Il continente perduto – Sostiene Pereira

Giorno 1


“Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l’articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente torno’ indietro e ne ricopio’ un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista di avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufe di avanguardie e di cattolicismi, o forse perché in quel momento, in quella estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l’idea della resurrezione della carne” (cit. “Sostiene Pereira”, Antonio Tabucchi)
Il Portogallo lo conosco un po per esserci già stato, una quindicina di anni da, ma la gran parte delle cose che su esso so o immagino (ma l’immaginario è’ a mio avviso una forma di conoscenza) e’ per via di romanzi letti e ivi ambientati. Mi viene in mente Saramago, che di questi posti e’ natio, ma soprattutto è’ un grande scrittore italiano ad avermi fatto conoscete e sognare tante volte questa terra : Antonio Tabucchi. La lettura dei suoi romanzi mi rimanda con la mente ad un tempo ormai passato (ma il Portogallo rimanda sempre ad un tempo passato), quello in cui studiavo all’università e il Portogallo di cui parlava Tabucchi costituiva una enorme evasione ad altri libri scritti da un suo quasi omonimo ma con una R in più, tale Trabucchi autore di certi mattoni di volumi sul diritto civile di un’amenità paragonabile ad una messa celebrata in sanscrito. Sarà forse allora che è nata la mia passione per i giochi di parole Tabucchi- Trabucchi, come dire “Medina” e pensi ad una bella cittadella araba, poi aggiungi una R ed esce…
Vabbe, cmq sempre a proposito di cose che mi piacciono più o meno, nella seconda categoria ci metto sicuramente gli aeroporti. Non li amo perché sono la sintesi opposta di ciò che amo fare quando viaggio: richiedono organizzazione preventiva, orari tassativi, necessità di doversi anticipare e tempi morti. Così, quando ci devo per forza di cose passare, maturo un atteggiamento da scolaretto discolo che si mette di proposito a disturbare la prof. A sto giro mi sono prodotto in un pezzo niente male: il volo era al mattino presto, così ero dovuto essere li nel bel mezzo della notte. Fatto accomodare, attraverso una serie di dritte e cortesie, nella comoda sala di attesa riservata alla prima classe e dotata di morbidi triclini post-moderni, mi sono subito sbivaccato a 4 di bastoni e ho preso a ronfare forte ma tanto forte da svuotare la sala, piena quando sono entrato e vuota al mattino, quando sono stato svegliato,a pochi minuti dalla partenza per fortuna, dai rudi commenti in romano strettissimo di un addetto alle pulizie, unico coraggioso rimasto ad affrontare il ciclone, il quale si chiedeva se avessero spostato il motore dell’aereo in quella sala o fosse la Fiat Panda ingolfata di suo suocero.
E poi il Portogallo, dove tutto rimanda al passato o per lo meno ad un tempo diverso. Il segno tangibile di questa sua alterita’ temporale si intuisce già dal fatto che e’ l’unica nazione dell’Europa continentale ad aver adottato un fuso orario a se. Ho scelto di partire da Oporto, città che desidero vedere da tempo eppoi il nome si presta ad essere punto iniziale di una “spedizione” oceanica. La città non tradisce le attese, struggentemente romantica come un gentiluomo d’altri tempi. Tutto è’ ammantato di un fascino retro’ ma che non definirei nostalgico: ai portoghesi piace il presente, ma il loro presente fatto di caffè rilassati e conversazioni. La città e’ tutta proiettata sul lungofiume della Ribeira; i lunghissimi viali ripidi in stile “San Francisco”,dopo serpentine tra chiese e monumenti, sbucano sempre tutti li sul fiume. Andrebbero percorsi sempre con scarpe comode, circostanza che dimentico troppo presto. Ma in fondo ad uno di questi carrugi, a tarda notte, ho il sentire che vi sia ancora aperto uno scalcinato bistro’ ,di quelli che impanano le francesinhe, con le sedie di legno e la tappezzeria ingiallita. Ne parlava Tabucchi di posti del genere e infatti gira e rigira la trovo proprio come e dove me la aspettavo. D’altra parte e’ forse vero che la filosofia sembra si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasia, forse dice la verità. Ma questa non è una mia idea: e’ appunto ciò che sostiene Pereira.

