Giorno 4 – Rotolando verso Sud

Mi è sempre piaciucchiata questa canzone dei Negrita, band musicale che non ricorderei per molto altro. Esprime proprio il senso del viaggio, quello on the road che poi per me è l’unico viaggio tale, gli altri sono vacanze. A pensarci bene l’ho persino scelta come sigla della mia rubrica radiofonica, dedicata manco a dirlo ai viaggi, alla cui narrazione potrò aggiungere presto sto bel pezzo di mondo che mi mancava . Rotolando verso Sud inoltre si adatta perfettamente al caso di specie, giacché necessariamente a Sud sono diretto e rotolando nel senso che devo sbrigarmi , perché la mia meta finale, quella che proprio non posso mancare, è ubicata all’estremità meridionale della Nuova Zelanda, in una regione dal clima piuttosto freddo e ostile . Si, perchè qui nell’emisfero australe il Sud si traveste da Nord e indica il freddo, da ultimo il Polo Sud che è il più freddo di tutti e verso il quale la Nuova Zelanda costituisce insieme con l’Argentina la base di partenza privilegiata. Un giorno sogno di andare anche lì,’in Antartide, e prima o poi lo farò . Ora però vediamo di metter proma a nome la pratica New Zealand: dunque sono atterrato nella città principale (che la capitale non è tuttavia), Auckland,’vicina all’estremità settentrionale del paese e devo arrivare a quella meridionale.’ In mezzo un bel po di strada da fare per un paese grande più o meno quanto l’Italia ma con manco un decimo dei suoi abitanti ( 4.2 milioni di abitanti contro i nostri 56) ed una geografia per certi versi simile, se non fosse che è divisa in due grandi isole di dimensioni simili . Però anche esse insieme conferiscono alla Nuova Zelanda una forma stretta e lunga irta lungo una spina dorsale di montagne paragonabili ai nostri Appennini ma un bel po’ più alti , che fungono da spartiacque dei tanti fiumi che scendono dunque a valle verso un lato che è il Mare di Tasman o l’altro che è il Pacifico. E a volo a volo abbiamo pure buttato dentro la nozione di “spartiacque”, termine assai inflazionato in senso metaforico ma che quasi nessuno usa e conosce per il suo significato primario, che ha appunto una valenza geografica anzi orografica. Se andate ad esempio da Napoli alla Puglia o Roccaraso per dirne una a caso, può essere divertente capire a che punto è collocato lo spartiacque, ovvero il punto dal quale i fiumi o anche solo i torrenti prendono a scorrrere verso il Mare Adriatico e non più verso il Tirreno, anche se mi rendo conto che farlo in New Zealand col Mare di Tasman ed l’Oceano Pacifico suoni un’operazione un bel po più accattivante….
Dunque dobbiamo rotolare a Sud, tra due oceani ed un mare di opzioni circa dove andare e cosa vedere. Visitare la Nuova Zelanda può essere facile, nel senso che dovunque sbatti tutto pare di una bellezza folgorante, ma anche difficile perché le cose sono tante e tutte diverse nonché lontane tra loro. Coste, montagne, laghi, vulcani città, ognuna su una direttrice di marcia diversa. Scegliere una strada è decisivo e complicato ma è la cosa che più mi piace fare di giorno in giorno senza prefissarmi niente, ci racchiudo il senso del mio viaggiare stesso. Alla fine scelgo di rotolare a Rotorua, un 300 km a sud di Auckland, città nevralgica della cultura indigena Maori o di quel che ne resta nonché al centro di una serie di vulcani e caldere attive, che le conferiscono un’aria quasi da antro infernale e le donano, si fa per dire, un perenne acre odore sulfureo, che fa bene ai polmoni ma irrita un po’ gli occhi . Le attrattive da scoprire si annunciano incredibili come il Tè Puia, un gigantesco geyser secondo al mondo solo a quello ben noto islandese per dimensioni e getto d’acqua. La cittadina è ubicata intorno ad un lago ovviamente vulcanico , al cui centro sorge un isolotto in costante crescita per via della lava, un po’ come a Santorini . L’aspetto del paesino è sonnolento rispetto alla frizzante Auckland, vi arrivo nel tardo pomeriggio e causa la penuria di alloggi trovo sistemazione solo in un non indimenticabile motel che pare uno di quelli da film americano, dove si nascondono i malviventi in fuga . Lo gestisce uno strano immigrato coreano, anche lui come uscito da un film poliziesco americano con il suo aspetto da assistente sfigato del Boss, quello mandato a recapitare messaggi di sfida e che muore alla prima sparatoria. Nella singolare e improbabile amicizia che stringeremo nei giorni a venire in cui si offrirà di farmi da autista ovviamente a pagamento, mi rivelerà in effetti un passato malavitoso in quel di San Diego, California, quando la mala asiatica fronteggiava gli storici rivali della mafia italiana, ormai a suo dire troppo imborghesita da vestiti alla moda e belle donne ma verso cui nutre un rispetto sacrale sopratutto per lo stile elegante e charmante, “come il tuo, come il tuo” continua a ripetere . Magari è un cazzaro appassionato solo di B-movie polizieschi , altro che malavitoso in pensione, però ci stiamo simpatici e formiamo una bizzarra coppia, Palillo & Chan il Coreano in giro per i peggiori bar di Rotorua.
Cose strane che capitano solo in viaggio..

