Il Milione: i selvaggi Tatra

Giorno 12
In un postaccio chiamato Admiral con tavoli da biliardo senza manco il panno verde e ove la musica e’ affidata ad un vecchio juke box a vinili , una tipa che insegna storia e filosofia al Gymnasium di Levoca mi ammonisce sul rischio folle a proseguire verso la vicina Ucraina. Anzi ad andare li, sono proprio impossibilitato: le frontiere terrestri sono praticamente chiuse, vengono aperte a singhiozzo ma principalmente per permettere il flusso nella direzione opposta di gente che scappa dalla guerra. Inoltre la nave da odessa alla volta del Caucaso non salpa più, perché fuori il porto sta appostata la flotta russa proprio come nel film della corazzata Potemkin. Mi ero già da tempo prefigurato ad ogni modo un cambio i itinerario, Samarcanda e’ irraggiungibile per questo giro, mi duole che lo sia anche il Caucaso dove desideravo tornare. Resta dunque da disegnare una nuova rotta. Dalla Slovacchia dunque dovro’ per forza di cose tagliare a nord, attraverso i selvaggi monti Tatra e sbucare poi negli altopiani della Slesia, in Polonia. Non sarà così lontana la magnifica Cracovia e poi la capitale Varsavia. Da li barra del timone poi tutta a est verso il confine bielorusso, dove sorge la foresta primordiale più grande d’Europa e dove vivono gli ultimi bisonti europei. Incontrerò poi la regione dei laghi Masuri, pare molto bella naturisticamente e da li verso la Lituania: la bella capitale Vilnius, un parco naturale di paludi acquitrini e centrali nucleari abbandonate e poi potrei chiudere nella penisola curlandese, sulle dune di sabbia di Nida vicino a dove è nato Kant e dove andavano a villeggiare Thomas Mann e Sartre. La prendiamo con filosofia appunto!
La prima tappa si rivela tuttavia durissima: l’attraversamento dei monti Tatra e’ uno scoglio duro, soprattutto se fatto con un abbigliamento più adatto ad andare da Luigi ai Faraglioni che su brulle e fredde montagne avvolte da una nebbia bastarda e infida. Già nel fondovalle di un posto chiamato Poprad la temperatura e’ sui 7-8 gradi e piove. Questa cittadina, bruttarella, la ricordo solo per un “31!” fatto ad un tizio di un ristorante che espone tanto di cartello “Original Pizza Caprese”. Ovviamente quando si è visto sgamato, ha preso ad addurre una sequela improbabile di scuse per giustificare la feta greca come formaggio anziché la mozzarella, il forno a microonde etc. Un trenino a diesel sale fino ad un luogo chiamato Stary Smokovec e la temperatura scende fino a 4-5 gradi. Questi monti Tatra possono essere un magnifico luogo per escursioni ma ad andarla ad acchiappare una giornata di sole, ogni anno muoiono tra le 15 e le 20 persone durante le escursioni perché sorpresi dal maltempo che sopraggiunge improvviso e letale. Se mi mancava il Caucaso, beh questi posto esserne un valido surrogato, con strade sterrate, cime aguzze e fiumi ribollenti di rapide. Si sale ancora attraverso una gimcana di tornanti nella nebbia fino ad un posto chiamatto Zdejar, con bellissimi cottage in legno ottocenteschi che pare voglia tutelare l’Unesco. Mentre attraverso un bosco alla ricerca di una baita per ripararmi dal freddo, mi viene in mente la profezia del cameriere ricchione, quello che diceva che sarei stato mangiato da un orso….Alla fine, un ruscello in piena segna il confine con la Polonia. Poco oltre , giusto sotto una cima che la gente dice assomigliare ada un gigante addormentato, sorge Zakopane, la stazione sciistica resa celebre da Papa Wojtila che da giovane andava appunto a sciare li. Al termine di sto calvario, infreddolito a dir poco vi metto piede per una decina di minuti , il tempo di prender qualche altra boccata di freddo e vedere ovunque pallosissime e cafonissime statue di Wojtila. C’è l’ultimo autobus in partenza per Cracovia, sono distrutto ma in due-tre ore potrei stare nella piazza del mercato a bere vino caldo o in qualche locale del centro…. Buonanotte Zakopane e Papa Wojtila che fa lo slalom gigante, si va a Cracovia!

Il Milione: il castello di Spis e i suoi fantasmi

Giorno 11
Credo di aver capito perche’ Marek Hamsik dice e ribadisce sempre di trovarsi bene a Napoli, che Napoli sia una bellissima città etc, malgrado debba sottostare a tutte le varie vessazioni di quella cernia cocainomane del presidente e nonostante gli si schizzano il Rolex dal polso una volta la settimana. A confronto della sua terra natia Napoli pare vitale come New York. La terra slovacca ha in effetti un think palillians nascosto nel nome che ne disvela ineluttabilmente la natura e che rimanda a quel proverbiale animale che molti nominano ma nessuno credo abbia mai visto, la cd “vacca ra puzzulana”. Ecco penso abbiate sentito qualche volta st’espressione con cui ci si riferisce a qualcosa di terribilmente lento (“maronn sto treno pare a vacc ra puzzulana”) e si rimanda a sto mitologico bovino adibito in tempi antichi non meglio precisati al trasporto della pozzolana (che credo sia un surrogato del carbone). Ecco appunto la terra slovacca e’ slow vacca, tutto e’ molto lento, compassato, senza strappi, e non è che la cosa sia per forza negativa, anzi. L’economia per esempio e’ molto slow e credo che la Slovacchia sia il paese dell’area euro con il costo della vita più basso, si spende davvero poco e hanno ancora circolazione qui le monetine di rame da 1 o 2 centesimi; il cibo e’ abbastanza slow food però per gustarlo devi essere very fast, perché irrimediabilmente i ristoranti alle nove di sera chiudono e può scendere pure Gesù Cristo da cielo, niente: se arrivi alle nove e 5 minuti il ristoratore ti guarda in faccia e scuote la testa perplesso come a dire “giovanotto ma ti pare mai questa l’ora di presentarsi a cena, di girare per strada, alle nove di sera??? Questi giovani d’oggi avrebbero proprio bisogno di una raddrizzata.” E questo intendo dire non solo in paesini sperduti come quello dell’altro giorno ma anche in città di medie dimensioni come questa Levoca dove mi trovo ora. Si tratta di una graziosa cittadina medievale adagiata su una collina e che diede i natali a tal Mastro Pavlov, esimio scultore tardo-gotico apprezzato dai regnanti di mezza Europa e che tuttavia aveva il vizietto di infilare lo scalpello nella palette della mugliera del suo maestro di bottega, ragion per cui fu costretto a rinchiuderai nella Gabbia della Vergogna, una sorta di gogna pubblica ancora visibile nella piazza principale. Mastro Pavlov o Mastro Ciliegia di sto cazzo, sta Levoca e’ un posto un po palloso che a starci per più di un giorno fa venire nostalgia di qualche spiaggia di tamarri palestrati sudati che ballano raggaeton sotto il sole. Ovviamente la cadenza slow vacca investe anche i bar e la “movida notturna, che ha un’impronta e orari da seminario parrocchiale per la scoperta dei valori della cresima . Levoca sorge cmq annidata sotto lo spettacolare castello di Spis, simbolo della Slovacchia e sede del Festival del Terrore e degli Spiriti che in verità si tiene però a maggio. Maghi e streghe, purché riconosciuti come tali, hanno tuttavia sempre libero accesso e ospitalità nel castello. E vabbe, più o meno e’ come dire che viene garantita ospitalità a chi voglia dormire in una pezza di terreno sopra Cetrella: il castello sorge su un cocuzzolo di montagna intorno ai mille metri, nu cazz i fridd e ci sono solo infinite mura perimetrali. Tra l’altro dal cielo it’s raining dead dogs, piovono cani morti. Avevo provato a spacciarmi per mago e inviare un curriculum falso ma a dormire qua col sacco a pelo mi acchiapperei ora uno scippacentrella che non mi alzo più dal letto una settimana. Quando sto andando già via, lungo la discesa funestata dalla pioggia, spunta come d’incanto una tipa, brutta come l’ipertrofia prostatica ma in sella ad un bellissimo cavallo nero. Una visione un po alla David Lynch, nel mezzo di un temporale in una radura sotto un castello, un cuofano ‘ntacit in sella ad un nero destriero. Si incazza subito come una bestia non appena mi vede armeggiare con il tel perché capisce che vorrei farle una foto e si incazza pure perché sono entrato nel castello senza permesso. A sora, non ci sta un cristiano nell arco di un km, a chi dovevo chiedere il permesso, a mago Zurli? No, a lei che è la custode, i biglietti in pratica si acquistano a casa sua e capisco solo ora anche che sul pc del suo soggiorno di casa arrivano e vengono disbrigate le varie mail di presentazione come mago o strega, inclusa la mia che mi ero spacciato per Gennaro d’Auria traducendo addirittura il suo curriculum in inglese. A questo punto chiedo delucidazioni e cerco di capire si quali criteri si basi la selezione per ottenere l’accredito come mago. Mi dicono (e’ sopraggiunto pure il marito frattanto con al guinzaglio due cani feroci) che non c’è poi bisogno di tanti requisiti formali, un mago lo si riconosce subito, lo si sente. “Cioè?!!” -“Beh, il castello e’ notoriamente infestato di spiriti, alcuni benigni molti altri maligni….” – “E quindi??”- ” Quindi se sei un mago non avrai problemi a percepire la presenza degli spiriti. Tu la percepisci la presenza degli spiriti maligni nel castello?”- “no” – “bene, allora sono 5€ e 60”.
La Wanna Marchi e il mago do Nascimiento della Slovacchia

