Bobbio, utopia del Minuscolo

“Nel dormiveglia della corriera lascio l’infanzia contadina” recita il verso di una canzone, per la verità assai più simile ad una poesia, di De Andrè. Per salire a Bobbio, il percorso da farsi procede all’esatto inverso: la corriera si lascia alle spalle la realtà industrializzata e aggredita dall’urbanizzazione della pianura per addentrarsi in un mondo antico e lento, quello dei Colli piacentini arroccati intorno alla Trebbia. Già, la Trebbia, unico fiume italiano declinato al femminile, sede di un’epica battaglia tra i Romani ed Annibale ai tempi delle guerre puniche. Il secondo ne uscì come sempre o quasi sempre da trionfatore col suo genio militare e la sua straordinaria capacità di lettura del territorio, delle sue asperità e dei suoi anfratti. Ammirare i luoghi di quella battaglia da vicino è uno dei due motiv che mi spinge fin quassù. L’altro ve lo racconto dopo . Prima val la pena di soffermarsi a guardare questo angolo remoto di Italia, uno spaccato di un’epoca dimenticata e rurale, organizzata intorno a regole antiche e severe come severo puó esserlo qui l’inverno, al quale or sì si prepara dopo i raccolti della legna e la Trebbiatura, nome che guarda un po’ ritorna. Il tutto in un paesaggio che pare un quadro rinascimentale, e forse lo è : già, perché pare proprio che Leonardo Da Vinci nel dipingerla e scolpirla nella Memoria dell’Uomo per l’eternità, abbia deciso di circondare la Gioconda dello sfondo di queste valli . Potere accorgervene anche voi, se spostate lo sguardo dal volto e riconoscete tra le colline retrostanti dipinte un ponte, un ponte gobbo e ricurvo che non che essere quello bello e lunghissimo sulla Trebbia, una sorta di dragone che si diparte da Bobbio e arriva dall’altra parte, nell’incantp dei colli e lo scrosciare del fiume .
Bobbio è una sorta di utopia, un luogo dell’immaginario.