Giorno 3 – In Paradiso per scambio

Un altro motivo a portarmi quaggiù si chiama “Lezioni di piano”. Si tratta di un film, ambientato qui nell’Ottocento, epoca che per la Nuova Zelanda corrisponde pressoché agli albori della sua storia o almeno di quella parte della sua storia nota a noi. È un melodramma sentimentale imperniato sullo schema piuttosto classico dell’amore impossibile ma raccontato magistralmente da una regista, Jane Campiom, anche lei della Nuova Zelanda , terra che in effetti di registi ne partorisce parecchi. Una donna viene data in sposa ad un ricco uomo d’affari inglese che nemmeno ha mai visto, in un matrimonio combinato dalle famiglie di origine, lei è muta e l’unica sua forma di espressione col mondo è il data dal pianoforte, passione che invece viene subito calpestata e non compresa dal nuovo marito, costringendola a suonare furtivamente il piano abbandonato su una spiaggia. Qui incontra un uomo anche lui inglese ma assai più integrato nella cultura locale indigena e che le fa pure assai più sangue dello stitico marito, tanto che finisce per diventare il suo amante oltre che il suo maestro di piano. Quando il marito, a cui come si suol dire “era uscito il mellone bianco” nel senso che lei manco gliela aveva ancora mai sganciata, si addona delle corna succede l’arrevuoto, e qui mi fermo con lo spoiler . Mi fermo anche perché ciò che del film mi rapisce è la musica sublime, creata da Michael Nyman: semplice e geniale, sono due- tre note che si intrecciano all’infinito e paiono inseguirsi e avvolgersi sinuose proprio come i corpi degli amanti . E vi sono poi le ambientazioni che mi hanno fatto sognare per anni questa terra. Spiagge vergini ammantate di vegetazione primigenia che paiono annegare nelle onde dell’oceano, avvolte da cieli plumbei in una luce fioca e intima come quella di una lampada ad olio. Un mare quindi non facilmente ne scontatamente solare e balneare, un mare che diventa argine, frontiera, sfida, come quelli della nostra Europa del Nord .
Credo che per la verità il film sia ambientato quindi in una regione più a sud ( che qui è il nord) rispetto a quella dove mi trovo ma la combo spiagge deserte- new zealand mi porta subito con la mente a “Lezioni di piano “, cosicché quando dalla camera di albergo ad Auckland scorgo dinanzi a me aprirsi il magnifico golfo di Auraki punteggiato di verdissime isole vulcaniche, faccio armi e bagagli e mi imbarco . Finisco in un’oretta ad una che si chiama Waiheke, e che è il paradiso. Il paradiso . Il clima è mite ed il cielo non è quello plumbeo e ostile del film, il mare non è argine, frontiera, sfida ma pare chiamarti a se, e stii grancazzi: meglio assai così, ma veramente stiamo facendo? Qui pare la Polinesia, che poi lontana non è . Indovino subito l’idea decisiva per esplorare Waiheke, noleggiare una bici elettrica che mi permette di salire e scendere dalle colline e i coni vulcanici per lanciarmi in spiagge semi-deserte una più bella dell’altra, il cui silenzio è rotto solo dagli uccelli e dal fragoroso rompersi delle onde del Pacifico. Alle spalle di esse una natura rigogliosa che pare contemplare la flora di tanti ecosistemi diversi, dalle palme tropicali ai bellissimi pini di Norfolk, endemici della Nuova Zelanda e che paiono degli alberi di Natale della casa di qualche ciclope, per quanto sono grandi . La gente vive in dei cottage di legno appoggiati sulla sabbia o abbarbicati alle colline, e dalle agenzie immobiliari che li pubblicizzano e vendono , si capisce come sia un posto molto ambito, e per quanto è bello vorrei vedere. Qui si fa un vino pregiatissimo e dolcissimo, e pure un miele tra i più pregiati al mondo, dai poteri miracolosi pare, il miele Manuka, che la gente lascia in barattoli nelle casette di legno fuori ai loro cottage: per comprarlo basta depositare i soldi in esse, in un clima di fiducia collettiva verso il prossimo smarrito secoli fa nelle nostre società . Vallo a fare in Italia, ne trovi quattro di barattoli ,come si suol dire, e forse tutt’al più qualche anima pia ti segnala all’Asl come potenziale persona afflitta da distrurbi psichici.
Insomma qua ci sono finito per scambio e sono andato appunto in paradiso per scambio. Ma io lo dico sempre che sto Palillo è uno fortunato ..

