Il Milione. Ptuj: non è uno starnuto ma una piccola gemma

Giorno 6
Il congedo da Lubiana consiste in una mangiata di pesce low cost nel fantastico Fish market, ubicato in posizione magica sul fiume,giusto sotto i tre ponti collegati simbolo della città. Poi un treno low profile mi infila in una giogaia balcanica scavata dalla Sava, che qui, come un’ ancora timida scolaretta scorre a fianco ai binari esile e sinuosa, prima di diventare la sfacciata donnona che inondera’ pianure e campi più a sud, unendosi in un amplesso acquatico col Danubio dalle parti di Belgrado. I paesi attraversati dal mio treno hanno piu che altro la forma di fattorie allargate e i nomi che stranamente rimandano tutti a calciatori con una sola lettera da cambiare: Zidani, Ribere, Baggje…..Policane. Ad un tratto mi lascia la Sava che svolta a sud e mi lasciano anche i Balcani: ad est si apre una sconfinata pianura che andrà avanti per migliaia di km con poche interruzioni fino all’Ucraina, una pianura alluvionale la cui regina e’ ora la Drava, che bagna anche Ptuj, minuscola cittadina barocca ove scendo dal treno. Ogni anno una mia come dire curiosità, un mio ingrippo e’ quello di andare a scovare una “città d’arte” fuori dai circuiti più battuti, poco segnalata e conosciuta. Due anni fa beccai la bellissima Sibiu in Romania, l’anno scorso l’eclettica Plovdiv in Bulgaria, quest’anno e’ la volta di Ptuj, con questo nome che pare uno starnuto, un gioiellino barocco adagiato sulla Drava. Già da lontano allo sguardo si mostra un mosaico di guglie e tetti spioventi di un color rosso magenta che quasi abbaglia, mentre da vicino al passo si apre un dedalo di viuzze e palazzi nobiliari talmente ben tenuti e romantici da fare subito pensare ad un posto dove venire per un’appassionata gita “i love you” con il proprio partner. Ecco, quanti di voi sono abituati a trombare con la commara in qualche squallido motel in tangenziale, una volta nella vita regalatele una cosa originale e portatela a Ptuj, semi-sconosciuta città d’arte quasi al confine tra Slovenia e Ungheria. Saprei consigliarvi pure un ristorante molto sgenc dove cucinano in maniera divina il pesce del fiume, in particolare una specie ittica detta in italiano “luccioperca” servita su un letto d’orzo e polenta e talmente buona da ispirare poeti che le hanno dedicato odi e versi, come avrete modo di constatare poc’anzi. Degno di nota anche il castello di Ptuj che domina la vallata da quella che pare l’unica altura in mezza ad un territorio piatto come una palacinka, l’ottima crêpes alla marmellata tipica di questi luoghi, mentre giù nella torre campanaria e’ custodita anche una preziosa Deposizione del Pollaiolo, da intendersi non come uovo deposto da una gallina ma come opera d’arte raffigurante appunto la deposizione di Cristo ed eseguito dal noto artista fiorentino rivale del Verrocchio. Degna assolutamente di nota e’ anche la tipa che sovraintende all’ufficio turistico, che pare uscita dal pennello del Vermeer con sti capelli rossi raccolti e vistosi orecchini, la quale mi indirizza alla locanda di una vecchia signora chiamata Ziga per trascorrere la notte. Nella guesthouse di Ziga valgono regole ferree come in un educandato puritano, tipo la regola del silenzio dopo le 9 di sera e altre imposizioni quasi eremitali, pena la perdita del beneficio di una squisita colazione la mattina dopo. L’austera signora Ziga tuttavia fa uno strappo alla sua regola monastica quando si tratta di fittare alcune stanze ad ore ad amanti di passaggio, rumorosi e assetati di intimità, gente che ha ispirato appunto il mio consiglio di venire qui a Ptuj a schiattarsi la propria commara. Ma c’e una altro motivo peculiare che vale il viaggio qui a Ptuj, almeno a mio avviso: il festival detto “Versoteque”, days of poetry and wine, un festival pensate un po di scrittura&vino, qual magico e felice connubio. A migliaia poeti, scrittori e appassionati giungono nella cittadina, che vanta anche un’eccellente tradizione enologica appunto. Purtroppo la gara di scrittura creativa sarebbe stata in programma solo qualche giorno dopo e al tempo della mia visita ho potuto concorrere solo alla gara ( ma non è una gara giacché giustamente non si assegnano premi) di poesia improvvisata, con componimenti da fare dopo una bella degustazione di vino e che vengono poi affissi per le strade del paese in delle nicchie deputate ad accoglierli. Non è molto il mio forte la poesia, cmq può darsi che in qualche nicchia di Ptuj ci sia esposta questo modesto componimento che ho arrangiato con un bel po di bicchieri di vino in corpo in verità e che credo abbia lasciato perplessi gli organizzatori della rassegna, anche perché è’ intraducibile in sloveno essendo basato tutto su anagrammi dove la seconda frase e’ anagramma della prima. E’ un componimento liberamente ispirato alla poesia di Walt Whitman “o capitano mio capitano”, leggermente cambiato e dedicato appunto al sublime pesce trangugiato quella sera, e perciò intitolato “o luccioperca mio luccioperca”
O luccioperca mio luccioperca, cieco pollo ciuccia rum a pecora!
O luccioperca mio luccioperca, ucci ucci me porcello a pecora
Pesce di cannuccia andato al aceto, un peto scacciacani al neon adduco a te
Ti amo luccioperca (al dente) del mio cuore, cacciatrice illude te uomo col pomo!”
Che bello improvvisarsi trobadour balcanico!

Il Milione: Lubiana, una piccola Vienna più monella

Giorno 5
Lubiana e’ a mio avviso una città proprio bellissima, con un perfetto balancing tra arte, natura, vivibilità, cosmopolitismo e altri parametri di una capitale europea moderna. Affascinante emula di Vienna nell’eleganza asburgica dei suoi palazzi, se ne caratterizza per una maggiore Vivacità e un pizzico in più di imprevedibilità balcanica (non ditemi niente ma a me tedeschi e austriaci con la loro linearità del vivere delle loro città fanno scendere proprio la uallera); nell’aria cosmopolita e giovane invece, come pure nella vivibilità innestata su un centro piccolo e raccolto intorno a un corso d’acqua mi ha ricordato Amstardam. In nessun caso mi è sembrata simile ad delle altre capitali balcaniche viste, tutte imperniate sul contrasto stridente tra centri storici testimoni di varie epoche storiche e enormi brutture di epoca comunista tutto intorno. Quel tipo di edilizia così invasivo e demenzialmente ideologico e’ chiaro che anche qui non sarà mancato ma forse vi sono state già buttate mani di vernice di restyling ben spesi, con ex casermoni comunisti che diventano qualcosa di più fresco e cool (la cosa e’ possibile quando arrivano i soldi). E’ proprio il caso credo del l’ostello dove alloggio, che credo dovesse essere una scuola o forse una caserma ai tempi della Jugoslavia e ora ospita torme di giovani e giovanastri in vacanza, alcuni veramente scustumat pesanti con la loro musica a palla nei corridoi la notte e altri veramente fottuti a pressione col cervello, come un coglione credo francese che si scapizza e si spacca il naso mentre prova a scendere con lo skateboard nientemeno che il corrimani di una ringhiera. Il pezzo di bravura era tra l’altro stato annunciato con grande clamore a tutta la fanzine di amici e soprattutto amiche acclamanti, ed io che dall’alto della finestra guardavo tutta la scena davvero me la sono chiamata la caduta e mi sono sentito a metà tra un gufo e un Torquemada che condanna ste minchiate di sti giovinastri d’oggi che manco per il cazzo vogliono aprire un libro e meritano di appizzarsi con ste cacate. A proposito, un’altra cosa di cui ho avuto modo di apprezzare la pulizia e il decoro qui a Lubiana sono sinceramente i cessi di bar e ristoranti, giacché tutto il soggiorno e’ stato funestato da quel fastidioso malanno che sovente colpisce il viaggiatore, tanto da essere definito appunto “diarrea del viaggiatore” ma credo possa fermarmi qui in questa descrizione anche perché non mi pare di ricordare si annoti tra i follower del Milione anche Gianni Morandi. Piuttosto che di coprofili nostrani vale la pena spendere due parole su Duvan, un brillante prof universitario in pensione che incontro con sua moglie Egra in un biblioteca e che mi parla del rapporto inscindibile tra questa terra e l’Europa, sin dai tempi dei Romani in cui La città si chiamava il corrispondente in dialetto bergamasco di “chill e’ strunz proprio”: Emona (e’ mona…). La serata trascorre rilassata e soft in un bistro, dove mi faccio convincere a oridnare una saporita zuppa locale simile al gulash e come desert un’ottima palacinka (una sorta di crêpes ) con nocciole e albicocche, un menù che però mi riporta diritto diritto tra le braccia di Gianni Morandi per tutta la notte.
P.S. Mi fa troppo ridere quel coretto che i tifosi delle altre squadre dedicano appunto a Gianni Morandi presidente del Bologna quando la sua squadra a a giocare fuori :” fatti mandare dalla mammaaaa, a mangiare la merdaaa”.