Della Follia di Israele

Io credo che l’errore più comune e grossolano che si tenda genericamente a compiere, quando si parla di “follia”, sia quello di immaginarlo e disegnarlo come un gesto meramente ed esclusivamente individuale, come condizione mentale malata e distorta di un singolo quindi fautrice di gesti sconsiderati e inusuali . A volte è senz’altro così ma ahimè non sempre . E la frequenza di questa seconda ipotesi non consente di ritenerla una isolata eccezione
Il comune e grossolano errore circa la solitudine del “pazzo” , quando prestato alla politica produce un effetto bugiardo e mistificatorio, decuplicato nella sua importanza e nei sui risultati.
Molti degli orrori della Storia, il cui campionario è purtroppo lunghissimo, vengono ascritti, in una percezione generalizzata e mistificatoria, all’agire di un Pazzo o tutt’al più all’agire di quel Pazzo e della sua stretta strettissima congrega di consociati, uniti a Lui da una consorteria folle e criminale o in minor misura legata a lui da condivisione di interessi economici ristretti, ma con una sostanziale narrazione di fondo che tende a escludere e giustificare la massa dei suoi consociati, dei suoi concittadini che dinanzi a quegli orrori e quella individuale Follia sarebbero ignari, inermi, impotenti .
Nella mia vita ho visitato campi di sterminio o meglio luoghi della memoria dove in un passato più o meno lontano si erano messi in piedi campi di sterminio, a varie latitudini geografiche e politiche del globo. Non ha fatto eccezione il campo di sterminio più tristemente celebre della Storia, Auschwitz- Birkenau: è difficile descrivere la galleria di orrori che vengono a porsi dinanzi agli occhi del visitatore, tantomeno farne una scala di disgusto e gravità, non ne sarei capace mai io ne conosco nessuno che possa farlo . Voglio però citare una cosa vista, pescata nel mazzo degli orrori e che viene proposta al termine della visita, : ebbene all’uscita da quella gigantesca macchina di morte. In uno spazio esterno al campo di sterminio di Auschwitz, come al di fuori di tutti i campi di sterminio nazisti, esisteva uno spazio dove la domenica mattina veniva allestito un mercato, una sorta di mercatino dell’usato analogo a quelli che si tengono tutt’ora nelle nostre città. Vi era una differenza precipua e infernale qui: gli oggetti usati erano parti dei corpi delle persone sterminate nelle camere a gas di Auschwitz . La gente si recava in quel luogo ad acquistare e contrattare per un prezzo più vantaggioso sedie fatte con i femori di persone sterminate nei forni crematori, materassi imbottiti con capelli di vittime dell’Olocausto. Venivano venduti a miglior prezzo quelli con i capelli dei bambini perché ritenuti più soffici . E altre cose di questo tenore .
Il discorso vale a ricondurmi al punto di partenza : quale persona sana di mente si recherebbe ad un mercatino della Domenica ad acquistare oggetti fatti con parti umane, quale persona con un solo briciolo di facoltà mentali funzionanti sceglierebbe di arredare il salotto di casa con sedie fatte con femori di persone assassinate ed altri monili simili ??
La Follia era solo di Hitler e della sua stretta cerchia di consociati criminali o più in generale era estesa ad un intero popolo in quel momento della sua storia?
È una domanda senza una risposta univoca ma di certo si scorgono dei terribili paralleli nella Societa israeliana di oggi. Basta fare un giro sul web ed è un succedersi di video e testimonianze una più raccapricciante delle altre . Ci sono rabbini religiosi che inneggiano alla Fame e alla morte per fame dei bambini palestinesi per prevenire e scongiurare la crescita di nuovi potenziali terroristi come si trattasse della disinfestazione di larve di zanzare; gli youtuber israeliani che giocano a sparare su civili inermi con la frivolezza di una Chiara Ferragni che indossa un paio di orecchini e con il plauso di migliaia di follower; i rotocalchi e i talk show degli ebrei israeliani così come di quelli sparsi nel mondo mostrano raccapriccianti discussioni di sedicenti giornalisti e visi del piccolo schermo che irridono i bambini Palestinesi che muoiono di fame, analizzando la loro magrezza reputata falsa o attribuibile alle loro madri che gli avrebbero sottratto il cibo per ingordigia . Le poche isolate, isolatissime voci di condanna di questa mostruosità ,che si alzano timide e flebili in quel mondo, vengono sistemanticante offese, minacciate, accusate di tradimento della Patria. Una galleria di orrori infinita e composita che conosce un solo mostruoso precedente nella storia.
Limito questa lunga riflessione alla sola considerazione di partenza: lo sterminio in corso e la Follia assoluta e cieca che lo nutre non è ascrivibile solo al gigantesco criminale Netanyahu ed ai suoi infernali ministri e stretti collaboratori, alle potentissime lobby economiche che supportano Israele o cose affini ad esse . La mia impressione è che tutta o quasi tutta la società israeliana dopo il 7 ottobre sia ostaggio completo di una Follia di massa, che ottunde la vista e plaude o trova le giustificazioni più facili e comode a qualsiasi mostruosità.

