Tropico del Capricorno: Tra antilopi e leoni…..a bestemmiare dei coglioni

Giorno 15
Guardare anzi ammirare gli animali liberi in natura e’ una cosa che ci piace, ci distende e fa sentire meglio. Agli occhi dei nativi, questa e’ una delle più grandi contraddizioni della nostra società: l’Uomo Bianco prima stermina gli animali o li rinchiude in orrende gabbie come fossero prodotti da impacchettare, poi spende tanti soldi per andarli a sbirciare negli angoli del mondo più remoti dove ancora sopravvivono allo stato brado. Ma a questa pur ineccepibile riflessione sfugge a mio avviso un particolare: ho maturato in questo viaggio una convinzione, quella per cui ci piace guardare gli animali perché siamo fondalmente invidiosi di essi. Noi uomini, specialmente noi occidentali, che siamo stati così bari a incasinarci la vita e astrarci dal reale in mille complicazioni, transazioni, compromessi, clausole, debiti, crediti, fitti, bollette, relazioni sociali complesse e tortuose, alla fine ammiriamo un animale libero nel suo habitat e inconsciamente ne invidiamo profondamente quella semplicità ed estrema razionalità del suo vivere.
Qui nel Chobe park si ha davvero tanto da ammirare e invidiare, perché di animali ce ne è di ogni sorta e specie. E’ un parco molto diverso dal più noto Etosha, nondimeno magnifico: non ha quell’aspetto brullo e quasi marziano dell’Etosha con quelle due distese saline arroventate dal sole, qui si sta sospesi tra acqua e terra, si galleggia in una melma paludosa ma fertile e in ragione di ciò le specie animali sono diverse; meno leoni e rinoceronti ma molti più ippopotami, coccodrilli, bufali che si combattono, ovunque elefanti, e tanti altri ancora. Si può visitare anche con barche e battelli che si infilano lungo i canali e circumnavigano la straordinaria Sedudu Island, un ecosistema unico al mondo. L’immenso bacino del Chobe e’ un cuneo tra quattro diversi stati: Namibia, Botswana, Zimbabwe e Zambia ed esiste un posto di frontiera, il Kazangula border, un quadrivio dove ad ogni angolo ti dirigi verso una frontiera diversa. Io personalmente, rispetto ai giorni dell’Etosha park, ho ora appreso dalle guide indigene qualche nozione in più su come avvistare gli animali, qualche trucco su come procedere ad un avvistamento meno casuale e massivo ma più mirato e razionale: infatti adesso so che gli Sprinbook, una piccola antilope simbolo tra l’altro del Sudafrica, sono come degli animali sentinella. Loro camminano volgendo sempre le spalle al sole, e ciò per lasciare ai loro predatori sempre il campo visivo più sfavorevole in controluce, laddove questi secondi decidano di puntarli frontalmente. Laddove invece i predatori felini decidano di coglierli alle spalle, vi è sempre un’antilope per così dire sentinella che occupa la retrovia, emettendo un segnale al primo rumore: a quel punto tutto il branco si arresta, ma con la zampa sollevata da terra, pronti a scattare come centometristi allo start. Ne segue un’impasse tra l’antilope e il leone su chi fa la prima mossa, su quale direzione prende, che può andare avanti per ore. Ecco, avvistare un branco di Springbook in questa curiosa posizione mi fa capire che li vicino c’è un grosso felino: dalla mia postazione munito di binocolo comincio a scandagliare la savana e alla fine lo scorgo. Ma non si tratta di un leone, bensì di un ghepardo o forse due, pronti a lanciare il loro sprint: sto per assistere forse ad una delle scene più belle che la natura riservi, la corsa a 110km/h di un ghepardo contro la preda. Attendo almeno un’ora e mezza che la situazione si sblocchi, i contendendi sono fermi come scacchisti attendendo la mossa dell’avversario. I ghepardi scalpitano e sembrano parlare tra loro, le antilopi restano irte e concentrate, mi sembra quasi di sentirli respirano anche se saranno ad almeno 50 metri. Eppoi……eppoi accade l’imponderabile, o meglio lo scenario peggiore che stavo da un po’ presagendo: una mandria di facoceri italiani risale il dorso della collina e raggiunge la mia postazione di avvistamento. Li avevo già messi a fuoco e scansati all’ingresso del parco: goffi, brutti, milanesi tamarri anzi zarri, risalgono il crinale facendo un casino della madonna col loro armamentario di macchinone fotografiche, cellulari, lattine e urla. In pratica guardano il safari solo dai loro obiettivi. Parlano, litigano tra loro con sto accento orribile “ueeeee ti avevo detto di fotografare gli ippopotami, hai preso solo sti tacchini di merda!!!!!” Gli intimo il silenzio ma quando stanno per andare via, compio il madornale errore di spiegare ad una di quelle il motivo del silenzio e che li è appostato un ghepardo: la scrofa richiama a gran voce indietro il suo verro e il resto della mandria, ne seguiranno minuti di rumori e orrori e foto ricordo della loro plastica bruttezza, intervallati da rutti che , battutona, sarebbero dovuti sembrare ottimi richiami per le bestie. Dopo poco perdo di vista sia le antilopi che i ghepardi. Una delle condizioni imprenscindibili per un safari è’ mantenere il silenzio e non vi vuole molto a capire che gli animali, appena odono caciara, scappano: all’uopo le guide indigene di questo angolo del mondo hanno imparato a raddoppiare gli inviti al silenzio laddove nel safari siano presenti esemplari del popolo percepito fin quaggiù come il più rumoroso e irriducibile al silenzio, gli italiani. Altre precauzioni adottate dalle guide locali in presenza di italiani sconfinano addirittura nell’umiliante, come quella di non introdurre mai dianzi ad esponenti del Belpaese l’argomento “soccer”, perché poi vanno avanti per sedici ore a parlare di Juve, Napoli, Roma e di uno strano gioco che si fa in base al rendimento del giocatore, le ammonizioni, i rigori sbagliati etc: in questo angolo del mondo tra Zambia, Zimbawne e Botswana appariamo figure di merda con il fantacalcio.
La sera riesco a estorcere dalla guida i nominativi di due di quei tizi, in modo da poter così commentare la loro foto su Facebook quando la pubblicheranno e spiegare che, grazie a quello scatto, forse non avrò mai più la possibilità di vedere un ghepardo che caccia ma mi resterà sempre scolpito nel cuore il loro sorriso da maiali