Il continente perduto- prologo

Prologo


Avevo passato molto tempo a pianificare un viaggio dall’idea ispiratrice estremamente ambiziosa e affascinante, forse anche troppo: si sarebbe trattato di partire alla volta della Macedonia, dalle parti di Salonicco identificata come casella di partenza di un folle Monopoly. La corsa sarebbe dovuta poi proseguire nella vicina repubblica del Monte Athos, il vaticano della religione ortodossa dove non sono ammesse le donne, poi l’isola di Samotracia da cui viene la Nike esposta al Louvre e poi il confine sullo Strimone dove combattevano i peltasti, per addivenire poi a Costantinopoli. E poi Mileto e Sardi che resistettero vanamente per essere poi punite; Gordio ove stava il nodo inestricabile che lui recise col ferro. Eppoi Isso e Gaugamela dove a centinaia di migliaia i fanti e gli arcieri di Persia furono travolti dalle sue falangi. E quindi Susa e il deserto fino alla tana del fiero rivale Dario, la lussuriosa Persepolis da distruggere e cospargere di sale affinché qui non cresca mai più il fiore di una civiltà nemica. Poi magari, con le forze residue attraversare il Caspio verso gli ozi di Samarcanda e Merv e risalire fino alle Montagne Celesti, da cui si vede in lontananza l’India. Insomma avevo progettato di ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Tutto studiato nel dettaglio, su mappe e toponomastica dell’epoca. C’era solo un piccolo problema: il tempo moderno. Nella geopolitica attuale i posti in questione si chiamano Turchia, Iran, Turkmenistan, Kyrghizistan etc. Diciamo che fra ste teste di cazzo di terroristi, dittatori in ascesa, pseudo-golpi falliti e sospensioni dei diritti civili, non tirava proprio una bella aria e il clima era ancora peggiore che ai tempo delle guerre di Alessandro Magno. Inoltre, due belle sfogliatelle recapitatemi a inizio estate dal duo hard Cassa forense& Equitalia hanno spento gli entusiasmi residui.
Ad ogni modo, su con la vita, non me me sto certo a “godermi” l’Agosto nostrano con spiagge che brulicano come termitai e con la consueta profondità lacerante di pseudo-drammi umani di chiattilli rimbalzati sulle porte dei locali, un mondo intero di convenzioni che si incenerisce sui bicipiti di un buttafuori.
Insomma se a Est non si può andare, si può sempre andare a Ovest. Ma se Occidente deve essere, voglio che lo sia fino alle sue conseguenze estreme,intese da un punto di vista geografico: me ne vado nell’ultimo spicchio di terra che possa essere considerato Europa, migliaia di km oltre le Colonne d’Ercole, nel bel mezzo dell’Atlantico ove sta un arcipelago di scogli anneriti e lembi di lava vulcanica miracolosamente emersi dagli abissi oceanici, le Azzorre. Furono scoperte poco prima dell’America e lo stesso Cristoforo Colombo vi fece scalo sulla via del ritorno ma pare che fu accolto malissimo.
Pare che la natura laggiù sia bellissima e incontaminata tra vulcani, orchidee e balene. Abbinerò il viaggio ad una visita del Portogallo, paese che si lascia amare, tra città medievali e vigne di vino Porto nel nord, prima di volare in mezzo all’Oceano. Le isole sono nove, alcune sprovviste di aeroporto, come il minuscolo isolotto di Corvo, limite estremo dell’Europa da cui dista quasi quanto dalle coste americane, identificato come meta finale del viaggio.
Ma c’è un altro motivo, assolutamente irrinunciabile, che mi spinge fin qui: e’ quella storia di cui parla Platone nei suoi Dialoghi;anzi, di cui ha cominciato a parlare Platone , perché poi lo hanno seguito in tanti fino ai giorni nostri. La storia e’ quella che narra di quel popolo di costruttori di piramidi venuto da una terra lontanissima posta oltre le Colonne d’Ercole. Una terra poi scomparsa, come sprofondata portando con se a fondo la florida Civilta’ che la abitava, tanto tempo prima degli Egiziani e dei Sumeri.
Si, perché, nella ridda di ipotesi e attribuzioni varie, la tesi meglio accreditata e’ quella che identifica proprio nelle Azzorre la mitica terra di Atlantide, il Continente Perduto.