Giorno 11- Lo Stretto di Cook

Il sole splende sulla baia di Wellington colorando le sue case vittoriane di un riverbero dato dal mare, finalmente placido e non increspato di bianche spume. Soprattuto il vento sembra aver dato pace o perlomeno concesso un breve armistizio, quello Zefiro selvaggio che spira catapultato qui dal buio degli oceani o forse direttamente dall’Antartide. Si, lo chiamo Zefiro selvaggio perché la nomenclatura a queste latitudini va un po’ aggiornata col poco materiale a disposizione: la rosa dei venti è stata coniata da noi occidentali ed ha come epicentro l’isola di Malta, tanto è che ad esempio il Grecale o Greco soffia da nord- est perché rispetto a Malta la Grecia si trova in effetti in quella posizione . Analogamente il Libeccio proviene dalla Libia, che è a sud- ovest rispetto a Malta e così via . Ma qui ? Questo fiera infernale che spira a 100 all’ora quando è calma, che ha folate gelide improvvise aguzze come i denti di un predatore e che soffia da sud- est, potrei mai chiamarla Scirocco? Sarebbe come battezzare con un nomignolo tipo Fuffy un Cerbero infernale. Ecco perché lo chiamo lo Zefiro selvaggio, suona più idoneo e poi dà luogo a mulinelli e trombe d’aria, le famose “cor e Zefore, code di Zefiro appunto . Oddio mi piaceva pure Leviathan come nome e pure mi pareva rispondente. Ad ogni modo Leviathan o Zefiro che sia, ci ha concesso una tregua in cui infilarci nello Stretto per balzare nell’ isola Sud , come fece il mitico Capitano Cook circa 4 secoli or sono .
All’imbarco una torna festante di backpackers assale il gigantesco piroscafo, gente con camper , biciclette, sacchi a pelo. Per due o tre settimane all’anno mi piace sentirmi ancora uno di loro, non ci posso fare niente . La parte Sud della Nuova Zelanda, poco abitata, poco fornita di strutture e con una natura selvaggia e predominante, resta ancora una meta abbastanza per viaggiatori all’avventura, anche se certo forniti di una certa disponibilità perché arrivare quaggiù in un posto così lontano dal resto, è tutto tranne che economico.
Salpiamo. Il nitore del mare diventa accecante e quasi rende difficile la vista di Wellington che si eclissa in fondo al fiordo. Con la sua forma curiosa la costa si stringe in un collo di bottiglia verso la sua uscita, dalle parti di un capo chiamato Tongue Point dove la corrente si fa fortissima spingendo la nave a virare verso l’ultima propaggine di costa prima del mare aperto . Tutto qua,, Capitano Cook? Macché: appena lasciato Tongue Point le acque paiono come ribollire e confondersi in almeno due correnti diverse, dando luogo a mille gorghi e spruzzi, lo Zefiro portante con onde di almeno tre metri si mescola a qualche brezza del Mar di Tasman in un fragore sonoro da tregenda mentre le nuvole corrono sopra le nostre teste a velocità impressionante . Scilla e Cariddi, nella loro foggia australe. Non è più tempo per foto e contemplazioni , l’equipaggio ci ordina di stare ai nostri posti . Dopo qualche ora il mare ammacca e la Terra del Sud si scorge nitida e verdissima . Entriamo in un fiordo dalla bellezza poco incline agli aggettivi . Anzi è tutta una regione di fiordi e canali , detta i Malborough sounds, da cui proviene anche un dolcissimo vino. Alla fine del fiordo ci sta il nostro porto di arrivo, Picton. L’Odissea è ambientata nel Mediterraneo ma anche qui non sarebbe stata inappropriata e Ulisse tra questi scenari si sarebbe divertito . Oddio, forse qualcuno venuto dall’Inghilterra in tempi moderni, a rileggerne tutta la storia, ha disegnato a suo modo una sua Odiasea in questi luoghi che infatti portano anche il suo nome . E già . Still watching you, Captain Cook !