Tropico del Capricorno: Il dito di Caprivi (an horror movie)

Giorno 14
A discapito di quel suo nome fortemente assonnate col parola italiana “quando”, il Kwando river e’ invece un fiume fuori dal tempo. Scorre nell’altopiano del Mudungu segandolo in due come una lama e segnando il confine tra il Botswana e questa bizzarra e affusolata appendice di Namibia chiamata “il dito di Caprivi”. Più tardi si getterà nel Chobe, a suo volta affluente dello Zambesi e tutta questa enorme massa d’ acqua precipiterà poi in quel battistero ancestrale delle Victoria’s Falls, mia meta finale. Lungo il Kwando si alterano tra i canneti villaggi primordiali e lussuosi lodge costruiti dagli inglesi. In uno di questi, anche se solo nel lazzaretto del camping, alloggiamo noi. Ricorderò sempre questo posto per il dramma sentimentale che ivi si è consumato e a cui ho assistito. Per la verità ha anche degli aspetti da documentario animalistico e da filmetto del terrore americano. Allora ci sta un enorme camion di un’altra spedizione che più o meno fa un percorso simile al nostro e che avevamo già beccato nel delta dell’Okawango. Tra loro, una coppietta di americani o forse australiani, molto bellini e innamorati, forse in viaggio di nozze, sempre incollati l’uno a l’altro per come tutti li ricordavamo. A questo punto l’ovvio imprevisto compendierebbe, se fossimo in Europa o America, che di colpo si scoprisse che lui ogni giovedì sera, invece di giocare al calcetto con gli amici, in realtà andasse a farsi fare una colonoscopia da un trans brasiliano in tangenziale, o che si appurasse che lei, sebbene vegetariana, prendesse in realtà ogni mattina la carne dal garzone del macellaio…..ma queste sono le noiose e retrive storie di noi occidentali: qui in Africa e’ tutto meno banale e vi è sempre una ineliminabile componente wild. Allora, diciamo che ad un tratto un urlo terribile ha squarciato la notte, anzi molte urla, e poi pugni contro una porta, fasi concitate, versi di animali; io ricordo poi di aver visto questa attraversare le varie tende, bianca come un cencio e con un’espressione da indemoniata di qualche b-movie horror: ecco mi ricordava quella del film “the ring”, anche perché poi continuava a ripetere frasi con presente sempre la parola “the beast”, la bestia ma anche il demonio mi pare. Urlava e avanzava inciampando e invocando la Bestia. Diciamo che erano in bagno, lei e il suo amato maritino, un bagno esterno in mezzo alla natura, a fare la doccia o non so cosa. Odono il verso terribile di un animale, che lei reputa essere un coccodrillo, si sarebbe trattato con ogni probabilità invece di un ippopotamo i cui versi si odono qui assai più distinti. Questo animale e’ tra l’altro per l’uomo assai più mortale e pericoloso del coccodrillo stesso in Africa: al di la di quell’aria paciosa e dell’essere erbivori, gli ippopotami sono in realtà’ estremamente aggressivi con le altre specie incluso l’uomo, sia in acqua che fuori. E vi è poi una precauzione che tutti gli indigeni ripetono: se un ippopotamo sta fuori dall’acqua, mai frapporsi tra lui e l’acqua stessa, mai calpestare la sua via di fuga verso il fiume o la pozza: impazziscono e caricano all’istante. Ecco, quella toilette (dove infatti io non ho messo piede) e’ costruita a cazzo di cane proprio lungo una potenziale via di fuga degli ippopotami. I due sposini anzi solo lei è’ presa dal panico e si barrica nel bagno, convinta che la Bestia, coccodrillo o Hippo che sia, stia posizionata proprio fuori la porta. A questo punto entra in scena il marito che non si sarebbe mostrato proprio come un campione di coraggio bensì di utilitarismo, ma il condizionale e’ d’obbligo giacché le versioni più disparate sull’accaduto si rincorrono nel territorio che va dall’Okawango allo Zambesi. Secondo la tesi più accreditata, il marito avrebbe voluto fare, come si suol dire, una botta due fucelle: 1) aiutare il fragile ecosistema africano fornendo ad un predatore materia prima con cui sostenersi 2) rimediare ad un peccato di gioventù col quale con troppa faciloneria si era andato a impelagare sull’altare di una chiesa. Avrebbe insomma afferrato la moglie per i capelli o in qualche altro modo e l’avrebbe scaraventata, fuori in pasto alla Bestia. In effetti pare che proprio così sia andata e lui mezz’ora dopo stava ancora barricato in bagno. Lei la mattina dopo e’ nella hall dell’albergo, motivata a chiedere il divorzio e chiedendo al personale dell’albergo di non farlo accostare. Lui pateticamente prova a dare una sua versione e chiede a noialtri di fare da pacieri ma e’ troppo tardi: lei ha fatto già chiamare una jeep che la porterà nel più vicino aeroporto, anche se in realtà a molte ore da qui.
Noi invece proseguiamo per il bacino del Chobe, che si rivelerà un altro paradiso.
Ah l’Africa!