Il Milione: il parco del Paradiso slovacco, un Inferno in cui perdersi

Giorno 10
La polarità paradiso-inferno e’ un tema classico del linguaggio e dell’arte tutta, dalla letteratura alla pittura. A tal proposito la mia immagine preferita e’ quella onirica e mostruosa di Heronimus Bosch col suo Giardino delle Delizie, esposto al Prado, che raffigura i due mondi come vicini e popolati da figure frutto di una fantasia distorta. Mai però avrei immaginato che in questo sperduto spicchio di Slovacchia un paradiso potesse diventare inferno. Il contesto e’ quello appunto dello Slovensky Rai, il parco del Paradiso Slovacco ma esso costituisce solo la tappa di arrivo di una giornata molto lunga. Ecco che ci fosse qualcosa di strano nell’aria lo avevo intuito già dalle prime ore del mattino, quando da Eger mi sposto a prendere sto bus che dovrà portarmi in prossimità del confine, in una regione di grotte carsiche chiamata Aggtelek. L’autista arriva a spron battuto e con una gestualità molto éloquente mi fa capire che il suo mestiere, che comporta lo stare seduto molte e molte ore al volante su sedili scomodi, finisce per logorare la prostrata (che non manca di toccarsi per farmi capire). Quindi ora deve correre a pisciare e ok, mi dice di prendermela comoda e schizza via; ma con la stessa solerzia poi torna al volo e mette in moto sgommando quasi e lasciandomi come un pesce sulla banchina!!!! Mi tocca rincorrerlo e tagliare per una pezza di terreno, sbucargli davanti in mezzo alla carreggiata e frappormi in stile Ragazzo di Tienammen per salire a bordo. E lo stronzo dopo faceva pure storie dicendo che ero io che sono distratto, vabbe. Il bus attraversa la bella regione dei monti Bukk e a bordo faccio amicizia con un simpatico ragazzo scozzese che ha una strana fobia, quella per le api, ed in ragione di ciò ama visitare grotte e luoghi sotterranei: perché li addirittura non si sente perseguitato dalle api e dalle vespe! Arriviamo a destinazione, le grotte si caratterizzano anche per essere anche l’unica frontiera percorribile sotto terra giacché una vasta parte della caverna, lunga ben 21 km, si trova in Slovacchia , la cosa di entrare sottoterra in un paese e sbucare in un altro mi piace assai e prendo subito informazioni. Mi rispondono seccamente di no. “E allora perché pubblicizzate sta cosa se non è possibile?” Mi rispondono che in teoria e’ possibile, una volta il professor Petre in fuga dalla repressione sovietica della rivolta di Ungheria con la famiglia la percorse. Beh, considerati i tempi biologici dal ’56 ad oggi credo che l’esimio prof Petre abbia ormai tirato la cinghia, che devo fare rintracciare telefonicamente le figlie o le nipoti al tel per farmi spiegare la strada? “Prof Petre non avere nipoti “mi rispondono. “Ah, ma non avete detto voi che è’ entrato qua sotto con la famiglia?” ” si ma mai più uscito ne lui ne famiglia, persi nella grotta mai più trovato nessuno di famiglia professor Petre”. Ah, che allegria. E niente dunque si visitano le cmq bellissime caverne e poi a piedi verso il confine, 12,5 km! Ne mancherebbero poi altri 7 per la prossima città ma finalmente becco un autostop da un simpatico contadino che sta andando a trovare la guagliona oltre frontiera. Che carino, pure il mazzo di fiori le porta. Alla fine arrivo in una città chiamata Dobsina dove sta un enorme comunità di Rom, molti dei quali indaffarati a prendermi per culo mentre mi faccio una birra ( buonissima quella slovacca). Alla fine un altro bus mi lascia su un cocuzzolo di montagna e da la fanno altri 6-7 km prima del “Paradiso slovacco”. Beh la via per il paradiso e’ faticosa e sudata, no? Nel fondovalle scorgo un divino laghetto di montagna e un villaggio chiamato Dedinky, ma qui il Giardino delle Delizie di Bosch si tramuta da paradiso in inferno. La prima pensione che trovo e’gestita da una tipa chiamata Paula Anka, quasi come il cantante. Alla mia domanda se ha posto mi guarda con una faccia come se gli avessi chiesto “vuoi fuggire con me in Tasmania?” No, non c’è posto li e non ce ne sarà per me a Dedinky, mi ammonisce. Comincio a preoccuparmi, fa buio e freddo, sono sfinito. Alla fine trovo posto da una certa Duda, e solo al calare delle tenebre mi rendo conto che in realtà la pensione e’una sorta di dependance del cimitero, le cui lapidi affiorano decrepite dal giardino. E tutte le lapidi recano uno stesso cognome: Kezmarock. In effetti le 200 anime che popolano Dedinky avranno tutte in comune la stessa bisnonna e hanno un aspetto mostruoso. Il tipo della foto deve essere una sorta di capo-comunità e mi avverte che non troverò nulla da mangiare quella sera, perché l’ultimo ristorante ha chiuso due anni fa. Nell’unico bar del paese, semi-deserto, vengo accolto da inquietanti risate da parte degli avventori quando entro e con un timido sorriso dico Good evening. Chiedo una birra alla spina alla barista, che però non ha un braccio. Me ne torno affamato e impaurito alla pensione-cimitero dei Kezmarock, convinto che non avrei superato la notte e sarei finito io sul tavolo della mensa del ristorante chiuso, tagliato a pezzi ovviamente. Il lago dove è ambientata la saga di Jason di “venerdì 13” a confronto e’ allegro come un film di Pieraccioni, non tornerò più a Dedinky e ricorderò per sempre con terrore lo sguardo dei suoi abitanti, quel sorriso mostruoso che la famiglia allargata da mille incesti dei Kezmarock mi faceva ogni qual volta chiedevo qualcosa in giro per il villaggio fantasma. Quel ramo del lago del “paradiso slovacco” che volge a mezzogiorno addio monti sorgenti dalla acque, cime ineguali e mostri senza eguali noti a chi è stato ora e mai più in mezzo a voi, Addio Dedinky

