ammonisce sul rischio folle a proseguire verso la vicina Ucraina. Anzi ad andare li, sono proprio impossibilitato: le frontiere terrestri sono praticamente chiuse, vengono aperte a singhiozzo ma principalmente per permettere il flusso nella direzione opposta di gente che scappa dalla guerra. Inoltre la nave da odessa alla volta del Caucaso non salpa più, perché fuori il porto sta appostata la flotta russa proprio come nel film della corazzata Potemkin. Mi ero già da tempo prefigurato ad ogni modo un cambio i itinerario, Samarcanda e’ irraggiungibile per questo giro, mi duole che lo sia anche il Caucaso dove desideravo tornare. Resta dunque da disegnare una nuova rotta. Dalla Slovacchia dunque dovro’ per forza di cose tagliare a nord, attraverso i selvaggi monti Tatra e sbucare poi negli altopiani della Slesia, in Polonia. Non sarà così lontana la magnifica Cracovia e poi la capitale Varsavia. Da li barra del timone poi tutta a est verso il confine bielorusso, dove sorge la foresta primordiale più grande d’Europa e dove vivono gli ultimi bisonti europei. Incontrerò poi la regione dei laghi Masuri, pare molto bella naturisticamente e da li verso la Lituania: la bella capitale Vilnius, un parco naturale di paludi acquitrini e centrali nucleari abbandonate e poi potrei chiudere nella penisola curlandese, sulle dune di sabbia di Nida vicino a dove è nato Kant e dove andavano a villeggiare Thomas Mann e Sartre. La prendiamo con filosofia appunto!
La prima tappa si rivela tuttavia durissima: l’attraversamento dei monti Tatra e’ uno scoglio duro, soprattutto se fatto con un abbigliamento più adatto ad andare da Luigi ai Faraglioni che su brulle e fredde montagne avvolte da una nebbia bastarda e infida. Già nel fondovalle di un posto chiamato Poprad la temperatura e’ sui 7-8 gradi e piove. Questa cittadina, bruttarella, la ricordo solo per un “31!” fatto ad un tizio di un ristorante che espone tanto di cartello “Original Pizza Caprese”. Ovviamente quando si è visto sgamato, ha preso ad addurre una sequela improbabile di scuse per giustificare la feta greca come formaggio anziché la mozzarella, il forno a microonde etc. Un trenino a diesel sale fino ad un luogo chiamato Stary Smokovec e la temperatura scende fino a 4-5 gradi. Questi monti Tatra possono essere un magnifico luogo per escursioni ma ad andarla ad acchiappare una giornata di sole, ogni anno muoiono tra le 15 e le 20 persone durante le escursioni perché sorpresi dal maltempo che sopraggiunge improvviso e letale. Se mi mancava il Caucaso, beh questi posto esserne un valido surrogato, con strade sterrate, cime aguzze e fiumi ribollenti di rapide. Si sale ancora attraverso una gimcana di tornanti nella nebbia fino ad un posto chiamatto Zdejar, con bellissimi cottage in legno ottocenteschi che pare voglia tutelare l’Unesco. Mentre attraverso un bosco alla ricerca di una baita per ripararmi dal freddo, mi viene in mente la profezia del cameriere ricchione, quello che diceva che sarei stato mangiato da un orso….Alla fine, un ruscello in piena segna il confine con la Polonia. Poco oltre , giusto sotto una cima che la gente dice assomigliare ada un gigante addormentato, sorge Zakopane, la stazione sciistica resa celebre da Papa Wojtila che da giovane andava appunto a sciare li. Al termine di sto calvario, infreddolito a dir poco vi metto piede per una decina di minuti , il tempo di prender qualche altra boccata di freddo e vedere ovunque pallosissime e cafonissime statue di Wojtila. C’è l’ultimo autobus in partenza per Cracovia, sono distrutto ma in due-tre ore potrei stare nella piazza del mercato a bere vino caldo o in qualche locale del centro…. Buonanotte Zakopane e Papa Wojtila che fa lo slalom gigante, si va a Cracovia!