Napoli violenta – part. 3 : un bilinguismo difficile

Trovo che se Eugene Ionesco stamattina fosse entrato nello stesso bar di via dei Mille dove ha fatto colazione il sottoscritto, la drammaturgia mondiale si sarebbe arricchita di una nuova pietra miliare dell’Arte dell’incomunicabilità: l’intero personale di un bar, dal cameriere alla cassiera al gestore, ai agita visibilmente contrariato perchè nessuno riesce a capire cosa diavolo mai voglia ordinare una coppia di origine asiatica seduta ad un tavolino, che parla “un’altra lingua”. I camerieri indispettiti e increduli ne riferiscono al gestore che appare il piu’ insofferente di tutti e che, con aria da buon padre di famiglia, rassicura i dipendenti sgomenti di non preoccuparsi più di tanto, perchè, inalberatosi con aria cattedratica, “qua stiamo in Italia e si deve parlare italiano!!”, buscando il plauso e i cenni di approvazione di una claquè compiacente di clienti, qualcuno dei quali a conforto della sua tesi è pronto a giurare, addirittura sulla vita della sua prole, di essere stato vittima all’estero di terribili angherie di altri camerieri in bar locali che dileggiavano la sua grossolana pronuncia italiana…Forse perchè mosso dal mio buonismo alla Cristina D’avena, forse per rompere l’impasse, mi offro volontario per provare a dirimere la spinosa questione e svelare l’arcano, in cuor mio in verità piuttosto scettico di poter fornire un concreto contributo, giacchè la lingua parlata dalla coppia di sicuro avrebbe esulato dalle mie conoscenze. Giunto a un di presso del tavolino e invitato i due a proferir parola, apprendo con un certo disappunto che l’incomprensibile “altra lingua” che aveva reso sgomento tutto il personale del bar e scatenato discussioni sullo scarso peso dell’Italia e degli italiani nello scacchiere geo-politico mondiale, non era qualche sotto-idioma hurdu delle valli dello Hindokush pakistano o uno dei 10.000 dialetti quechua delle popolazioni precolombiane dell’Amazzonia, ma trattavasi in realtà di un banalissimo inglese, lingua nella quale i due non stavano declamando un sonetto di Shakespeare o un testo arcaico ma facendo una banalissima ordinazione..oddio proprio banalissima no. “Bacon and eggs..o forse “scrambled egg”- ripetuto con insofferenza con un accento di provincia che cominciava ad insospettirmi e del tutto increduli che questa pietanza fosse irreperibile sulla piazza napoletana…Sempre in uno dei miei slanci di buonismo alla Paolo Limiti mi accingevo quasi a suggerire ai fratelli europei della terra d’Albione qualche tipica pietanza napoletana, una sfogliatella, un babbà, che avrebbe fatto di sicuro spegnere la nostalgia delle britanniche uova strapazzate….quando comincio a notare degli strani monili azzurri, di uno strano azzurro, e quotidiani sportivi inglesi con inequivocabili foto di beniamini locali, tipo quell’italiano di colore emigrato all’estero non certo per la cosiddetta fuga di cervelli (parte anatomica fuggita sì, ma dal suo corpo)….di colpo mi si eclissa tutto il buonismo alla Mariotto Segni, di colpo quel che mi erano sembrati due malcapitati viaggiatori vittime del provincialismo e dell’arretratezza culturale del Meridione mi si trasformano in due odiosi e saccenti plutocrati che nel tempo libero se ne vanno girando per l’Europa per sostenere una finta squadra di calcio creata dal nulla a suon di miliardi di sterline da uno sceicco che non sapeva che cazzo fare nella vita, e sbraitano e irridono poveri camerieri pagati in nero perchè non trovano le loro uova strapazzate buone come nel loro merdoso bistrò sotto casa a Manchester?!?!? Con un movimento lento della testa e sguardo che avrebbe voluto essere ispirato al John Sean H. Mallory di “Giù la testa” di Sergio Leone, mi rivolgo al cameriere e comunico la mia scoperta: “sono tifosi del Manchester….vogliono delle uova strapazzate”….mi allontano sempre imitando il passo di Sean H. Mallory dopo che ha piazzato la dinamite alla banca di Mesa Verde e immaginando alle mie spalle urla ed esplosioni