Tropico del Capricorno: i babbuini ladri

Giorno 13
Stamattina era il mio turno a preparare le colazioni per il resto della spedizione ma qualcosa è andato storto: quando ormai la tavola era imbandita, mi sono distratto un attimo per andare al cesso e subito sono arrivati loro, quei gran bastardi di babbuini: hanno portato via tutto, ma quando dico tutto intendo dire tutto, dallo yogurt ai corn flakes, dal bacon alla marmellata fino alle buste di latte e alla bomboletta spray anti- zanzare! Sono creature estremamente intelligenti e ciniche, con tecniche di depredazione che farebbero invidia a lestofanti professionali: loro non perdono certo tempo ad annusare il cibo, ad ispezionare le buste in cerca di qualcosa di potenzialmente commestibile, assolutamente no. Loro arraffano subito tutta la refurtiva, da analizzare e discernere poi in luogo sicuro. Li osservo ormai impotente mentre con aria più che di scherno, dalla sommità di un colle, bivaccano con le nostre libagioni, si buttano addosso tra loro i corn flakes, aprono le buste del latte e se le versano addosso mentre io rimugino su cosa dire mai agli altri che si vanno svegliando per spiegare questo davvero strange accindent. Guardandoli così schiamazzare e bivaccare, mi torna in mente chissà perché la scena patetico-comica consumata allo stadio San Paolo durante un Napoli -Juve, quando, dinanzi ad una tribuna inferocita che mi chiedeva di sedermi per non occultare la visuale, me ne uscì con la davvero infelice frase “scusate signori ma sono impossibilitato”: ne seguirono 90 lunghissimo minuti di scherni e articolati insulti da parte di un intero settore dello stadio che manco Quagliarella quando torno’ a Napoli con la maglia della Juve. E meno male che non si arrivò ai supplementari e rigori!
Cmq, tornando ai babbuini, riesco e recuperare la bomboletta anti -zanzare che a loro non serve ma a me si, dal momento che da ste parti ci sta pure la malaria, e ciò con una specie di “cavallo di ritorno” che compendia la proofferta di altro cibo in cambio del prezioso repellente: resta tuttavia ancora da spiegare ai miei compagni di avventura, ormai desti, i dettagli di questa imprevista Waterloo…..ma che figura di merda, dio cane !!!! Manco a poter dire, che ne so, “vabbuo’ragazzi, e’ andata come e’ andata ma adesso andiamo al bar a fare colazione e faccio io”: macché, che stiamo nel bel mezzo del Delta dell’Okawango e la città più vicina sta a 300km. Più o meno come uscirsene a Napoli di andare a prendere un caffè a Matera, con in mezzo il deserto del Kalahari….
Ovviamente “the baboons accident”, l’incidente dei famelici (e stronzi) babbuini non mancherà’ di alimentare una letteratura di dileggi e prese per il culo da parte dei miei compagni di spedizione, che a questo punto vi vado a presentare. Allora, diciamo che di solito preferisco fare tutto da solo senza ricorrere a nulla di organizzato e qui in africa per i primi 10 lunghi giorni ho fatto così . Poi però ho capito che i posti più belli e impervi erano pressoché irraggiungibili by my self che manco so portare una macchina, così, dopo attenta selezione, ho optato per questa agenzia specializzata in extreme safari che mi avrebbe condotto, lungo tutto un cammino impervio, fino alle Cascate Vittoria: loro si chiamano i Wild Dog ed hanno tutta una loro filosofia di viaggio estrema e wild che ho sposato a piè pari prima di partire, filosofia già riassunta nello slogan ” Run like a dog! ” Nove giorni in tenda in posti ai confini del mondo, non proprio come dire il tour delle casalinghe di Voghera agli scavi di Pompei! Per un viaggio del genere, tra mille asperità, e’ fondamentale una buona coesione tra i componenti e devo dire che, pur tra sconosciuti, andiamo molto d’accordo. Siamo in 6, più due guide indigene; ci sta una coppia di signori svedesi ormai attempati sulla sessantina: lui bonaccione ingegnere della Volvo a Göteborg, con una fortissima somiglianza col noto gestore di una tabaccheria caprese e un sorriso perenne sulle labbra che gli scivola via solo quando deve cacciare 50 cent dal portafoglio; lei, medico, che ho ribattezzato Axel Mounthe perché, col mecenate proprietario di villa san Michele, condivide, oltre che la nazionalità e la professione medica, anche lo stato attuale di salubrità e decomposizione delle carni, simile ad una mummia ormai: ci mette un minuto a chiedere che ora è, non oso immaginare quanto a sviluppare una articolata diagnosi ad una paziente! Ci sta poi una milfona inglese che sfoggia eccentrici vestiti più adatti ad un concerto di Lady gaga che ad un safari estremo,a che cmq non fa mai una piega di fronte alle difficoltà peggiori; e poi ci sta sta altra coppia di inglesi anzi scozzesi mie coetanei che però vivono ad Abu Dabhi dove insegnano: lui tranquillone di poche parole e molte birre, lei vivace intelligente con una bella tempra e se per questo pure una bella pacca, ma molto maestrina Rottermeir. Sa tutto lei e gli alunni devono stare zitti, insomma una scassacazzi. Per esempio, l’altro giorno abbiamo acchiappato l’ennesimo posto di blocco in Botswana per sta fantomatica campagna contro la carne appestata dagli stranieri: era richiesto di disinfettare le proprie scarpe in una sorta di zerbino imbevuto di qualche sostanza strana che avrebbe ucciso tutti gli agenti patogeni dell’afta epizotica molto teoricamente. Si tratta di quelle classiche misure psicotiche e paranoiche tipiche dei regimi autoritari, prive di senso: può mai una stuoia incatramata fermare un ‘eventuale epidemia? Così quando è toccato a me , ho dichiarato che avevo con me solo le scarpe che portavo al piede, con nessuna voglia di aprire il rimorchio, recuperare le altre scarpe e passarle in quel cesso di zerbino ferma- epidemie. Ma lei niente: assiste alle scena , si impunta e si ingrippa che “o tutti o nessuno ” , dobbiamo necessariamente tutti intingere ogni paio di scarpe che abbiamo in quel battistero ablutorio dalla peste, che la legge anche se dura va sempre rispettata etc……finale della storia: io e un altro, giusto suo marito che aveva condiviso con me il bluff di un solo paio di scarpe, siamo costretti a smontare il bagaglio e rintracciare tutte le scarpe per passarle nel fantomatico zerbino purificatore, mentre un poliziotto ci guarda torvo e il suo stesso marito mi ripete sottovoce: ” non sposarti, non farlo mai, te lo dico come un fratello, non sposarti!”
E domani magari vi presento puri i due tizi che fungono da guide……non ve lo dico proprio.
Ad ogni modo il safari marcia, comincio a sentire possibile il compimento dell’impresa, vedo stagliarsi sullo sfondo la sagoma di David Livingstone e sulll’orizzonte l’Isola Mpalilla e le Cascate Viittoria. Oggi siamo rientrati in Namibia in questa strana appendice di territorio chiamata ” il dito di Caprivi” e lunga 600 km, protesa verso il bacino minerario dello Zambesi ed eredita di conquisete coloniali. Montiamo le tende presso il Kwando river, presso la autoctona comunità dei Mboskuntu. Ho ormai doppiato il Capo di Buona Speranza e le Winelands, superato la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, bypassato le depressioni saline dell’Etosha Pan e le alture del Waterberg Plateau, attraversato il Kalahari e il delta dell’Okawango, resta il bacino del Chobe e l’altopiano del Mudingu. Lo stato di salute e’ buono anzi eccellente io sento proprio bene , molto wild. Perciò come è’ scritto sulla nostra jeep:
Run like a dog!