Il Milione- the battle of Caporetto

Giorno 3
L’alba sulla valle dell’Isonzo ammirata dal balcone dellla Locanda del “Vecchio Fabbro”, Stari Kovac, reca con se una scoperta sconvolgente, che mi fa aggiungere al mosaico un’ultima tessera, che da lontano sui libri non potevo spiegarmi: particolari condizioni climatiche tipiche delle doline e delle strette valli alpine a U danno luogo in particolari momenti del giorno a correnti termiche discendenti, che portano a valle anche una fitta nebbia umida.
L’alba del 24 ottobre 1917 vedrà quella nebbia avvolgere la prima linea dell’esercito italiano in un abbraccio mortale, come un castigo biblico o un vento infernale che brucia la pelle e acceca gli occhi. La circostanza della corrente termica discendente deve essere ben presente ai genieri del 35esimo battaglione specialisti dell’Alpenkorps tedesco. Sono giunti qui dal fronte della Somme, recando con se un souvenir inatteso e letale, un po di “aria di Ypres” per così dire: tonnellate di un gas chiamato appunto iprite dal luogo del suo debutto storico, che ora viene rovesciato e mandato giù con la nebbia del mattino sui reparti del battaglione “Friuli” posizionato nelle trincee sottostanti. Lo Stato Maggiore Italiano aveva contemplato la possibilità di un attacco con questo nuovo letale tipo di armamenti cd chimici e si era premurato di rifornire alla spicciolata le unità di prima linea con rudimentali maschere anti-gas che proteggessero le vie respiratorie dei poveri fanti. Ma l’iprite non attacca le vie respiratorie, questo gas arroventa l’aria e brucia la pelle: quella mattina del 24 ottobre la nebbia che cala giù dal Monte Nero non è umida ma ribollente e squaglia in pochi istanti almeno 600 alpini, che restano li pietrificati, come mosche bruciate su una lampada alogena.
Gli italiani si sono inerpicati sin lassù a costo di sanguinosissime perdite, con cifre in termini di vite umane più assimilabili ad un genocidio che ad un bollettino di guerra. Le ben 11 offensive lanciate dall’Esercito italiano sull’Isonzo hanno prodotto un avanzamento complessivo di 24 km e perdite per oltre 110 mila uomini solo su queta parte del fronte: su per giù significa che ogni km e’ costato 5000 perdite, ogni metro conquistato e’ valso 5 vite. La dinamica di queste battaglie di avanzamento aveva previsto sempre un medesimo terribile copione: veniva chiesto o meglio dire imposto ai reparti di fanteria di lanciarsi a migliaia contro le mitragliatrici nemiche, nel cinico calcolo della probabilita’che,su mille lanciati in avanti,almeno qualche sparuta decina riuscisse a raggiungere la trincea nemica. Nondimeno, gli italiani ora sono qui su. Gli austro-ungarici sono stati ricacciati indietro, oltre la linea dell’Isonzo, e costretti a combattere ora sul loro territorio. Vi è di più, una brillante offensiva condotta in agosto ha visto gli alpini sbaragliare una esausta divisione di ungheresi e occupare addirittura una porzione di territorio ad est dell’Isonzo, il cd altopiano della Bainsizza. La retorica di guerra accoglie con parole trionfali questa vittoria in pieno suolo austro-ungarico e, in una congerie a metà tra la politica e la tattica militare, viene deciso che l’altopiano della Bainsizza debba essere la testa di ponte per successive conquiste, che la strada per conquistare Lubiana e addirittura Budapest (!!!) cominci proprio li, su quell’altopiano carsico. Mai più piccola vittoria fu foriera di un così grande disastro e mai definizione geografica fu più fuorviante di quella usata a proposito della Bainsizza come “altopiano”. A vederla ad occhio nudo adesso mi rendo conto che definire la Bainsizza altopiano e’una boutade come può esserlo chiamare tavolo da cucina una scala a pioli erta su un muro. Si tratta in realtà di un ripido e scosceso pendio, un saliente in gergo militare che si inerpica fino ai 2.600 metri del monte Mrzli, un suolo pressoché indifendibile giacché al nemico posto sulla cima basterebbe gettare un sassolino dall’alto per ferirti. Un generale prussiano vissuto secoli addietro, Ernest Von Clausewitz, scrisse un giorno:” la politica e’ la prosecuzione della guerra con altri mezzi”; in questo caso per l’esercito italiano valse invece la regola opposta, e’ la politica a dettare la linea e la guerra ad esserne piegata alle esigenze: pare,a e’ una dato storico dibattuto, che lo Stato Maggiore italiano, attendendo nell’autunno del 1917 una contro offensiva austriaca, abbia chiesto al governo di poter abbandonare quella testa di ponte così rischiosa ed esposta per poter ripiegare pochi metri indietro lungo la linea dell’Isonzo, assai più facilmente difendibile. Ma da Roma hanno fatto sapere che ciò è’ impossibile: mesi di sanguinose perdite trovano ora una giustificazione retorica nella conquista di questo “altopiano” al nemico e paventare un ripiegamento sarebbe motivo di demoralizzazione per le truppe e l’opinione pubblica. A capo dello Stato Maggiore italiano figura un uomo anziano, il generale Luigi Cadorna, la cui capacità militare e’ inversente proporzionale alla sua boria, smisurata. Dai modi autoritari e brutali, il “Generalissimo” impone ai suoi ufficiali un disciplina ferrea ai limiti del disumano nello gestire le truppe, con fucilazioni sommarie per deficienze anche minime. Tronfio nella sua alterigia, e’ solito pavoneggiarsi tra ufficiali di essere a capo del più grande esercito che abbia mai marciato sul suolo italico dai tempi di Giulio Cesare: l’unico paragone spendibile oggi col mondo romano e’ quello per cui la sua inettitudine espose l’Italia alla più grave sconfitta dai tempi di Annibale. Nell’autunno del ’17 Cadorna glissa sulla possibilità di un contrattacco nemico: la Bora ha cominciato a soffiare e tra pochi giorni i passi alpini saranno innevati, rendendo impossibile per l’esausto esercito austro-ungarico l’invio di nuove truppe necessarie per un contrattacco in tempo utile. Inoltre il rapporto in termini di truppe e di armamenti e’ tutt’ora di vantaggio per le truppe italiane, gli austriaci non potranno che lanciare una lieve controffensiva di alleggerimento.
Il 21 ottobre un maggiore di origine rumena diserta dall’esercito austriaco diserta e viene condotto al quartiere generale italiano: ha mappe dettagliate di un attacco in grande stile nella valle dell’alto Isonzo e parla di almeno 100.000 uomini arrivati dalla Germania. La sua viene reputata una barzelletta che non fa ridere e viene passato per le armi. Il suo era un dato arrotondato al ribasso: per una nuova e ardita strada costruita dai prigionieri russi lungo le pendici del monte Tricorno, tra valanghe e ghiacciaie sono affluite 7 divisioni tedesche e 4 austriache. Una divisione in media conta 25.000 uomini. A migliaia giungono anche cannoni e nuovi armamenti, tra cui anche i nuovissimi fucili mitragliatori. Un inferno sta per abbattersi sulle linee italiane ma Cadorna dorme sogni tranquilli ed è addirittura in licenza.