Giorno 10- Kapiti Island, cose che kapitano

Vi è mai capitato di uscire dall’hotel la mattina ruggendo come leoni e con lo spirito di un esploratore di tempi mitici, pronto ad lanciarsi a rotta di collo tra le onde in tempesta dello Stretto di Cook….e ritrovarsi invece in una piscinetta di provincia per famigliole, con un’acquetta da mezzo metro di profondità resa più tiepida e giallognola dalle incontrollate minzioni dei tanti pargoli assiepati lungo i bordi, e dove attempate otarie provano a rincorrere la forma degli anni migliori andati con il corso di Acquagymn delle 16:00? Non vi è mai capitato . Beh, a me si. E che vuoi fare, d’altra parte è, come dire, il bello della diretta, una certa percentuale di inconvenienti da mettere in conto durante un viaggio on the road, con una pianificazione giorno per giorno ed un certo tasso di imprevedibilità . Ma questo mi è ormai un aspetto irrinunciabile, sennò non è manco un viaggio secondo me e anzi sennò non partirei proprio, quindi accetto con serenità il dazio di una giornata su 15 che va storta. Ed è questa. Diciamo che tutte le cose da dover andar storte si sono concentrate in questa giornata e la lista è lunga, dunque se volete sentirne la narrazione, mettetevi pure comodi.
Dunque torniamo al momento in cui esco la mattina che è ancora buio diretto al porto di Wellington, caricato a pallettoni per balzare su un piroscafo per attraversare il mitico Stretto di Cook. Nella giornata precedente le condizioni meteo sono state proibitive e hanno interrotto le corse, tuttavia sul corrispettivo australe di “Info collegamenti marittimi” apprendo di un previsto miglioramento e resto fiducioso . Dal sito web non è possibile più prenotare, risultando tutto sold out, circostanza piuttosto improbabile attese le dimensioni ciclopiche di sti traghetti. Attribuisco la circostanza alle cancellazioni del giorno prima ed alla necessità di dover “rischedulare” ad oggi le partenze previste per ieri . Giunto al porto, apprendo che è proprio così: devono dare precedenza a quelli di ieri e solo dopo possono aprire la bigliettazione per quelli odierni. A sto punto confido di incontrare di fronte un tipo flessibile che riesca ad inserirmi in tempo utile sul traghetto in partenza, uno smart che risolva la querelle in pochi click mentali. L’esatto contrario: mi si para dinanzi al desk un bel giovanotto sorridente che è la classica tipologia di persone che più temo in generale, quelli che compensano con la meticolosità e il rispetto ortodosso di norme, regolette e regoline a ciò che la Madre Natura gli ha negato, l’Intelletto. Comincia a dirmi che è tutto sold out, gli faccio notare che su quella nave viste le dimensioni ci sarebbe spazio per far salire pure Annibale con tutto il suo esercito e gli elefanti al seguito, non solo noi pochi passeggeri in lista di attesa e che forse vale la pena di aspettare l’imbarco di quelli di ieri, anche se il sistema al computer, che queste variabili non puo considerarle, dice diversamente. Ci mette tutto il suo tempo a capirlo ma poi si convince, e infatti dopo una ventina di minuti annuncia che si, c’è ampiamente posto e la Blue Ridge Ship Company è lieta di accoglierci a bordo. Bene, andiamo. Niente, dal fondo del fiordo si alza una coda di Zefiro che alzerebbe i succitati elefanti da terra . Fermi tutti, non si parte, corsa sospesa nuovamente. Sullo Stretto di Cook come sul Beverello d’inverno, che vuoi fare. Ormai rasserenato alla causa di forza maggiore mi metto a contemplare un piano B. Ma ad un tratto vedo degli spagnoli affettarsi a rotta di collo verso un altro piroscafo in fondo alla baia.
“scusa ma cosa è quel piroscafo là in fondo”
“Si, la compagnia Interislander, ormai in dismissione, effettua talvolta corse sostitutive alle nostre disponendo di un natante più grande”
“ E quando cazzo ce lo vuoi dire???”
“La pubblicizzazione di altre compagnie non rientra nella nostra policy aziendale”
“ ma vafancuuuuuul stu maroonnn i sceeem”
Facciamo un cazzo di scatto, io e altri 3-4 disperati, ma niente: l Interislander ci salpa davanti.
Paese che vai , Aponte che trovi!
Insomma piano B: giungendo qui avevo notato dal bus una bella regione costiera, con in fondo un’isola, poco o nulla considerata dalla guida e poco conosciuta in genere. Avevo preso informazioni e si tratta pare in effetti di un posto ancora tutto da scoprire, a poche miglia da quel tratto di costa e con una natura pressoché intatta dove vivono in natura i rarissimi kiwi (gli uccelli non i frutti). Si chiama Kapiti Island ed è perfetta a mio avviso per una gita di un giorno. Prendo un trenino metropolitano per raggiungere la località di imbarco, dal nome bizzarro assai di Paraparaimu, da cui partono barche private alla volta di Kapiti Island . In poco tempo ci sono ma la stazione si trova nel bel mezzo del nulla a 5-6 km dal punto di imbarco. Noto un taxi in lontananza e mi ci fiondo, al suo interno un uomo che dorme , poco dopo apprenderò il perché . È un simpatico signore delle vicine Isole Figi, una cui nutrita comunità vive qui in Nuiva Zelanda e spesso si dedica probabilmente al lavoro di tassista, atteso che è il terzo tassista che incontro che viene dalle Figi. Lui è un gran chiacchierone ed è patito del calcio italiano, ma di quello d’antan dei tempi gloriosi dei Cannavaro, Del Piero….Totti. Mi dice poi di esser l’unico tassista attivo in tutta questa regione della cd Kapiti Coast, frequentata per lo più da locali. Gli dico allora di lasciarmi un contatto per il ritorno o altre evenienze. Niente , sta per staccare il servizio per tornare a casa da moglie e figli dopo vari giorni e la cosa è sovraccaricata da fattori particolari:
“ si, perché io fatto come Francesco Totti”
“Ma cosa scusa? Il tiro a cucchiaio? Il rigore all’Australia forse? “
“No, come Francesco Totti con Ilary Blasi, io andato con young lady very very pretty very very young” e mi apre un sorriso con i 4-5 denti rimasti”
“Ah e Ilary Blasi che ha detto?”
“Eh mi ha fatto trovare i vestiti fuori la porta, oggi forse forse facciamo pace perché figli piangono che vogliono papà a casa “
“Ah perciò dormivi in macchina, Francesco Totti?”
Vabbè mi congedo dal Capitano giallorosso e fedifrago e apprendo di una nuova fregatura : il motoscafo per Kapiti Island è già salpato , in anticipo rispetto all’orario previsto non so perché . Sto su sta spiaggia non delle migliori , deserta mentre di fronte si staglia Kapiti Island solitaria e verdeggiante. Fa caldo, molto molto più che a Wellington e mi risolvo a fare un bagno . Sento un fischio assordante di un baywatch, che mi chiede con tono sostenuto se so leggere . Sta un cartello che avevo visto che parlava di un’alga australiana, tossica e urticante che aveva preso a proliferare qua .
“E vabbè, ho le scarpe, mica me la mangio sta alga ?”
“Ma ci tieni proprio a fare da colazioni agli squali allora tu?”
Ma allora perché non scrivete che stanno gli squali , quale alga ???? Come non detto .
Il paesino retrostante la spiaggia delle alghe tossiche è una triste meta per pensionati neozelandesi, con isolati esercizi commerciali di protesi dentarie, cinti erniari. E insomma, dove devo andare a morire oggi ? Ultima chance: tengo in tasca una brochure di una riserva naturale, tale Nga Manu Reserve , da qualche parte qua vicino, dove osservare sto benedetto Kiwi e altre specie . Dai, ci vado….Ma come? Francesco Totti sta da Ilary a farsi perdonare la scappatella e altri taxi nada. Autobus ! Ne passa uno con al volante un donnone ciclopico : mi dice di non preoccuparmi, mi porta lei alla Natural reserve. E niente. Come si suol dire, she exchange the dick for the water bank e per qualche amabile incomprensione linguistica, dopo avermi scarrozzato per un’oretta col bus, mi scarica alle piscinette comunali di un paesino chiamato Waikanae, che in lingua Maori vuol dire “colui che guarda”.
Infatti sto a guardare i bambini che fanno i tuffi e le tardone che fanno Acquagymn, mentre vi scrivo sto diario.
Oh però venendo qua , un kiwi l’ho visto !