Tropico del Capricorno: un’incredibile cosa chiamata Delta dell’Okawango

Giorno 12
Qui in Africa australe non potrebbe mai funzionare il trucco che usavo da ventenne per provare a sedurre sgallettate americane in vacanza a Capri , trucco che consisteva nel mostrare alle malcapitate la l’ora celeste del cielo notturno, della quale per la verità avevo una conoscenza sommaria, ma improvvisavo alla grande sospinto dal monsone del testosterone. Non funzionerebbe quaggiù perché il cielo e le sue costellazioni in questo emisfero sono diverse, eppur bellissime: le osservo in questa notte australe che comincia molto presto, quando solitamente a Capri manco e’ iniziata l’ora dell’aperitivo, dalle 18:30 circa per capirci. E’ tutto il ritmo di vita qui in queste remote regione della terra che ha un ritmo completamente diverso dalle estati del l’occidente, con andate a dormire ad orari nei quali manco si è ancora fatto la doccia per uscire la sera in Italia e sveglia a orari antelucani. Ma è bellissimo così, questa terra e’ contemplazione, meditazione e tanto altro.
L’Africa, terra inesplorata e selvaggia, mi sta rapendo il cuore come immaginavo, ma ci capisco ancora poco: e’ come una bellissima donna che ti capita tra le mani, troppo bella, e tu sai che perciò può sempre scapparti via, e ti delizia e ti smarrisce ad ogni istante. Di giorno la contempli, la notte ti terrorizza: quando cala la notte africana le cose cambiano radicalmente e ciò che sentivi tuo di un tratto ti annichilisce e spaventa. Qui nel delta dell’Okawango la volta celeste si riflette nella laguna in un incanto senza tempo, un tappeto di stelle senza uguali ma tutto intorno è’ dura: la rude guida di questa spedizione si congeda da noi con un bell’augurio, lo stare attenti ai serpenti potenzialmente mortali che lui ha avvistato in duplice copia giusto vicino le nostre tende. Si tratterebbe di un esemplare della specie cd “Puff adder”, un nome da rapper o da dj Figo di qualche discoteca di Ibiza che invece racchiude pochi cm di cazzimma e di veleno capaci di mandarti al creatore con un morso. Per capirci, qui siamo davvero nella Hall of Fame dei serpenti velenosi, questo Puff adder sta nella top ten ma ha davanti altri fenomeni quali Black Mamba, Spitting Cobra (quello che ti sputa negli occhi il veleno per accertarti e poi ti ciacca), vipera di Russell e un’altra formazione di campioni, tutti qui per una all star parade. A questo punto percorrete al buio una cinquantina di metri di rovi, ficcatevi in una tenda e con la luce fioca di un cellulare cercate tra vestiti, sacco a pelo, scarpe un anfratto dove non si sia intrufolato il rettile : e’ dura davvero. Vabbe’, e’ quel gusto per il brivido che certi lesionati mentali come me amando provare quando sono in vacanza. E cmq, gli avvistamenti di animali notturni vicino alla tenda saranno di giorno in giorno una caratteristica imprenscindibile di questo safari.
Ad ogni modo la notte passa senza che nessun oviparo mi intinga di veleno il culo e la mattina mi sveglio con davanti un target imprenscindibile: il delta dell’Okawango! Mi sento gasato come un ufficiale nazista che entra a stalingrado e mi dimentico la macchina fotografica. Una piccolo battello a motore si inoltra in una selva di papiri entro cui sono disegnati dei canali, poi la vegetazione si fa troppo fitta e inestricabile, dobbiamo scendere dal battello e salire su un Mokoro, una canoa ricavata da un albero endemico chiamato sausage tree, una sorta di baobab che fa frutti simili a salsiccia dal sapore acido e che solo i babbuini riescono a trangugiare. All’inizio della selva oscura ci attende, come un Cerbero infernale, un gigantesco coccodrillo che ci scruta severo prima di farsi da parte; due facoceri altrettanto simili a fere dantesche combattono per il territorio dimenandosi, poi lo sconfitto scappa come quando si diparte il gioco della zara e il vincitore mi guarda con occhi di sfida, poi si allontana anch’egli. I Mokoro non sono alimentati a motore, sono sospinti da indigeni ma non con remi bensì con dei palilli biforcuti come i legni di un igromante, che gli autoctoni Kavango piantano nel fondo sabbioso per spingersi. Dentro, e’ un dedalo di canali strettissimi senza soluzione di continuità, ove solo loro sanno orientarsi, fino ad arrivare ad un’isola fluviale, detta Amarula e centro della loro società tribale. Come i boscimani incontrati qualche giorno prima, anche loro dipanano un bagaglio di conoscenze infinito: sanno distinguere il sesso di un animale dalle impronte e persino capire da ciò se la femmina sia gravida; ricavano armi e medicine naturali da alberi e radici. Ma rispetto ai boscimani mi sono sembrati una cultura ormai epigonale, che percepisce la sua sconfitta dinanzi ad altri modelli, sono stati ricacciati in questa giungla infernale dal l’avanzata dell’Uomo Bianco, in uno scenario da vecchio western. Il tipo che ci accoglie e ci dispensa informazioni si chiama di nome di battesimo, dico davvero, Information; quello che guida il mio mokoro si chiama Gift ed e’ preposto a raccogliere le mance: sembrano tutti, più che nomi, marchi a fuoco impressi da un regime schiavista.
Mi ha sempre affascinato il concetto di frontiera, intesa come limite geografico tra un popolo e un altro: la montagna , il fiume, il mare segnavano un tempo la frontiera tra due popoli, tra il Noi e il Loro. L’Uomo occidentale ha ormai disperso questo concetto trasferendolo in un luogo senza tempo e senza storia come gli aereoporti, lontano dalle frontiere autentiche. Un non-luogo, per dirla con Marc Auge’. Per scappare da questo, da mi hanno sempre affascinato i Balcani con quelle frontiere polverose e insanguinate, nodi attorcigliati di una storia difficile a comprendersi. Qui nell’Africa più remota ho visto invece un’altra frontiera, quella tra due mondi, due mondi che ormai non si uniranno mai, perché uno mangerà l’altro. Una frontiera che ho avuto la fortuna di vedere prima che scomparirà per sempre