L’esercito italiano e’ posizionato a difesa di un fronte di oltre 30 km ma privilegia di difendere l’indifendibile testa di ponte di poche centinaia di metri, la Bainsizza, ammassando in un territorio scosceso una quantità esponenziale di truppe. La zona si trova al centro dello schieramento, gli attacanti scelgono ovviamente di attaccare sulle ali dell schieramento, a Tolmin a valle e a Bovec in alto, dove sono già entrati in azione gli specialisti di Ypres. Quando il gas frigge le membra degli alpini della “Friuli”, appostati nei pressi sono già pronti gli uomini di un reggimento di guastatori bosniaci. Si tratta di un corpo di mercenari musulmani ma ora fedeli al cattolicissimo imperatore austriaco. Sono noti per la loro ferocia di tagliagole, derivano dagli antichi giannizzeri ottomani e ora hanno di fronte fanti friulani e veneti. Venezia contro Impero Ottomano, una sfida che torna a ripetersi nei secoli, ora sotto altre uniformi. I tagliagole bosniaci non usano fucili, sono armati con una sorta di picche con cui sbrindellano la testa da trincea a trincea ai superstiti italianiani. Un maggiore di artiglieria italiana osserva a poche centinaia di metri la scena travisandola del tutto. Il suo nome e’ presente su tutti i libri di letteratura, si chiama Carlo Emilio Gadda: lo stile sincopato e un po balordo, imprevedibile ed ironico del suo scrivere ne fanno certo un autore di culto in ambito letterario ma sono tutte caratteristiche che si sposano male con la risolutezza e la determinazione richiesta nella prima linea di una battaglia. Quel pasticciaccio brutto di via Merulana pardon del monte Kolovrat avviene verso le 7 di mattina quando Gadda non si avvede che quei corpi di soldati che vede in lontananza ai loro posti non sono che in realtà i cadaveri pietrificati della “Friuli” martoriati adesso dai ragni bosniaci che stanno già tessendo una tela volta ad aprire una breccia. Più tardi invece dara’ordine di sparare su un reparto italiano che provava un contrattacco, annientandolo. Nel frattempo, sul l’ala sud a Tolmin il generale Kraft ha schierato un numero impressionante di truppe: qui gli italiani hanno lasciato una media di 250-300 uomini a km ed è il tallone di Achille dello schieramento, i tedeschi schierano in quel settore una intera divisione super addestrata, il rapporto e’ qui di 1 a 100. Kraft e’ un generale atipico e controcorrente, che ritiene già allora obsoleta la guerra di posizionamento di trincea alla quale preferisce una rivoluzionaria tattica di attacco che assomma artiglieria, fanteria e mezzi pesanti tutti concentrati in pochi minuti e in poco spazio: nella battaglia del 24 ottobre fa il suo esordio una modalità di guerra che erroneamente si ritiene essere apparsa solo sui campi della seconda guerra mondiale, la BlitzKrieg, la guerra lampo. In pochi minuti le linee italiane sono travolte da un inferno di fuoco, le linee telefoniche vengono prese di mira con successo e saltano. Prima che si riesca a capire anche solo cosa sia succeso, la divisione prussiana della Slesia ha aggirato completamente l’esercito italiano. Resta a difesa su quel lato solo un battaglione, l’Alessandria.
Frattanto vacilla anche lo schieramento centrale, quello dove gli italiani sono in sovrannumero: la divisione “Etna” , forse racchiudendo dentro il suo nome un presagio, ha visto sotto i suoi piedi la montagna franare ed ingoiarli. Si tratta di una gigantesca mina posizionata dagli austriaci che fa franare un intero costone di montagna.
Ma e’ sull’ala destra, a nord che la Germania schiera il suo fuoriclasse. Qui e’ schierato un corpo d’elite, i Jager Bavaresi. Al suo interno e’ ricavato un ulteriore corpo d’elite di 300 uomini, il Reggimento della Guardia del Corpo. Si tratta di un corpo storico, una sorta di pretoriani dell’antico re bavarese. A loro capo e’ posto un giovane ufficiale dotato già di un enorme ascendente tra i commilitoni, si tratta di un uomo le cui capacità militari saranno riportate sui libri di storia più in la quando, da generale del Terzo Reich, godeva di una fama che preoccupava persino Hitler. Il suo nome e’ Rommel. Rommel avanza come una lama tra i cadaveri della Friuli travolge le seconde linee italiane ed è l’artefice del far saltare tutte le comunicazioni tra le linee nemiche.
Ad ora di pranzo Cadorna rientra frettolosamente ad Udine, 50 km almeno lontano dal fronte, dove continua a ripetere che si tratta solo di una leggera azione diversiva del nemico. Alle 17 l’intera valle dell’Isonzo e’ sostanzialmente nelle mani tedesche, oltte centomila tedeschi sono pronti a calare come la bora elle pianure friulane , restano ancora in armi reparti di alpini sulla cima del Monte Nero alla quota impossibile i 2.600 metri, dove combatteranno per altri 4 giorni, e il battaglione Alessandria con a capo il maggiore Fazzini che, intuita la gravità della situazione, si mette a protezione disperata dell ultimo valico he consente la ritirata sbandata di centinaia di migliaia di soldati. Il battaglione Alesaandria meriterebbe di occupare un posto nella nostra storia analogo a quello dei 300 spartani alle Termopili: tanto era grosso modo il loro numero e simile la sproporzione contro i nemici, medesima anche la fine senz a alcun sopravvissuto. Ma qualcuno non la penso’ così : alle 17,30 Cadorna lancia un comunicato in cui addossa la gravità della situazione alla inettitudine e la vilta dei reparti impegnati in quella zona del campo, proponendo la radiazione con disonore del suo ufficiale capo.Anni dopo, documenti tedeschi e austriache parleranno della strenue resistenza di un reparto di circa 300 uomini capace eroicamente di fermare l’avanzata di intere divisioni per almeno 10 ore, quelle necessarie a salvare il salvabile.
Alle dieci di sera Cadorna ritiene che si sia fatta ora per passare da vicino in rassegna le truppe e si fa accompagnare in macchina da Udine: già pochi km fuori città incontra migliaia di soldati italiani sbandati che urlano “la guerra e’ finita ” e cantano l’Internazionale. “Perché non li fucilate immediatamente?”- tuona Cadorna. “Perché non ci è rimasto ne un plotone ne una pallottola per farlo”- gli fa notare sommessamente un ufficiale. A questo punto Cadorna telegrafa al fronte ordinando di resistere ad oltranza e tenere a tutti i costi il fiume. Gli chiedono di quale fiume parli. “L’isonzo, non starete forse ripegando sul Tagliamento?” (50 km e migliaia di morti più indietro ) “nossignore non stiamo ripiegando sul Tagliamento: stiamo ripiegando sul Piave”
L’Italia rischia in meno di 24 ore di tornar ai confini delle guerre di indipendenza ottocentesche, l’esercito nemico rischia di poter avanzare fino a Venezia e forse anche Milano senza trovar resistenza, eccezion fatta per la terza armata in ritirata del Duca d’Aosta che si sta già asserragliando sul Piave, ma questa e’ un’altra storia .
Spesso nomi di battaglie celebri sono sinonimo di dramma e divengono parte della coscienza collettiva di una nazione. Gli americani ricordano Pearl Harbour come uno shock, i francesi usano il termine Waterloo come sinonimo di sconfitta. Nessuna parola esprime in italiano un senso di disfatta e disastro come il termine Caporetto.
Ho avuto un bisnonno che ha combattuto qui, e che durante una ritirata perse anche una gamba , non lo ho mai conosciuto ma ho sempre ascoltato i suoi racconti attraverso la voce di mia nonna (sua figlia). Erano racconti durissimi anche se ammansiti dal tempo. Sembra fosse divenuto abile negli assalti corpo a corpo in trincea, nei quali tuttavia disdegnava l’uso della baionetta, a suo dire poco pratica giacché si impigliava nelle uniformi nemiche e inoltre non risultava immediatamente letale: molto meglio usare il calcio del fucile a mo di clava o un ben assestato calcio nei testicoli per stordire il nemico. Raccontava anche che talvolta, nella miseria del rancio da trincea, arrivava addirittura il liquore: e quello era il segnale ch la mattina dopo li avrebbero Mandati al macello contro una mitragliatrice nemica, il liquore era una sorta di ultima sigaretta del condannato a morte. Era da tanto che volevo venire qui, non so perché mi sia risolto solo ora a farlo.
Oggi Caporetto sorge in Slovenia, si chiama Kobarid ed e’ un bellissimo posto dove ragazzini in buona salute di mezza europa si lanciano a far rafting e tanti altri sport estremi, per poi riversarsi nei bar tra fiumi di birra e abbandonarsi ad amori facili e spensierati, di cui molti al mattino non ricorderanno nulla. Di tutta questa leggerezza e spensieratezza del vivere i ragazzi di Caporetto di 100 anni fa,chiusi in fetide trincee e mandati al macello, non ebbero niente, ma forse senza saperlo hanno combattuto per donarla a chi è venuto dopo di loro