Due loti sottozero – cap.II – memorie dal sottosuolo

Quel che esiste intorno Reykjavik e notoriamente conosciuto Islanda pare racchiudere in se una ad una tutte le meraviglie della natura. Ma pare anche avere un modo a se per custodirle: non comunemente all’esterno, in bella vista come in una cristalleria, bensì in un luogo più sicuro e intimo, protetto forse dalle intemperie del clima, ovvero il suo ventre bollente sotterrano. Dal sottosuolo affiorano infatti prima o poi una ad una tutte le meraviglie di questo paese, ognuna con una sua epifania a volte dolce ed a volte brutale ma sempre decisamente strabiliante . La prima di queste meraviglie in cui ci imbattiamo affiora, se non proprio dal sottusuolo, perlomeno da qualcosa posto al di sotto la superficie in senso lato, e parlo infatti dei cetacei che affiorano dal mare . Li vediamo apparire il primo giorno da un battello che si allontana circa due ore dal sicuro porto di Reykjavik per andarsi ad inoltrare in una cappa lattiginosa di cielo da cui sembrano provenire onde contro il battello da tutte le direzioni. Quando già dopo ore di marosi cominciano a volare a bordo le buste per il mal di mare come le canne ad un concerto dei Pink Floyd ed i primi mugugni sulla validità dell’escursione non certo poco (come nulla in Islanda)…..eccole finalmente le balene, tante, addirittura tre insieme della specie detta humpack whale, evento così raro da spingere persino il comandante del vascello a immortalare l’evento. Sono nere come pneumatici ed hanno il dorso ricoperto di fossili, paiono quasi voler giocare con noi ad una distanza irrisoria dalla fiancata del vascello. Le avevo viste pure alle Azzorre, piu giu nell’Atlantico seguendo la stessa faglia terrestre e nelle lontane Galapagos ma mai così vicine al battello. Una escursione davvero indovinata ! Poi è la volta di una seconda meraviglia che vediamo apparire dal sottosuolo e non può che trattarsi dell’acqua, che da mille anfratti sgorga qui permeando l’aere di un odore sulfureo . Non sempre però viene alla luce nello stesso modo: a volte lo fa docilmente con Rivoli bollenti che paiono accarezzare questa terra gelata, altre volte con sbotti possenti simili ad eiaculazioni di un gigante sotterraneo come nel caso dei geysir. Gli islandesi hanno imparato ad addomesticare molto bene la preziosa linfa di questo gigante sepolto sfruttandola in mille modi : riscaldamento, energia geotermica in luogo del petrolio e, dulcis in fundo, hanno preso ad incanalare per benino quest acqua calda per andarla a far confluire in eleganti e sceniche “lagoon” dove si accoccola a centinaia ben felici turisti. La più celebre è la Cd Blue Lagoon, doppiata adesso dalla Sky Lagoon davvero bellissima, con vista e bar panoramico per sorseggiare un drink mentre si sta ammollo . In effetti questi luoghi funzionano anche meglio dei bar come luogo di incontro e di acchiappo se se ne ha voglia. Per i nostalgici e gli amanti dell’intimità vi è poi la Secret Lagoon, completamente naturale e che infatti sa a peste di zolfò e terra ma certo ha un fascino più autentico . Dal sottosuolo dell’Islanda emerge poi fuori di continuo anche la stessa Islanda ovvero il materiale unico che la compone e ricompone come un castello di DAS o plastichina agitato da un dio norreno : la lava. Ogni cm dell’Islanda è composto da una lava nera anzi nerissima che scomposta in mille formazioni delle dimensioni e forme più disparate . Ma il buco originario da cui salta fuori tutto questo magma, migliaia di km nel sottosuolo, dopo aver generato l’Islanda,’prima o poi la cancellerà o perlomeno la dividerà in due parti. Si perché questo è il punto più critico della faglia tra la placca tettonica Nord americana e quella euroasiatica, una sorta di vagina terrestre che allontana inesorabilmente le due gambe alla velocità di due cm l’anno e tra di esse si incunea il mare, sempre più possente ed impietoso ad allargare ciò che la vagina di Gea ha creato