Giorno 2 – Auckland, finally

Tra i tanti motivi che mi hanno spinto a venire fin qua giù ne provo ad elencare uno più degli altri : sapete qual’e il primo posto al mondo dove ammirare la luce del Sole di un nuovo giorno ? Beh la risposta a sto punto la sapete già . Ad essere proprio pignoli ci sarebbe qualche atollo un po’ più a est ad essere ancor prima bagnato dal nuovo sole, posti chiamati Kiribati o Vanuatu per citarne qualcuno . Ma possiamo insomma dire che la Nuova Zelanda sia la prima terra emersa di una certa dimensione ad accogliere il nuovo giorno, e poi la pignoleria non è una gran qualità a mio avviso, sennò non gli sarebbe dato un nome così brutto e ridicolo, il cui etimo è da rintracciarsi nella durezza della pigna. Figurarsi che qui la luce del Sole arriva dodici ore esatte prima che in Europa Occidentale. Ciò ad esempio significa che quando domani sera giocherà il Napoli nella serata di sabato, qui saranno già le sei di mattina della domenica, e col cazzo che trovo un bar aperto a quell’ora, al massimo una chiesa di pastori battisti o pure una moschea con l’imam che attacca la litania del muezzin. Vabbè pazienza . Ad ogni modo la confusione spazio- temporale è qualcosa di insito ab origine in un viaggio quaggiù: nel numero di ore di poco inferiore ad un giorno esatto che si impiega , senza contare quelle del necessario scalo e le attese , si finisce per smarrire il tempo, inabissando l’idea di notte e giorno che si alterano fuori dai finestrini chiusi degli aerei e che vengono artificialmente ricostruiti dall’equipaggio, facendoti sentire, specie nelle ultime interminabili e claustrofobiche ore, un po’ come quelle galline di allevamento a cui viene artificialmente alternata la luce del giorno e della notte e somministrata musica di Mozart al fine di fargli fare più uova … vabbè un’altra volta direi. Ad ogni modo, già che sono in vena di curiosità ve ne racconto un’altra che mi riguarda: ogni qual volta giungo in un posto nuovo, almeno totalmente nuovo come in questo caso, c’è una cosetta che faccio tra me e me, in modo forse un po’ istintivo e scaramantico . Appena sceso dall’aereo, noto il primo dettaglio o la prima persona indicativa di quel luogo e la tengo a mente per tutto il viaggio. Piccoli disturbi compulsivi di natura hitchcockiana e che reputo beneauguranti e malauguranti, niente di che. Ricordo ad esempio quando sbarcai in Namibia, che era un po’ sbarcare su Marte, un donnone di dimensioni enormi ergersi tra dune di sabbia altissime e dirmi che la sua auto era l’unico modo possibile da lì all’indomani per raggiungere la città più vicina, 30km oltre un deserto tra i più aridi al mondo . In questo caso ad occupare la casella del primo ricordo ci sono due enormi anche loro ragazzoni di etnia maori, due giganti che lavorano come impiegati al trasporto bagagli e che paiono dotati di una forza sovraumana, capaci, se volessero, di sollevare con una mano tutto il luggage carousel. Sono bellissimi i Maori, etnia autoctona di questi luoghi o quasi , nel senso che pure loro arrivano qui non si bene quando da qualche angolo sperduto del Pacifico a bordo di piroghe . In effetti hanno tratti non troppo dissimili dalle celebri statue dell’isola di Pasqua che troppo lontana non è , con questi ovali del viso come scolpiti con una rudimentale ascia, gli occhi quasi sempre verdi, innestati su corpi erculei e giganteschi . A guardarli , si capisce molto bene perché la Nuova Zelanda sia pressoché imbattibile a rugby: a me che non sono certo un moscerino uno di questi mi farebbe rimbalzare 5 metri indietro con una spallata. Bellissime anche le donne Maori, più minute e dai fisici poco slanciati ma con visi che paiono proprio quelli dei celebri ritratti di Gauguin dalla Isole Marchesi, che troppo lontano non sono neanche loro. Ma bellissimo ed enorme pare tutto qui, e lo si capisce anche già fuori dall’aerorporto, con una vegetazione di alberi mai visti di dimensioni ciclopiche che quasi ingombrano la sede stradale e oscurano la luce del sole . Poi arriva la città Auckland, che si annuncia con una serie di grattacieli di dubbio gusto ed una torre altissima che pare la picca di un cavaliere medievale in cemento armato, ma che non è nel mio gusto e su cui non salirò . Più bello invece poi scendere verso la downtown per questi carrugi stretti alla cui fine si dischiude l’oceano , un po’ come a San Francisco . Pardon , non l’oceano ma gli oceani, perché Auckland è costruita su uno stretto istmo, bagnato appunto ad est dall’Oceano Pacifico e ad ovest dal Mare di Tasman . Tutti nella dowtown paiono felici e sereni di essere qui, e lo sono anche io, tanto da piangere . Si, sarà un grande viaggio