Il Milione – Da Venezia verso l’infinito

Il Milione
Giorno 1
“Talvolta e’ meglio perdersi lungo la strada di un viaggio impossibile che non partire mai”. La frase molto bella e’ appartenuta al fu Giorgio Faletti, scrittore di cui francamente non ho mai letto nulla, un po per pigrizia un po per un mio snobismo che me lo ha sempre fatto apparire troppo nazional- popolare. Nondimeno la massima nella sua semplice verità pare idonea a divenire un dogma di ogni Viaggiatore, di chi parte perché sente quasi di non poter fare altro.
Marco, abbreviazione confidenziale con cui d’ora in avanti mi riferirò a Marco Polo, era poco più che un adolescente scanzonato e dedito a parecchie frivolezze, tanto da lasciare scettici e perplessi sulla sua partecipazione al viaggio il padre Niccolò e lo zio Matteo, già affermati e scafati mercanti lungo la Via Lattea dell’evoluzione umana, la rotta Est-Ovest: credo che la razza umana debba moltissimo in termini di conoscenza e progresso alla moltitudine di conoscenze e commerci che suoi esponenti si sono scambiati percorrendo la via che a da est a ovest e viceversa. Anzi mi sbilancio a dire che questa non è una mia opinione, ma un dato di fatto. Per quanto giovane Marco doveva essere presumibilmente dotato di un acume e un carisma del tutto maggiori di quelli dello zio e del suo vecchio padre, se è vero che al termine del suo viaggio fu solo lui ammesso a godere delle simpatie e degli onori dell’imperatore della Cina, il quale addirittura lo nomino’ ambasciatore di una delle sue più ricche province.
Quasi 800 anni dopo il viaggio da lui compiuto presenta difficoltà sicuramente minori ma per certi versi assimilabili. Quel che mi sono messo in testa di fare più che un viaggio appare come una sorta di videogioco a livelli crescenti di difficoltà: si parte da montagne e pianure conosciute da lasciarsi alle spalle per attraversare frontiere insanguinate e confini liquidi che nessuno Sa dove collocare, castelli maledetti e campi Rom per correre verso ghiacciai eterni e steppe riarse dal Sole e da disastri perpetrati dalla mano umana. Forse e’ un po troppo arduo il tutto ma comincio a buttare le mani, poi vafammok. Idealmente il viaggio e’ cominciato già a Capri il giorno di Ferragosto, trascorso in modo insolito e bellissimo quando mi sono improvvisato sherpa di una eterogenea comitiva di amici in marcia verso le ardue piscine naturali di Orrico, per poi proseguire con una non stop notturna nei night club isolani fino alla partenza del primo aliscafo. Su questo natante becco seduto a fianco il buttafuori che manco due ore prima, dopo avermi a lungo scrutato, mi aveva ritenuto degno di varcare la soglia della quale era posto a presidio e che ora, nel vedermi in una mise del tutto diversa con zainone e sacco a pelo, mi scruta con rinnovata perplessità e chiedendosi forse come il suo sesto senso nel distinguere il grano da loglio abbia potuto essere così fallace e l’abbia risolto a far entrare quello che ai suoi occhi appare un disperato. Ma queste proprio sono le minchiate che dominano le estati capresi dalle quali scappo e dietro alle quali davvero non riesco a spiegarmi perché mai noi isolani dobbiamo infognarci. Una combinazione di treni, condita da incontri non proprio usuali tipo quel tipo con la barba che non mi stacca per un secondo i suoi occhi di dosso, mi conduce a Venezia, obbligata casa di partenza in un viaggio- tributo a Marco Polo. Venezia e’ nella sua bellezza quasi uno scherzo della Storia, con tutta quel l’acqua che ci ricorda il ventre materno e le vestigia di una passato da regina. Per secoli una sola città tenne da sola testa sui mari allo sconfinato Impero Ottomano, e ciò appare spiegabile solo in ragione di una potenza economica enorme: al soldo della Serenissima combattevano sulle sue galee marinai assoldati ovunque in Italia, ivi compresi moltissimi napoletani storicamente poveri. Su una nave da guerra veneziana si trovava da anziano ormai anche Marco, quando in un battaglia proprio la sua vicina isola natia Curzola in Croazia ( allora possedimento veneziano) fu catturato dai nemici e rinchiuso in un carcere. Qui narrerà al suo compagno di cella la storia della sua incredibile vita e dei suoi viaggi raccolte nel Milione. E’ da supporre, e la circostanza me lo rende molto più simpatico e umano, che Marco non fosse poi un mercante particolarmente abile, particolarmente bravo ad arricchire se stesso intendo. Oppure fors era uno che non amava baciare il culo ai politici locali: perché mai un uomo stato da giovane così potente e influente al punto da essere l’ambasciatore della Cina si ritrova in piena vecchiaia a combattere come soldato semplice su una unità navale minore?
La Venezia di oggi e’ a suo modo ancora un po una repubblica autonoma, con due casino concessi dal governo solo qui su 4 complessivamente ammessi sul suolo nazionale e prezzi folli anche per mezzi pubblici. Per certi versi somiglia anche un po ad un luna Park con queste torme di turisti grassi e bisunti che mangiano e cacano ovunque come piccioni, una masnada di gente che una città fatta di palazzi cinquecenteschi immersi nell’acqua palesemente non può reggere anche in termini di servizi. File di 40 minuti davanti ai cessi pubblici e pazzeschi votta-votta sui ponti tra gente che introppica dentro altri fessi che si fanno selfie a manetta: sul ponte di Rialto alcuni tedeschi ubriachi cadono o forse si menano a fini di rattusiamento addosso ad una tipa che si sta fotografando facendole cadere la preziosa cam a mare, le urla si sono sentite fino a Udine. Dico Udine anche perché è’ il posto ove mi reco in serata per raggiungere amici con i quali l’indomani siamo diretti oltre confine, a Caporetto in Slovenia nella splendida valle dell’Isonzo a fare rafting. In pratica ho percorso tutta l’Italia o quasi in treno ma non sarà manco il 2% di tutta la strada che devo fare ma forza! Oltre a Marco, ho trovato i racconti di altra gente che nel tempo si è incamminata verso la mitica Samarcanda,qualcuno ci è arrivato qualcuno ci ha appizzato le penne. A tal proposito ho beccato questo bel componimento di James Elroy Flecker, dedicato ai viaggiatori partiti per Samarcanda e che ho già elevato a mio Kharma, da ripetermi nei momenti difficili o quando penserò di non farcela. Recita così:
“We travel not for trafficking alone;
By hotter winds our fiery hearts are fanned:
For lust of knowing what should not to be know
We take the Golden Road to Samarkand”
Con l’inglese non sono proprio un drago ma me la cavicchio: ” noi non viaggiamo solo per commerciare;
da venti più caldi i nostri cuori ruggenti sono sospinti:
Per la bramosia di conoscere ciò non dovrebbe essere conosciuto,
Percorriamo la Strada Dorata per Samarcanda”
Forza!