Tropico del Capricorno: l’Altrove dei Boscimani

Giorno 10
Welcome to Botswana, tequila sexo marijuana .
No, aspe’ quella era Tijuana, in Messico, qua è tutta un’altra storia, Africa profonda, e l’unica cosa che abbonda in questo Botswana e’ un’altra: il deserto, il cd Kalahari, in lingua indigena “terra della sete”. Ne percorriamo un bel tratto di 550 km partendo dalla capitale della Namibia, Windhoek, ed entrando poi in Botswana in un posto nel bel mezzo del nulla. Le frontiere qui non sono che una linea immaginaria nella mente dei geografi occidentali ed è solo un agente di dogana a farci render conto di aver passato il confine. La Namibia e’ un paese grande una volta e mezzo la Germania ma ha due milioni di abitanti, quanto Napoli e provincia, il Botswana ha un’estensione simile ma ancora meno abitanti, un milione circa: in seicento km di strada incontriamo una sessantina scarsa di automobili, nessuno o quasi riesce ad abitar queste terre ostili all’uomo, ci riescono solo i boscimani e noi da loro siamo diretti. Per la verità il Kalahari non è, se non per la parte centrale, un deserto in senso classico fatto di dune di sabbia, o meglio la sabbia c’è ma è ricoperta da una vegetazione fatta di arbusti spinosi e rovi, l’inospitale Bush ma quella testa di cazzo di presidente usa non c’entra. Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”

Tropico del Capricorno: la Costa degli Scheletri

Giorno 6
Tanti anni orsono, quando ero un alunno imberbe delle scuole medie, ebbi la fortuna di conoscere un grande professore di educazione fisica, molto stimato dalla comunità locale e tuttora compianto, il quale divideva le sue lezioni in una parte pratica, nella quale ci cimentavamo in discipline varie di ginnastica, e una parte teorica nella quale eravamo chiamati a conferire verbalmente su uno sport a nostra scelta. A quel punto noi piccole carognette ci divertivamo a far vertere l’interrogazione su sport strampalati e bizzarri, di recente concezione, sport quali il free climbing, il bad minton o il bowling, la cui conoscenza sfuggiva all’ormai anziano professore legato a canoni classici dello sport e che giustamente ci rimetteva in riga. Ecco, questo sandboarding di sicuro e’ annoverabile tra le discipline non certo convenzionali, praticandosi con una tavola da snowboard ma con la variante della sabbia desertica su cui scorrere in luogo della neve; e’uno sport che dunque richiede condizioni climatiche del tutto peculiari quali alte dune desertiche. E qual posto migliore al mondo se non il deserto del Namib con le sue dune alte centinaia di metri? Mi ci sono cimentato con risultati mediocri e presto mi sarà pure inviato un video e foto scattate da un operatore specializzato. Cioè, le dune le scendevo pure con tecnica accettabile, il problema era la risalita per la quale non c’era certo lo ski-lift ma bisognava inerpicarsi su ste montagne di sabbia rossa flagellate dal vento e una volta, per provare ad accorciare, mi sono pure scapizzato da giù alla duna, disciplina quest’ultima delle cadute dai dirupi in cui si che sono davvero un talento formidabile! Ad ogni modo ciò che mi ha portato a fare sta mezza minchiata era la possibilità di vivere da vicino sto deserto fantastico e senza uguali al mondo, con sullo sfondo la Costa degli Scheletri avvolta da una nebbia eterna. Più tardi nel pomeriggio ho provato pure a raggiungere questa costa e uno dei tanto inquietanti relitti di navi affondate che giacciono abbandonati sulla riva, ma dopo un mezzo chilometro sono stato richiamato a gran voce da un indigeno il quale mi ha imposto di tornare indietro redarguendomi con una frase tipo “secondo te perché si chiama Costa degli Scheletri, strunz?!?” In effetti era un’impresa oltre la mia portata ma attraverso questo tizio e una serie fortunata di combinazioni sono riuscito ad avventurarmi sulle colline del Damaraland, un’altrettanto inospitale regione montuosa poco oltre swakompund, ove cresce una bellissima pianta unica al mondo chiamata Weltwitschia e soprattuto ove incontrare alcuni indigeni di etnia Himba, ove è scattata questa bellissima foto. Gli Himba sono una popolazione autoctona della Namibia, che vive in piccole comunità isolate e che rifugge in massima parte ogni contatto o commistione con la società esterna. E ne hanno ben donde, giacche’ quello riservato loro dai vari colonizzatori succedotisi qui è’ stato nei loro confronti e’stato un trattamento che con enorme eufemismo potrebbe definire degradante. Le donne di questa etnia si cospargono il corpo di una sorta di argilla rossa al fine di detergere e proteggere la pelle, stante la assoluta carenza di acqua. Ad ogni modo la loro condizione attuale, deprivati della terra in cui pascolare i loro animali, e’ piuttosto triste.