Il Milione: il castello di Spis e i suoi fantasmi

Giorno 11
Credo di aver capito perche’ Marek Hamsik dice e ribadisce sempre di trovarsi bene a Napoli, che Napoli sia una bellissima città etc, malgrado debba sottostare a tutte le varie vessazioni di quella cernia cocainomane del presidente e nonostante gli si schizzano il Rolex dal polso una volta la settimana. A confronto della sua terra natia Napoli pare vitale come New York. La terra slovacca ha in effetti un think palillians nascosto nel nome che ne disvela ineluttabilmente la natura e che rimanda a quel proverbiale animale che molti nominano ma nessuno credo abbia mai visto, la cd “vacca ra puzzulana”. Ecco penso abbiate sentito qualche volta st’espressione con cui ci si riferisce a qualcosa di terribilmente lento (“maronn sto treno pare a vacc ra puzzulana”) e si rimanda a sto mitologico bovino adibito in tempi antichi non meglio precisati al trasporto della pozzolana (che credo sia un surrogato del carbone). Ecco appunto la terra slovacca e’ slow vacca, tutto e’ molto lento, compassato, senza strappi, e non è che la cosa sia per forza negativa, anzi. L’economia per esempio e’ molto slow e credo che la Slovacchia sia il paese dell’area euro con il costo della vita più basso, si spende davvero poco e hanno ancora circolazione qui le monetine di rame da 1 o 2 centesimi; il cibo e’ abbastanza slow food però per gustarlo devi essere very fast, perché irrimediabilmente i ristoranti alle nove di sera chiudono e può scendere pure Gesù Cristo da cielo, niente: se arrivi alle nove e 5 minuti il ristoratore ti guarda in faccia e scuote la testa perplesso come a dire “giovanotto ma ti pare mai questa l’ora di presentarsi a cena, di girare per strada, alle nove di sera??? Questi giovani d’oggi avrebbero proprio bisogno di una raddrizzata.” E questo intendo dire non solo in paesini sperduti come quello dell’altro giorno ma anche in città di medie dimensioni come questa Levoca dove mi trovo ora. Si tratta di una graziosa cittadina medievale adagiata su una collina e che diede i natali a tal Mastro Pavlov, esimio scultore tardo-gotico apprezzato dai regnanti di mezza Europa e che tuttavia aveva il vizietto di infilare lo scalpello nella palette della mugliera del suo maestro di bottega, ragion per cui fu costretto a rinchiuderai nella Gabbia della Vergogna, una sorta di gogna pubblica ancora visibile nella piazza principale. Mastro Pavlov o Mastro Ciliegia di sto cazzo, sta Levoca e’ un posto un po palloso che a starci per più di un giorno fa venire nostalgia di qualche spiaggia di tamarri palestrati sudati che ballano raggaeton sotto il sole. Ovviamente la cadenza slow vacca investe anche i bar e la “movida notturna, che ha un’impronta e orari da seminario parrocchiale per la scoperta dei valori della cresima . Levoca sorge cmq annidata sotto lo spettacolare castello di Spis, simbolo della Slovacchia e sede del Festival del Terrore e degli Spiriti che in verità si tiene però a maggio. Maghi e streghe, purché riconosciuti come tali, hanno tuttavia sempre libero accesso e ospitalità nel castello. E vabbe, più o meno e’ come dire che viene garantita ospitalità a chi voglia dormire in una pezza di terreno sopra Cetrella: il castello sorge su un cocuzzolo di montagna intorno ai mille metri, nu cazz i fridd e ci sono solo infinite mura perimetrali. Tra l’altro dal cielo it’s raining dead dogs, piovono cani morti. Avevo provato a spacciarmi per mago e inviare un curriculum falso ma a dormire qua col sacco a pelo mi acchiapperei ora uno scippacentrella che non mi alzo