Giorno 1 – S.O.S: Stop Over in Shangai

Si. “Si” è la parola o meglio dire la sillaba con la quale rispondo alla ovvia domanda che pongo a me stesso : Shangai è un ritratto aderente della Cina di oggi ? Sarebbe tuttavia stucchevole e non del tutto esatto tuttavia racchiuderla nella sempreverde e inflazionata definizione di “luogo dove il Presente ed il Passato convivono” . Io credo che Shangai e forse la Cina tutta non conviva con il suo passato, né abbia troppa voglia di farlo, almeno nella accezione in cui lo intendiamo noi europei. A me sembra che la Cina il suo Passato lo prenda e lo rimpasti in una betoniera, da cui estrarre una malta da costruzione nuova sui cui edificare una propria nuova identità, una sua Grandeur. Mi sembra di scorgere una sorta di etica neo-calvinista del Sol Levante prendere forma consistentemente qui e anche una estetica orientata in tal senso: non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che produce, ciò che si sa tirar fuori dalle cose, qualcosa del genere . In questa chiave tutti o quasi gli edifici storici d Shangai sono divenuti, guarda un po’ te, banche, in una gara tra istituti di credito a chi possedesse e riammodernasse il più prestigioso , scettro che non poteva che essere stretto tra le mani della onnipresente Bank of China, pietra angolare del capitalismo cinese e che occupa l’antico palazzo del Governatorato francese . Si, perché Shangai, l’immensa e tentacolare Shangai coi suoi milioni di abitanti sparsi in una miriade di grattacieli , ha avuto un passato coloniale: qui trovava sede la Concessione Francese, affascinante nome con il quale la Francia a meta ottocento otteneva in gestione questo spicchio di Cina, analogamente a come altre nazioni europee ottenevano Hong Kong, Macao ed altre . Figurarsi che persino la piccola Italia otteneva nel 1901 uno spazio coloniale da queste parti: a Tientsin, poco a nord di qui . Ovviamente con la sola eccezione di Hong Kong gestita dallo scafato Inpero Britannico e parzialmente, assai parzialmente, Macao, tutte queste concessioni sono state annullate e travolte da eventi storici diversi , compresa la Concessione Francese di Shangai revocata dal Governo di Vichy nel 43. Anche il suo ricordo tuttavia pare poco visibile ormai, vestigia di un passato che non interessa più e da lasciare ingiallire al sole se non risulta buono da buttare nella betoniera per tirane fuori una adeguata sede per una banca . L’Occidente comunque direi che trova il modo di rientrare in possesso della sua Concessione a Shangai, monopolizzando col richiamo fatato dei suoi brand di abbigliamento e altro l’intero sconfinato corso principale di Shangai, due-tee km che paiono una sorta di Via Crucis dello shopping più compulsivo che si possa immaginare, con decine di migliaia di giovani e meno giovani cinesi che paiono attirati come falene dalle luci, neon e video posizionati a milioni ovunque su palazzi, vetrine, bar ,sottopassi in un’orgia ottica un po’ pacchiana e isterica, che affatica la retina e quasi renderebbe necessari gli occhiali da sole pure di sera . In in certo senso, la Concessione francese di Shangai rielaborata al tempo moderno là si può trovare qui, tra i vari Saint Laurent, Hermès e vario pezzume variopinto. Persino Napoli mi sembra abbia una sua chiave di ingresso speciale qui a Shangai rielaborata al tempo moderno, anzi modernissimo. Non mi riferisco ovviamente alla moltitudine di pizzerie e risto italiani più o meno posticci, che vabbè trovi in qualsiasi metropoli del mondo , ma ad un aspetto più originale che ho messo un po’ a capire . Sul corso principale di Shangai, quello delle milioni di luci che poi si gettano nell’oceano, vengo fermato prima da due donne di età che mi domandano, con troppa gentilezza, se io sia nientemeno un famoso attore francese, di cui ricorderei le movenze e lo stile .Gerard Depardieu, mi chiedo per via della panza? Mah. Pochi metri e ne arrivano altre 4-5 che insistono per farsi la foto, trovando stavolta una somiglianza con Paolo Maldini il calciatore e qua dubito possa essere per la fama accumulata da modesto terzino sinistro delle Giovanili della Caprese agli ordini del mitico Germano Bladier. Declino l’invito ma pochi metri dopo eccone un’altra che torna alla carica con le somiglianze col mondo del cinema: questa volta somiglio a Richard Gere . E qui mi si accende la lampadina : lungomare di Napoli o via Toledo o altrove …..”Dotto e qua voi parite Riciarddd Ghiaaaar, e la vostra signora…… Jennifer Lopeezzz…. Ueeee Brad Pitt!!!” Mi è tutto chiaro e rispondo con decisone: “sorry i dont need any socks”. Non ho bisogno di calzini