Il continente perduto – Azzorre, atterraggi per cuori intrepidi

Giorno 3
Le Azzorre. Alla fine di questa avventura di sicuro saprò dirvi molte cose magnifiche sulle Azzorre e sapere a chi consigliarle e per quale motivo. Per ora invece posso senz’altro dire a chi sconsigliare tassativamente: a chi ha paura dell’aereo. Intendo dire non solo a quelli fobici che hanno paura a prescindere ma anche a chi non si sente vagamente a suo agio su un aeroplano. Ne ho presi di aerei scrausi e trabiccoli tra Nepal, Africa, Cambogia , Ecuador e altro. Proprio in Cambogia mi capito’ una volta di viaggiare con dei polli a bordo, mentre in Nepal atterrai su una pista che finiva su un pendio in salita per far rallentare il veicolo, stile Willy il Coyote.Ma una roba come quella vissuta per atterrare qua, no non l’avevo ancora vista. Diciamo che tra la posizione geografica al centro dell’Atlantico, l’immancabile vento, le nebbie improvvise e pure le eruzioni vulcaniche, ste mezze striscie di bitume squagliato a terra a fungere da piste di atterraggio non verranno mai annoverate tra le più sicure al mondo; se poi va pure storto qualcosa, si mette male proprio. Il piano di volo in pratica contempla basicamente, per via dei salti di vento, una picchiata degna di uno Stuka della Luftwaffe durante la battaglia delle Ardenne, o forse il paragone più calzante e’ quello con gli Zero giapponesi sopra Pearl Harbour, dal momento che le Azzorre possono essere un po considerate le Hawaii dell’Atlantico. Segue una botta sulla pista che pare il tuffo a panzata di un ubriaco e una roba alla Chuck Norris con l’aereo che si intraversa sulla pista dove avanza di sguenzo, al fine di rallentare. Alla fine del parto, il capitano saluta uno a uno la platea terrorizzata con l’espressione di chi dice “hai visto come sono bucchinaro?” Ma all’anema i chi te suon’ e campane !!!!!!
Detto questo e baciato terra, si apre un mondo a se stante e che pare aver rubato un pezzo ad ogni continente: palme e orchidee tropicali in mezzo a conifere nord-europee, prati verdissimi che non rispettano le stagioni. Mentre attraversiamo un vasto altopiano che separa l’aeroporto dalla città, si alza dal mare una coltre di nebbia che la Padania a confronto pare un bel luogo per ammirare le stelle, vacche e pappagalli ai lati delle strade . E poi arriva la città, anzi la cittadella , dal nome già incantato, Angra de Heroismo, ma non c’entrano le spacconate del pilota: fu la prima capitale delle Azzorre al tempo della scoperta, nel 1470, ed è ferma nel tempo ad un Rinascimento architettonico mirabile. In fondo ad un’insenatura caraibica sta una cittadella che è un dedalo di viuzze acciottolate, chiese e case colorate, patrimonio UNESCO, un gioiello fuori dal tempo in cui prendo a girare come rapito fino all’alba. Ad un tale splendore umanista degli edifici non fa però da contraltare un grosso umanesimo degli abitanti, belli ruspantelli: ne becco un torma di giovinastri intenta a celebrare un addio al celibato e con loro faccio alba. Tutti dei gran simpaticoni tranne il nubendo a cui capisco subito di stare sul cazzo e che sta iper- nervoso. Ma quando la mattina avviene l’incontro con la futura Moglie Sofia e le amiche che festeggiano la medesima ricorrenza, appare tutto sommato comprensibile il nervosismo di lui.
Mi resterà sempre nel cuore Angra do Heroismo con le sue chiese cinquecentesche avvolte in una perenne nebbia in fondo ad una baia tropicale, un coacervo di componenti insolite come nelle ricette di uno chef stellato, ma senza quella presunzione che solitamente accompagna questi ultimi

Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!

Il Vello d’oro- Giorno 10- Le Montagne d’acqua

Giorno 10 Una ragazza bulgara che studia a Perugia mi ha fatto notare una cosa non stupida: il 99,9% degli italiani che arriva in Bulgaria, viene per chiavare, io sono stato cazzo di finire a 2400 metri su una montagna dove sta una setta che predica la castità assoluta…..un fenomeno. Comunque se volete il resoconto della giornata, mettetevi comodi che qua la giornata e’stata lunga, e soprattutto non ancora finita. Cominciamo dall’alba, a Kyustendil. Si, addio Kyustedil ci siamo visti mo’, e quando ci vediamo più! Dovevo capire dall’etimologia del nome “terra di Costantino” che non era roba per me, perché a me sto nome rievoca il giardino pieno di erbacce lamiere e rotticcio appena sotto casa mia….proprio un posto del cazzo, volevo provare a rivalutarlo con un bagno all’alba nelle antiche terme romane di Pautalia, ma non ho trovato una persona una che parlasse inglese o una qualsiasi lingua occidentale, e manco che sapesse leggere il nostro alfabeto ( qui usano il cirillico). Così ho provato a far capire a gesti il concetto ma era un’impresa ardua ( provate voi quando fare il gioco dei mimi a far capire “terme romane di Pautalia), così e’ successo un Big misunderstanding, where you switch the cock for the bank of water….e invece che alle terme romane mi sono trovato in un centro di analisi dove stavano tutti sti vecchi, chi si doveva fare le analisi del sangue, chi il tampone delle orine, chi stava in dialisi….Vabbe, andiamo avanti. Parto alla volta delle Montagne d’acqua, i sette laghi di Rila. Prendo un primo bus che mi porta ad una città chiamata Dupnitsa, dove trovo il tempo di rinnovare la mia collezione di lingerie intima comprando uno stock di boxer talmente tamarri da avere potenzialmente sulle donne lo stesso potere che ha la citronella sulle zanzare, le fa scappare. Poi monto su altro bus, dove sta un altro vecchio che ha appena calpestato una cagata ma non provo a spiegarglielo a gesti, dopo lo scotto delle terme romane di Pautalia…alla fine il viaggio finale per le Montagne d’Acqua lo faccio di un taxi improvvisato dove ci sta gente che però l’acqua di una doccia non la vede da un secolo e un vecchio vicino a me con l’alito che tiene sarebbe in grado di far divenire la Bulgaria una potenza nucleare. Sono alla Pionerska e da qui per arrivare sopra, dai Bogomiti, devo prendere una seggiovia fino a quota 2.100 metri. Poi sopra un ulteriore dislivello di 300 metri sarà colmato attraverso un arduo sentiero di montagna. Questa via, una difficile pietraia, può essere percorsa a cavallo ed io già fantastico: il capo delegazione del sud Italia dei Bogomiti che arriva all’accampamento in sella ad un cavallo, uao un figurone! Ma c’è un problema: la famiglia Rom che affitta i cavalli, a me il cavallo non vuole darmelo. Dicono che sta per venire a piovere, io insisto faccio notare che ci sta un sole che spacca le pietre e per poco non mi lascio andare a squallide battute razziste del tipo: ” ah si e chi ve lo ha detto che ora viene a piovere, la zingara?”. Ma non c’è verso, niente cavallo e mi devo sciroppare a piedi la camminata che fa circa 3 km su un terreno accidentato e con un zaino di 20kg in groppa. Naturalmente dopo poco si avvera la divinazione della zingara e si scatena il pata-pata dell’acqua, e come se non bastasse attaccano i fulmini e scende una nebbia pesta, che riduce la visibilità a pochi metri. Sono solo nella tormenta in alta montagna e giusto per non farmi mancare niente, col mio abbigliamento assolutamente inadeguato e le scarpe basse, sono un potenziale boccone perfetto per le vipere che qui dilagano. Penso che se sono qua a scrivervi lo devo a chi ha avuto l’idea di segnare di rosso le pietre sui sentieri battuti, qualsiasi altro colore non era riconoscibile nella tormenta e a quest’ora stavo ancora la’. Ho pensato davvero che non ce l’avrei fatta in parecchi momenti, poi dopo circa un’ora e mezza ho udito nella nebbia il nitrire di un cavallo, e poi e’ apparsa un tenda. Era color acqua marina ma io la rivedo ora come rossa, come quella dell’ammiraglio Nobile, perso al Polo Nord. Poi appaiono altre tende, una moltitudine: ho raggiunto l’accampamento della setta dei Bogomiti! La nebbia si dirada e la pioggia cessa, ed appare un luogo di bellezza maestosa: 7 laghi glaciali di alta montagna, ognuno con un proprio nome e ammantati di esoterismo, il lago Occhio, il Rene, la Lacrima , il Fegato, il Cuore, il Pesce, quello di Sotto, gli altri non li ricordo. Per ora ho visto solo il Pesce e il di Sotto ( il primo che fa la battuta il pesce di sotto e’espulso dalla pagina), domani vedo gli altri. Qui vi sta uno chalet in legno nel quale soggiorno in camerata con altri dieci cristiani e dove non ci sta l’acqua calda ma il wi fi si. nella mia camerata ci stanno 5-6 bogomiti, ms il resto delle truppe sta accampato fuori, in tenda al freddo e al gelo. in mezzo a due di questi laghi, domani alle 10 i Bogomiti daranno vita al Paneurytmia, una danza evocativa magica….sono un po’ diversi da come li immaginavo sti Bogomiti. Io pensavo fossero una setta New Age, sono molto di più: sono degli eretici. Il Bogomilismo ( da cui il corretto nome di Bogomili) e’ un’eresia svilippatasi nel X secolo, per opera di un certo Basilio, che spingeva per una rilettura delle Sacre Scritture in senso originario, con una divisione strutturale tra il Bene e il Male. Le due idee si diffusero veloci come l’umidita in un muro nel regno di Costantinopoli e ben presto Basilio fu condannato a morte in pubblica piazza a Bisanzio. I molto suoi seguaci Bogomili furono dichiarati eretici e braccati per due continenti, arsi sul rogo e torturati a migliaia….ogni anno, e la ricorrenza e’ domani, i discendenti dei Bogomili massacrati si radunano qui sui sette laghi di Rila e danno luogo a questa danza evocativa dei loro morti, ch credono nascosti nelle profondità di uno dei laghi, il Rene. La danza si chiama il Paneurytmia e comincia domani alle 10. Potete pure verificare il tutto su google se credete. Bravo Palillo volevi qualcosa di originale, sei finito in mezzo ai discendenti di una setta di eretici del X secolo su una montagna sperduta in Bulgaria….ma che capa di merda che tengo…..questa notte e’atteso l’arrivo del Re dei Bogomiti, il discendente di Basilio il Saggio. la seggiovia riapre apposta per lui e noi scenderemo con le fiaccole a prenderlo, poi domani all ‘Alba cominciera la danza attorno al lago…..ok ma niente paura, questi sono stati dieci secoli fa sterminati dal Vaticano, che grosso modo in Italia sta come me. Ma in Italia c’è stato pure un filosofo, nato a Nola, e bruciato sul rogo come eretico il primo gennaio del 1600. Si chiamava Giordano Bruno. Ora mi tornano tutti i conti: le fiaccole di notte, il girare in circolo….in girum imus nocte, et consuminur igni, la frase palindroma più bella mai scritta. Andiamo in giro di notte, e il fuoco ci consuma. Che abbia inizio: questa sarà la Notte dei Bogomiti viventi