Il Milione: Budapest, a fat lady

Giorno 8
Queste memorie di viaggio giungono ormai a voi come la luce delle stelle, le quali, come molti di voi già sapranno, impiegano centinaia di migliaia di anni a fendere la buia immensità dello spazio e giungere visibili fino a noi. La luce, pur viaggiando ad un enorme velocità, impiega un tempo considerevole a giungere nel nostro spicchio di universo cosicché quella che noi vediamo adesso e’ la luce emanata dalla stella milioni di anni fa. L’ambiziosa metafora col diario e’ per dire che qui il ritardo e’ di due-tre giorni. Ad ogni modo questo umile narratore non sa certo se egli emani mai la luce delle stelle, sa per certo tuttavia qual’ e’ l’odore che emana: nu maronn i fieto di aglio e cipolle, che trangugiate in quantità industriale in Ungheria ormai trasudano da ogni parte del mio corpo impregnando i vestiti, i capelli, tutto. La cucina ungherese e’ qualcosa che definire pesante suona come un delicato eufemismo, e’ qualcosa di allucinante, spalmano grasso dappertutto, pure sull’insalata, e quando proprio non possono friggono. I vegetariani vengono messi alla berlina e derisi, la loro cultura viene vista come una froceria tutta occidentale nei ristoranti dove per antipasto si pasteggia con dosi mastodontiche di fois gras all’ungherese; e al di la delle renitenza di ordine morale che suscita mangiare un prodotto ottenuto davvero attraverso una terribile tortura portata all’animale, credo pure che faccia davvero male sta roba: due volte su due che ho mangiato sto fegato d’oca, poi e’ stato il mio di fegato ad andare in crisi e darmi chiari segnali di stop. Che poi a livello morale, questo si che mi è parso inaccettabile, un fegato temprato da mille battaglie deve andare a intossicarsi con del pate’ di una stupida oca?? Cioè, e’ come se Alessandro Magno di ritorno dalla campagna in India si spezzasse una coscia mentre porta il cane a pisciare suvvia!
Budapest e’ una città bella e maestosa, solennemente adagiata sul maestoso Danubio, una sorta di mare in movimento per vastità e portata d’acqua. La città sin da subito si caratterizza per un numero enorme di edifici storici, testimoni di un passato imponente soprattutto in epoca asburgica quando, più che essere solo una conquista dell’Austria, e’ da supporre desse vita con Vienna ad una sorta di sistema bicefalo di governo del regno non a caso detto austro-ungarico. Considerevole anche il numero di palazzi in stile art noveau di inizio novecento, che uniti al resto danno un’aria un po parigina al tutto. Ecco il titolo di Parigi dell’est, speso assai impropriamente per Bucarest, si addice abbastanza invece a Budapest, anche se devo dire che non è la città che mi ha rapito come altro: proprio questa maestosità dei palazzi e delle strade mi è risultata eccessiva ed è difficile scorgervi un’anima pulsante. Di giorno, di notte magari si. Ecco tramontato il sole, la città ha una vita notturna decisamente vibrante con un numero impressionante di locali notturni e torme di giovani che li affollano. Tra questi la scelta poi originale sono sicuramente i kerten, questi palazzo in rovina adibiti a locali con un gusto molto post-moderno e ben speso. Ci si destreggia tra cunicoli da una sala all’altra tra musiche e ambienti diversi, davvero una figata! Capita pure che per raggiungerne uno, scoppi a piovere e allora con amici straordinariamente beccati in loco, ci si infili dei sacchi della munnezza in testa a mo di eleganti astrakan e si percorra così bardati un’arteria della città. Io il mio l’avevo messo male ed ero appunto impossibilitato a muovere le braccia: se ne è accorto subito uno stronzo arabo che ne ha approfittato per farmi una plateale tastata di pesce e palle in mezzo alla via!!! Poi dici che faceva male Ahmadinejad che li faceva penzolare dalle gru per cose del genere….E se siete stanchi del ritmo assordante dei kerten, una dritta che vi do e’ di rifugiarvi per un drink al Piaf, minuscolo bugigattolo che rievoca già nel nome la favolosa Edith appunto. Un postaccio fantastico dove una baldraccona 70enne bionda ossigenata canta appunto un repertorio che spazia da Edith Piaf a Marlene Dietrich intermezzato da pause per la tosse e addirittura il vomito: sigarette& alcol stanno riscuotendo il loro dazio su questa favolosa artista proprio come sulla Piaf. Ah, se andate li regalate una rosa, vi dedicherà una canzone.
Altra dritta che vi do su Budapest sono i bagni termali, ce ne sono di storici e bellissimi, reminiscenze del periodo ottomano. I più belli li becchiamo noi e sono però in stile belle époque , i favolosi bagni Gellert sulle falde della collina di Buda. Si nuota e ci si bagna tra magnifici stucchi e arredi irripetibili per gusto e stile. Però bisogna armarsi di molto ottimismo: c’è’ da avere assai fiducia nel prossimo secondo me per vedere,in qualche donnona pelosa che ti nuota vicino o in qualche vecchio malmesso che ti suda a fianco, gente tutta pulita e priva di qualsiasi possibile infezione. Io già di solito trovo sporche le piscine, le terme proprio un ambiente asettico poi proprio non sono. Anzi diciamola tutta: a me ste vasche dove ste vecchie si ciaciareano le loro vagine stanche, uomini bisunti come ippopotami si calano in acqua senza manco una doccia o un bidet, fanno un po schifo. Ci vedo un Cocito infernale di candide, condilomi, verruche e altri erpes genitali galleggianti, tutta roba win for life che si acchiappa in sti posti. Vabbe, come dicevo, basta avere ottimismo e non pensarci .
Un’ultima dritta che vi do su Budapest e’ quella di dispensare dai tassisti: a confronto i loro colleghi mariuoli appostati al Beverello o alla stazione sono un’associazione di volontariato senza scopo di lucro

Il Milione: alla Salute!

