È giunto il momento di lasciare la splendida guesthouse con vista sull’infinito e cambiare isola anzi gruppo di isole, ovvero di passare dal gruppo occidentale costituito principalmente da Vágar a quelle centrali ove ha sede la capitale Tórshavn e poi settentrionali, le selvagge e remote isole più isole di tutte di Kalsoy e Kunoy.
La chiave di tutti questi spostamenti si rivelerà una pratica in cui, nonostante la non proprio più verdissima età, ancora mi diletto, anche perché oltre a costituire un bizzarro modo di conoscere persone quasi sempre simpatiche, unisce al dilettevole anche l’utile perché è spesso la via più breve per l’attraversamento di territori così poco battuti e non urbanizzati: sto parlando dell’hitch-hiking o come viene chiamato in Italia “autostop”. Il viaggio dunque di circa 40 km dalla baia di Sandavagur alla capitale Torshavn, con passi di montagna e tunnel sottomarini, sarà affrontato con un simpatico ragazzo israeliano anche lui intento a fare hitch-hiking , e con l’autista una ancora più simpatica donnona locale, la quale ci carica a bordo dicendo che potrà condurci fino ad un punto intermedio e posto lungo una via secondaria, dal quale il suo collega a cui sta per dare il cambio ci condurrà poi avanti verso la capitale. La cosa simpatica è scoprire che lavoro svolgono lei e il suo collega oltre a essere i nostri gentili “driver”: sono le guardie carcerarie della prigione delle Far Oer! Quindi stiamo tecnicamente andando in carcere ora. L’immediata confidenza, quasi come se già si conoscessero, del ragazzo israeliano con la sig.ra secondina sulle prime mi fa balenare anche qualche strano film per la testa: sono il bersaglio di un’operazione del Mossad ed ora sono stato adescato per essere condotto in carcere e torturato per confessare. Qualche scambio di persona, un file sbagliato nel database e ti ritrovi in una cosa tra “Munich” di Spielberg e “Misery non deve morire” di Stephen King (la sig.ra guardia ha una somiglianza spiccata con la tizia del film…)…
Ma ovviamente ogni timore viene fugato ben presto: lei è simpaticissima e ci fa persino fare un giro panoramico del carcere delle Far Oer, dove sono detenuti 6 individui tra cui un italiano (e sarà l’unico connazionale che incontrerò lungo tutto il viaggio); inoltre scopriamo come persino il carcere qui alle Far Oer sorga in un posto bellissimo nondimeno isolatissimo
Scoprirò nei giorni successivi, perdendomi su queste montagne, che non lontano da qui sorge la chiesa più antica di tutte le Far Oer, quella dal impossibile a pronunciarsi nome di Kiorkubur . Ad ogni modo anche il ragazzo israeliano mostra un profilo colto e intelligente: di idee progressiste, considera il governo del suo paese poco meno che una banda di criminali assassini e quello attuato a Gaza poche settimane fa con l’uccisione di oltre sessanta palestinesi un crimine contro l’umanità. Si vergogna profondamente di ciò e intende in autunno trasferirsi definitivamente in Olanda dalla fidanzata. Insomma vedi un po’ che storie capitano a fare autostop…
Giungiamo a Torshavn e le strade inevitabilmente si separano; io sistemo velocemente le cose alla rinfusa da una coppia di sciroccati che mi ha affittato casa e proseguo in bus verso le isole del Nord, con l’intento di raggiungere il punto più settentrionale delle Far Oer, ubicato nell’isola di Kalsoy ad oltre due ore di pullman e battello. Il fatto è che anche un semplice viaggio in bus alle Far Oer ti diventa un’emozione enorme
La strada si snoda come un serpente impazzito su costoni di roccia che sovrastano canali e pendii aspri che paiono le montagne di un pianeta alieno e poi, per passare da un’isola all’altra, non ci sono ponti, che non reggerebbero al mare in tempesta e al vento, ma tunnel: si, lunghissimi tunnel entro i quali la strada si caccia di improvviso come un animale che si infila in una tana, tunnel che scavano sotto il mare come quello della Manica ma che restano grezzi e in pietra viva, senza troppi fronzoli. Il primo lo abbiamo già passato ed è quello che attraversa il Vestmanna Sound, lo stretto che separa le isole occidentali da quelle orientali, altre due-tre volte scendiamo e risaliamo dagli abissi fino alla meta di destinazione Klaksvík.
Ecco, Klaksvík sorge nel classico luogo dove un giocatore di quei giochi di strategia on line tipo Civilization e similari deciderebbe subito di edificare una città: è una lingua sottilissima di terra tra due mari circondata dalle solite montagne lunari, che qui in verità assumono una conformazione ancora più cupa e minacciosa.