Il Vello d’oro – giorno 9- a night in Macedonia, a day in Bulgaria

Giorno 9
Esiste nei miei viaggi una tradizione, o per lo meno una singolare coincidenza: quella per cui il giorno di Ferragosto finisco sempre in un luogo inatteso, non contemplato sul programma iniziale o solo vagamente considerato. Quest’anno non fa eccezione e di fatti sono finito in un posto chiamato Kyustendil, cittadina termale della Bulgaria poco oltre la frontiera con la Macedonia. Giungo qui dopo aver attraversato la bellissima “valle delle Bambole di Pietra”, così chiamata per via di strani pinnacoli di roccia friabile e dopo aver scavalcato lo Strascin pass ( bambole e lo Strascin’ di napulegna memoria donano suggestioni), non prima i essere passato anche per lo stupendo villaggio di Kratovo, posto sul fondo di un vulcano spento, ove i romani costruirono delle miniere sotterranee per estrarre il ferro dei loro gladii.
I Romani passarono anche qui a Kyustendil e l’apprezzarono per via delle terme naturali, tutt’ora esistenti e all’aperto. Chiamarono il luogo Pautalia. Il nome attuale Kyustendil invece significa in lingua tracia “Terra di Costantino” ma non si allude all’imperatore romano bensì ad un luotenente di Alessandro Magno…..detto questo, a finale resta da dire ch sta Kyustendil e’ proprio o’cess. Cioè’ non sarebbe manco malissimo con sto viale alberato che culmina in una piazza di asburgica memoria, ma pare che le creature viventi più giovani qui siano le zanzare e i vecchi mi guardano avanzare col mio zaino come un uccello migratore che ha smarrito la rotta. In effetti ci capito come tappa di avvicinamento alla prossima e per saltarmi il casino di Sofia. Poi devo dire ho trovato per dormire una location eccezionale, un vero boutique hotel, il cui pezzo forte sono le pareti con affreschi d’epoca. O meglio, di varie epoche: pare che tutti gli occupanti si siano divertiti a scrivere il loro nome e quello della loro squadra del cuire sulla parete della stanza ed in cirillico sono riuscito pure a tradurre pesanti allusioni sessuali ad una certa Lara, accusata di praticare sesso con i cavalli….
Ma se il presente qui e’quello che è, ho dalla mia parte un bellissimo passato e un ancor più eccitante futuro. Il passato e’una magica serata a Skopje, capitale macedone. con Simon, artista locale che ovviamente e’in grado di disvelare ogni segreto recondito di quella terra. Skopje e’una città che al tuo arrivo ti lascia sbalordito, e non in positivo: ti trovi a percorrere enormi viali prospettici in cui pare concentrata tutta la cafonamma dell’architettura contemporanea. Ti trovi ad osservare mastodontici palazzi e falansteri di recentissima edificazione ( il comunismo non c’entra più nulla), gigantesche statue, edifici in vetro-cemento che rimandano a una grandeur del tutto abnorme per un paese paese di 2 milioni di abitanti, un quarto dei quali è’ emigrato all’estero negli ultimi 10 anni. Il picco del kitch si raggiunge di fronte al nuovo teatro in stile neo-barocco di fronte al quale si stende un ponte che è la copia del Ponte Milvio a Roma. Persino il vecchio ponte ottomano in pietra e’ messo in croce da inguardabili fontane artificiali in stile Phuket, lo pseudo-paradiso invernale dei capresi in vacanza. Più tardi apprendo da intellettuali locali che il naufragio architettonico degli ultimi 5 anni e’ opera di un blocco di potere che sta velocemente precipitando verso un fascismo locale, e come ogni fascismo rimescola a capa di cazzo nella retorica del paese, cercando eroi ed un epica a cui intitolate ed erigere cessi in calcestruzzo. Qui ovviamente la parte del leone la fanno Filippo il macedone e suo figlio Alessadro Magno, a cui sono erette enormi ed oscene statue di dimensioni megalitiche.
Ma Skopje ritrova poi un suo senso e una sua bellezza nella Carsja, l’intatto bazar ottomano oltre il ponte ove stanno veri artigiani e mercanti ottomani e dove riesco a far rammendare da un artigiano il mio sombrero di paja toquilla, un cappello Panama originale cui sono morbosamente legato e che era molto malridotto. Girare nel bazar ottomano con Simon mi fa sentire come Dante che cammina con Virgilio, e la sera ceniamo nella piazza centrale del bazar, dove come sempre gli arabi hanno messo un albero e una fontana. La bellezza, per chi la Sa cogliere, risiede in ciò che è semplice e naturale, altro che mausolei e statue di Alessandro Magno.
E ora veniamo al futuro, denso di novità. Si perché domani vado dai Bogomiti. Chi sono i Bogomiti? E Guaglio’ ma qua vi devo spiegare tutto coso io? I Bogomiti sono questi simpaticoni di sta setta che si raduna ogni anno in sto posto, i 7 laghi di Rila in Bulgaria. Tra l’altro si tratta di un posto di incedibile bellezza, detto le Montagne d’Acqua. Qui i Bogomiti nella notte tra il 18 e il 19 agosto danzano intorno ad uno dei laghi in ossequio al loro credo. Ci manca ancora qualche giorno ma lo zoccolo duro dei Bogomiti già sta la e mi scrive mail del tipo “fratello Palillo ti attendiamo per attendere l’illuminazione, per unire la forza vitale del mondo etc”. Io in mezzo a loro ci sono finito per sbaglio frequentando un forum ove cercavo notizie sulle Montagne d’Acqua. Sono così carini sti Bogomiti, uno che fa li appende e nonci va? Dai! Dirò di più: ho bruciato veloce le tappe dentro la gerarchia dei Bogomiti e mi sono autoproclamato capo-sezione della sezione del Sud Italia Bogomita, alla quale potete anche voi aderire se avete voglia. Ovviamente non so un cazzo della loro filosofia ma me la immagino come una cosa new Age, dove con la scusa del Sole, della Luna e del Soffio Vitale poi si finisce tutti a trombare….poi non so, il nome della setta e The white Brotherhood, e una volta ricordo un film con sto nome, ove i protagonisti erano dei nazisti omosessuali….. Vabbuo vediamo domani come va a finire, iamm nu pok a vede’ che dicono sti Bogo-miti!