La cristianità fa una gran spendita di concetti come la pace,la serenità o la gioia ma io francamente ho sempre faticato non poco a rintracciarli dentro quel sistema di valori. Anzi, tutto mi è sempre apparso dominato da una cupezza e da un surrettizio senso del peccato e della colpa, teso a mortificare e reprimere qualsiasi gioia del vivere. Da questa mia certo personale lettura esula la chiesa di Santa Maria della Salute di Venezia: questa magnifica edificazione, che pare quasi magicamente poggiata sule acque, riesce si a donarmi un immediato senso di pace e serenità. E poi sta adagiata li, quasi all’uscita o all’imbocco del canale, a salutare o accogliere i mercanti di ritorno o in partenza per mari lontani. Non la poté vedere Marco (Polo) quando da qui salpo’ per il suo viaggio, giacché credo sia di edificazione successiva al 1200. Mi son permesso di sceglierla comunque io come simbolico viatico di buona fortuna per il viaggio che va a iniziare

Il Milione: un treno in Pannonia

Giorno 7
Il controllore del treno e’ un mestiere ove gli anni di servizio e l’esperienza fanno la differenza. E ciò che distingue un controllore anziano ed esperto da un pivellino alle prime armi e’ una caratteristica che solo gli anni di servizio, oltre certo ad una predisposizione naturale, possono dare: la memoria visiva. Nel succedersi delle varie stazioni e nel saliscendi di persone che ne consegue infatti, un controllore e’ chiamato più volte a ispezionare i vagoni al fine di verificare il titolo di viaggio dei nuovi saliti a bordo: ebbene un controllore giovane, magari preso dal troppo zelo, finirà per chiedere sempre a tutti, anche a quelli saliti molte stazioni prima e già controllati, il biglietto, mentre un capotreno anziano grazie alla sua memoria visiva terra’ a mente chi è già salito e dove, così come forse avrà negli anni imparato a capire chi si nasconde tra i passeggeri senza biglietto, magari chiudendosi in bagno o fingendo disperatamente di dormire al suo passaggio. Ebbene il controllore del treno su cui viaggio per un lungo tratto di cammino, sebbene abbia già visto già’ parecchie primavere e debba avere già parecchi anni annotati sullo stato di servizio, continua a comportarsi come un giovanotto alle prime armi, nel senso che viene di continuo a cacarmi o cazz andando trovando di vedere il biglietto e rendendomi impossibile il sonno. Al di la dell’esperienza cmq, non deve essere stato proprio dotato da da Madrenatura di particolare acume e ciò appare già desumibile dai tratti somatici e sommamente dallo sguardo: su un ovale simile a quello di un particolare tipo di zucchine si intagliano due occhi come appiccicati con la colla e con la profondità espressiva simile a quella del lago Balaton che ci scorre a fianco (e’ praticamente una palude). Gli occhi precedono una fronte oblunga e infinita sulla quale si innesta prima o poi una peluria che funge anche da pettinatura. Mi soffermo con tale dovizia sui tratti somatici di questa persona perché devo dire li ho scorti con una notevole frequenza in un alto numero di ungheresi, solo tratti somatici devo dire che non mi hanno impressionato per bellezza anzi mi hanno fatto pensare a quei rudimentali giocattoli in vendita a Napoli, quei tuberi che si innaffiano ed escono germogli che sembrano capelli, di chiamano i Sarchiaponi. Ecco non è che tutti gli ungheresi tengano ora sta faccia così, però in passato deve esserci da qualche parte stata sta mamma Sarchiapona particolarmente feconda.
Ad ogni modo, poco male che il Sarchiapon-controllore venga ogni 5 minuti a chiedermi il biglietto e non mi faccia dormire, perché il paesaggio che vedo passare dal finestrino e’ proprio bello. Il treno dapprima bordeggia la Drava in piena sul tratto in cui funge da confine con la Croazia, poi taglia verso un ultimo spicchio di Slovenia detto Prekmurje, che vuol dire letteralmente “Oltre le mura” ma qui le Mura in questione sarebbero in verità un altro fiume, il Mura appunto, oltre cui questa regione si estende ( sta cosa vedo di ficcarla in qualche caccia al tesoro). C’è tantissima acqua in questa zona d’Europa, fiumi enormi e rigogliosi ovunque e il paesaggio non può che essere pianeggiante. E in un punto che più pianeggiante non si può chiamato Hodos comincia la Pannonia, la pianura ungherese a perdita d’occhio. Gia’in un altro viaggio avevo notato quanto fosse bella l’Ungheria dal treno: a parte la capitale e le città maggiori e’ un paese quasi disabitato e occupato da questi immenso spazi verdi boscosi che più a est lasciano il passo ad una steppa, la puszta, ove esperti mandriani corrono in sella a 5 cavalli insieme. Il binario corre lungo paesaggi selvaggi ove l’uomo c’entra poco e il treno al suo passaggio fa sollevare in volo un numero alto di volatili: gru, aironi e altri animali tipici degli ecosistemi paludosi, ma anche un numero consistente di rapaci che dall’alto presidiano quegli enormi acquitrini a caccia di qualche preda. Ma quasi di colpo ecco spuntare poi Budapest nella sua grandezza e un fascino fin de siècle. Sin da subito, ed e’ un’impressione che non lascerà mai si caratterizza per un numero incredibilmente alto di palazzi maestosi e storici, vestigia di un passato forse più imponente del presente ove è capitale di un paese tutto sommato piccolo e come dicevo poco densamente popolato. Una testa macrocefala su un corpo esile, proprio come il controllore, lo dicevo io che mamma Sarchiapona e’ sempre in cinta!

Il Milione. Ptuj: non è uno starnuto ma una piccola gemma

Giorno 6
Il congedo da Lubiana consiste in una mangiata di pesce low cost nel fantastico Fish market, ubicato in posizione magica sul fiume,giusto sotto i tre ponti collegati simbolo della città. Poi un treno low profile mi infila in una giogaia balcanica scavata dalla Sava, che qui, come un’ ancora timida scolaretta scorre a fianco ai binari esile e sinuosa, prima di diventare la sfacciata donnona che inondera’ pianure e campi più a sud, unendosi in un amplesso acquatico col Danubio dalle parti di Belgrado. I paesi attraversati dal mio treno hanno piu che altro la forma di fattorie allargate e i nomi che stranamente rimandano tutti a calciatori con una sola lettera da cambiare: Zidani, Ribere, Baggje…..Policane. Ad un tratto mi lascia la Sava che svolta a sud e mi lasciano anche i Balcani: ad est si apre una sconfinata pianura che andrà avanti per migliaia di km con poche interruzioni fino all’Ucraina, una pianura alluvionale la cui regina e’ ora la Drava, che bagna anche Ptuj, minuscola cittadina barocca ove scendo dal treno. Ogni anno una mia come dire curiosità, un mio ingrippo e’ quello di andare a scovare una “città d’arte” fuori dai circuiti più battuti, poco segnalata e conosciuta. Due anni fa beccai la bellissima Sibiu in Romania, l’anno scorso l’eclettica Plovdiv in Bulgaria, quest’anno e’ la volta di Ptuj, con questo nome che pare uno starnuto, un gioiellino barocco adagiato sulla Drava. Già da lontano allo sguardo si mostra un mosaico di guglie e tetti spioventi di un color rosso magenta che quasi abbaglia, mentre da vicino al passo si apre un dedalo di viuzze e palazzi nobiliari talmente ben tenuti e romantici da fare subito pensare ad un posto dove venire per un’appassionata gita “i love you” con il proprio partner. Ecco, quanti di voi sono abituati a trombare con la commara in qualche squallido motel in tangenziale, una volta nella vita regalatele una cosa originale e portatela a Ptuj, semi-sconosciuta città d’arte quasi al confine tra Slovenia e Ungheria. Saprei consigliarvi pure un ristorante molto sgenc dove cucinano in maniera divina il pesce del fiume, in particolare una specie ittica detta in italiano “luccioperca” servita su un letto d’orzo e polenta e talmente buona da ispirare poeti che le hanno dedicato odi e versi, come avrete modo di constatare poc’anzi. Degno di nota anche il castello di Ptuj che domina la vallata da quella che pare l’unica altura in mezza ad un territorio piatto come una palacinka, l’ottima crêpes alla marmellata tipica di questi luoghi, mentre giù nella torre campanaria e’ custodita anche una preziosa Deposizione del Pollaiolo, da intendersi non come uovo deposto da una gallina ma come opera d’arte raffigurante appunto la deposizione di Cristo ed eseguito dal noto artista fiorentino rivale del Verrocchio. Degna assolutamente di nota e’ anche la tipa che sovraintende all’ufficio turistico, che pare uscita dal pennello del Vermeer con sti capelli rossi raccolti e vistosi orecchini, la quale mi indirizza alla locanda di una vecchia signora chiamata Ziga per trascorrere la notte. Nella guesthouse di Ziga valgono regole ferree come in un educandato puritano, tipo la regola del silenzio dopo le 9 di sera e altre imposizioni quasi eremitali, pena la perdita del beneficio di una squisita colazione la mattina dopo. L’austera signora Ziga tuttavia fa uno strappo alla sua regola monastica quando si tratta di fittare alcune stanze ad ore ad amanti di passaggio, rumorosi e assetati di intimità, gente che ha ispirato appunto il mio consiglio di venire qui a Ptuj a schiattarsi la propria commara. Ma c’e una altro motivo peculiare che vale il viaggio qui a Ptuj, almeno a mio avviso: il festival detto “Versoteque”, days of poetry and wine, un festival pensate un po di scrittura&vino, qual magico e felice connubio. A migliaia poeti, scrittori e appassionati giungono nella cittadina, che vanta anche un’eccellente tradizione enologica appunto. Purtroppo la gara di scrittura creativa sarebbe stata in programma solo qualche giorno dopo e al tempo della mia visita ho potuto concorrere solo alla gara ( ma non è una gara giacché giustamente non si assegnano premi) di poesia improvvisata, con componimenti da fare dopo una bella degustazione di vino e che vengono poi affissi per le strade del paese in delle nicchie deputate ad accoglierli. Non è molto il mio forte la poesia, cmq può darsi che in qualche nicchia di Ptuj ci sia esposta questo modesto componimento che ho arrangiato con un bel po di bicchieri di vino in corpo in verità e che credo abbia lasciato perplessi gli organizzatori della rassegna, anche perché è’ intraducibile in sloveno essendo basato tutto su anagrammi dove la seconda frase e’ anagramma della prima. E’ un componimento liberamente ispirato alla poesia di Walt Whitman “o capitano mio capitano”, leggermente cambiato e dedicato appunto al sublime pesce trangugiato quella sera, e perciò intitolato “o luccioperca mio luccioperca”
O luccioperca mio luccioperca, cieco pollo ciuccia rum a pecora!
O luccioperca mio luccioperca, ucci ucci me porcello a pecora
Pesce di cannuccia andato al aceto, un peto scacciacani al neon adduco a te
Ti amo luccioperca (al dente) del mio cuore, cacciatrice illude te uomo col pomo!”
Che bello improvvisarsi trobadour balcanico!