E da qui in battello verso la frontaliera Kalsoy, altra assurdità geografica: lunga una trentina di km, con montagne che si drizzano alte verso il cielo, è larga solo poche centinaia di metri, in pratica una sorta di lancia di terra e rocce protesa verso l’Atlantico. Non sempre le terre vulcaniche infatti assumono quella conformazione circolare che consociamo, spesso prendono anche questa forma puntuta e bizzarra, credo succeda proprio in corrispondenza della faglia, insomma della frattura oblunga da cui fuoriesce la lava: ricordo una isola dalla conformazione pressoché analoga, anche essa vulcanica, Sao Jorge alle isole Azzore, che gli abitanti paragonano ad una schiena di balena saltata fuori dall’oceano e pietrificata in un’isola.
ecco come potete notare, al netto delle differenze climatiche e della mia faccia da scemo , la somiglianza è impressionante 
Ad ogni modo tale conformazione rende ovviamente disagevole la vita qui e anche i soli spostamenti, con strade che si inerpicano lungo pendii impossibili verso villaggi abbarbicati sulle ripe scoscese, non sono per niente facili. Si ripresenta dunque esigenza di un ricco autostop non appena sceso dalla nave, momento migliore per pescare qualche “bel tonno di passaggio” con l’auto imbarcata sul battello. Ma qui mi imbatto in un’altro autostoppista, figura del tutto diversa rispetto al simpatico israeliano della mattina: costui è un tizio polacco assai scorbutico e pretenzioso che comincia a sostenere che debbo farmi a debita distanza da lui perché quello è il suo posto di “pesca”, scelto prima di me che sarei quindi costretto a retrocedere o avanzare non ho capito di quanti metri. Da una rapida scorsa non mi sovviene un diritto degli autostoppisti che annoveri una sorta di prelazione nella “posta” ai conducenti, quindi me ne sbatto altamente e mi metto un paio di metri prima di lui che comincia a murmuliare e fare gestacci. Con mio sorriso magico alla Mandrake becco pure subito un passaggio ma ho poi pure l’enorme magnanimità di spirito di chiedere alla autista di far salire pure sto fesso: le perle ai porci, quello invece di ringraziare monta su e continua a sbraitarmi contro e bubbu bubba. Vabbè sticazzi: si arriva a destinazione dopo aver percorso tutta l’isola lungo un suo fianco tra gole e tunnel. Quasi in cima sta il villaggio di Miskoldur, quella della sirena Kopakonan di cui vi parlavo ieri; poi dopo un lungo e buio tunnel eccoci a Trøllanesi
il villaggio più settentrionale delle Far Oer e perciò conosciuto come la “fine del mondo”: in effetti dopo c’è solo mare e poi ghiaccio fino al Polo Nord. Anzi per la verità oltre la collina si stende in direzione nord un altopiano erboso di circa 3km, al termine del quale è situato un altro, bellissimo faro. Ho i minuti contati, perdere l’unico autobus della giornata significherebbe perdere ogni coincidenza col battello e la successiva corriera per rientrare nella capitale, ma parto al gran galoppo. Mi fiondo su sto enorme tappeto verde abitato solo da pecore e uccelli, e che uccelli scoprirò più tardi. Sullo sfondo lo scenario inquietante degli alti promontori delle isole limitrofe
Alla fine, tra mille belati di pecore e pecoroni appare il faro, e con lui fa capolino il coglione polacco dell’autostop, già ad affannarsi sulla via del ritorno. Gli chiedo se secondo lui sono in tempo Utile a percorrere la via che manca per il faro e rientrare e lui ovviamente dice di sì, rendendomi un vile tranello. “Al ritorno- mi dice -” accorcia per il sentiero che sale più a monte, è più breve e poi asciutto della via che corre a valle, ridotta ad un pantano”. Mah, mi fido, giunto al faro, il tempo di fare conoscenza con il farista e sua figlia, gli immancabili caproni con cui socializzare e giù, a rotta di collo verso Trøllanesi. Anzi non giu, ma su, seguendo il consiglio del mio “amico” autostoppista mancato: un tranello diabolico la via a monte è più volte interrotta da massi, estremamente accidentata e, dulcis in fundo, sito di riproduzione delle sule marine, certe bestiacce piovute giu dall’Artico e dall’apertura alare di uno pterodattilo:
