Giorno 5
Si riprende il cammino, direzione est, l’Este degli altopiani, della terra che si inarca un bel po prima di degradare verso il Pacifico. La meta individuata e’ il lago di Atitlan, un bacino manco a dirlo di origine vulcanica e orlato da altre tre o quattro bestioni fumanti. Sul “colectivo” incrocio un simpatico tizio italiano, non più giovanissimo, grande viaggiatore in anni più verdi, esploratore di luoghi estremamente difficili a raggiungersi prima dell’avvento delle low cost e che ora torna in Guatemala a distanza di 30 anni. Tutto gli appare cambiato e deteriorato, come sempre accade quando si ritorna dopo tempo in un post: io di mio ho il terrore a immaginare cosa possa essere diventato il Nepal a distanza di dodici anni e dopo la colonizzazione cinese o a dover scoprire cosa e’ rimasto di quell’angolo di Amazzonia in cui mi avventurai in Ecuador, probabile che una spianata di ruspe e macchinari da estrazione abbia violentato quel magico villaggio indigeno dove trascorsi giorni che ricorderò finché vivrò. In effetti il Guaremala pare un paese per molti tratti in fase di industrializzazione o perlomeno di edificazione selvaggia: si susseguono paesoni che altro non sono che una fila continua di officine meccaniche e depositi di materiale edile; probabile si stia consumando ora qui quella fase di “conquista” del territorio da parte dell’uomo urbanizzato che darà’ luogo a brutture che dureranno secoli. Nondimeno il tizio di fianco a me qui ci ha lasciato un pezzo di cuore e dei suoi trent’anni, quindi ricorda con nostalgia ogni paese o ansa del terreno incontrata. Il problema, non secondario si direbbe, e’ che ha deciso di condividere questa sua saudade di gioventù con la sua compagna, assai più giovane e di tutti altri interessi: lui mi elenca in serie i posti toccati in passato, che vanno dalla Patagonia cilena alla Mongolia interna passando per il Borneo malese, e lei al sentire ognuno di quei nomi scuote il capo con disapprovazione, a mo’ di una madre che legge uno ad uno i pessimi voti sulla pagella del figlio. Sta iperisterica, reclama un suo imprescindibile diritto al l’abbronzatura e a giacere su un lettino ai margini di un bagnasciuga caraibico, e’ preoccupata per il cospicuo vestiario riposto nella valigia che, a suo modo di vedere, pericolosamente e’ adagiata sul tetto del veicolo; sullo stesso pulmino ci sta con la forma mentis di un dissidente sovietico imbarcato su convoglio ferroviario destinato ad un gulag siberiano….non vorrei stare nei panni del marito quella sera stessa quando si appalesera’ la meta prevista, tutto tranne che un posto confortevole e dotato di infrastrutture turistiche “occidentali”. Parlo del lago di Atitlan, che di colpo ci appare sotto il veicolo a est, di struggente bellezza a guardarsi dall’alto, uno scrigno di acqua turchese incastonato tra mille vulcani. Man mano che si scende lungo le sue pendici tuttavia la bellezza scema di un bel po, si disvela l’Occidente arrivato anche qui con la sua veste peggiore: cubi di cemento e palazzacci talmente prossimi alla riva da essere in alcuni casi, letteralmente, mangiato dal livello delle acque e resi inagibili. Questo almeno e’ lo scenario di Panajachel, per i locali “Pana” e porto di imbarco per i tanti villaggi indigeni disseminati lungo la costa del lago: se ne contano una dozzina almeno, tutti o quasi raggiungibili solo in barca , giacché le vie sono impossibili e irte di banditi pare. Il problema e’ ora scegliere quale dei tanti raggiungere : una tizia russa barista del Caffè No Se ad Antigua, con in faccia un sorriso perenne da mezcal e una acconciatura sulla testa al cui confronto quella di Marek Hamsik sembrerebbe la sobria pettinatura di un deputato del Centro Cristiano-Democratico, mi diceva di aver trovato fantastico uno di detti villaggi, San Pedro de la Laguna, ma l’impressione è’ che quella tizia avrebbe trovato fantastico anche Casalnuovo di Napoli se solo gli fosse stato possibile reperire in loco una o più bottiglie di superalcolici. Ad ogni modo mi affido ai suoi consigli, pare che ivi viva una scanzonata comunità di Hippies, che di solito mi stanno simpatici. La lancia salpa dal molo e solca le acque tra i torvi vulcani che ci scrutano dall’alto. In effetti era così, il villaggio e’ abitato da un numero imprecisato di Hippies fuggiti qui da ogni angolo del mondo “civilizzato”. Ma non è’, scoprirò, una caratteristica del solo villaggio di San Pedro, giacché tutti i villaggi costieri fungono da buen retiro di occidentali annoiati o disgustati dall’ordinaria vita della madrepatria: canadesi, tedeschi, russi, belgi, americani ripiegati qui a trovare un difficile amalgama con i nativi Maya, che li osservano perplessi. Vi sono tuttavia delle originali differenze tra le varie comunità di ospiti Hippies da un paesino all’altro: credo che ciò che distigue gli Hippies annidiati in un posto o l’altro sia il tipo di lesione neuronale riportata, il punto preciso delle chiocche dove l’acido o lo stupefacente di sorta abbia quel giorno x toccato le sinapsi…….così stanno quelli di San Marcos a la laguna presi dalla metempsicosi e la trasmigrazione delle anime, gli Hippies di Jabalito flashiati con la musica techno e i rave, ogni paesino ha la sua dose di inceppamento diverso: quello di San Pedro, dove sbarco io, vede la massima concentrazione mondiale di ingrippati per quelle sfere di fuoco rotanti, tipo giocoleria di strada a punkabestia. Andranno avanti tutta la notte a far rotare ste palle di fuoco e anche un po le palle vere e proprie, intese come genitali, mentre i nativi maya al tramonto si rifugiano a elevare canti evangelici al Signore in parrocchie ricavate in sudice barracche di lamiera. La comunità di Giratori di palle infuocate di San Pedro ha addirittura l’onore di ospitare, dicono, due fuoriclasse massimi interpreti della disciplina: si tratta di una strampalata coppia formata da una stangoma dell’est europa, forse russa, e lui americano, soprannominato Barbarossa o in idioma originale appunto Red Beard. In effetti erano davvero bravissimi a far girare quei cosi.
Andando via da San Pedro l’indomani, con disappunto e raccapriccio scoprirò dalle parole di un olandese che Barbarossa non deve il suo soprannome alla pigmentazione della sua barba (che in effetti era nera) ma ad connilingus eseguito una volta alla stangona russa nei giorni sbagliati del mese….
Ci potevo capitare solo io in sto posto






