Giorno 10
“Last night i dream of San Pedroo..”- cantava una giovane Madonna in una sua hit di una ventina di anni fa, “La Isla bonita”. Ecco la isla in questione era Ambergris Caye qui in Belize, ove sorge il villaggio di San Pedro ed è la mia prossima destinazione……Pure io poi strong’ a sentire a chella cretina di Madonna: sbarco dal paradiso di Caye Caulker a San Pedro intono alle 9 e alle 9:15 sto già pensando di andarmene. Macchine, rumore, cemento, asfalto, albergoni grigi e ristoranti stereotipati per turisti volgari. Dove è finito qui il mantra “no shoes, no shirt….no problem” che regna sovrano nel pur vicino isolotto di Caye Caulker? Altro che no shoes, questo pare il posto stereotipato per quella tipologia di donna italiana col suo desiderio compulsivo a dover viaggiare con 16 paia di scarpe in valigia e doverne cambiare 5 al giorno almeno. C’è da dire che,quando Madonna cantava quella canzone vecchia ormai di qualche lustro, probabilmente l’isola non doveva mostrare un lato così urbanizzato ma presentarsi come tutt’ora e’ Caye Caulker o altri degli atolli qua intorno, grezzi e sospesi in un incanto di natura quasi incontaminata, frequentati da viaggiatori dotati di uno spirito più avventuriero. Si racconta pure che l’audace Madonna abbia avuto un flirt con uno dei tanti marcantoni epigoni di Bob Marley che furoreggiano qui, inaugurando forse un filone oggi molto in voga tra le sue connazionali. Ad ogni modo a San Pedro, magari proprio sulla scorta del successo della canzone di Madonna, si è messa in moto la machina del turismo più invasivo e deleterio, quello che cementifica e asfalta ogni cosa per concedere enormi camere vista mare e comodi parcheggi a turisti più abbienti e spazi residui sempre più angusti a secondo della capacità di spesa, fino a squallidi loculi di calcestruzzo spacciati per resort economici. Il risultato e’ una roba tipo Ischia, e infatti appena sbarcato becco un gruppo di napoletani che urlano (ma a buona ragione, perché Mertens ha appena segnato il gol del 4-2) . Ad ogni modo trascorro a San Pedro un tempo di circa 40-45 minuti, quelli che intercorrono tra lo sbarco e la successiva ripartenza del natante per Caye Caulker, il posto dove ero prima: già mi manca la mia casetta in legno sulla spiaggia, quel clima incantato e il mio pusher di aragoste & granchi, il quale potrebbe procurarmi una barca per esplorare gli altri atolli al di la del reef, addirittura disabitati Si si, non c’è da pensarci un minuto e rientrato alla “base”, esco subito di nuovo in barca verso questi altri isolotti, Turneffe Atoll e Half Moon Caye. Si tratta di posti che non indugio troppo a descrivere, lascio fare alla fantasia: basta provare a chiudere gli occhi e immaginare di trovarsi su un’isola tropicale deserta, con null’altro che palme da cocco,
mangrovie, uccelli, tartarughe e migliaia di pesci. Credo sia un sogno ricorrente e ben presente nell’immaginario di ognuno: ecco questo Half Moon Caye visitato ora e’ il posto esattamente corrispondente ad esso. Se capitate da quelle parti, attenti solo a dove mettere i piedi perché le tartarughe vengono li a deporre le uova.
Half Moon Caye e’la propaggine più estrema di sabbia prima dell’oceano per migliaia di chilometri. Anzi no: c’è un posto strano più al largo dell’isolotto, molto più al largo, una sorta di buco senza fondo nel mezzo dell’oceano orlato dal reef corallino. Pare sia stato originato dalla caduta di un meteorite. Lo chiamano Blue Hole: e’ quella la tappa finale del mio viaggio, prevista per l’indomani.