Due loti sottozero – Cap. I – Reykjavik, terra di pionieri sull’acqua

La prima immagine che Reykjavik ci dona di se è un gigantesco battello arrugginito e malconcio, di quelli usati per la pesca oceanica e scafati per i mari più grossi è arrabbiati e forse pure per prendere a testate blocchi di ghiaccio imprevisti, attesa la prua simile alla testa di un ariete . Fu concepito tempo fa in un cantiere di Tallinn e reca nel nome un “italianismo” mal riuscito : si chiama infatti “Steffano”,’scritto così con due f. Tutto qui intorno al vecchio porto sembra rimandare ad un passato di arpioni, fiocine, vascelli pronti a lanciarsi in mari neri come la pece per mesi bui e fresi di pesca, ed anche un certo passato fatto di insediamento su una terra inizialmente ostile all’uomo è ricordato ovunque. Tutto ciò che proviene dal passato è insomma pervaso da uno spirito di settlement, colonizzazione, uno spirito appunto da pionieri. D’altra parte non poteva che essere così: questa terra non è abitata dalla notte dei tempi, sono stati i Vichinghi ad arrivarci intorno all’800 dopo Cristo, trasferendo quo in prevalenza schiavi adibiti al taglio delle foreste per ottenerne preziosa legna. Dovettero fare davvero un bel lavoro visto che di alberi ormai praticamente non ne vediamo manco più uno nella lunga e lunare strada he congiunge l’aeroporto alla città. Esiste poi un nuovo pionierismo che sembra aver pervaso ora la città: quello di agganciare questa città e questo che era un mondo a se all’Occidente.. Quello che doveva essere un piccolo insediamento di pescatori ha assunto alla velocità impressionante di un ventennio o poco più la tipica conformazione della città cosmopolita scandinava, un pezzo ben riuscito di Occidente dove decine di giovani di tante etnie diverse si muovono festanti ma tutto sommato ordinati. Tanti di loro sono emigrati qui a lavorare: a decine incontriamo ragazzi croati, polacchi, portoghesi ed ovviamente italiani. Facile tutto sommato distinguere chi è qui a vivere dai turisti: i secondi sono bardati con abbigliamento tecnico più adatto ad una spedizione polare che ad un venerdì sera cittadino, i residenti minimizzano sul freddo, che effettivamente per ora è sopportabile e vivibile. Ma la situazione cambia radicalmente se ci si sposta lontano dal mare nell’interno, ma queste sono storie che verranno. Per ora Reykjavik ci coccola con zuppe di aragoste o di agnello, locali con dj superfighi e cavallone indigene che sembrano però tutte vomitare di colpo lasciando la gente intorno piu che perplessa, per usare un eufemismo. E poi la natura intorno che sembra annoverare una ad una tutte le meraviglie del creato, ma di questo parleremo più avanti