Il Milione: Lubiana, una piccola Vienna più monella

Giorno 5
Lubiana e’ a mio avviso una città proprio bellissima, con un perfetto balancing tra arte, natura, vivibilità, cosmopolitismo e altri parametri di una capitale europea moderna. Affascinante emula di Vienna nell’eleganza asburgica dei suoi palazzi, se ne caratterizza per una maggiore Vivacità e un pizzico in più di imprevedibilità balcanica (non ditemi niente ma a me tedeschi e austriaci con la loro linearità del vivere delle loro città fanno scendere proprio la uallera); nell’aria cosmopolita e giovane invece, come pure nella vivibilità innestata su un centro piccolo e raccolto intorno a un corso d’acqua mi ha ricordato Amstardam. In nessun caso mi è sembrata simile ad delle altre capitali balcaniche viste, tutte imperniate sul contrasto stridente tra centri storici testimoni di varie epoche storiche e enormi brutture di epoca comunista tutto intorno. Quel tipo di edilizia così invasivo e demenzialmente ideologico e’ chiaro che anche qui non sarà mancato ma forse vi sono state già buttate mani di vernice di restyling ben spesi, con ex casermoni comunisti che diventano qualcosa di più fresco e cool (la cosa e’ possibile quando arrivano i soldi). E’ proprio il caso credo del l’ostello dove alloggio, che credo dovesse essere una scuola o forse una caserma ai tempi della Jugoslavia e ora ospita torme di giovani e giovanastri in vacanza, alcuni veramente scustumat pesanti con la loro musica a palla nei corridoi la notte e altri veramente fottuti a pressione col cervello, come un coglione credo francese che si scapizza e si spacca il naso mentre prova a scendere con lo skateboard nientemeno che il corrimani di una ringhiera. Il pezzo di bravura era tra l’altro stato annunciato con grande clamore a tutta la fanzine di amici e soprattutto amiche acclamanti, ed io che dall’alto della finestra guardavo tutta la scena davvero me la sono chiamata la caduta e mi sono sentito a metà tra un gufo e un Torquemada che condanna ste minchiate di sti giovinastri d’oggi che manco per il cazzo vogliono aprire un libro e meritano di appizzarsi con ste cacate. A proposito, un’altra cosa di cui ho avuto modo di apprezzare la pulizia e il decoro qui a Lubiana sono sinceramente i cessi di bar e ristoranti, giacché tutto il soggiorno e’ stato funestato da quel fastidioso malanno che sovente colpisce il viaggiatore, tanto da essere definito appunto “diarrea del viaggiatore” ma credo possa fermarmi qui in questa descrizione anche perché non mi pare di ricordare si annoti tra i follower del Milione anche Gianni Morandi. Piuttosto che di coprofili nostrani vale la pena spendere due parole su Duvan, un brillante prof universitario in pensione che incontro con sua moglie Egra in un biblioteca e che mi parla del rapporto inscindibile tra questa terra e l’Europa, sin dai tempi dei Romani in cui La città si chiamava il corrispondente in dialetto bergamasco di “chill e’ strunz proprio”: Emona (e’ mona…). La serata trascorre rilassata e soft in un bistro, dove mi faccio convincere a oridnare una saporita zuppa locale simile al gulash e come desert un’ottima palacinka (una sorta di crêpes ) con nocciole e albicocche, un menù che però mi riporta diritto diritto tra le braccia di Gianni Morandi per tutta la notte.
P.S. Mi fa troppo ridere quel coretto che i tifosi delle altre squadre dedicano appunto a Gianni Morandi presidente del Bologna quando la sua squadra a a giocare fuori :” fatti mandare dalla mammaaaa, a mangiare la merdaaa”.