Il Vello d’oro- giorno 8- Il cuore di tenebra dei Balcani: il Kosovo

Giorno 8
“Quando dal mondo saranno scomparse le api, agli esseri umani resteranno 4, al massimo 5 anni di vita”. Questa profezia non l’ha detta uno stronzo qualunque ma un certo Albert Einstein.
Nondimeno il piccolo Kosovo, martoriato da secoli di conflitti, non rischia tuttavia di scomparire per carenza di api. Gli insetti vengono allevati in Grand quantità e con metodi antichi tra le selvagge Sharr Mountains, per produrre un miele soave e buonissimo. Le api però paiono conservare molto più degli umani un feed back di aggressività retaggio dei recenti conflitti: e’ la seconda volta in due giorni in Kosovo che vengo punto da un’ape, porco cazzo! Altre annotazioni riguardanti ora sfumature culturali e religiose : nelle città musulmane e’un’esperienza fondante ascoltare il canto del muezzin, che leva ipnotico sale moschee diverse volte al giorno e viene irradiato con megafoni per tutto il paese. Ma guaglioni miei, io vi voglio bene ma non vi potete mettere alle 5 meno un quarto di mattina con sto taluorno a tutto volume per tutta la città, mannaggia Gesù Cristo , anzi il dio da imprecare sarebbe qua un altro ma lasciamo stare. Ancora l’hamman , il bagno turco, e’un esperienza magica ma meglio se fatto la sera: la mattina presto determina dei cali di pressione e dei conseguenti attacchi di uallera. Ok, fa niente la uallera nel pensiero medio-orientale stimola la riflessione filosofica e vorrà dire che mi daro’ alla speculazione come Averroe, il maggiore filosofo arabo, apprezzato anche dalle corti europee di cui era spesso ospite e rappresentato anche nella Scuola di Atene di Raffaello. Solo che magari Averroe’ e i suoi discepoli si abbandonavano all’ozio e alla uallera filosofica su triclini all’ombra di fichi d’India e aranci. Io come mio triclinio troverò il sedile sudaticcio di un bus, visto che nella giornata odierna ho in programma di rimbalzare per tutto il Kosovo a caccia di monasteri e siti d’arte. E comincio una mia meditazione, e penso ad un paio di sere fa, quando ancora sul lago, facevo una cosa che mi è sempre piaciuto fare, gettare il pane ai cefaluotti per vederli mangiare. Ok, questo era il lago e non ci stanno i cefaluotti, erano pesci indigeni chiamati Belvica ma erano ancora più famelici e arraggiati dei cefaluotti. Credo di aver capito ch mi affascina di loro l’immediata capacità a fiondarsi sul pane in ammollo, percepito penso attraverso la semplice vibrazione del corpo sull’acqua. Ma provate a lanciare una cicca di sigaretta o un pezzo di plastica, vedrete che i cefaluotti dopo aver puntato per un secondo verso l’oggetto, poi virano alla velocità della luce altrove, essendo il corpo estraneo al loro mondo. Questi animali possiedono una capacità di cui non vi è traccia in noi umani: in una frazione di secondo sono in grado di discernere il Buono dal Cattivo, il Giusto dallo Sbagliato. Siamo capaci forse di farlo noi umani? No, che non siamo capaci, e tale deficienza mi appare quantomai più grade qui, mentre vado a zonzo per queste montagne intrise di sangue e dolore. Forse che qualcuno qui sa dire quale delle due parti in lotta da 7 secoli ha ragione e quale ha torto? Chi tra Serbi e Musulmani e’ stato il primo a cominciare o l’ultimo a finire? E chi ha commesso l’eccidio, lo stupro o il crimine poi grande in secoli di odio sedimentato? Chi piange più vittime, chi ha scavato più fosse comuni e di chi sono le ossa che ancora oggi vi si raccolgono. E’ tutto incartapecorito in momenti che rimbalzano e dicono bene una volta all’uno, una volta all’altro. Ora dice bene al ceppo di etnia albanese, e male molto male ai serbi. Solo 15 anni fa era l’esatto contrario in questo lembo di terra grande quanto la Campania tramutato in una secolare trincea tra confliggenti. Pristina e’ forse la capitale più brutta d’Europa ( se la gioca fifty fifty con Podgorica del Montenegro), appare come una città smontata e rimontata cento volte, ove l’unico intento dei vincitori di turno e’ stato quello di scorticare via tutto ciò che era stato lasciato dai precedenti e sostituirlo con roba proprio. Qui ora le vie sono intitolate ai liberatori piovuti dal cielo, Clinton e Bush, ed e’innalzata persino una statua della Libertà copia di quella americana, non lontana da un budello di incrocio ove il traffico può rimanere bloccato per ore e ove sta un locale chiamato “pizzeria Capri”. Da qui mi dirigo in bus verso un’enclave serba ove sorge un monastero di secolare importanza, quello di Gracanica. Ma salito sul bus, compio l’errore di pronunciare il nome della località, per quel che ne so, in lingua serba, con la prima c che diventa una ch e l’ultima che somiglia ad una z, Grachaniza. Il fonema suona come sacrilego agli occupanti del bus, tutti della trionfante etnia albanese che mi guardano come se avessi bestiammato mentre l’autista simula il gesto dello sputare per terra. Al mio arrivo a Grachaniza o come si dovrebbe pronunciare in albanese, noto questo serbi che vivono qui trincerati dietro i blindati della Nato e hanno l’espressione triste dei panda dentro uno zoo cinese. Piu tardi il pope ortodosso mi dirà che la comunità dei panda ha pure mutuato la difficoltà a riprodursi: in condizioni così ostili le giovani coppie non tendono a suo dire a voler procreare bambini serbi ( ma francamente il tema della procreazione a fini razziali torna troppo spesso nei discorsi dei serbi, e’la terza quarta volta che mi confronto con l’argomento). Inoltre non sono sicuro che quelle facce tristi che ora vedo segragate qui siano semprr assurte a vittime e non a carneficii. Chi puo sapere se questi solo 15 anni fa non erano i responsabili delle fosse comuni rinvenute proprio qui a pochi km, e ora non Siano Come dei guerrieri lasciati fuori le Mura, dei pirati abbandonati sull’isola saccheggiata dalla nave appena salpata? Incredibilmente vedo che il monastero fuori del villaggio e’cinto da filo spinato come un lager e per entrare devo consegnare il passaporto ad un soldato della Nato. Dentro, affreschi di imperitura bellezza rimandano a battaglia ed epopee dei serbi contro gli ottomani e danno al luogo l’aria di una secolare trincea contro gli invasori turchi. Il sito ha subito almeno una dozzina e incendi dolosi negli ultimi 10 anni.
Per arrivare al monastero tra l’altro mi capita di fare l’autistop più strano della mia vita, già he mentre percorro a piedi uno sterminato campo di pannocchie, vengo raccattato addirittura da una colonna di mezzi blindati e jeep militari di soldati tedeschi della Kfor, il corpo di pace delle Nazioni Unite. A loro mi tocca mostrare nuovamente il passaporto, questa volta per una loro curiosità, giacché non riescono a credere che uno da Capri a Ferragosto finisca a visitare i monasteri ortodossi in un’enclave serba del Kosovo. Uno di loro mi mostra pure sul telefonino una foto di qualche mese fa scattata al Parco Augusto con la sua compagna di almeno 15 anni più giovane, nel cui sguardo insofferente in foto leggo che ora, mentre il suo Rambo e’ fare la guerra in Kosovo, lei sta assaggiando parecchi würstel sul al paesino in Renania. Che persone squallide sti soldati tedeschi che ho beccato, spero di rimuoverli in fretta. E poi dei tedeschi in divisa, non ci posso fare niente, mi fanno pensare a cose terribili, giusto per rimanere in argomento di eccidi e carneficine. Ecco, e sempre per rimanere in tema, appendo nientedimeno che il gruppo di fascisti italiani di Casa Pound organizza delle campagne di solidarietà nei confronti dei serbi di Gracanica e del Kosovo. Sarò morto prima di dire che questa gente possa fare mai qualcosa di buono ma la cosa proprio male non mi sembrerebbe, anche se poi bisogna pure veder questi di Casa Pound a chi vanno ad aiutare, le vecchiette indigenti o qualche fanatico fascistello dell’irredentismo serbo. Ad ogni modo non voglio dire niente oggi, non voglio stare a sindacare qui su cosa e’ giusto o sbagliato, finirei per fare come i pesci del lago quando gli butti il pane, ma senza avere la loro capacità di discernimento. Oggi nell’enclave serba di Gracanica in Kosovo, ho finalmente capito da dove nasce questa mia smodata attrazione per tutta l’area dei Balcani, dove praticamente torno ogni estate. In questi luoghi e’ impossibile trovare risposte a molte domande, nei Balcani nessuno può mai sapere cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Il Vello d’oro- giorno 6- Tragicomiche disavventure di viaggio