La Terra di Mezzo – Prologo

Le prime righe di questo diario le scrivo brandendo con estrema fatica l’Iphone nel bel mezzo di una violenta turbolenza aerea, perdurante da ormai un’ora e che sono sicuro, manco fossi il pilota dell’aereo, non finirà a breve, almeno fin quando non avremo finito di sorvolare ciò che stiamo sorvolando : il Taklamakan. E cosa sarà mai questo Taklamakan? In lingua uigura significa “il luogo dove se entri non esci “. Si tratta di uno degli ambienti più ostili alla vita umana presenti al mondo , un deserto grande poco meno dell’Europa incassato tra le montagne più alte della Terra, l’Himalaya a Sud, l’Hindokush a ovest, il Tien Shan a Nord ed i Monti Altai a est. Ha la forma di una lacrima o se preferite una goccia e nella sola minuscola via di uscita che questi giganti di roccia gli lasciano, si getta in un altro deserto altrettanto ostile all’Uomo, con la sola consistente eccezione dei Nomadi Mongoli che lo abitano da prima di Ghengis Kahn , quello dei Gobi. Si tratta di luoghi con escursione termica impressionante, roventi di giorno e gelati di notte. Il Taklamakan ha poi un ulteriore “chicca” : un livello di ossigeno estremamente basso per via di complessi fenomeni di surriscaldamento e, come se non bastasse, è il luogo della Terra più lontano dal mare, circostanza che estremizza un po’ tutti i fenomeni . Ad ogni modo, il “posto dove se entri non esci “ noi ci limitiamo ad attraversarlo in aereo ma persino questa è una rarità, giacché viene per lo più evitato anche dalle rotte aeree per via dei suoi enormi vuoti d’aria, come quelli in cui ci dimeniamo adesso. A nessuno a bordo pare fregare un fico secco del Taklamakan eccetto me, che con la mia sconfinata ed un po’ morbosa passione per la geografia sto ad ammirarlo dal finestrino attonito e non lesinando diverse capate al vetro per via delle suddette turbolenze, mentre i più ansiosi a bordo strepitano e la notte si confonde al giorno incipiente : sotto di me una distesa bianca gelata a ricoprire la sabbia, senza alcuna traccia umana per centinaia, forse migliaia di km. Dovessimo mai provare un atterraggio qui, non so come la vedo . Incredilmente questo luogo di desolazione assoluta è la frontiera occidentale del Paese più popoloso del globo: il Taklamakan annuncia la Cina, anche se è più vicino ad Istanbul che a Pechino . Un giorno verrò a visitare questo luogo ma non è questa ora la mia meta finale e manco quella intermedia: ben presto i deserti gelati finiranno e di tracce umane ne vedrò sin troppe, in una delle concentrazioni umane più clamorose ed irripetibili della storia, quella che affolla le coste del Mar Cinese Meridionale in una sorta ormai di indistinta megalopoli che corre da Pechino alla contesa Taiwan e anche più giù fino a Canton e oltre . Io mi fermerò a Shangai, il tempo necessario a confondermi ulteriormente le idee prima di proseguire per un luogo ancor più lontano , il più lontano di tutti, l’antipode esatto dell’Italia nel senso che è esattamente all’altro capo del mondo . Un luogo ove ghiacciai immacolati scendono fin giù nel mare come se volessero unirsi ad esso in un amplesso tellurico , tra una moltitudine di delfini ed orche che saltano gioiosi dalle onde come ninfe e satiri . Una terra dove antichi ed erculei guerrieri ti accolgono col loro fiero grido di morte, una terra ove sorgono vulcani in eruzione, profondi fiordi e fiori unici al mondo , dove si annidano grotte colorate di luminescenze magiche da insetti giganti che qualcuno dice essere una specie aliena. Una terra selvaggia e bellissima che pare uscita dalla penna di Tolkien e forse è proprio ciò che ne è stato, se è vero che qui si vuole che abitino gli hobbit di Frodo e gli altri della Compagnia dell’Anello. Insomma sto andando in Nuoca Zelanda, o se preferite la Terra di Mezzo.