Il Milione: la “strada russa”, dal monte Tricorno al lago di Bled

Giorno 4
La giornata prevede l’ascesa al monte Tricorno (Triglav in sloveno) attraverso il pauroso e spettacolare Vrsic pass ed una strada costruita dai prigionieri russi durante la Grande Guerra, per poi calare sul bellissimo lago di Bled in serata. Ma il programma rischia di saltare sul nascere giacché, quando dopo una passeggiata vado alla Locanda del Vecchio Fabbro a recuperare lo zaino, il Vecchio Fabbro ha pigliat’suonn e non c’è verso di svegliarlo. Ma niente,il Mastro Ferraro ha pigliato proprio piede pesante, lo sento ronfare pure dalla stradale mentre con bussate e cazzotti nella porta credo di scongiurare di perdere l’unico bus della giornata che si inerpica lassù. Alla fine mi risolvo ad entrare dalla finestra sul retro e becco prima il cocker spaniel che mi da nguol (ma devo vincerla una volta per tutte sta paura dei cani) e poi la cameriera bulgara, che avvia ad alluccare credendomi un mariuolo. A tal punto, con lei che non parla altro che la lingua di Stoichkov e Moni Ovadia (nato a Plovdiv), non mi resta altro da fare che sfoderare la frase magica, la mandrakata che già feci ad un Carnevale di una dozzina di anni fa quando,vestito da pecora zoppa, incappai in due operatori ecologici dotati di forte senso civico ma anche di un troppo spiccato giustizialismo,i quali volevano tradurmi forzosamente in commissariato per atti di vandalismo commessi da ALTRI. Ecco quale che sia questa frase magica adesso però non mi va ad ogni modo di ricordarlo. Cmq recupero lo zainone e corro disperatamente verso lo stazionamento col cuore affranto, ben sapendo che ormai il bus sarà partito da 10 minuti buoni.
Ma qui ad aspettarmi trovo il mio grande amico Milos, il quale appunto mi dice che per partire attendeva me ( che prima del teatrino dello zaino mi ero fermato a chiedergli solo l’orario di partenza) ed, in ogni caso, non se ne parla di mettere in moto fino a quando non avrà finito la sua birra. Quanto alla sigaretta che fuma con fare alla James Dean, quella non è un problema ne a terra ne a bordo del bus, dove fumerà tutte le sigarette che vorrà per tutto il lungo viaggio, incurante delle lamentele di tutti. Aria da rockstar e panza da bevitore incallito, Milos mi dice di aver studiato a Bologna dove appunto suonava in una band, ad un tratto decide che ora di togliersi la camicia hawaiana e mettere la divisa e di partire con una bella sgommata e con una vecchietta che gia prende a protestare ma che viene subito zittita. Ecco Milos e’ la prima tipica fisionomia di persona balcanica che becco a sto giro; nel cuore dei Balcani un simile comportamento e’ del tutto usuale: in Bosnia o in Albania o in Kosovo, l’autista parte più o meno sempre quando cazzo gli pare a lui e nessuno si sognerebbe mai di rimproverarlo se fuma o parla al tel mentre è al volante. In Montenegro poi, penso che nessun autista si sogni di mettersi al volante senza essersi sceso almeno mezza bottiglia di rakia. Ma qui siamo in Slovenia, l’unica delle repubbliche nate dalla ex Jugoslavia che ancora mi mancava e devo dire che la Slovenia somiglia ad una Sarajevo, per dirne una, come la Svizzera può somigliare ai Quartieri Spagnoli: si tratta di un paese ormai assorbito completante dall’Europa e dall’Occidente, aspetto che verrà valutato positivamente da chi misura la Storia lungo le ascisse e le ordinate del Progresso e della Civilizzazione, ma è una lettura che a me lascia perplesso. Non so cosa ne pensi al riguarda invece Milos il Balcanico quando tutte quelle ai suoi occhi stupide donnette prendono molto alla occidentale a protestare per l’ennesima sigaretta accesa. Una donna che Mios ascolta tuttavia ascolta c’è, sua moglie ovviamente che gli ordina via tel di comprare la carne (compito prontamente eseguito con una sosta arbitraria di almeno un quarto d’ora) e di fotografare accuratamente ogni tornante e panorama dell’impressionante “strada russa” che porta su al Vrsic, che lui per la nostra gioia percorre per la prima volta. Nel fermarsi a fare le foto ad ogni tornante cerca la mia complicità, giustificando ogni volta agli occupanti dell autobus la sosta per permettere a questo Zabar (letteralmente “mangiatore di rane”, nomignolo con cui vengono chiamati stranamente gli italiani nei Balcani) di portare a casa delle belle fotografie. La “strada russa” e’ ad ogni modo un emozionante susseguirsi di incredibili tornanti lungo pietraie e ghiacciai, davvero bellissime. Sulla cima del Vrsic pass, con pochissimi gradi centigradi sopra lo zero, raccattiamo un’inglese assiderata che piange e non smetterà di farlo per altre due ore; poi, più in basso, ormai in un insignificante fondovalle, quando Milos pretende l’ennesima sosta e mi invita a scattare l’ennesima foto e pure ad abbeverarmi ad una fonte posta ad un dipresso, sento levarsi dal bus una voce al mio o nostro indirizzo in un settentrionalissimo dialetto, non saprei dire forse piemontese, qualcosa tipo: “ehi Testina, ciap un cass i la destut le coglion avec ce fotografie de meeeerda!” Capisco subito di chi si tratta, uh tizio salito poco prima dall’aspetto terrificante con addosso tutti i segni devastanti del l’alcol, una faccia gialla e gonfia all’inverosimile e piena di escrescenze che pare un kebab di quelli scadenti venduti alla stazione. Già’ in precedenza aveva preso questione con Milos, perché da buon italiano ignorante non parla una mezza parola di una qualsiasi lingua estera e pretende che gli altri debbano capire il suo caricaturale linguaggio di gesti (che contrariamente a quanto ci beamo di pensare nel nostro provincialismo, nessuno capisce fuori dall’Italia) . Mi limito ora ironicamente a dire che l’acqua di fonte può essere un vero toccasana per l’organismo e le funzioni epato-biliari (le sue devono essere compromesse assai) , ma a questo punto Faccia di Kebab si lascia andare ad un “Napuletan de meeeerd” platealmente gridato che fa salire irremediabilmente la tensione non tanto per me quanto per un altro tizio a bordo, tedesco ma affezionatissimo al padre emigrante calabrese scomparso dieci anni fa e che sin incazza davvero assai con Faccia di Kebab. A Milos il Balcanico quasi non pare vero che si possa sviluppare una bella questione a bordo del suo autobus, mentre io accuccio vergognato di aver contribuito a creare sto papocchio. Ma a questo punto rompe gli indugi la mamma di Faccia di Kebab la quale intima al emigrante calabrese di lasciare stare il suo angioletto (che avrà buoni 40 anni) perché sta attaversando un momento difficile, sennò chiama pure lei la polizia.
Cmq, alla fine, giungiamo a sto benedetto lago di Bled, uno specchio d’acqua incantato dove nuotano cigni e lucci e nel cui mezzo sta un’isola con un castello che pare uscito da una partita del Dungeons and Dragons ( gioco che francamente tengo un po sulle palle ). Per finire, mi riconcilio alla vita mangiando una bella trota gigante davanti ad un violino che suona sul lago, e mi riconcilio persino con Faccia di Kebab,che becco in un bar e mi vuole offrire da bere! Chi lo ha detto che in viaggio da soli ci si annoia?!