Tropico del Capricorno: This is Namib, baby

Giorno 5
La Namibia.
Con questo nome in qualche modo assonnate con utopia, la Namibia e’ la prova inconfutabile dell’esistenza della vita nello spazio: questo è un pezzo di qualche galassia aliena piovuto sulla terra (e un enome cratere di un meteorite in effeti ci sta) con paesaggi che rimandano alla fantascienza, a quell’immaginifico visionario ed ectopico visto tante volte al cinema. Le stranezze e singolarità di questo pezzo desolato di mondo sono pressoché infinite, a me è bastato scoprirne un paio per sentirmi catapultato in un film di Cristopher Nolan o Gregoretti.
Sono arrivato qui a bordo di un volo di questa Maluti Sky, compagnia della quale dubito che la Emirates o la Swiss ari possano temere la concorrenza ma che un pregio lo tiene: vola bassa quasi radente come un caccia della seconda guerra mondiale, almeno quel trabiccolo che ho preso io. Ne approfitto per gustarmi tutta la vista atlantica andando da Città del Capo verso nord: lentamente il verde di quelle terre lasciano il campo ad un marrone, poi cominciano a distinguersi chiazze di sabbia, in pochi minuti ci troviamo a sorvolare un enorme distesa di sabbia rossa senza soluzione di continuità, ad eccezione di alcune rocce basaltiche nere come il catrame che aumentano la percezione aliena. E’il deserto del Namib, il secondo piu’arido al mondo dopo le Dry Lands del’ Antartide (si proprio così). Anche all’origine di questo deserto c’entra l’Antartide: da li risale la gelida corrente del Benguela, che lambendo queste coste rende impossibile ogni brezza marina; in pratica si innesta un fenomeno termico del tutto opposto a quello che normalmente si sviluppa vicino al mare, qui il mare “succhia” a se tutta la umidità della terra prosciugandola e sfarinandola in questa terra rossa. La costa, avvolta in un nebbia perenne, prende il nome sinistro di Costa degli Scheletri, anche per via delle tante carcasse di nave naufragate in questo luogo dimenticato da dio e dagli uomini. Appena all’interno, anzi praticamente fino a mare, si estende immenso il Namib, un deserto dove non piove mai ne è rinvenibile quasi alcuna forma di vita. Nondimeno allora quando l’esercito tedesco scappo’ da queste terre ostili (se hanno mollato persino i tedeschi….), da un’accampamento militare fuggirono o furono lasciati liberi a morire li qualche centinaio di cavalli…..contro ogni logica le povere bestie sono riuscite a sopravvivere e riprodursi, dando luogo anche ad una sorta di mutazione e divenendo assai più piccoli, e cento anni dopo i Feral Horses del Namib sono tra le poche specie viventi ad abitare qui. A me basta un’ora e mezzo di sorvolo a bassa quota sopra sto mondo deserto per essere sul punto di entrare nella cabina del pilota a chiedergli se per caso non ha sbagliato rotta o voglia cmq tornare indietro (siamo in tre più l’equipaggio a bordo…) e quando lui annuncia che stiamo atterrando non riesco davvero a capire come sia possibile e dove mai poggiarsi. In effetti questo “aeroporto” detto Walvis Bay e’poco altro che una striscia di sabbia battuta vicino una delle dune più alte del mondo, detta Duna 7 (nei pressi della quale è scattata la foto), stanno poi un paio di capannoni ove la grande attrattiva e’ uno strano macchinario a raggi infrarossi che farebbe uno screening per vedere se hai contratto l’Ebola. Risulto verde al controllo ed eccomi fuori nel bel mezzo del nulla. Nel parcheggio ci sono 5 automobili di numero, una delle quali condotta da un donnone di nome Deli mi scaraventa nel deserto per una trentina di km, fino alla capitale della Costa degli Scheletri, tale cittadina detta Swakompund, dal fiume effimero Swakom che ha dato segni di esistenza l’ultima volta nel 2010. Le sorprese sono appena iniziate: la città e solo essa è avvolta da una fitta nebbia grigia, entro la quale si muovono individui di pura razza ariana germanica. Tutto è’ tedesco qui, le case in architettura bavarese manco fosse Salisburgo e le strade intitolate a Bismarck e Leopoldo di Baviera, gli abitanti biondissimi in gilet verde orlato di merletti che parlano il tedesco dei tempi di Goethe e sembrano vagamente informati di alcune “degenerazioni” della società moderna quali l’abolizione della schiavitù e il suffragio universale. Sono sicuro che si sarà nascosto qui a Swakompund anche più di un criminale nazista, magari con propositi di filiazione della razza ariana. Appena fuori dalla città ariana e dalla sua perenne nebbia, un deserto assolato per migliaia di km di dune rosse. La notte cala veloce a Swakompund e una ottima cena a base di pesce in un ex rimorchiatore gestito da un ex pugile africano detto Hitman non basta a togliermi di dosso la sensazione che i tedeschi rincasati presto, dietro le loro tendine orlate di merletti, abbiano pezzi di africani dentro i frigoriferi.
No, non ho mai visto niente di più strano della nebbia a Swakompund