Bergen, respiro del Mare

“Il Mare dona ed il Mare leva”: non ho mai visto altro posto per il quale questa massima risulti più appropriata di Bergen. Beninteso, qui per Mare bisogna figurasi il suo abnorme fratello maggiore o forse meglio il suo progenitore di gigantica taglia, come in una saga nordica. Insomma, l’Oceano. Un Oceano che peraltro da Bergen non vedi ma che intuisci e come, da qualche parte laggiù oltre il dedalo di fiordi, canali e isolotti, sembra come di sentirlo respirare . E donare appunto: pesci , gamberi, aragoste, balene e altre creature talvolta mostruose degli abissi, che finiscono poi per riempire i banchi dell’affollato mercato del pesce, ubicato proprio in fondo al fiordo nel pieno centro cittadino, come a sancire inequivocabilmente che da esso si dipana la ricchezza originaria del luogo . Ed è un Oceano che toglie, con le sue tempeste e le nuvole rigonfie di acqua che rovescia sulle coste senza soluzione di continuità. Un’acqua che cade scrosciante e invade ogni cosa, ripulendo e portando di nuovo in fondo agli abissi gli avanzi del banchetto che ha concesso agli Umani con le sue stesse creature .

Tessera unica

Unica. Il solo aggettivo che descrive Ravenna è quello che rimanda alla sua unicità, una singolarità assoluta che qui si innesca, frutto della congerie storica che ovviamente la determina . È una sorta di incendio, non solo metaforico viste le tempestose vicende, che qui divampa tra il V e il VI secolo dopo Cristo, quando sul far del declinante Impero Romano, Ravenna riesce a divenire da un lato l’erede di Roma, dall’altro la chiave di ingresso in Occidente della raffinata cultura dell’altra metà,l’Impero Romano d’Oriente allora invece al suo apogeo . Costantinopoli e la sua corte bizantina entrano in Italia e siedono sul trono di Ravenna, le chiese e le basiliche,di solida edificazione romana, si adornano dei mosaici più perfetti e lucenti che occhio umano possa vedere . Secoli dopo è Dante, che qui morirà, a raccontarne estasiato la bellezza nel Paradiso della Divina Commedia. Ma tutt’oggi, quindici secoli dopo, quella Bellezza è tutt’altro che tramontata .
E il binomio Oriente/Occiidente non è neanche la sola caratterizzazione di Ravenna: qui arrivano i barbari di Tedorico, gli Osteogoti, e ci formano un regno quarantennale. A Ravenna proliferano religioni come l’Arianesimo, riti pagani di altre zone di mondo allora lontanissime e tutt’ora percepibili nelle tracce che recano. E tutto ciò avviene solo qui a Ravenna.
Vi è solo un problema: si mangia troppo bene nelle sue squisite osterie ridondanti di vita e sapori, e i picchi di colesterolo possono offuscare un po’ la lucentezza dei suoi mosaici .
Ravenna un tesoro senza tempo

La Comune sul fiume

Nella lista piuttosto lunga e composita di luoghi sbrevezi del mondo dove sono stato, un posto speciale nel mio cuore lo occupa questa GuestHouse sperduta da qualche parte sui monti Carpazi, in Romania e precisamente nella affascinante regione della Transilvania. La Pensiunea Mioritca era in effetti una strabiliante bicocca magicamente abbarbicata su un fiume, che le scorreva sotto, sopra, dentro e a fianco, permeando di sé e della sua umidità ogni angolo. Ma era bellissimo essere lì, e ad ogni modo il protagonista assoluto di quel luogo era l’oste Florian, rubizzo omaccione con una talento strappato al teatro e forse anche al mondo del marketing: si diceva nostalgico della ormai defunta epoca comunista, a cui aveva dedicato in un’ansa del fiume una cosa ibrida tra una libreria con tutti i classici del socialismo ed una cappella votiva. Ed infatti ogni mattina celebrava una “messa da requiem del Comunismo con letture del Capitale di Marx accompagnate da musiche di Mozart e Strauss, per il visibilio di noi ospiti . A cotanta cultura ed erudizione faceva da contraltare un più che percepible tasso di rattusamma, che lo spingeva a chiedere foto viscide a tutte le più avvenenti turiste mentre prendevano il sole, per arricchire la biblioteca- cappella del Comunismo. Cosa c’entrassero poi i testi di Marx ed Engels con quella collezione di tette & culi lo sapeva solo Florian, il comunista morto di figa più simpatico che ricordi.

