Il Milione – Slovenia tra fiumi e leggende

Giorno 2
Quest’oggi si è frapposto al mio viaggio una Cassandra malevole e foriera di sciagure, la qual ha avuto l’ardire di predirmi una fine atroce, sbranato da famelici lupi e da nerboruti orsi prima di arrivare alla meta…… Per la verità a voler scendere nei dettagli la cosa perde questa sua enfasi mitologica e oscura, più che altro si trattava di un cameriere purpo che, durante una cena devo dire davvero squisita, ha preso ad allanzarsi pesantemente col sottoscritto, fino a quando vistosi rifiutato l’ha buttata sul filone catastrofale, tipo la zingara del porto che ti mena i malocchi se non le dai gli spicci. Vabbe fermiamoci qui, poi semmai ve lo racconto meglio, anzi no, Vabbe poi vediamo dopo…..
Si perché ora vorrei invece introdurvi a questa magnifica terra di Slovenia con una favola che si narra in queste vallate e che esplicita secondo me le caratteristiche di questa terra. Questa dunque è la favola di Zlatorog, animale che è come parecchi di voi se col dito indicate il basso ventre, giacché lui è un camoscio (ca moscio..). Vabbe andiamo avanti: il camoscio Zlatorog viveva felice nelle valli del Soca e sulle pendici incantate del monte Tricorno, sovraintendendo insieme con delle fate, le Signore Bianche, alla pace e l’armonia e facendo si che i pascoli fossero sempre verdi. Sembra inoltre che Zlatorog fosse custode di un enorme tesoro. Nel frattempo giù nella valle viveva una fanciulla , molto figa ma anche un po chiattilla. Il padre di lei di mestiere faceva il locandiere ma è un personaggio francamente secondario, a differenza di sua moglie che come vedremo si rivelerà una stronza terribile. Dunque, la loro figliola, che tutti i giovanotti della valle incantata sognano di alzarsi, in realtà ha già aperto il suo cuore e forse anche le sue gambe per un giovane, un cacciatore locale, anche lui molto bello e prestante fisicamente ma più ruspantello come tipo, diciamo che io me lo immagino come quei Ciammurri che a volte,con la loro abilità nel tuffarsi dal Caponnuoglio abbasc u Far,riescono a sedurre ragazze dell’alta borghesia newyorchese annoiate dai loro usuali fidanzatini freschi di college e di buone maniere imparate ad Harvard. Dunque la Chiattilla e il Ciammurro si amano felici e spensierati sui prati e vicino ai fiumi della valle incantata del Soca e nulla al mondo pare li potrà dividere: nulla tranne lei, la grande stronza, la madre della Chiattilla nonché futura Suocera del Ciammurro. Alla signora infatti garba molto poco questo fidanzato bello si ma un po tamarro e soprattutto piuttosto scarso a denari, e prova ogni giorno ad ammonire la figlia con frasi tipo : “Guagliona mia, chist e’ bello ma nun balla…” , “tu t’hai piglia uno che ti fa campa’ cumme na signora”. Apriti cielo poi quando un giorno a casa arriva un dono per la Chiattilla da parte di un ammiratore misterioso, un pacco pieno di gioielli preziosi spedito pare da un ricco mercante veneziano. La Suocera comincia a pretendere che la figlia appenda subito il bello ma povero cacciatore e, incassato il rifiuto della stessa, si dirige direttamente dal Ciammurro ingiungendogli di arricettare i ferri e andarsene che la figlia si deve sposare un altro. Anche il cacciatore ovviamente si oppone e dopo lunghe tribolazioni, con la Chiattilla che non mangia più e piange tutto il giorno, giungono ad un accordo draconiano imposto dalla Suocera: il bel cacciatore per avere la mano della ragazza dovrà trovare tanto oro da pareggiare in valore quello mandato in dono dal ricco veneziano. Inoltre dovrà procurare un mazzo di rose rosse alla Suocera stessa, una pretesa impossibile giacché si è in pieno inverno. Ma il cacciatore non si perde d’animo: e’ a conoscenza della leggenda di Zlatorog e del suo tesoro, e da bravo cacciatore parte subito alla sua ricerca per abbattere il camoscio, quanto alle rose rosse pretese da quella stronza della suocera, poi Dio ci pensa…. Il cacciatore rintraccia alla fine Zlatorog sulla cima di un monte e subito lo spara. L’animale prende a barcollare ferito e dalla sua ferita sgorga del sangue che, bagnando il terreno scioglie subito la neve e fa crescere una rosa rossa. Il camoscio ne mangia un petalo e subito riprende vigore e salta via, zampillando tuttavia ancora sangue che ad ogni goccia fa crescere una rosa lungo tutta la montagna. Il povero cacciatore, impossibilitato ad accoppare il camoscio Zlatorog, non può far altro che mettersi a raccoglier almeno le rose rosse per quella stronza della suocera, ma, mentre le sta raccogliendo, sciulea in un fiume e muore. Mesi dopo la Chiattilla mentre passeggia lungo il fiume vede arrivare il corpo cadavere del suo bel Ciammurro con in mano ancora il mazzo di rose rosse. Quanto alla Suocera pare che a questo punto lei parta per sposarsi lei il ricco veneziano ma scoprirà che si tratta di un vecchio rattuso che la mette a fare la badante……che favola di merda! Ma in realtà l’ho scelta perché mi sembra riassuma i tre elementi pregnanti di questa terra di Slovenia: 1) la Natura, bellissima e incontaminata 2) il Denaro, giacché qui sono certi maronn di attaccati ai soldi mi è parso di vedere e pure carestosi, di gran lunga il paese più caro tra quelli della ex Jugoslavia e ormai li ho visti tutti 3) i Fiumi, splendidi ma un po pericolosi tanto e’ che il cacciatore sciuliandoci dentro muore. E con questo discorso mi ricollego al rafting, bellissimo sport praticato qui in una magnifica cornice naturale di fiumi alpini in piena ma un po pericoloso a mio avviso. Credo si tratti di uno sport di origine scandinava o forse mitteleuropea, vista la necessità di essere praticato su fiumi di montagna. E credo si addica ai mitteleuropei di più anche a livello culturale, con questa disciplina ferrea richiesta a bordo che poco bene si coniuga ad esempio con l’animo burdellaro di noi latini. Inoltre, se praticato in condizioni difficili e qui lo era, si arriva a richiedere al singolo un sacrificio in nome dell’interesse del gruppo, del resto della barca, sacrificio che può anche essere estremamente doloroso. Ecco, qui credo di aver riscoperto tutta la sotterranea indole napoletana allorquando mi è stato paventata dal capo timoniere la possibilità che, in casi estremi di pericoli ed in particolare se l’imbarcazione centra uno dei tanti massi affioranti, un membro dell’equipaggio deve, non ho capito bene come, liberarsi subito delle imbracature e spiaggiarsi sul masso, in modo da non sbilanciare la barca e tenerla non ho capito bene come indenne. Tanto aveva già deciso che se capitava a me, ma manc’ po cazz mi menavo io sopra allo scoglio in piena corsa a fare da scudo umano, tutt’al più ci menavo a una sorta di Lerch degli Adams della Repubblica Ceca dalla forza sovraumana che remava a fianco a me. Stupendo il rafting qui, ma molto oltre,come difficoltà, il livello medio di gitanti della domenica. Una barca di francesi che all’inizio facevano tutti i galli sulla monnezza con il nostro equipaggio, ad un certo punto in un rapida fortissima spezza il timone e ribalta la barca: finiscono tutti urlanti nella corrente gelata e trascinati per centinai di metri. Alcuni di loro vengono ripescati anche grazie all’intervento di un eroico Palillo che prima gli lancia una fune e poi li tira fuori; del salvataggio verrà data prova video a breve. E detto questo penso che ci siamo detti tutto. Ah no, ci sta l’altra storiella, quella del cameriere ricchione divenuto Cassandra e che mi ha predetto di finire sbranato dagli orsi, anche se chissà forse per orsi si riferiva a quella costola del mondo gay dei cd Bears. Ma niente cmq, stava questo cameriere che ha cominciato ad allanzarsi già dall’antipasto, con battute assai sul pecoreccio e rimandanti a parallelismi tra la gastronomia e la sfera sessuale ( per intenderci l’antipasto era baccalà mantecato). Sulla stessa falsariga ha proseguito quando è stata servita la trota e ci è rimasto male quando, vicino alla grappa, ho rifiutato il dessert di frutta che mi proponeva, immaginate un po voi, ovviamente composto da una banana. Andava poi trovando di leggermi la mano perché a suo dire in grado di predire il futuro e, sentitosi a sto punto mandare a fanculo, ha preso a trasformarsi in Cassandra e a profetizzare ( il tutto da immaginarsi pronunciato con inflessione molto ricchionesca): ” tu vuoi scappare via come camoscio di montagnaaaa, ma non arriverai dove vuoi arrivare, il mondo e’ pieno di luuupiii, di ooorsi, attento di non finire mangiato da un oooorso”. E si allontana mimando il gesto di un orso che azzanna, facendo pure con la manella a mo di zanna. Ma vafammok va!