La saga dei chiattilli – cap.IV

I CHIATTILLI E LA LASAGNA DI CARNEVALE
Nella cosmogonia chiattilla un evento non sottovalutabile è la transizione in cielo dell’astro del Carnevale, che si manifesta secondo molteplici profili tra loro non sempre collimanti. Il primo è ritualmente gastronomico e consiste nella preparazione della tradizionale lasagna per il martedì grasso, opera laboriosa disegnata secondo uno schema di triangolazione che investe chiattila-madre o suocera-domestica extracomunitaria e che monopolizza le telefonate dei giorni precedenti: “Zizzy, tu non puoi capire come sto esaurita, devo ancora ordinare la spesa per fare la lasagna di Carnevale…”
“Cessy! Ma lascia stare, io quest’anno ho spiegato tutto a Zampy (la domestica).Perché non fai pure tu così con la tua, li Orangutanghy??”
“Ma sei pazza!!!! Quelle al paese loro si mangiano le cavallette, si bevono il sangue di serpente……quale lasagna??!!!!” (Nota bene: Le domestiche, generalmente straniere, provengono da molteplici paesi,spesso dal Sud-est asiatico, a volte sud-America o Est Europa, insomma paesi distanti migliaia di km gli uni dagli altri ma agli occhi delle chiattille provengono tutte da un unico indefinito posto del pianeta terra dove si pratica ancora il cannibalismo e i riti di sangue e da cui sono fuggite per trovare salvezza a casa loro ove essere educate, per quel che possibile, alla civiltà…).
Ma quest’anno il main event di Carnevale è tuttavia un altro: quella pazza di Commuogly ha organizzato a casa sua un grande party in maschera. “Chi non è travestito non viene proprio ehhh”- sembra abbia già annunciato, gettando l’estabilishment chiattillo nel panico… Va da se che in un mondo dove il vestiario è una parte consistente della persona ed avere pure un bottone fuori posto è uno scorno inaccettabile, sia assodato ora che il travestimento di Carnevale non potrà certo significare qualcosa di troppo estemporaneo e in grado di compromettere una immagine sanguinosamente conquistata con vestiti firmati e monili vari. Cosicché i chiattilli contemplano tre soli tipi di travestimento, per lo più limitati ad un trucco del viso e che non comporti una spoliazione dei vestiti canonici:
A) da gatta
B) da diavoletta
C) opzione valida solo per gli spiriti più ribelli e anticonformisti, si dà luogo al travestimento col proprio partner, dove lui si veste da donna e lei da uomo, roba da pazzi.
La cosa finisce ovviamente anche qui per investire i discorsi della vigilia e fanno: “Cessyyy, ma alla fine allora tu da che ti vesti per il party da Commuogly???”
“Zizzy!!! Mah io ho pensato una cosa un po’ strana, però non lo so……avevo pensato da GATTA!! “
“Ma sei una pereta!!!! Mi hai copiato l’idea mia dell’anno scorso!!!!!
“Uhihihhuhhuhh è vero non ci avevo pensato!!!! E tu?”
“Eh pure io ho pensato una cosa un po’ così…..pensa un po’……da DIAVOLETTA!!!!”
“Ma sei una lazzara!!!!! Hai copiato la mia idea dell’anno scorso!!!!!”
“ Uhihuhhhhuhh non ci avevo pensato!!!! E Bagascy, da che si traveste Bagascy????”
“No Bagascy, ha avuto un’idea troppo bella: pensa che lei e Boccalony (il fidanzato) si travestono uno da donna e lei da uomo!!!”
Le due tacciono un attimo, poi all’unisono: “ Ma è una lazzara-peretaaa, ci ha copiato l’idea di due anni faaaaaa!!!! Uhihuhuhhuhhh”.
Ma è ormai l’ora della festa, gli ospiti prendono posto in sala, ma non si vede ancora Commuogly. Ad un tratto, rullo di tamburi: compare da una scala il suo fidanzato Cazzimbokky con una maschera udite-udite…..da Pippo Baudo, e fa :”ora vi presento la mia valletta per questa edizione…..La magnifica Belen Commuoglyyyu!!!!” Ed appare appunto Commuogly in abito da gran sera, che fa : “benvenuti ad una nuova edizione del Festival di Sanremooooooo!!!”
Delirio e tripudio di risate in sala, Zizzy e Cessy quasi svengono dalle risate, Bagascy e Boccalony piegati in due, poi scatta automatico il coretto di incitamento: “Co-mmuo- glyyy, Co-mmuo-glyy, Co-mmuo-glyy!!!”

Napoli violenta- part. 4: le oche del Campidoglio

Magari non avrò il lato B di una Belen, tuttavia la Madrenatura mi ha dotato di una certa sensibilità di pacca, in particolare di quella destra che in circostanze critiche sa svolgere funzioni analoghe a quelle delle oche del Campidoglio. Questi pennuti infatti, benché notoriamente poco dotati intellettivamente, col loro starnazzare riuscirono a segnalare ai romani dormienti la presenza degli invasori Galli ormai alle porte di Roma, mettendo in condizione i difensori di respingere l’incursione notturna. Così narra la leggenda, mentre la storia vera più probabilmente e’ diversa. Ad ogni modo torniamo per ora alla mia pacca- oca del Campidoglio che contraendosi e diventando tosta al momento giusto e’ riuscita a segnalarmi la mano furtiva di un lestofante che ambiva al mio portafogli in quel ricettacolo di tangheri e scampaforche che è il bus R2. In un gesto di pietas del tutto immotivato non mi sono messo tuttavia a urlare “al ladro, al ladro” o altro ma ho lasciato scappar via il ragazzino, e qui si intuisce chiaramente che quella delle oche del Campidoglio e’ solo una leggenda stronza: perché con ogni probabilità i Galli mica se ne scapparono per 4 oche fetenti che starnazzavano, anzi il loro re in persona Brenno pretese un tributo in oro, che venne esatto ( participio passato di esigere) con delle bilance truccate su cui appoggio’ la sua spada, il cui corrispettivo dovette essere appunto pagato dai romani in oro. A me la spada di Brenno e’ venuta a fare 44€ e dispari perché nella foga di salire sul bus e scansami il mariuolo, mi ero dimenticato di obliterare il biglietto… Ho provato ad addurre le mie ragioni e spiegare il mio dramma umano di vittima di un tentato furto con destrezza, il trauma che ne consegue per cui ero obnubilato e non ho obliterato ma niente, il controllore mi guardava come il prof a scuola a cui spieghi che hai dimenticato il quaderno a casa con tutti i compiti ed ecco come documentato sub allegato fotografico A sta bella sfogliatella. Insomma era destino che i soldi su quell R2 di merda oggi dovevano incularmeli per forza, tanto valeva lasciarli rubare al povero ladruncolo che aveva allungato la manella. Ad ogni buon conto, tra la manella e la sfogliatella, su sto bus mi avete sfrantecato la cappella