Prendono a volteggiarmi sulla testa e a lanciarsi in picchiate semi-suicide sulla mia testa degne del miglior pilota di Zero giapponese, quelli che si lanciavano sulle corazzate americane con tutto l’aereo per capirci. Le poverine ovviamente difendono i loro nidi e davvero è impressionante il coraggio con cui mi si lanciano sulla testa dalla quota a cui volano. ….Passa anche questa e rientro senza ulteriori problemi nella capitale Torshavn, l’unico luogo nelle isole ad avere dei ristoranti degni di nota ed una discreta vita notturna mei week end . Anche se la notte qui è un concetto astratto, nel senso che non fa mai buio. Figurarsi che qui in foto erano le tre di “notte”

Le Sirene (o qualcosa che assai vi somiglia) qui prendono il bizzarro nome di “Kopakonan”, che viene mutato poi in quello di “Selkie” un migliaio di km più a sud sulle coste irlandesi e scozzesi dove si celebra lo stesso mito, quasi come a credere che questo nordiche creature mitiche riuscissero a nuotare come balene da una costa all’altro di questo tempestoso tratto di oceano. Ad ogni modo le Kopakonan avevano le sembianze di una foche: questi animali erano considerato dagli abitanti come esseri umani che avessero deciso di porre fine volontariamente alla loro vita gettandosi nel mare. Costrette a vagare senza pace negli oceani, le Kopakonan erano ammesse poi solo una notte all’anno a tornare sulla terra ed era essa la tredicesima notte dell’anno (che nel calendario runico vichingo dovrebbe essere la tredicesima partendo dal solstizio di inverno quindi intorno al 4-5 gennaio, periodo qui di buio totale e tempeste). Quella notte le Kopakonan potevano svestire le loro pelli di foche e sostare poche ore sulla spiaggia per rivedere da lontano il mondo che avevano scelto di lasciare.
Un giorno finalmente il contadino si recò a pescare coi suoi amici, dimenticando la chiave della cesta ove teneva chiusa la pelle di foca. Rendendosene conto, esclamò ai compagni :” Oggi perderò mia moglie” e raccontando loro finalmente tutta la verità. In effetti al ritorno la moglie- Kopakonan non era più in casa ma già sulla spiaggia, ove indossò la veste da foca si lanciò tra i flutti. Qui subitò incontrò un esemplare di foca maschio che era stato ad attenderla per tutti questi anni e che non aveva mai smesso di amarla. Prima di accettare l’amore del suo nuovo compagno, la Kopakonan volle riemergere una ultima volta ad ammirare il suo figlio che nel frattempo era accorso sulla spiaggia. In quel momento tutto gli abitanti riconobbero nella foca la madre del ragazzo, che un giorno sarebbe diventato il capo di questo villaggio situato in capo al mondo, a creare una discendenza di uomini- foca, di uomini figli delle Kopakonan, le struggenti sirene di questo angolo remoto del pianeta 
Il luogo in questione, nella sua remotezza e devastante bellezza, mi ha sulle prime suggerito un’altra immagine letteraria, che si lega ad un ricordo molto bello, quello di una rappresentazione teatrale che mi affascinò e commosse. L’opera in questione si intitola “Le variazioni enigmatiche” , dell’autore Eric- Emmanuel Schmitt, composta solo nel 1995 e rappresentata finora poche volte in Italia. Il titolo prende spunto da una opera sinfonica del compositore Edward Elgar
e dopo una serie di falliti tentativi di bucare la corazza di introversione che pervade lo scrittore , è lui stesso a rivelare il suo segreto all’altro ovvero che la donna con cui intrattiene un rapporto epistolare da 15 anni, unico contatto col mondo esterno, è lui stesso. Lo scrittore, che aveva idealizzato questa figura nella sua mente per tanti anni, dapprima sbalordisce e si infuria, poi ne conviene che la sua idealizzazione e fantasia ormai possono perdurare anche oltre questa circostanza e si congeda dal reporter, annunciando che continuerà a scriverlo.
Si accetti a questo punto la suggestione, non chiarita dal testo: l’isola ove ha svolgimento la trama è Mykines, la più remota e occidentale delle Isole Far Oer, il che significa che si protende verso l’Atlantico con questa sua forma aguzza e oblunga col il faro all’estremità che pare il corno di un insetto, di una mantide religiosa verde come una foglia. A Mykines vive una piccolissima comunità di persone, forse una ventina
in condizioni non certo semplici, visto l’isolamento e le condizioni meteo nei mesi invernali proibitive. L’isola non ha porti naturali, presenta scogliere a picco del tutto inaccessibili per gran parte del suo territorio.