Il Milione- Prologo

PROLOGO
Dunque dunque alla fine ci sono: oggi e’ il giorno zero, quello che precede la partenza per il mio viaggio! Più che di un viaggio stesso, si tratta di una sorta di Leviatano, un mostro biblico partorito dalla mia fantasia un po morbosa e che ora, per quanto abbia provato a ricacciarlo dentro e a rimandarlo, esce fuori divorandomi a mia volta. Se volete sapere di che si tratta mettetevi pure comodi che il fatto qua e’ lungo.
Dunque partirò domani all’alba alla volta di Venezia, casella obbligata di partenza e vi spiego dopo il perché. Da li volgerò verso la frontiera slovena, dove raggiungerò le alture di Kobarid, che in italiano si chiama Caporetto, luogo ove si consumò la famosa disfatta delle esercito italiano e che aspetto di visitare da tempo, anche perche’ pare sia il top per il rafting e il canjoning. Lungo uno spettacolare camminamento asburgico risalirò poi lungo il monte del Tricorno fino ad arrivare ad un bellissimo lago nel cui mezzo sorge un isola con un castello al centro, Bled. Sarò ormai ad un tiro di schioppo dalla vivace e cosmopolita capitale Lubiana e da li poi verso l’antica capitale croata Varadzin, coi suoi splendidi edifici barocchi. La frontiera ungherese sarà ormai prossima e si aprirà alla vista il “mare d’Ungheria”, il lago Balaton dove pare che ci sia parecchia movida tant’è che un posto detto Siofok e’ definito la Ibiza del Balaton. Ovviamente non potrò poi mancare Budapest, che costituirà un primo bivio del viaggio. Da qui infatti sono indeciso su tre strade in direzione est: quella che taglia a sud marciando verso la Romania con la bella città di Oradea in art noveau, la sperduta regione del Matamures coi suoi cimiteri allegri e il lago degli assassini per via del suo colore rosso sangue, oppure tagliare direttamente a est attraverso la puzsta, la steppa ungherese dove bravissimi cavalieri corrono contemporaneamente su cinque cavalli. Ma credo che opterò per la rotta a nord, che contempla una sosta nella regione vinicola del Tocai, ove fanno pure un raro vino detto Sangue delle Belle Donne; da li dovrei raggiungere le grotte di Aggtelek e attraversare qui l’unica frontiera al mondo che si percorre sottoterra per sbucare poi appunto in Slovacchia, paese da cui mi aspetto molto. Da questa regione di grotte unica al mondo mi sposterò poi verso un luogo di montagne alte e aguzze come la cresta di Marek Hamsik, detta il Paradiso slovacco appunto, e visiterò la cittadina tutta in legno di Levoca. Qui dovrebbe cominciare la parte centrale del viaggio, quella in cui mi piace ammollarmi a cose dove non ci appizzo una mazza, tipo come l’anno scorso quando mi ammollai in Bulgaria nella setta dei Bogomiti. Ecco, qui ora ci sarebbe sto castello dove si tiene sto festival degli Spiriti e del Terrore, che in verità si svolge a maggio. Maghi e streghe sono tuttavia ammessi ed ospitati tutto l’anno gratis nelle stanze e nelle segrete del castello: ho già provveduto ad inviare un mio curriculum falsificandolo e liberamente ispirandolo, per così dire, a quello di un noto cartomante di un emittente napoletana, mi hanno risposto che la mia richiesta e’ in fase di elaborazione……non anticipo niente ma diciamo che credo sia il sogno di molti poter raccontare un giorno ai nipoti di essersi ammollato in un castello in Slovacchia spacciandosi per Gennaro D’Auria…..Da li dovrei attraversare una frontiera non proprio semplice, quella con l’Ucraina, perché avrei un altro appuntamento imperdibile: giusto oltre frontiera, in un posto detto Mukachevo, sorge uno dei più grandi campi Rom del mondo, tanto da ospitare in estate il Re degli Zingari. Confesso solo ora che per mesi ho tampinato i membri della comunità Sinti al porto e alla stazione per chiedere udienza al loro Re e alla fine, dopo diverse mandate a fanculo ( credo di essere l’unico o quasi in tutto l’Occidente a essere lui che va a rompere i coglioni agli zingari e non viceversa), mi è stato fornito un contatto e ho avuto una risposta che penso già di incorniciare: beh incontrare il Re giustamente e’ stato ritenuto troppo pretenzioso e inopportuno, vi è tuttavia un suo ministro, tale Ministro della Sincerità ( qualcosa di paragonabile al nostro dicastero della Giustizia credo) che mi ha accordato un’udienza. Da qui attraverserò poi la selvaggia regione dei Carpazi abitata dalla minoranza degli Hutsul per sbucare poi poi in Moldova e da qui raggiungere questa strana e sconosciuta repubblica separatista, la Transnistria. Si tratta di una repubblica filo russa la cui secessione ha costituito il precedente giuridico e storico della Crimea e delle vicende odierne in corso, qui in più hanno la peculiarità di essere russi nel senso di essere nostalgici del comunismo e la capitale di sto posto, Tiraspol e’ ancora tutta adornata di statue di Lenin e Stalin, l’ultimo posto al mondo forse dove sono tutt’ora venerati. Dovrei poi, il condizionale e’ d’obbligo visto che