Oslo, un posto dove vivere

Mi piace moltissimo Oslo, adagiata in fondo ad un fiordo con la serena armoniosità di una foca distesa su uno scoglio ad osservare I suoi cuccioli. Questi ultimi potrebbero essere i suoi abitanti, che si riversano sereni nelle sue strade e nelle tante sue piazze come appogiate sul mare, in una spazialità cercata sovente con forme architettoniche ardite ed asimmetriche, come nel caso di questo museo disegnato da Renzo Piano. Inoltre, un po’ come tutte le capitali nordiche, lascia percepire ad ogni passo, ad ogni incrocio o ogni edificio pubblico incontrato, di essere espressione di un modello culturale perfettamente funzionante e di una qualità della vita che si intuisce essere altissima, rendendo almeno a me personalmente continuo ed assillante ad ogni stesso passo o incrocio un impari paragone con le nostre città,’ come geneticamente condannate al rumore, al traffico ed all’incuria. Ma qui il discorso si complica troppo. Meglio godersi a pieno una tantum la serena armonia tutto intorno

Napoli- Bologna 1-1

Napoli- Bologna 1-1
ore 21:04 del giorno 16 gennaio, minuto 14 circa: Marek hamsik è solo davanti al portiere, il pallone tra i piedi, da una posizione perfetta per concludere a rete. C’è sempre un attimo nella vita di uomo che fa la differenza tra una vittoria e una socnfitta, tra un risultato e una complicazione. Può essere un’esitazione, un gesto del piede non perfetto, uno sguardo buttato al compagno non smarcato….e il portiere te la para. quel che viene dopo è un percorso impreventivabile e irto di difficoltà nel sentiero dell’imprevisto, del Caso, che, si sa, può essere avverso.la squadra opsite ti segna in contropiede, si chiude in difesa e fargli gol ti diventa più difficile di scalare il K2
ore 23: 57 del giorno 16 gennaio, minuto 76 dalla fine della partita, le interviste di sky ormai volgono al termine, persino il magazziniere ha detto che di quella partita di mezza classifica non gliene frega più un’emerita mazza, meglio ripararsi al calduccio di un piumone in quella notte gelata. C’è sempre un attimo nella vita di uomo che fa la differenza tra una vittoria e una socnfitta, tra un risultato e una complicazione. Può essere un’esitazione, una frase buttata lì a cazzo, per superfivialità, imbarazzo, sboroneria o altro. Hai glissato con sufficienza circa l’invito a essere ricondotto a casa nel caldo ventre di una Volkswagen di amici, tanto prendi la funicolare che dal Vomero impiega la metà del tempo. già, 5 minuti e sei a casa in una anonima sera di un gelido lunedì di Gennaio dedicato a una merdosa partita di metà classifica….potevi mai prevedere che quei poveri disgraziati dell’ANM, la società che gestisce il trasporto su rotaie e quindi le funicolari, hanno indetto un’agitazione sindacale contro gli iniqui tagli alla spesa pubblica del precedente governo? no, non potevi prevederlo. Vabbè, ti prendi un taxi, non che ti faccia piacere buttare sti 12-15 euro ma col freddo che fa, sti cazzi.
ore 23:59 del giorno 16 gennaio: il parcheggio dei taxi di piazza Vanvitelli è una landa desolata e spoglia, macchine bianche con una scritta opalescente sulla carlinga non se ne avvistano e il vento soffia….il cellulare, odiosa ma non tanto invenzione con cui chiamare la centrale e farsi mandare al più presto una vettura che tiri fuori da quella ghiacciaia uno stanco supporter del napoli che dopo un modesto pareggio casalingo già rimpiange il solo fatto di aver messo il becco fuori di casa. 081-570-70-70….” Siamo spiacenti, è in corso un’assemblea ai fini di un deliberazione congiunta di categoria”….” mi scusi lei ma per cosa cazzo dovete deliberare congiuntamente in assemblea a mezzanotte di un lunedì di gelo??” “Contro l’iniqua riforma avanzata dal nuovo governo e dal premier incaricato on. Monti”….provo a spiegare che qualsiasi riforma indetta da qualsiasi governo contro una categoria che turlupina i miei risparmi da un ventennio circa per me sarebbe legittima, fosse anche un forzoso transfert in treni piombati con annesso breve soggiorno in luoghi in cui le stufe funzionano a gas di composizione ben diversa dal metano… ne ottengo solo dall’operatore una concisa risposta a visitare un giorno un indecifrato paese, che spero sia caldo e soleggiato, e nel frattempo a fare affidamento solo sulla mia forza di volontà e su quella delle mie gambe