Il molo di attracco del battello, ricavato alla meno peggio in fondo ad un canalone esposto alle correnti, funziona regolarmente solo nella stagione estiva
mentre in quella invernale è spesso reso inservibile dalle alte onde oceaniche per intere settimane. Da non confondere per nessuno motivo con la quasi assonnante Mykonos, sito di passaggio e riproduzione di una massa indistinta di coatti, Mykines è sito di riproduzione di molti uccelli, tra cui la parte del leone la fanno i sea puffin, i bellissimi e un po’ buffi pulcinella di mare che nei mesi da aprile a novembre colonizzano l’isola in numero impressionante
ma tutti si fiondano verso quello che conduce al faro, tra l’altro bello non solo nel suo epilogo finale ma anche nel percorso tracciato come una gincana per le asperità rocciose dell’isola
E si arriva alfine al faro, preceduta da una casa solitaria ormai abbandonata dove vivevano gli addetti alla manutenzione del segnatore luminoso in metallo di bianco verniciato,
che giace come una sorta di mostro dantesco, condannato dalla sua natura a dover restare in eterno in un posto così remoto e tempestoso, nondimeno magnifico.
Non dimenticherò mai Mykines, luogo che già conservo nell’anima
anzi ancora prima, nel corso di un assai suggestivo volo di avvicinamento a questo remoto arcipelago 
. Un tappeto universale ma anche unico, nel senso che alle Far Oer cresce solo e soltanto erba.
Non una pianta, non un solo albero in nessuna delle 18 isole: il vento che le sferza prepotente, la pioggia che si riversa copiosissima per 300 giorni all’anno, la salsedine delle mille tempeste che qui si scatenano, non rendono possibile la crescita di alcuna altra forma di vita. Anche tra le specie animali, non vi è alcun mammifero autoctono delle Far Oer, persino le pecore che brucano l’erba a milioni non sono originarie di qui

Le case , persino le case hanno i tetti ricoperti di uno strato di erba spesso, che da un lato inumidisce il tetto ma dall’altro evita guai peggiori
Le isole intorno circondano la visuale come i denti di una balena, gli uccelli volano tutto intorno con versi del tutto diversi da quelli del bacino del Mediterraneo, e non potrebbe essere altrimenti visto l’ecosistema del tutto differente e di influenza sub-artico. Ci sono sterne polari,sule artiche e pulcinella di mare, che vedrò domani in gran numero in un’isola vicina.
con quella perfetta simbiosi tra vecchio e nuovo, fino ad arrivare al Kastellet con l’immancabile visita alla Sirenetta: quel che mi colpisce, al di là della folla di turisti orientali chiassosa e indisciplinata, è la visuale di una sorta di inceneritore giusto lungo la prospettiva.
Ma anche esso riesce ad inserirsi in quel connubio di antico e moderno cui è informata la città è paradossalmente non stona, anche perché è da supporre funzioni benissimo . È tempo di un ottimo “smorrenbrod”sul canale di Nyhavn 









E cosa c’è più a nord, in grado di offrire un ipotetico riparo dalle onde oceaniche e dai venti gelide a marinai alla deriva?
Non molto, a guardare una carta geografica (che da quei tempi ad oggi non deve poi essere cambiata molto): Groenlandia, Islanda e…e poi ci sono questi aguzzi sassi lanciati in mezzo al mare, che a metterci molta buona volontà possono essere considerati pure un arcipelago e che costituiscono la meta del mio viaggio appena iniziato. Per voi che leggete, se ne avrete già intuito il nome vorrà dire allora che siete dei fenomeni in geografia e/o dei fanatici del calcio, giacché la rappresentativa nazionale di questo micropaese concorre sempre alle qualificazioni europee con risultati talmente risibili da suscitare solo simpatia e curiosità.

Figuriamoci che la capitale delle Far Oer, che conta non più di 4000 anime in verità, è intitolata a Thor, Thorshavn, che significa appunto il porto di Thor, perché pare che da queste parti il biondone col martello sia passato spesso nelle sue peripezie da Ulisse dei mari del nord. A proposito di Odissea, qui alle Far Oer abita anche il mito delle Kopakonan, le donne dalle sembianze di sirene note più a sud sulle coste scozzesi e irlandesi anche col nome di Selkie.
Ma soprattutto, avuto riguardo ai luoghi e alle descrizioni, da queste parti pare che sia avvenuto il Ginnugagap, il “Big Bang” primordiale della mitologia norrena da cui nasce il primo essere vivente, Ymir: un nome che significa “mormorio” o forse “doppio”.