da quelle parti e’ un attimo un attimo in corso una guerra, rientrare in Ucraina e raggiungere Odessa, la città della corazzata Potemkin scimmiottata anche nel film di Fantozzi. Da quel porto dovrei salpare alla volta della Georgia, dall’altra parte del Mar nero, per sbarcare dalle parti del fiume Rioni dove sbarcarono anche gli Argonauti ma questa e’ storia passata dell anno scorso : ora il protagonista del mio viaggio chiamava ai suoi tempi questa regione Zorzania e si tratterà di risalire fino alla città natia di Stalin, che si chiama come l’acquedotto Gori. Da qui devo rintracciare un tizio conosciuto l’anno scorso, una guida di montagna che giura che in 5 giorni e’ in grado di portare una persona in buona salute a scalare una montagna tra le più alte d’Europa, il Kazbegi, coi suoi 5.100 metri, sulla cui sommità sorge una grotta ove si crede che sia stato incatenato Prometeo venuto a rubare il Fuoco. E il fuoco sarà l’elemento infatti dominante del paese che si aprirà oltre questa montagna, la Terra del Fuoco, ovvero l’Azerbajan, dove tra Caravanserragli e campi di papavero scenderò giù verso i vulcani che eruttano fango del Gobustan e la scintillante capitale Baku. Da qui mi aspetta un’impresa tra le più affascinanti che conosca: esiste questa nave cargo che percorre il mare che si apre di fronte Baku, il Mar Caspio. Parte ad orari non regolari e quando è piena, solca questo mare strano e lattiginoso che il mio predecessore chiamo “il Mar di Accatu'” alla volta di uno dei posti più strani del pianeta, il Turkmenistan. E’ uno dei posti meno visitati del pianeta, occupato per gran parte del territorio dal terribile deserto del Karakorum, ove il mio predecessore si perse per 40 giorni prima di cambiare rotta. Ultimo rifugio della peste bubbonica, il Turkmenistan e’ governato da un dittatore psicopatici definitosi l’ultimo satrapo persiano e che ha ribattezzato tutte le città coi nomi dei suoi cari. La capitale appunto intitolata alla madre e’ una allucinante Las Vegas che sorge nel bel mezzo del nulla e quasi disabitata. Per mesi ho provato a rintracciare sui forum dei viaggiatori gente reduce dal Turkmenistan, alla fine ho trovato solo un tizio di Belluno che anni fa aveva provato ad aprire una coltura di bachi da seta, investimento andato a male. Mi ha lapidariamente risposto che nessuna persona sana di mente visiterebbe mai il Turkmenistan e che lui non vuole neanche più nominarlo. Tra l’altro ci sono enormi problemi di visto giacché devo indicare prima i giorni di entrata e di uscita, i luoghi precisi e mi sono concesse non più di 72 ore . In questo lasso di tempo dovrò recarmi in questo luogo che costituisce l’epicentro ideale del viaggio, la bocca di Lucifero intorno alla quale ho cominciato poi a fantasticare disegnando l’itinerario: si tratta di un cratere posto nel bel mezzo del deserto detto Darwazaa. Erutta gas e un giorno per sbaglio dell uomo ha cominciato a bruciare e non è stato più possibile spegnerlo. Viene chiamato dai locali the Gâte of Hell, la Porta dell’ Inferno. Da questo posto mostruoso dovrò raggiungere alla spicciolata una località dove sono ancora visibile nella sabbia i resto del l’accampamento di Alessandro Magno, detta Konye Urgench. La non lontana frontiera mi farà entrare in quello che è l’antico e magico regno di Corasmia, che oggi prende il nome di repubblica del Karapalkastan ed e’ uno dei posti più sfigati della terra: qui sorgeva il lago più grande del mondo tanto da sembrare un mare, il lago d’Aral, estremamente pescoso e ricco. Ma i dominatori sovietico di allora pensarono bene di deviare il corso dei fiumi suoi affluenti, cosicché il lago si prosciugo’ completamente lasciando la gente di questi luoghi senza cibo ne acqua. E’ considerato il più grande disastro ecologico mai perpetrato, ove sorgeva il lago esiste ora un deserto tossico su cui sono adagiati centinaia di navi arrugginite . Sogno da anni di trovarmi in questo deserto pieno di irreali navi arrugginite. Da questo luogo desolato scenderò verso l’uzbekistan con le sue steppe , e incontrerò le bellissime Boukhara e Khiva, delle cui vestigia rimase affascinato anche Gengis Khan, e poi le oasi di Nuratau dove pastori nomadi insegnano la millenaria tecnica di caccia con l’aquila . Poi, oltre la cd Steppa della Fame, vedrò apparire le bianche e azzurre cupole e i dorati minareti della Bianca Regina, città simbolo eterno di bellezza e meta finale del mio viaggio, Samarcanda.
Montagne,deserti, mari sconosciuti e mari scomparsi, non manca nulla. Vediamo quanta della mia fantasia riesco a mettermi sotto i miei sandali. Ma quanti chilometri devo percorrere qui, un milione? Beh così tanti forse no, però il Milione e’ il nome del libro dove in un carcere un certo Rustichello da Pisa raccolse le memorie e le peripezie di colui che circa 800 anni fa percorse questo stesso viaggio, un uomo partito da Venezia e noto ai posteri col nome di Marco Polo. Vai!