Il Milione- the battle of Caporetto

Giorno 3
L’alba sulla valle dell’Isonzo ammirata dal balcone dellla Locanda del “Vecchio Fabbro”, Stari Kovac, reca con se una scoperta sconvolgente, che mi fa aggiungere al mosaico un’ultima tessera, che da lontano sui libri non potevo spiegarmi: particolari condizioni climatiche tipiche delle doline e delle strette valli alpine a U danno luogo in particolari momenti del giorno a correnti termiche discendenti, che portano a valle anche una fitta nebbia umida.
L’alba del 24 ottobre 1917 vedrà quella nebbia avvolgere la prima linea dell’esercito italiano in un abbraccio mortale, come un castigo biblico o un vento infernale che brucia la pelle e acceca gli occhi. La circostanza della corrente termica discendente deve essere ben presente ai genieri del 35esimo battaglione specialisti dell’Alpenkorps tedesco. Sono giunti qui dal fronte della Somme, recando con se un souvenir inatteso e letale, un po di “aria di Ypres” per così dire: tonnellate di un gas chiamato appunto iprite dal luogo del suo debutto storico, che ora viene rovesciato e mandato giù con la nebbia del mattino sui reparti del battaglione “Friuli” posizionato nelle trincee sottostanti. Lo Stato Maggiore Italiano aveva contemplato la possibilità di un attacco con questo nuovo letale tipo di armamenti cd chimici e si era premurato di rifornire alla spicciolata le unità di prima linea con rudimentali maschere anti-gas che proteggessero le vie respiratorie dei poveri fanti. Ma l’iprite non attacca le vie respiratorie, questo gas arroventa l’aria e brucia la pelle: quella mattina del 24 ottobre la nebbia che cala giù dal Monte Nero non è umida ma ribollente e squaglia in pochi istanti almeno 600 alpini, che restano li pietrificati, come mosche bruciate su una lampada alogena.
Gli italiani si sono inerpicati sin lassù a costo di sanguinosissime perdite, con cifre in termini di vite umane più assimilabili ad un genocidio che ad un bollettino di guerra. Le ben 11 offensive lanciate dall’Esercito italiano sull’Isonzo hanno prodotto un avanzamento complessivo di 24 km e perdite per oltre 110 mila uomini solo su queta parte del fronte: su per giù significa che ogni km e’ costato 5000 perdite, ogni metro conquistato e’ valso 5 vite. La dinamica di queste battaglie di avanzamento aveva previsto sempre un medesimo terribile copione: veniva chiesto o meglio dire imposto ai reparti di fanteria di lanciarsi a migliaia contro le mitragliatrici nemiche, nel cinico calcolo della probabilita’che,su mille lanciati in avanti,almeno qualche sparuta decina riuscisse a raggiungere la trincea nemica. Nondimeno, gli italiani ora sono qui su. Gli austro-ungarici sono stati ricacciati indietro, oltre la linea dell’Isonzo, e costretti a combattere ora sul loro territorio. Vi è di più, una brillante offensiva condotta in agosto ha visto gli alpini sbaragliare una esausta divisione di ungheresi e occupare addirittura una porzione di territorio ad est dell’Isonzo, il cd altopiano della Bainsizza. La retorica di guerra accoglie con parole trionfali questa vittoria in pieno suolo austro-ungarico e, in una congerie a metà tra la politica e la tattica militare, viene deciso che l’altopiano della Bainsizza debba essere la testa di ponte per successive conquiste, che la strada per conquistare Lubiana e addirittura Budapest (!!!) cominci proprio li, su quell’altopiano carsico. Mai più piccola vittoria fu foriera di un così grande disastro e mai definizione geografica fu più fuorviante di quella usata a proposito della Bainsizza come “altopiano”. A vederla ad occhio nudo adesso mi rendo conto che definire la Bainsizza altopiano e’una boutade come può esserlo chiamare tavolo da cucina una scala a pioli erta su un muro. Si tratta in realtà di un ripido e scosceso pendio, un saliente in gergo militare che si inerpica fino ai 2.600 metri del monte Mrzli, un suolo pressoché indifendibile giacché al nemico posto sulla cima basterebbe gettare un sassolino dall’alto per ferirti. Un generale prussiano vissuto secoli addietro, Ernest Von Clausewitz, scrisse un giorno:” la politica e’ la prosecuzione della guerra con altri mezzi”; in questo caso per l’esercito italiano valse invece la regola opposta, e’ la politica a dettare la linea e la guerra ad esserne piegata alle esigenze: pare,a e’ una dato storico dibattuto, che lo Stato Maggiore italiano, attendendo nell’autunno del 1917 una contro offensiva austriaca, abbia chiesto al governo di poter abbandonare quella testa di ponte così rischiosa ed esposta per poter ripiegare pochi metri indietro lungo la linea dell’Isonzo, assai più facilmente difendibile. Ma da Roma hanno fatto sapere che ciò è’ impossibile: mesi di sanguinose perdite trovano ora una giustificazione retorica nella conquista di questo “altopiano” al nemico e paventare un ripiegamento sarebbe motivo di demoralizzazione per le truppe e l’opinione pubblica. A capo dello Stato Maggiore italiano figura un uomo anziano, il generale Luigi Cadorna, la cui capacità militare e’ inversente proporzionale alla sua boria, smisurata. Dai modi autoritari e brutali, il “Generalissimo” impone ai suoi ufficiali un disciplina ferrea ai limiti del disumano nello gestire le truppe, con fucilazioni sommarie per deficienze anche minime. Tronfio nella sua alterigia, e’ solito pavoneggiarsi tra ufficiali di essere a capo del più grande esercito che abbia mai marciato sul suolo italico dai tempi di Giulio Cesare: l’unico paragone spendibile oggi col mondo romano e’ quello per cui la sua inettitudine espose l’Italia alla più grave sconfitta dai tempi di Annibale. Nell’autunno del ’17 Cadorna glissa sulla possibilità di un contrattacco nemico: la Bora ha cominciato a soffiare e tra pochi giorni i passi alpini saranno innevati, rendendo impossibile per l’esausto esercito austro-ungarico l’invio di nuove truppe necessarie per un contrattacco in tempo utile. Inoltre il rapporto in termini di truppe e di armamenti e’ tutt’ora di vantaggio per le truppe italiane, gli austriaci non potranno che lanciare una lieve controffensiva di alleggerimento.
Il 21 ottobre un maggiore di origine rumena diserta dall’esercito austriaco diserta e viene condotto al quartiere generale italiano: ha mappe dettagliate di un attacco in grande stile nella valle dell’alto Isonzo e parla di almeno 100.000 uomini arrivati dalla Germania. La sua viene reputata una barzelletta che non fa ridere e viene passato per le armi. Il suo era un dato arrotondato al ribasso: per una nuova e ardita strada costruita dai prigionieri russi lungo le pendici del monte Tricorno, tra valanghe e ghiacciaie sono affluite 7 divisioni tedesche e 4 austriache. Una divisione in media conta 25.000 uomini. A migliaia giungono anche cannoni e nuovi armamenti, tra cui anche i nuovissimi fucili mitragliatori. Un inferno sta per abbattersi sulle linee italiane ma Cadorna dorme sogni tranquilli ed è addirittura in licenza.