Tropico del Capricorno: il Capo di Buona Speranza e dintorni

Giorno 4
Quello visibile in foto e’ il Capo di Buona Speranza, luogo mitologico sospeso tra geografia e letteratura, per doppiare il quale centinaia se non migliaia di navigatori persero la vita in epoche di conquiste ed esplorazioni che si confondono con la leggenda e nelle quali sogno spesso di aver potuto vivere. E’ l’estrema propaggine terrestre del continente africano, oltre la quale vi è solo acqua fino all’ Antartide; qui confluiscono due giganti blu come l’Oceano Atlantico e quello Indiano, dando vita ad un amplesso violento che genera gorghi d’acqua infernali che succhiano giù le navi come moscerini in un lavandino stappato. La Buona Speranza che esso lascia intravedere e’ tra l’altro del tutto illusoria, giacché poco dopo ad est si apre una enorme baia, solo all’apparenza placida ma in realtà esposte a micidiali correnti da sud- est e perciò ribattezzata False Bay, la falsa baia.
Ma andiamo per gradi, perché a queste latitudini ci si arriva poco per volta, e’ una conquista progressiva.
Pensavo innanzitutto al detto “prezzo che paghi, tamarro che trovi”, quantomai veritiero: si, perché dopo la prima notte in una guedthouse che non mi piaceva un granché (quella che pareva Officina 99 con rigurgiti di arte assai discutibili alle pareti), ho cambiato e mi sono sparato l’albergone con la vista figa e mille facilities. Tuttavia la mia stessa pensata l’ha fatta una quotata squadra locale di rugby, gioco che a queste latitudini eguaglia il calcio in Italia per popolarità e diffusione. Vi è anche un altra caratteristica che i top player locali di questa disciplina mutuano dai nostri giocatori: il livello esponenziale di cafonamma e sbruffonaggine. Hai voglia di dire che il rugby e’ uno sport basato su principi nobili e da gentlemen: almeno questi che stanno qua sono la filiazione più prossima delle scimmie bonobo e hanno fatto una caciara della madonna tutto il giorno e tutta la notte, suppongo per festeggiare una vittoria (altrimenti, se avessero dovuto ancora giocare, davvero non so che figura di merda avrebbero apparato mai con tutti gli ettolitri di birra e whisky che si sono scesi dalle nove dal mattino in poi). Manco a dire di andargli a dire qualcosa per protesta, che qua il più fesso di loro era alto 1,95 e volendo mi avrebbe sfarinato la faccia con una mano sola! Quanto poi al protestare presso la reception mi sembrava un po’ troppo da pensionata tedesca in vacanza eppoi non avrebbe sortito un gran effetto, giacché le signorine impiegate al ricevimento sbavavano quando vedevano apparire all’orizzonte sti marcantoni in tuta, figuriamoci se si cacavano anche solo lontanamente sto fesso qua che protestava per il casino…. Vabbe, cmq dopo una notte quasi insonne, dove, perso per perso, l’ho buttata pure io a caciara ( cosa che non mi è mai suonata indigesta in verità), la mattina mi decido per questa escursione al Cape of Good Hope, che dista dalla città una settantina di km . La distanza e’ coperta da una strada panoramica con curve mozzafiato a picco su scogliere e paesini appannaggio solo di coloni bianchi ricchissimi che qui hanno costruito un loro eldorado di residence da sogno e filo spinato, vicino al quale troneggia sempre un cartello che recita ” beware: armed response”, risposta armata casomai qualche disgraziato provi a varcare i confini del loro abuso. L’ultima parte prima del Capo e’ una riserva naturale abitata da molti animali selvatici tra cui scorgiamo aquile, struzzi, antilopi e babbuini, i vari predatori alfa della zona che scippano pure, scena bellissima a vedersi, un pacco di schifosi biscotti al formaggio ad una milfona americana intenta a farsi una foto.
Al Capo trovo una coppia di kenioti e una coreana disposti a dividere la corsa fino alle Winelands, una regione vinicola che pare la Provenza francese. Ci arriviamo passando vicino quella bella spiaggia di surfisti dove un campione australiano fu aggredito da squalo la settimana scorsa e costeggiando poi baraccopoli di disgraziati e cosiddette ” township”. Queste ultime sono la più abbietta delle eredità del governo sudafricano ai tempi del’ apartheid e la cosa più prossima alle barracke di Auschwitz che esista al mondo, enormi cubi di cemento ove venivano segregati i cittadini di etnia africana ai tempi dell’ apartheid. Arriviamo a Stellenbosch, nella regione del vino, che è l’esatto opposto delle township, o meglio il suo presupposto : una roccaforte inespugnabile del potere bianco, aria spiccatamente nord-europea e cartelli delle strade in olandese. L’università di Stellenbosh, rinomata in tutto il paese e cui io casualmente dedicai un enigma in una caccia al tesoro, e’ stata e probabilmente è ancora una sorta di madrassa dell’apartheid: fino a pochissimo tempo fa non accettava studenti di colore. Oggi in teoria non è più così ma la sostanza non deve essere un granché mutata, giacché, atteso pure che un ragazzo nero riesca a pagare l’esosa retta per iscriversi, i corsi di lingua sono poi in olandese, lingua non proprio diffusa tra i cittadini di etnia zulù o xhosa. Mi incuriosisce la antinomia di certi popoli nord- europei che in patria propongono modelli di società progressisti, con ampi riconoscimenti di diritti civili e libertà (pensate ad Amsterdam) e poi ad altre latitudini danno luogo a ste porcate. Gli olandesi già me li ricordo in Ecuador quando con le loro multinazionali setacciavano la amazzonia alla ricerca dell’oro e del petrolio, riducendo zone intere simili alla superficie lunari.
Vabbe, cmq a Stellenbosch pranzo stellare presso rinomato albergo gestito da sta elegantissima manager del lusso olandese (!), personaggio cui vengono dedicate copertine e soprannominata Silver fox, la volpe d’argento per via dei capelli canuti e bianchi. La Silver fox , assai amante dell’Italia, mi accompagna pure ad una buonissima degustazione di vini e formaggi nella sua tenuta privata, ed io per sdebitarmi l’ho invitata presso il mio albergo a Capri. Perciò, se vi è qualcuno della mia famiglia che si è letto sto papiello, prego voler appuntare una suite per settembre a nome Silver Fox, grazie