Giorno 6
Golem Grad. Di questo posto mi arrapa già il nome, che in lingua slava significa Grande Città ma sta qui ad indicare un’isola, un’isola nel lago di Prespa abitata da soli serpenti e ove gli uomini non mettono più piede. E non ce lo metterò neanche io purtroppo, costretto che sono a rimirarla dalla sponda orientale, perso e sconsolato tra i canneti e gli alberi grondanti mele verdi, tra le vacche che pascolano allo stato brado sulla riva. Sarei tentato di raggiungerla a nuoto, sarà poco più di un miglio marino ma non so fine a che punto e’il caso di sbarcare su di un’isola infestata di serpenti solo in costume da bagno…e poi oramai ho paura a lasciare le mie cose qui, in questo villaggio di pietra abitato da lestofanti travestiti da contadini coi nomi delle rockstar. Si, mi è capitata un po’ una storia di merda. Avevo fatto forse troppo il bellillo nei post precedenti, ad atteggiarmi al viandante sopra la nebbia, il viaggiatore ottocentesco e bubu babba-ba: oggi mi sono fatto fottere da uno zappatore macedone con delle modalità da crocierista giapponese ottuagenario che sbarca a Forcella. Proprio di un giapponese mi sovviene il ricordo, un tizio che anni fa sbarco’ in albergo, un fesso di dimensioni cosmiche. Era atterrato a Capodichino ed a un certo punto nota un tipo napulegno con un cappello o una scritta “Capri”, gli si avvicina e questo gli fa: “Capri? Si certo, Gatto Bianco, come no, io sono un loro impiegato certo certo. Ma guardi che Napoli e’una città pericolosa da attraversare…faccia una cosa: paghi tutto a me, non si preoccupi”…gli consegnò qualcosa come due milioni e mezzo delle vecchie lire e si presentò alla reception con un biglietto scritto a matita ove si leggeva “tutt pagato”, senza la o finale di tutto. Ricordo ancora gli agenti in commissariato che si sbellicavano dalle risate mentre lui rompeva in un pianto….Vabbe a me una trentina di euro scarsi m’hanno inculato ma è il principio che è inaccettabile. Ma andiamo con ordine. Dunque arrivare a Golem Grad non è facile, a meno che non si vada con un’escursione organizzata, eventualità ovviamente manco considerata. Prendo un bus che scavalca le foreste del monte Galicica, ove sorge un bellissimo parco naturale, e arrivo in una città senza pregi d’arte chiamata Resen. Il luogo e’ noto per essere stato l’epicentro dell’insurrezione dei Giovani Turchi, nome oggi mutuato pure da una corrente del Pd, ma per cosa si caratterizzi sta corrente e in così si differenzi dalle altre 26 correnti del Pd non l’ho capito. Forse non l’hanno capito manco loro, deve essere per questo che la città fa così schifo. Da qui giungere ad uno di villaggi costieri del Prespa lake e trovare poi una imbarcazione per l’isola risulta molto difficoltoso, e poi nessuno spiaccica mezza parola diversa dal macedone. Poi trovo un tizio che parlotta un discreto inglese, cominciamo a parlare, e’un perito agrario, mi dice di venire da una villaggio costiero, Dolno Dupeni e che a quest’ora e’ormai impossibile salpare per il lago. Ma perché sono io, perché tifo per la squadra di Goran Pandev, proverà a chiamare un suo amico al villaggio, un certo Vasco e chiedergli la cortesia di portarmi in barca a Golem Grad. Vasco a tel fa un sacco di storie ma poi ok mi porterà, fanno 30€. Poi mi rimedia pure una sorta di catorcio con autista per percorrere i 30 km fino a Dolno Dupeni, al confine con la Grecia in fondo al lago. Solo devo pagare in anticipo a lui, Vasco non accetta denaro, forse per qualche sua scelta filosofica. Fiuto l’inganno ma penso che magari si vuole solo fare una cresta su Vasco, a cui dara’ solo una parte dei 30 € pattuiti. E poi altra scelta non ho: o cosi’ o mi scordo Golem Grad. Monto su sto catorcio con al volante una sorta di sordomuto, percorriamo tutta la sponda est del lago bellissima tra girasoli e meleti e giungiamo a Dolno Dupeni, un bel paesino di case in pietra e vecchi incartapecoriti al sole. Il villaggio conta 116 abitanti e nessuno di loro si chiama Vasco…..ma che pesceee. Ma come si fa ad essere così coglione, ma manco Sergio Megna quando voleva pagare al Qube con gli euro di cioccolata! A mia parziale discolpa devo dire che ero ancora nella obnubilescenza della risacca come dicono gli spagnoli, insomma con la capata del’hangover per il seratone di ieri. Avrei forse dovuto tenere a mente l’ammonimento di quella orribile canzone di Jovanotti “no Vasco no io non ci casco” e invece sono andato come un merluzzo sul classico E più famoso Vasco nazionale: “siamo solo noi, eh che andiamo a letto la mattina presto ( eh si), che ci svegliamo con il mal di testa ( hai voglia), siamo solo noi, che ci facciamo inculare da perito agrario macedone, siamo solo nooooi”……


Fosse niente i 30€ ma mi hai schiattato la giornata e non mi hai fatto andare a Golem Grad, pezzo di merda di un perito agrario macedone. Non mi resta che lanciarti contro il terribile anatema del Palillo, un anatema-anagramma: perito agrario= perirai girato, o ancora “agiterai porro”.
Ad ogni modo, svanita la delusione iniziale, sono subito passato al contrattacco. Mi sono recato presso il comando della zelante polizia macedone e non mi sono limitato a sporgere formale denuncia, ho fatto qualcosa di ulteriore: ho messo una taglia sulla sua testa. Ho promesso ai policeman macedoni, dei veri duri usciti da un film western, che chi di loro riuscirà a prendere il bastardo vincerà un week end a Capri con la sua compagna presso il prestigioso Gatto Bianco Hotel, con annessi trattamenti di bellezza e quant’altro nella SPA di prossima inaugurazione. Il più duro dei duri dei policeman, Jancko, uno che vedrei bene dentro Django Unchained, e’subito voluto partire con me dentro la Jugo d’ordinanza alla caccia del bastardo per una ronda urbana per ora infruttuosa. Mi ha comunque promesso sul suo onore che se lo becca, gli riserverà un giochetto che facevano alle reclute nelle caserme ai tempi del maresciallo Tito. Me lo immagino già il bastardo perito agrario tra le grinfie di Jancko, magari col suo amico immaginario Vasco mentre canticchia “vorrei possederti sulla poltrona di casa mia con il rewind”….
Stasera ultima notte nella folle Ohrid e poi domani in marcia per il Kosovo, attraverso le cd Terre dei Cani feroci. Roba da veri duri