Il continente perduto: Azzorre, l’ultima Atlantide


Immaginiamola così: pensate di ricevere in omaggio dai Mastri Fabbri della Terra della lava fresca in regalo e immaginate di poterla modellare come il Das con cui giocavamo da bambini. Allora, un pezzo lo scolpite come un’isola tropicale, caraibica; un’altro pezzo invece lo modellate come un’isola delle Ebridi scozzesi o le Shetland, avvolte tra nebbie perenni e pioggia, e ce lo attaccate vicino. Sopra ci mettete omini che sono navigatori in cerca di nuovi mondi da esplorare, balenieri in stile Moby Dick, coloni quaccheri fiamminghi in cerca di terre in cui pascere le mandrie, cercatori d’oro squattrinati irlandesi, predicatori ortodossi, esuli,telegrafisti, marinai e velisti giramondo. Un collage di tutte queste cose opposte e sincretiche sono le Azzorre, un ossimoro geografico investito dalla calda Corrente del Golfo che alla prima sua “fermata” recapita qui orchidee e palme da cocco (e pensate che sono coltivate le banane e d e’ l’unico posto in Europa dove si produce il the; ma poi sta la componente fredda, con brume, boschi di conifere e pascoli che pare la Svizzera. Vi è pure una minoranza etnica fiamminga, gentef sbarcata qui un tempo qui al seguito di un tizio che li convinse della presenza di immensi giacimenti di oro sulle isole. L’oro non fu mai trovato e il tipo fu passato per le armi, ma gli altri dovettero reinventarsi allevatori e ancora oggi producono un burro famoso nel mondo; a discapito delle loro origini ammutinate, prendono l’elegante nome di “gentlemen farmers” e abitano in un villaggio chiamato Flamengo (che in spagnolo vuol dire appunto fiammingo): in effetti nei loro tratti mi e’ sembrato di scorgere i volti corrucciati e deformi dei dipinti di Brueghel il Vecchio o dei “Mangiatori di patate ” di Van Gogh. E sopra tutto stanno i vulcani, e adire il vero anche sotto, giacché anche in tempi recentissimi sono emersi schegge di isole di lava simili a schiene di balene, per secoli la principale risorsa dell’isola. Alle Azzorre, in questa così composita civiltà ,vige più che altrove, la percezione talvolta drammatica che a decidere cosa donare e cosa togliere agli uomini sia solo la Natura

Il continente perduto – Risalendo il magico Douro

Giorno 2
Il portoghese e’ una lingua bellissima, fortemente musicale e con una scelta lessicale che definirei creativa, già anche solo con questo singolare modo di dire grazie, “obrigado”. Talvolta ha un suono e una cadenza che ricordano un po proprio il napoletano, ma questa e’ una scoperta, un po triste direi che feci già una quindicina di anni fa, allorquando col mio amico Sergino per via di un misunderstanding fummo allontanati con veemenza dal bellissimo acquario di Lisbona, l’Oceanarium. A dirla tutta misunderstanding e’ l’impreciso neologismo inidoneo a identificare la ricca figura di merda che apparammo nel mentre che una gentilissima e preparatissima hostess mi illustrava le meraviglie dell’oceanarium e le migliori modalità di visita, e Sergino in napoletano appunto continuava a suggerirmi di fuggire alla svelta perché,a sua modesta opinione, la forte puzza di sterco che distintamente si odorava non sarebbe stata dovuta alla vicina vasca dei pinguini bensì alla scarsa igiene della maleodorante vagina della suddetta hostess……eravamo giovani e smidollati.
Oggi a Oporto una bruma umida risalita dall’oceano ha portato la pioggia, così decido di risalire in treno il corso del Douro e visitare le dolci colline ove si produce l’ancora più dolce vino Porto. Sono sempre stato appassionato di treni e trenini, questo e’ uno dei più belli mai presi. Risale lentamente senza mai allontanarvisi il corso del Douro, che dapprima è’ di una tinta verdino, poi più a monte cangia in un verde bottiglia più scuro. Non cambiano invece mai le dolci colline, tutte intagliate ad appezzamenti di vite, ed è così da duemila anni: il Porto e’ uno dei vitigni più antichi ad essere coltivato. Risalgo il fiume fino alla capitale di questa antica coltura, tale cittadina chiamata Pinhao, che a conferma della vetusta’ dei suoi vigneti, annovera anche resti romani. Vicino ad un bel ponte romano in pietra appunto mangio deliziosamente in una casa-ristorante, mentre poco lontano le imbarcazioni simili a gondole privilegiano il trasporto fluviale per portare a valle le botti. Un’attrattiva del posto sono le degustazioni di vino nelle cantine produttrici, che qui chiamano “quinte”. In una di queste nientedimeno cosa vado a beccare come ulteriore attrattiva??? La caccia al tesoro!!!!! Ne organizzano ogni giorno una, piuttosto semplice in verità e più simile a quella roba dei pokemon, solo che qui invece di quei mamozzi stronzi bisogna localizzare le casse di Porto tra i vigneti. Quel giorno vince un gruppo di tedeschi armati di computer e sistemi di geocatching sofisticatissimi, e che fanno durare la cassa di Porto vinta il tempo di una doccia o un bidet, entrambe cose che non fanno da molto tempo attesa la puzza di suramma che pare manco il concerto del primo maggio.
Oh comunque, vino & caccia al tesoro, ora me vengo qua a vivere