ore 00:01 del giorno 17 gennaio 2012: i numeri non lasciano presagire niente di buono, e non mi riferisco a quel 17 che nella cabala poco bene porta, e nemmeno a quel 2012 di quella cazata sui Maya, quanto ai quei numeri uno, quello dell’orario con cui inizio un nuovo giorno e a quell’uno che compare poco dopo a indicare la temperature in gradi Celsius: avrei preferito uno zero, zero grad, invece quell’uno fa come presagire ciò che mi aspetta, uno, un uomo solo nel gelo di una notte di Gennaio, che dovrà scendere le aspre pendici del Vomero fino a casa, giù, molto più in basso, se vorrà fare salva la pelle…
ore 00:12, via Kagoshima: il nome alla via è forse dato da un pittore o un artista accorso a celebrare le bellezze di un paese a suoi occhi esotico, a me suona come quello di un esploratore polare di un epoca lontana. Il vento da Nord sferza impetitoso i condomini bui, il versante sud è più riparato ma richide un allungamento del percorso così lo scarto: la scleta si rivela sbagliata, dopo pochi metri ho le orecchie livide e il passo appesantito
ore 00: 20, via Aniello Falcone: al vento non si può chiedere nessuna clemenza, ha deciso stasera di fare il suo mestiere, il bavero del cappotto è uno scoglietto che prova a arginare l’oceano, i giardinetti di quella via, dove nella stagione calda mi ero lasciato andare ad amorazzi estivi o a birre spensierate sono ora una tundra gelata ove nessuno umano s’approssima. Un pastore alsaziano da dietro un’inferriata mi si para innanzi minaccioso, poi decide di risparmiarmi, più che per pietà forse perchè allettato dalla prospettiva di una comoda risalita in appartamento riscaldato termoautonomo di proprietà dei suoi padroni, opzione per me chimerica in quel momento
ore 00:35, rotonda di corso Europa: una statua di padre Pio mi sorride sconsolata ma oltre tanto non può fare. Da giorni abbiamo perso il contatto col nostro quartir generale e i viveri cominciano a scarseggiare, il vento continua a fare il diavolo.
ore 00:40, via Tasso: abbiamo appreso che il federmaresciallo Paulus ha annunciato la resa incondizionato di Stalingrado, l’Armata Rossa ha travolto il nostro avamposto sul Don,siamo circondati, avanziamo nella steppa gelata senza viveri ne armi, le luci di piazza Amedeo risplendono ancora lontane. Al bivio di viale maria Cristina di Savoia opto per continuare la discesa lungo il costone di via Tasso, più lunga ma meno esposta alle intemperie.
ore 00:50: discesa Tasso. questa via apre uno squarcio lungo il crinale in direzione Sud, verso la costa, percorrendola sarò salvo a breve…mi ci catapultò, dopo qualche centinaio di metri mi si pare innanzi un’impietosa cancellata: accanto al cartello “discesa Tasso” soggiaceva una piccola scritta poco visibile, che recita proprio così: “strada privata”. non mi resta che risalire, gli sherpa nepalesi hanno da tempo mollato il carico e me, hanno famiglia. Mi riferiscono che Amudsen, Scott e Nobile hanno già avanzato una mia candidatura alla National geographic
ore 1.01: gradini Pontano: sarà mai una strada intitolata a un’umanista a sbarrare il passo disperato a uno che a scuola si era sempre distinto per saper tradurre tacito e Seneca a impronta? Un enorme cartello inneggia al Vesuvio: un’eruzione di lava calda alla fine non sarebbe per me adesso l’ultima delle sciagure
ore 1:15: via Crispi: un conservatore imperialista che vide i suoi soldati massacrati sull’Acrocoro etipico avrà pietà di un fante piccolo-borghese perso in una notte di tregenda….a metà mi sbarra il passo un tossicodipendente malintenzionato, lo precedo nelle sue intenzioni: “ti do pure le mutande in cambio di una tazza di thè caldo”…si allontana allibito
ore 1:30: casa
L’idea di stare qui a raccontarvi questa storia è stato ad un certo punto l’unica cosa che mi ha fatto trovare la forza di andare avanti
Napoli, Italia, ore 1:55 del giorno 17 Gennaio