Napoli violenta- part 2: l’underwear degli equivoci

Sulla popolare e affollatissima via Toledo, camminavo intento ad acquistare due mutandoni per me medesimo. Mi accosto ad un negozio di una nota casa di intimo, per la verità dubitoso che quella fosse una marca di solo intimo femminile. In effetti la presenza all’interno di sole donne, arragiatissime dai saldi, implementa il mio dubbio, così mi risolvo a chiedere lumi ad uno che pare un commesso, al quale giustappunto domando: “scusi ma questo negozio vende solo intimo femminile, vero?” Lui senza profferire parola fa con la testa un gesto che significa chiaramente “no”, come forse per dire “no, e’ anche da uomo”, così io rassicurato e rinfrancato nello spirito, prendo a calibrare le mie esigenze sulla merce esposta e controbatto: ” ok però guardi io cercavo solo due mutandone senza pretesa, due boxer senza troppi fronzoli, mentre tutti i capi che avete qui in vendita mi sembrano per così dire un po artefatti….” Di fronte a noi in effetti sono in esposizione variopinti tanga, perizoma che richiamano il derma di felini della savana, mutande che esibiscono strani piumaggi….ma a questo punto il Sales assistant putativo esclama : “ma pecche’, teng’ a facc di uno che venne i’mutande io?!?!?” A me non viene di meglio che fargli notare: ” non so, sarò sincero ma non mi sono mai chiesto che faccia abbia chi faccia questo lavoro” Il tipo resta interdetto per qualche secondo, dopodiché controbatte non senza una punta di sarcasmo: ” comunque te lo può accatta o stesso nu bell tanga, cu nu bell parafessa annanz magari…..che tu tiene proprio a facc i chill che stanotte su piglia ‘ncul!” ……che poi stanotte sarebbe pure il mio compleanno.
L’omofobia, un tunnel senza ritorno

Napoli violenta – part. 1 : la dieci euro nderra

Quest’oggi ho preso la dieci euro da terra. Ma non nel senso figurato rimandante ad un improvviso slittone o a pericolosi capiomboli. Proprio in senso letterale ho visto di colpo dieci euro a terra, a piazza Olivella, quella della metro di montesanto a Napoli. Me la stavo guardando per vedere se non fosse falsa o sporca di merda per via di qualche buontempone, Ma tosto non ebbi fatto dieci passi, che a sbarrarmi l’undicesimo mi si parano innanzi due che sembrano i Bravi di Don Rodrigo. Il capo dei due, il Griso, con un sorriso beffardo mi fa cenno di “restituirgliela”, io pur dubbioso che fossero sue, eseguo senza battere ciglio, tanto non mi cambiano certo la vita dieci euro….. Poi lui non contento chiosa: ” te pensav’ che uno cumm’ e te veniva a casa mia bello bello a si piglia dieci euro!!!???” Piuttosto indispettito mi limito a rispondere: “e perché no? La fortuna, si sa, e’ cieca”. L’immagine della dea bendata di classica matrice deve piacere poco al tipo, il quale rincara la dose: “se non ti levi annanz o cazz te li ciek io a te l’okkio”. A questo punto ho la tentazione di esporre il concetto giuridico di res nullius e res derelicta risalenti al mondo romano, in virtù dei quali ben avrei potuto reclamare il possesso di quelle dieci euro, ma in un anelito di pragmaticita’ lascio perdere, anche perché mi sovviene alla mente un’illluninazione geniale: la cicatrice che ho in questi giorni sul naso mi conferisce un’aria da duro come non mai, sicché mi basterà guardarlo torvo negli occhi per incenerirlo e fargli rimangiare il suo turpiloquio. Così faccio, impostandomi pettoruto con la mia stazza fisica di gran lunga superiore alla sua e inarcando il sopracciglio da vero figlio della strada incazzato. Il Griso pare colto di sopresa nello scoprire che Don Abbondio aveva invece si il suor di leone, ma a questo punto irrompe sulla scena l’altro bravo, fino ad allora una mera comparsa, il quale osserva: “ma tu, oltre che strunz, fusse pure rikkione???”
Napoli una città difficile

Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!