Il continente perduto – Sostiene Pereira

Giorno 1


“Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l’articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente torno’ indietro e ne ricopio’ un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista di avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufe di avanguardie e di cattolicismi, o forse perché in quel momento, in quella estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l’idea della resurrezione della carne” (cit. “Sostiene Pereira”, Antonio Tabucchi)
Il Portogallo lo conosco un po per esserci già stato, una quindicina di anni da, ma la gran parte delle cose che su esso so o immagino (ma l’immaginario è’ a mio avviso una forma di conoscenza) e’ per via di romanzi letti e ivi ambientati. Mi viene in mente Saramago, che di questi posti e’ natio, ma soprattutto è’ un grande scrittore italiano ad avermi fatto conoscete e sognare tante volte questa terra : Antonio Tabucchi. La lettura dei suoi romanzi mi rimanda con la mente ad un tempo ormai passato (ma il Portogallo rimanda sempre ad un tempo passato), quello in cui studiavo all’università e il Portogallo di cui parlava Tabucchi costituiva una enorme evasione ad altri libri scritti da un suo quasi omonimo ma con una R in più, tale Trabucchi autore di certi mattoni di volumi sul diritto civile di un’amenità paragonabile ad una messa celebrata in sanscrito. Sarà forse allora che è nata la mia passione per i giochi di parole Tabucchi- Trabucchi, come dire “Medina” e pensi ad una bella cittadella araba, poi aggiungi una R ed esce…
Vabbe, cmq sempre a proposito di cose che mi piacciono più o meno, nella seconda categoria ci metto sicuramente gli aeroporti. Non li amo perché sono la sintesi opposta di ciò che amo fare quando viaggio: richiedono organizzazione preventiva, orari tassativi, necessità di doversi anticipare e tempi morti. Così, quando ci devo per forza di cose passare, maturo un atteggiamento da scolaretto discolo che si mette di proposito a disturbare la prof. A sto giro mi sono prodotto in un pezzo niente male: il volo era al mattino presto, così ero dovuto essere li nel bel mezzo della notte. Fatto accomodare, attraverso una serie di dritte e cortesie, nella comoda sala di attesa riservata alla prima classe e dotata di morbidi triclini post-moderni, mi sono subito sbivaccato a 4 di bastoni e ho preso a ronfare forte ma tanto forte da svuotare la sala, piena quando sono entrato e vuota al mattino, quando sono stato svegliato,a pochi minuti dalla partenza per fortuna, dai rudi commenti in romano strettissimo di un addetto alle pulizie, unico coraggioso rimasto ad affrontare il ciclone, il quale si chiedeva se avessero spostato il motore dell’aereo in quella sala o fosse la Fiat Panda ingolfata di suo suocero.
E poi il Portogallo, dove tutto rimanda al passato o per lo meno ad un tempo diverso. Il segno tangibile di questa sua alterita’ temporale si intuisce già dal fatto che e’ l’unica nazione dell’Europa continentale ad aver adottato un fuso orario a se. Ho scelto di partire da Oporto, città che desidero vedere da tempo eppoi il nome si presta ad essere punto iniziale di una “spedizione” oceanica. La città non tradisce le attese, struggentemente romantica come un gentiluomo d’altri tempi. Tutto è’ ammantato di un fascino retro’ ma che non definirei nostalgico: ai portoghesi piace il presente, ma il loro presente fatto di caffè rilassati e conversazioni. La città e’ tutta proiettata sul lungofiume della Ribeira; i lunghissimi viali ripidi in stile “San Francisco”,dopo serpentine tra chiese e monumenti, sbucano sempre tutti li sul fiume. Andrebbero percorsi sempre con scarpe comode, circostanza che dimentico troppo presto. Ma in fondo ad uno di questi carrugi, a tarda notte, ho il sentire che vi sia ancora aperto uno scalcinato bistro’ ,di quelli che impanano le francesinhe, con le sedie di legno e la tappezzeria ingiallita. Ne parlava Tabucchi di posti del genere e infatti gira e rigira la trovo proprio come e dove me la aspettavo. D’altra parte e’ forse vero che la filosofia sembra si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasia, forse dice la verità. Ma questa non è una mia idea: e’ appunto ciò che sostiene Pereira.

Due loti sottozero – cap. 3 : i miei 5 consigli per visitare l’Islanda

1) IL FREDDO E’ UN PROBLEMA SOPRAVVALUTATO: varcherete l’uscita dell’aeroporto con lo spirito di chi sta uscendo da un modulo aerospaziale su un pianeta dalle proibitive condizioni per la razza umana, tipo “Interstellar” al cinema. Farete ritorno a quello stesso luogo vestiti come in una normale giornata invernale italiana. In realtà la regione costiera (quasi la sola abitata), mitigata dalla corrente del golfo e in generale dal mare, non ha mai temperature di molto sotto lo zero. Non siamo ovviamente in costiera amalfitana ma, per capirci, l’Europa centrale ha temperature più basse d’inverno: a Praga o Cracovia, dove il mare non c’è, fa più freddo.
2) NOLEGGIATE UN’AUTO: è il modo di gran lunga migliore e pressoché l’unico per apprezzare a pieno la natura incredibile di questo paese, che si dipana ad ogni km, ogni metro in un coacervo di vulcani, lava, spiagge, ghiacciai, cascate, getti d’acqua e tempeste, come se qualche gigante della mitologia norrena dall’alto si divertisse di continuo a mescolare in un pentolone tutti insieme gli elementi della Madre Natura.
3) SCEGLIETE LA VOSTRA CASCATA: nel guazzabuglio di elementi naturali di cui sopra, la parte principale la gioca l’acqua, che qui sgorga dal terreno ovunque, talvolta con violenza,per poi accucciarsi in alvei di fiumi prima placidi e poi impetuosi, costretti a continui salti tra le balze infernali create dalla lava nella sua corsa verso il mare. Conterete talmente tante cascate che potrete scegliere la vostra, quella più intimamente vicina al vostro spirito.
4) EVITATE DI FARE TROPPO GLI SPLENDIDI APPRESSO ALLE FEMMINE: la considerazione non nasce certo da motivi di pericolosità sociale o da ostacoli di natura culturale, anzi il clima è super easy e open mind mille volte più che alle nostre bigotte latitudini. Il consiglio nasce da una semplice analisi economica: a meno che di cognome non fate Agnelli, Rotschild o Zuckenberg, avventurarsi a fare i chiachielli con robe tipo: “Ragazze, ordinate quello che volete da bere” fa sanguinare tanto ma tanto il portafogli. Fidatevi
5)NON PRENOTATE UN CAZZO IN ANTICIPO: ma questo lo ripeterò sempre dovunque andiate.