Durante un suo sonno nascono da una sua ascella due figli, che accoppiandosi poi incestuosamente danno luogo alle razze dei Ymbrusar, giganti delle nebbie e delle brume, e dei Ayutamana giganti del fuoco, che si combattono incendiando con lava e disseminando di bruma una terra perennemente avvolta tra le nebbie. Quando Odino, padre di Thor, uccide Ymir e la sua turoe discendenza incestuosa, il mare si colora di sangue e resta tale per tre settimane, ma chi beve quel sangue darà alla luce una nuova progenie che ripopolerà quelle terre ostili……
Ogni dato coincide: le Isole Far Oer sono la terra dove nascono i giganti.
Esiste una regione dal nome analogo anche nel nord della Spagna (dove tra l’altro conto di andare a breve) ma qui siamo in Ucraina, nella zona lungo il confine nord-occidentale con Polonia e Bielorussia. La Galizia è molto più che una suddivisione amministrativa ed è qualcosa di ulteriore anche rispetto ad una semplice regione: è una micro-nazione dall’identità assai accentuata e confortata dalla storia, nel senso che per lungo tratti è stato un regno indipendente e solo in un passato assai recente annessa all’Urss e poi all’Ucraina. Quello galiziano era un regno che conobbe la sua massima prosperità nel medioevo, talmente florido da riuscire nell’impresa, sconosciuta a tutti i territori circostanti, di riuscire a respingere l’invasione mongola. Ma minor fortuna ebbero i galiziani contro un altro invasore, il vicino regno di Polonia che intorno al 500 riuscì ad annettere questa regione. Ma ben presto la Galizia insorse e recuperó la sua indipendenza, in un’ epica assai celebrata nella letteratura e nei monumenti locai.
Fu parte poi dell’impero asburgico e meta assai amata dall’imperatore Francesco Giuseppe, che sovente si recava a Leopoli anche per gustare il suo piatto preferito, una sorta di bollito di vitello cotto in due diferenti zuppe, una al sedano e un’altra speziata con cipolla. La mia opinione su sta zuppa Francesco Giuseppe? Fa schifo al kaiser, è proprio il caso di dirlo. Ad ogni modo Leopoli conobbe sotto la casa di Asburgo un nuovo fulgore e a quell’epoca risalgono gran parte dei bellissimi palazzi di cui è adornata, in numero esponenziale, la città.
Alla dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico, la Galizia conosce vicende alterne, finendo prima di nuovo entro i confini polacchi, poi andando incontro ad un’effimera indipendenza ed essendo poi occupata dalla Germania nazista, che impose qui un regime collaborazionista assai feroce
e guidato da un personaggio estremamente controverso, un certo Stefan Bandera la cui vita, al netto degli orrori di guerra di cui fu capace, potrebbe ispirare una Spy-story alla James Bond.
Con la caduta del nazismo, la Galizia viene fagocitata nell’Urss per giungere fino alla storia dei giorni nostri.
fino a destinazione: una città sovietica di orribile impatto sulle prime, ma con un ben conservato centro storico medievale zeppo di imponenti chiese, e soprattutto un bellissimo castello. 
Qui nel 1429 fu incoronato un sovrano lituano dal nome bizzarro, Vytauto, ed alla cerimonia furono invitati i sovrani di mezza Europa che diedero vita ad un memorabile banchetto che andò avanti per una settimana. Forse perciò, con una punta di ironia, quella assemblea fu ribattezzata la Dieta di Lutsk, che governó sull’area per qualche secolo, conferendo in effetti una certa influenza lituana alla città, che pare assai più nordica e algida rispetto alla non lontana Leopoli.
A Sigismo’, a prossima vot’ cucino io…






zona un tempo indicata come Galizia e con un breve trascorso di indipendenza, si fa per dire, nei tumultuosi anni della seconda guerra mondiale, quando appunto fu annessa con questa dizione al Reich nazista .
, fatto di reminiscenze rinascimentali e poi asburgiche che ne hanno fatto una delle capitali della Mitteleuropa in un tempo passato forse un po’ dimenticato. Molte sono le personalità nate o transitate qui nei secoli radiosi: artisti e architetti di fama, regnanti di alto lignaggio e bizzarri libertini che scopriremo strada facendo. Per ora mi limito a citarne uno, che è quello che con la sua opera più celebre offre lo sfondo a questo mini-diario ed è lo scrittore Nicolaj Vasilevic Gogol:
universalmente associato alla gloriosa tradizione della letteratura russa, egli invece era più ucraino che mai; era nativo infatti della regione contadina di Poltava (non troppo distanti da Leopoli) e quantomai ucraina appare anche l’ambientazione della sua opera-capolavoro, “Anime morte”, doppiamente ucraina anche con riferimento al senso già citato di frontiera,per quello che è forse il confine per eccellenza, il limite tra i morti e i vivi.