Tropico del Capricorno: Cape Town, un posto dove vivere

Giorno 3
Se siete tra coloro (tanti in verita’ )che stanno pensando di mollare tutto e aprirsi un chioscetto su di un lido tropicale, mi permetto di darvi un consiglio: lasciate perdere il chiringuito sulla spiaggia, e’ un’idea ormai troppo inflazionata e rischiate di trovarvi quale unico cliente il tipo del chioscetto di fianco al vostro, che a vedere bene era quello che poi in Italia vi notificava a domicilio che cartelle esattoriali di Equitalia. Insomma troppo gettonata come escape strategy. Io invece vi consiglio di scappare qui, a Cape Town: e’ la metropoli più rilassante del mondo, un’alta qualità di vita e l’impressione di un continuo divenire, di un posto che in questa precisa fase storica stia evolvendo rapidamente in bene verso una nuova prosperità; mi lascia l’impressione di una terra che apra opportunità, come l’America di un secolo fa magari. La qualità del vivere, con la possibilità di correre, andare a nuotare o fare surf appena usciti dal lavoro, mi lascia poi pensare ad una città australiana. Oddio, resta ancora una città a compartimenti un po’ stagni: da una parte i bianchi, dall’altra i neri, da un’altra ancora gli indiani e gli islamici, ma sicuramente meno di un tempo. Ad ogni modo, a visitarla almeno la cosa aggiunge un motivo di ulteriore curiosità: i bianchi stanno nella loro bellissima e ben protetta enclave del Waterfront, intorno al porto, ove pare di stare ad Amsterdam o in una cittadina della Scozia o della Cornovaglia, insomma mai in Africa si direbbe a prima vista. Ma resta da dire che l’Africa e’ irrimediabilmente anche questo ormai, colonialismo e suoi derivati storici. Qui sono tutti bianchi, biondissimi e ricchissimi, e per vedere un nero bisogna girare la porta della cucina di un ristorante e guardare dove sciaquano i piatti. Insomma tutto un po’ asettico e provinciale, anche se esteticamente bellissimo per posizione. Se ci si posta poi nel quartiere nero per così dire, insomma quello del centro storico, si è travolti dall’energia e vitalità, ovunque musica da balconi e dehors in legno che pare la New Orleans di cento anni fa, davvero. Ma senza voler a tutti i costi trovare un termine di paragone, diciamo che Città del Capo somiglia innanzitutto a se stessa nella sua unicità e bellezza.
L’ho beccato anche io un tizio che ha cambiato vita venendo qui ma lui per la verità non mi ha stregato un granché, appartenendo ad una categoria che in viaggio vado scansando come fosse la peste: gli italiani. E questo rappresentava pure la tipologia più pericolosa di essi, quelli che fanno: ” no perché in Italia stiamo indietro, li non puoi farle ste cose, non te la fanno fare una roba del genere…!” Poi vai a vedere e stanno parlando di qualche cesso di discoteca a tutto volume su una spiaggia fino a poco prima incontaminata……lui invece, che vive qui da 5 anni, si è impuntato che doveva consigliarmi lui dove andare a mangiare e mi sono voluto fidare : stronzo io, mi ha mandato in un cesso di centro commerciale in vetro-cemento con tutte i negozi delle grandi firme italiane e francesi e sto posto intufato di gente che proponeva sta cucina fusion….. Credo che questo genere culinario, il fusion, assai in voga in ambienti fighetti poggi in realtà su traumi infantili verso la famiglia di origine degli chef stellati e rinomati che lo propinano: cioè loro devono aver una sorta di odio verso la mamma o la nonna che manifestano rinnegandone ad ogni momento la loro cucina tradizionale e andando a schiaffare le tagliatelle bolognesi nel sugo di asparago uzbeko, il sushi dentro la salsa tartara dando vita a sto fusion e alla rinnegazione nevrotica della vecchia cucina della nonna. Il risultato non era comunque malvagio, devo dire. Bruttina assai la coppia che siedeva a mio fianco, con lui omaccione d’affari asiatico ormai sulla settantina e lei geisha porno bimba davvero bellissima, tutta ingioiellata ma visibilmente annoiata: ad un tratto, mentre lui riceve l’ennesima telefonata, chissà se dal lavoro o dalla moglie, la porno bimba si alza urlando in lacrime e scappa via, spero per lei magari con qualche bel giovanottone africano suo coetaneo. Assai meglio il pranzo cmq al mercato del pesce del porto vecchio.
Ad ogni modo una delle attrattive della città sono sicuramente le bellissime escursioni verso i dintorni; non guidando ne disponendo di un battello sto pensando domani di farne una ma non so decidermi, iaaa aiutatemi a scegliere:
dunque ci sta l’escursione in battello all’isola colonia penale ove era rinchiuso Mandela, Robben Island, con visita ai luoghi simbolo dell’apartheid;
poi sta il tour del Capo di Buona Speranza e la bellissima False Bay, che però potrei pure farmi da solo con un po’ di fortuna ;
poi vi sarebbe il tour nelle Winelands dove fanno il vino e pare di stare in Provenza , con le degustazioni dei pregiati prodotti locali;
poi ci sarebbe sta cosa un po’ tamarra di sorvolare in elicottero il Capo di Buona Speranza e partecipare ad una simulazione di battaglia militare con quei fucili credo ad aria compressa;
E poi ci sarebbe sta cosa un po’inquietante per la quale ti portano in motoscafo al largo e ti fanno inmeergere con una muta addosso dentro una gabbia di acciaio nelle gelide acque della False Bay, posto ove si registra al mondo la più alta concentrazione di…..squali bianchi. Si tratterebbe insomma di un bagno in mezzo agli squali, con l’ altro la formula ” soddisfatti o rimborsati”, nel senso che paghi solo se effettivamente lo squalo viene a chiavare le capate contro la gabbia a pelo d’acqua. Per intenderci lo squalo bianco non è che sia proprio uno di quei cacciutielli che si vedono a volte a Capri, e’ una bestia della madonna con denti aguzzi e rancorosi. Si, perché deve avere parecchio rancore se dei coglioni gli vanno a rompere i coglioni tutti i giorni . Mah, non saprei decidermi, voi quale escursione mi consigliereste?

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!