Il Vello d’oro – giorno 15: Ani, una città-fantasma alla fine del mondo

Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!

Northern lights – Stockholm, beauty on water

Ogni luogo si lega irrimediabilmente ad uno dei 4 elementi alchilici (terra. aria, acqua e fuoco) ed esso e´per Stoccolma inequivocabilmente l´Acqua: la vedrete apparire come una sorta di pavimento liquido già all´uscita del tunnel della metropolitana e non scomparirà mai più dalla vostr vista ovunque vi rechiate. I tanti ed eleganti palazzi poggiati agli angoli del difforme manto color cristallo paiono la ovvia traslazione delle vecchie palafitte dei
Vichinghi che colonizzarono anticamente il sito per erigerlo a base di partenza per le mete più disparate, una rampa di lancio per un futuro di potenza. Il panorama architettonico per la verità si presenta in
maniera piuttosto eterogenea, unendo a scorci di architettura gotica avventure sul genere design ipermoderno che talvolta scade in albergoni trash consacrati a quel gusto che pare esistere come tempio
innalzato all´ Italiano tamarro medio che sverna tra Dubai e Sharm El Sheik, ma sono eccezioni. Si, perche´cominciamo a dirlo a chiare lettere: Stoccolma e´bellissima, protes sull´acqua come una sirena nordica e dispiegate su tante isole una diversa dall´altra. Si, ognuna delle isole di quelle che e´un vero e proprio arcipelago pare consacrata ad un gusto ed incarnare un suo stile, un suo messaggio di innovazione o
conservazione. Io scelgo quella di Gamla Stan, il centro storico e vecchio cuore pulsante di quella divenuta col tempo una mordiba metropoli a misura d´uomo. Ci metto un po´a scegliere l´albergo
giusto, riservandomi come sempre la felice prerogativa di non affidarmi alla selezione via internet ne all´ansia prenotatrice di
tutto in anticipo, ed alla fine la scelta giusta la azzecco: un bellissimo alberghetto in peino centro storico denominato The
Collector, i “collezionisti”, giacche´ogni angolo e´addobbato con centinaia di oggeti collezionati lungo le rote nautiche dei mari di mezzo mondo, in particolare i mari del Nord. Ancore, sestanti, ottanti, mappe nautiche, ossi di balena e narvalo, qui al Collectors non viene mai voglia di prendere l´ascensore perche´salire le scale
e´come aggirarsi per un museo. Un bel pezzo da collezione lo tengono pure alla reception devo dire con sto gentilissimo esemplare di biondona scandinava che rende la scelta pressoche´irrinunciabile. Dopo poco realizzo pure di essere a pochi metri dall´Accademia del Nobel,
dove questa settimana assegnano i premi. Vedo le luci di quello ch pare un normale ufficio, a trati pare quasi di sentirli confabulare, eminenze della scienza e della letteratura e altri disparati rami del
sapere. Abituato da mesi a Capri al chiacchiericcio isterico del
toto-contagiati, se e´stato infettao questo o quel cristiano, evoluzione patologica del toto-cornuti e della narrazione di tutte le
infedeltà coniugali endemica dei piccoli posti di provincia, mi pare un balzo in avanti enorme..
Una cosa che colpisce da subito di Stoccolma e´come paia pensata per essere vissuta tutta all´ aperto, un po come notato in altre capitali nordiche come Copenaghen o anche Amsterdam, sebbene la latitudine o il
meteo certo non favoriscano almeno a prima impressione una simile impostazione. Ma il vedere centinaia di locali correre all´aperto alla prima vrenzola di sole, i bambini sciamare nei tanti bellissimi ed
attrezzatissimi parchi vale a rendere più salda l´ímpressione. Forse
e´un pregiudizio di noi latini quello di immaginare qualsiasi cosa a nord di Milano come una tundra ghiacciata dove regnano orsi polari e foche. Queste ultime per la verità ci stanno e fanno capolino ogni
tanto nel limpidissimo mare. Stupendi ed allestiti con eccezionale maestria i musei, danno un´impressione che persino da una pantosca di terreno con un po di muschio sopra riuscirebbero a trarre qualcosa di
appassionante alla vista di un turista. Eterogenea e multiculturale la
vita notturna, almeno a prima vista un modello assai ben riuscito di integrazione e melting pot. Difficilmente ho visto una città più vivibile, a condizione ovviamente di avere risorse perche´i prezzi
sono piuttosto scandinavi. Stockholm, beauty on water