più dal letto una settimana. Quando sto andando già via, lungo la discesa funestata dalla pioggia, spunta come d’incanto una tipa, brutta come l’ipertrofia prostatica ma in sella ad un bellissimo cavallo nero. Una visione un po alla David Lynch, nel mezzo di un temporale in una radura sotto un castello, un cuofano ‘ntacit in sella ad un nero destriero. Si incazza subito come una bestia non appena mi vede armeggiare con il tel perché capisce che vorrei farle una foto e si incazza pure perché sono entrato nel castello senza permesso. A sora, non ci sta un cristiano nell arco di un km, a chi dovevo chiedere il permesso, a mago Zurli? No, a lei che è la custode, i biglietti in pratica si acquistano a casa sua e capisco solo ora anche che sul pc del suo soggiorno di casa arrivano e vengono disbrigate le varie mail di presentazione come mago o strega, inclusa la mia che mi ero spacciato per Gennaro d’Auria traducendo addirittura il suo curriculum in inglese. A questo punto chiedo delucidazioni e cerco di capire si quali criteri si basi la selezione per ottenere l’accredito come mago. Mi dicono (e’ sopraggiunto pure il marito frattanto con al guinzaglio due cani feroci) che non c’è poi bisogno di tanti requisiti formali, un mago lo si riconosce subito, lo si sente. “Cioè?!!” -“Beh, il castello e’ notoriamente infestato di spiriti, alcuni benigni molti altri maligni….” – “E quindi??”- ” Quindi se sei un mago non avrai problemi a percepire la presenza degli spiriti. Tu la percepisci la presenza degli spiriti maligni nel castello?”- “no” – “bene, allora sono 5€ e 60”.
La Wanna Marchi e il mago do Nascimiento della Slovacchia

Il Milione: Budapest, a fat lady

Giorno 8
Queste memorie di viaggio giungono ormai a voi come la luce delle stelle, le quali, come molti di voi già sapranno, impiegano centinaia di migliaia di anni a fendere la buia immensità dello spazio e giungere visibili fino a noi. La luce, pur viaggiando ad un enorme velocità, impiega un tempo considerevole a giungere nel nostro spicchio di universo cosicché quella che noi vediamo adesso e’ la luce emanata dalla stella milioni di anni fa. L’ambiziosa metafora col diario e’ per dire che qui il ritardo e’ di due-tre giorni. Ad ogni modo questo umile narratore non sa certo se egli emani mai la luce delle stelle, sa per certo tuttavia qual’ e’ l’odore che emana: nu maronn i fieto di aglio e cipolle, che trangugiate in quantità industriale in Ungheria ormai trasudano da ogni parte del mio corpo impregnando i vestiti, i capelli, tutto. La cucina ungherese e’ qualcosa che definire pesante suona come un delicato eufemismo, e’ qualcosa di allucinante, spalmano grasso dappertutto, pure sull’insalata, e quando proprio non possono friggono. I vegetariani vengono messi alla berlina e derisi, la loro cultura viene vista come una froceria tutta occidentale nei ristoranti dove per antipasto si pasteggia con dosi mastodontiche di fois gras all’ungherese; e al di la delle renitenza di ordine morale che suscita mangiare un prodotto ottenuto davvero attraverso una terribile tortura portata all’animale, credo pure che faccia davvero male sta roba: due volte su due che ho mangiato sto fegato d’oca, poi e’ stato il mio di fegato ad andare in crisi e darmi chiari segnali di stop. Che poi a livello morale, questo si che mi è parso inaccettabile, un fegato temprato da mille battaglie deve andare a intossicarsi con del pate’ di una stupida oca?? Cioè, e’ come se Alessandro Magno di ritorno dalla campagna in India si spezzasse una coscia mentre porta il cane a pisciare suvvia!