L’esercito italiano e’ posizionato a difesa di un fronte di oltre 30 km ma privilegia di difendere l’indifendibile testa di ponte di poche centinaia di metri, la Bainsizza, ammassando in un territorio scosceso una quantità esponenziale di truppe. La zona si trova al centro dello schieramento, gli attacanti scelgono ovviamente di attaccare sulle ali dell schieramento, a Tolmin a valle e a Bovec in alto, dove sono già entrati in azione gli specialisti di Ypres. Quando il gas frigge le membra degli alpini della “Friuli”, appostati nei pressi sono già pronti gli uomini di un reggimento di guastatori bosniaci. Si tratta di un corpo di mercenari musulmani ma ora fedeli al cattolicissimo imperatore austriaco. Sono noti per la loro ferocia di tagliagole, derivano dagli antichi giannizzeri ottomani e ora hanno di fronte fanti friulani e veneti. Venezia contro Impero Ottomano, una sfida che torna a ripetersi nei secoli, ora sotto altre uniformi. I tagliagole bosniaci non usano fucili, sono armati con una sorta di picche con cui sbrindellano la testa da trincea a trincea ai superstiti italianiani. Un maggiore di artiglieria italiana osserva a poche centinaia di metri la scena travisandola del tutto. Il suo nome e’ presente su tutti i libri di letteratura, si chiama Carlo Emilio Gadda: lo stile sincopato e un po balordo, imprevedibile ed ironico del suo scrivere ne fanno certo un autore di culto in ambito letterario ma sono tutte caratteristiche che si sposano male con la risolutezza e la determinazione richiesta nella prima linea di una battaglia. Quel pasticciaccio brutto di via Merulana pardon del monte Kolovrat avviene verso le 7 di mattina quando Gadda non si avvede che quei corpi di soldati che vede in lontananza ai loro posti non sono che in realtà i cadaveri pietrificati della “Friuli” martoriati adesso dai ragni bosniaci che stanno già tessendo una tela volta ad aprire una breccia. Più tardi invece dara’ordine di sparare su un reparto italiano che provava un contrattacco, annientandolo. Nel frattempo, sul l’ala sud a Tolmin il generale Kraft ha schierato un numero impressionante di truppe: qui gli italiani hanno lasciato una media di 250-300 uomini a km ed è il tallone di Achille dello schieramento, i tedeschi schierano in quel settore una intera divisione super addestrata, il rapporto e’ qui di 1 a 100. Kraft e’ un generale atipico e controcorrente, che ritiene già allora obsoleta la guerra di posizionamento di trincea alla quale preferisce una rivoluzionaria tattica di attacco che assomma artiglieria, fanteria e mezzi pesanti tutti concentrati in pochi minuti e in poco spazio: nella battaglia del 24 ottobre fa il suo esordio una modalità di guerra che erroneamente si ritiene essere apparsa solo sui campi della seconda guerra mondiale, la BlitzKrieg, la guerra lampo. In pochi minuti le linee italiane sono travolte da un inferno di fuoco, le linee telefoniche vengono prese di mira con successo e saltano. Prima che si riesca a capire anche solo cosa sia succeso, la divisione prussiana della Slesia ha aggirato completamente l’esercito italiano. Resta a difesa su quel lato solo un battaglione, l’Alessandria.
Frattanto vacilla anche lo schieramento centrale, quello dove gli italiani sono in sovrannumero: la divisione “Etna” , forse racchiudendo dentro il suo nome un presagio, ha visto sotto i suoi piedi la montagna franare ed ingoiarli. Si tratta di una gigantesca mina posizionata dagli austriaci che fa franare un intero costone di montagna.
Ma e’ sull’ala destra, a nord che la Germania schiera il suo fuoriclasse. Qui e’ schierato un corpo d’elite, i Jager Bavaresi. Al suo interno e’ ricavato un ulteriore corpo d’elite di 300 uomini, il Reggimento della Guardia del Corpo. Si tratta di un corpo storico, una sorta di pretoriani dell’antico re bavarese. A loro capo e’ posto un giovane ufficiale dotato già di un enorme ascendente tra i commilitoni, si tratta di un uomo le cui capacità militari saranno riportate sui libri di storia più in la quando, da generale del Terzo Reich, godeva di una fama che preoccupava persino Hitler. Il suo nome e’ Rommel. Rommel avanza come una lama tra i cadaveri della Friuli travolge le seconde linee italiane ed è l’artefice del far saltare tutte le comunicazioni tra le linee nemiche.
Ad ora di pranzo Cadorna rientra frettolosamente ad Udine, 50 km almeno lontano dal fronte, dove continua a ripetere che si tratta solo di una leggera azione diversiva del nemico. Alle 17 l’intera valle dell’Isonzo e’ sostanzialmente nelle mani tedesche, oltte centomila tedeschi sono pronti a calare come la bora elle pianure friulane , restano ancora in armi reparti di alpini sulla cima del Monte Nero alla quota impossibile i 2.600 metri, dove combatteranno per altri 4 giorni, e il battaglione Alessandria con a capo il maggiore Fazzini che, intuita la gravità della situazione, si mette a protezione disperata dell ultimo valico he consente la ritirata sbandata di centinaia di migliaia di soldati. Il battaglione Alesaandria meriterebbe di occupare un posto nella nostra storia analogo a quello dei 300 spartani alle Termopili: tanto era grosso modo il loro numero e simile la sproporzione contro i nemici, medesima anche la fine senz a alcun sopravvissuto. Ma qualcuno non la penso’ così : alle 17,30 Cadorna lancia un comunicato in cui addossa la gravità della situazione alla inettitudine e la vilta dei reparti impegnati in quella zona del campo, proponendo la radiazione con disonore del suo ufficiale capo.Anni dopo, documenti tedeschi e austriache parleranno della strenue resistenza di un reparto di circa 300 uomini capace eroicamente di fermare l’avanzata di intere divisioni per almeno 10 ore, quelle necessarie a salvare il salvabile.
Alle dieci di sera Cadorna ritiene che si sia fatta ora per passare da vicino in rassegna le truppe e si fa accompagnare in macchina da Udine: già pochi km fuori città incontra migliaia di soldati italiani sbandati che urlano “la guerra e’ finita ” e cantano l’Internazionale. “Perché non li fucilate immediatamente?”- tuona Cadorna. “Perché non ci è rimasto ne un plotone ne una pallottola per farlo”- gli fa notare sommessamente un ufficiale. A questo punto Cadorna telegrafa al fronte ordinando di resistere ad oltranza e tenere a tutti i costi il fiume. Gli chiedono di quale fiume parli. “L’isonzo, non starete forse ripegando sul Tagliamento?” (50 km e migliaia di morti più indietro ) “nossignore non stiamo ripiegando sul Tagliamento: stiamo ripiegando sul Piave”
L’Italia rischia in meno di 24 ore di tornar ai confini delle guerre di indipendenza ottocentesche, l’esercito nemico rischia di poter avanzare fino a Venezia e forse anche Milano senza trovar resistenza, eccezion fatta per la terza armata in ritirata del Duca d’Aosta che si sta già asserragliando sul Piave, ma questa e’ un’altra storia .
Spesso nomi di battaglie celebri sono sinonimo di dramma e divengono parte della coscienza collettiva di una nazione. Gli americani ricordano Pearl Harbour come uno shock, i francesi usano il termine Waterloo come sinonimo di sconfitta. Nessuna parola esprime in italiano un senso di disfatta e disastro come il termine Caporetto.
Ho avuto un bisnonno che ha combattuto qui, e che durante una ritirata perse anche una gamba , non lo ho mai conosciuto ma ho sempre ascoltato i suoi racconti attraverso la voce di mia nonna (sua figlia). Erano racconti durissimi anche se ammansiti dal tempo. Sembra fosse divenuto abile negli assalti corpo a corpo in trincea, nei quali tuttavia disdegnava l’uso della baionetta, a suo dire poco pratica giacché si impigliava nelle uniformi nemiche e inoltre non risultava immediatamente letale: molto meglio usare il calcio del fucile a mo di clava o un ben assestato calcio nei testicoli per stordire il nemico. Raccontava anche che talvolta, nella miseria del rancio da trincea, arrivava addirittura il liquore: e quello era il segnale ch la mattina dopo li avrebbero Mandati al macello contro una mitragliatrice nemica, il liquore era una sorta di ultima sigaretta del condannato a morte. Era da tanto che volevo venire qui, non so perché mi sia risolto solo ora a farlo.
Oggi Caporetto sorge in Slovenia, si chiama Kobarid ed e’ un bellissimo posto dove ragazzini in buona salute di mezza europa si lanciano a far rafting e tanti altri sport estremi, per poi riversarsi nei bar tra fiumi di birra e abbandonarsi ad amori facili e spensierati, di cui molti al mattino non ricorderanno nulla. Di tutta questa leggerezza e spensieratezza del vivere i ragazzi di Caporetto di 100 anni fa,chiusi in fetide trincee e mandati al macello, non ebbero niente, ma forse senza saperlo hanno combattuto per donarla a chi è venuto dopo di loro