Il Vello d’oro – giorno 9- a night in Macedonia, a day in Bulgaria

Giorno 9
Esiste nei miei viaggi una tradizione, o per lo meno una singolare coincidenza: quella per cui il giorno di Ferragosto finisco sempre in un luogo inatteso, non contemplato sul programma iniziale o solo vagamente considerato. Quest’anno non fa eccezione e di fatti sono finito in un posto chiamato Kyustendil, cittadina termale della Bulgaria poco oltre la frontiera con la Macedonia. Giungo qui dopo aver attraversato la bellissima “valle delle Bambole di Pietra”, così chiamata per via di strani pinnacoli di roccia friabile e dopo aver scavalcato lo Strascin pass ( bambole e lo Strascin’ di napulegna memoria donano suggestioni), non prima i essere passato anche per lo stupendo villaggio di Kratovo, posto sul fondo di un vulcano spento, ove i romani costruirono delle miniere sotterranee per estrarre il ferro dei loro gladii.
I Romani passarono anche qui a Kyustendil e l’apprezzarono per via delle terme naturali, tutt’ora esistenti e all’aperto. Chiamarono il luogo Pautalia. Il nome attuale Kyustendil invece significa in lingua tracia “Terra di Costantino” ma non si allude all’imperatore romano bensì ad un luotenente di Alessandro Magno…..detto questo, a finale resta da dire ch sta Kyustendil e’ proprio o’cess. Cioè’ non sarebbe manco malissimo con sto viale alberato che culmina in una piazza di asburgica memoria, ma pare che le creature viventi più giovani qui siano le zanzare e i vecchi mi guardano avanzare col mio zaino come un uccello migratore che ha smarrito la rotta. In effetti ci capito come tappa di avvicinamento alla prossima e per saltarmi il casino di Sofia. Poi devo dire ho trovato per dormire una location eccezionale, un vero boutique hotel, il cui pezzo forte sono le pareti con affreschi d’epoca. O meglio, di varie epoche: pare che tutti gli occupanti si siano divertiti a scrivere il loro nome e quello della loro squadra del cuire sulla parete della stanza ed in cirillico sono riuscito pure a tradurre pesanti allusioni sessuali ad una certa Lara, accusata di praticare sesso con i cavalli….
Ma se il presente qui e’quello che è, ho dalla mia parte un bellissimo passato e un ancor più eccitante futuro. Il passato e’una magica serata a Skopje, capitale macedone. con Simon, artista locale che ovviamente e’in grado di disvelare ogni segreto recondito di quella terra. Skopje e’una città che al tuo arrivo ti lascia sbalordito, e non in positivo: ti trovi a percorrere enormi viali prospettici in cui pare concentrata tutta la cafonamma dell’architettura contemporanea. Ti trovi ad osservare mastodontici palazzi e falansteri di recentissima edificazione ( il comunismo non c’entra più nulla), gigantesche statue, edifici in vetro-cemento che rimandano a una grandeur del tutto abnorme per un paese paese di 2 milioni di abitanti, un quarto dei quali è’ emigrato all’estero negli ultimi 10 anni. Il picco del kitch si raggiunge di fronte al nuovo teatro in stile neo-barocco di fronte al quale si stende un ponte che è la copia del Ponte Milvio a Roma. Persino il vecchio ponte ottomano in pietra e’ messo in croce da inguardabili fontane artificiali in stile Phuket, lo pseudo-paradiso invernale dei capresi in vacanza. Più tardi apprendo da intellettuali locali che il naufragio architettonico degli ultimi 5 anni e’ opera di un blocco di potere che sta velocemente precipitando verso un fascismo locale, e come ogni fascismo rimescola a capa di cazzo nella retorica del paese, cercando eroi ed un epica a cui intitolate ed erigere cessi in calcestruzzo. Qui ovviamente la parte del leone la fanno Filippo il macedone e suo figlio Alessadro Magno, a cui sono erette enormi ed oscene statue di dimensioni megalitiche.
Ma Skopje ritrova poi un suo senso e una sua bellezza nella Carsja, l’intatto bazar ottomano oltre il ponte ove stanno veri artigiani e mercanti ottomani e dove riesco a far rammendare da un artigiano il mio sombrero di paja toquilla, un cappello Panama originale cui sono morbosamente legato e che era molto malridotto. Girare nel bazar ottomano con Simon mi fa sentire come Dante che cammina con Virgilio, e la sera ceniamo nella piazza centrale del bazar, dove come sempre gli arabi hanno messo un albero e una fontana. La bellezza, per chi la Sa cogliere, risiede in ciò che è semplice e naturale, altro che mausolei e statue di Alessandro Magno.
E ora veniamo al futuro, denso di novità. Si perché domani vado dai Bogomiti. Chi sono i Bogomiti? E Guaglio’ ma qua vi devo spiegare tutto coso io? I Bogomiti sono questi simpaticoni di sta setta che si raduna ogni anno in sto posto, i 7 laghi di Rila in Bulgaria. Tra l’altro si tratta di un posto di incedibile bellezza, detto le Montagne d’Acqua. Qui i Bogomiti nella notte tra il 18 e il 19 agosto danzano intorno ad uno dei laghi in ossequio al loro credo. Ci manca ancora qualche giorno ma lo zoccolo duro dei Bogomiti già sta la e mi scrive mail del tipo “fratello Palillo ti attendiamo per attendere l’illuminazione, per unire la forza vitale del mondo etc”. Io in mezzo a loro ci sono finito per sbaglio frequentando un forum ove cercavo notizie sulle Montagne d’Acqua. Sono così carini sti Bogomiti, uno che fa li appende e nonci va? Dai! Dirò di più: ho bruciato veloce le tappe dentro la gerarchia dei Bogomiti e mi sono autoproclamato capo-sezione della sezione del Sud Italia Bogomita, alla quale potete anche voi aderire se avete voglia. Ovviamente non so un cazzo della loro filosofia ma me la immagino come una cosa new Age, dove con la scusa del Sole, della Luna e del Soffio Vitale poi si finisce tutti a trombare….poi non so, il nome della setta e The white Brotherhood, e una volta ricordo un film con sto nome, ove i protagonisti erano dei nazisti omosessuali….. Vabbuo vediamo domani come va a finire, iamm nu pok a vede’ che dicono sti Bogo-miti!