Budapest e’ una città bella e maestosa, solennemente adagiata sul maestoso Danubio, una sorta di mare in movimento per vastità e portata d’acqua. La città sin da subito si caratterizza per un numero enorme di edifici storici, testimoni di un passato imponente soprattutto in epoca asburgica quando, più che essere solo una conquista dell’Austria, e’ da supporre desse vita con Vienna ad una sorta di sistema bicefalo di governo del regno non a caso detto austro-ungarico. Considerevole anche il numero di palazzi in stile art noveau di inizio novecento, che uniti al resto danno un’aria un po parigina al tutto. Ecco il titolo di Parigi dell’est, speso assai impropriamente per Bucarest, si addice abbastanza invece a Budapest, anche se devo dire che non è la città che mi ha rapito come altro: proprio questa maestosità dei palazzi e delle strade mi è risultata eccessiva ed è difficile scorgervi un’anima pulsante. Di giorno, di notte magari si. Ecco tramontato il sole, la città ha una vita notturna decisamente vibrante con un numero impressionante di locali notturni e torme di giovani che li affollano. Tra questi la scelta poi originale sono sicuramente i kerten, questi palazzo in rovina adibiti a locali con un gusto molto post-moderno e ben speso. Ci si destreggia tra cunicoli da una sala all’altra tra musiche e ambienti diversi, davvero una figata! Capita pure che per raggiungerne uno, scoppi a piovere e allora con amici straordinariamente beccati in loco, ci si infili dei sacchi della munnezza in testa a mo di eleganti astrakan e si percorra così bardati un’arteria della città. Io il mio l’avevo messo male ed ero appunto impossibilitato a muovere le braccia: se ne è accorto subito uno stronzo arabo che ne ha approfittato per farmi una plateale tastata di pesce e palle in mezzo alla via!!! Poi dici che faceva male Ahmadinejad che li faceva penzolare dalle gru per cose del genere….E se siete stanchi del ritmo assordante dei kerten, una dritta che vi do e’ di rifugiarvi per un drink al Piaf, minuscolo bugigattolo che rievoca già nel nome la favolosa Edith appunto. Un postaccio fantastico dove una baldraccona 70enne bionda ossigenata canta appunto un repertorio che spazia da Edith Piaf a Marlene Dietrich intermezzato da pause per la tosse e addirittura il vomito: sigarette& alcol stanno riscuotendo il loro dazio su questa favolosa artista proprio come sulla Piaf. Ah, se andate li regalate una rosa, vi dedicherà una canzone.
Altra dritta che vi do su Budapest sono i bagni termali, ce ne sono di storici e bellissimi, reminiscenze del periodo ottomano. I più belli li becchiamo noi e sono però in stile belle époque , i favolosi bagni Gellert sulle falde della collina di Buda. Si nuota e ci si bagna tra magnifici stucchi e arredi irripetibili per gusto e stile. Però bisogna armarsi di molto ottimismo: c’è’ da avere assai fiducia nel prossimo secondo me per vedere,in qualche donnona pelosa che ti nuota vicino o in qualche vecchio malmesso che ti suda a fianco, gente tutta pulita e priva di qualsiasi possibile infezione. Io già di solito trovo sporche le piscine, le terme proprio un ambiente asettico poi proprio non sono. Anzi diciamola tutta: a me ste vasche dove ste vecchie si ciaciareano le loro vagine stanche, uomini bisunti come ippopotami si calano in acqua senza manco una doccia o un bidet, fanno un po schifo. Ci vedo un Cocito infernale di candide, condilomi, verruche e altri erpes genitali galleggianti, tutta roba win for life che si acchiappa in sti posti. Vabbe, come dicevo, basta avere ottimismo e non pensarci .
Un’ultima dritta che vi do su Budapest e’ quella di dispensare dai tassisti: a confronto i loro colleghi mariuoli appostati al Beverello o alla stazione sono un’associazione di volontariato senza scopo di lucro