Il Vello d’oro- giorno 6- Tragicomiche disavventure di viaggio

Giorno 6
Golem Grad. Di questo posto mi arrapa già il nome, che in lingua slava significa Grande Città ma sta qui ad indicare un’isola, un’isola nel lago di Prespa abitata da soli serpenti e ove gli uomini non mettono più piede. E non ce lo metterò neanche io purtroppo, costretto che sono a rimirarla dalla sponda orientale, perso e sconsolato tra i canneti e gli alberi grondanti mele verdi, tra le vacche che pascolano allo stato brado sulla riva. Sarei tentato di raggiungerla a nuoto, sarà poco più di un miglio marino ma non so fine a che punto e’il caso di sbarcare su di un’isola infestata di serpenti solo in costume da bagno…e poi oramai ho paura a lasciare le mie cose qui, in questo villaggio di pietra abitato da lestofanti travestiti da contadini coi nomi delle rockstar. Si, mi è capitata un po’ una storia di merda. Avevo fatto forse troppo il bellillo nei post precedenti, ad atteggiarmi al viandante sopra la nebbia, il viaggiatore ottocentesco e bubu babba-ba: oggi mi sono fatto fottere da uno zappatore macedone con delle modalità da crocierista giapponese ottuagenario che sbarca a Forcella. Proprio di un giapponese mi sovviene il ricordo, un tizio che anni fa sbarco’ in albergo, un fesso di dimensioni cosmiche. Era atterrato a Capodichino ed a un certo punto nota un tipo napulegno con un cappello o una scritta “Capri”, gli si avvicina e questo gli fa: “Capri? Si certo, Gatto Bianco, come no, io sono un loro impiegato certo certo. Ma guardi che Napoli e’una città pericolosa da attraversare…faccia una cosa: paghi tutto a me, non si preoccupi”…gli consegnò qualcosa come due milioni e mezzo delle vecchie lire e si presentò alla reception con un biglietto scritto a matita ove si leggeva “tutt pagato”, senza la o finale di tutto. Ricordo ancora gli agenti in commissariato che si sbellicavano dalle risate mentre lui rompeva in un pianto….Vabbe a me una trentina di euro scarsi m’hanno inculato ma è il principio che è inaccettabile. Ma andiamo con ordine. Dunque arrivare a Golem Grad non è facile, a meno che non si vada con un’escursione organizzata, eventualità ovviamente manco considerata. Prendo un bus che scavalca le foreste del monte Galicica, ove sorge un bellissimo parco naturale, e arrivo in una città senza pregi d’arte chiamata Resen. Il luogo e’ noto per essere stato l’epicentro dell’insurrezione dei Giovani Turchi, nome oggi mutuato pure da una corrente del Pd, ma per cosa si caratterizzi sta corrente e in così si differenzi dalle altre 26 correnti del Pd non l’ho capito. Forse non l’hanno capito manco loro, deve essere per questo che la città fa così schifo. Da qui giungere ad uno di villaggi costieri del Prespa lake e trovare poi una imbarcazione per l’isola risulta molto difficoltoso, e poi nessuno spiaccica mezza parola diversa dal macedone. Poi trovo un tizio che parlotta un discreto inglese, cominciamo a parlare, e’un perito agrario, mi dice di venire da una villaggio costiero, Dolno Dupeni e che a quest’ora e’ormai impossibile salpare per il lago. Ma perché sono io, perché tifo per la squadra di Goran Pandev, proverà a chiamare un suo amico al villaggio, un certo Vasco e chiedergli la cortesia di portarmi in barca a Golem Grad. Vasco a tel fa un sacco di storie ma poi ok mi porterà, fanno 30€. Poi mi rimedia pure una sorta di catorcio con autista per percorrere i 30 km fino a Dolno Dupeni, al confine con la Grecia in fondo al lago. Solo devo pagare in anticipo a lui, Vasco non accetta denaro, forse per qualche sua scelta filosofica. Fiuto l’inganno ma penso che magari si vuole solo fare una cresta su Vasco, a cui dara’ solo una parte dei 30 € pattuiti. E poi altra scelta non ho: o cosi’ o mi scordo Golem Grad. Monto su sto catorcio con al volante una sorta di sordomuto, percorriamo tutta la sponda est del lago bellissima tra girasoli e meleti e giungiamo a Dolno Dupeni, un bel paesino di case in pietra e vecchi incartapecoriti al sole. Il villaggio conta 116 abitanti e nessuno di loro si chiama Vasco…..ma che pesceee. Ma come si fa ad essere così coglione, ma manco Sergio Megna quando voleva pagare al Qube con gli euro di cioccolata! A mia parziale discolpa devo dire che ero ancora nella obnubilescenza della risacca come dicono gli spagnoli, insomma con la capata del’hangover per il seratone di ieri. Avrei forse dovuto tenere a mente l’ammonimento di quella orribile canzone di Jovanotti “no Vasco no io non ci casco” e invece sono andato come un merluzzo sul classico E più famoso Vasco nazionale: “siamo solo noi, eh che andiamo a letto la mattina presto ( eh si), che ci svegliamo con il mal di testa ( hai voglia), siamo solo noi, che ci facciamo inculare da perito agrario macedone, siamo solo nooooi”……


Fosse niente i 30€ ma mi hai schiattato la giornata e non mi hai fatto andare a Golem Grad, pezzo di merda di un perito agrario macedone. Non mi resta che lanciarti contro il terribile anatema del Palillo, un anatema-anagramma: perito agrario= perirai girato, o ancora “agiterai porro”.
Ad ogni modo, svanita la delusione iniziale, sono subito passato al contrattacco. Mi sono recato presso il comando della zelante polizia macedone e non mi sono limitato a sporgere formale denuncia, ho fatto qualcosa di ulteriore: ho messo una taglia sulla sua testa. Ho promesso ai policeman macedoni, dei veri duri usciti da un film western, che chi di loro riuscirà a prendere il bastardo vincerà un week end a Capri con la sua compagna presso il prestigioso Gatto Bianco Hotel, con annessi trattamenti di bellezza e quant’altro nella SPA di prossima inaugurazione. Il più duro dei duri dei policeman, Jancko, uno che vedrei bene dentro Django Unchained, e’subito voluto partire con me dentro la Jugo d’ordinanza alla caccia del bastardo per una ronda urbana per ora infruttuosa. Mi ha comunque promesso sul suo onore che se lo becca, gli riserverà un giochetto che facevano alle reclute nelle caserme ai tempi del maresciallo Tito. Me lo immagino già il bastardo perito agrario tra le grinfie di Jancko, magari col suo amico immaginario Vasco mentre canticchia “vorrei possederti sulla poltrona di casa mia con il rewind”….
Stasera ultima notte nella folle Ohrid e poi domani in marcia per il Kosovo, attraverso le cd Terre dei Cani feroci. Roba da veri duri