Giorno 13 – Abel Tasman Park

Raccontare i miei viaggi, lo avrete abbondantemente capito, mi piace; mi viene naturale e non mi costa alcuna fatica . Mi risulta invece stranamente faticoso raccontare il posto dove mi trovo ora ma non lo potrei definire certo un classico “blocco dello scrittore”. È che davvero, per usarne una già sentita, non ci sono parole. Mancano. Ma cosa cazzo è sto Abel Tasman Park? La casa di quale divinità regalata agli uomini per scherzo o per errore?
Mah, cominciamo da cose semplici: lo scelgo preferendolo ad altri posti della Nuova Zelanda perché mi suggerisce con il nome un bel think palillians, un enigma insomma, da schiaffare dentro alla prossima caccia al tesoro e la scelta comporta subito una deviazione decisiva rispetto all’idea iniziale di percorso che mi ero fatto. I rimpianti finiranno molto presto. Arrivo in un agglomerato di casette dal nome assai grazioso chiamato Kaiteriteri, appoggiato su una spiaggia dorata incantata che è solo un piccolo preludio al tutto. ITrovo col mio solito culo l’ultimo alloggio disponibile nel raggio di 50km in un modesto ostello che ha anche camere private, tutto molto basic ma l’unica cosa che mi importa è la finestra per guardare fuori e quasi rimpiango che non affittino amache per dormire sotto le stelle. Il posto è gestito da una simpatica coppia di gay australiani che paiono aver lasciato alle spalle ogni preoccupazione del mondo al di fuori da questo luogo. Per la prima volta da non so quanti anni mi preoccupo di bloccare la stanza per almeno tre giorni, che saranno anche pochi.
Ora veniamo alle cose serie: l’Abel Tasman Park, intitolato all’esploratore olandese che diede nome alla Nuova Zelanda ed a cui è intitolata la vicina Tasmania, è il paradiso. Ne ho visti di posti belli ma qua siamo davvero nell’Olimpo. Kaiteriteri è l’ultimo avamposto della civiltà umana prima del Regno degli Dei. Dalla sua spiaggia ci si muove in barca, kayak o a piedi verso il parco che inizia appena qualche km più a nord, risalendo un promontorio adornato di spiagge e calette deserte una più sensazionale dell’altra. Percorrerle attraverso sentieri o in canoa è un’esperienza che lascia sbalorditi. Tutto quello di cui si ha bisogno è una borraccia con dell’acqua e magari un po’ di miele manuka, per ritemprarsi durante il cammino che può essere lungo tra un pezzo di paradiso e l’altro. Ma lo stesso insieme di sentieri tra ponti sospesi e una natura lussureggiante è di suo un incanto. Bisogna sapersi anche regolare col flusso delle maree, qui molto alte e che coprono pezzi di sentiero costringendo poi ad allungare di diversi km ,come mi è successo il primo giorno , quando dopo oltre dieci km già percorsi me ne sono dovuti accollare altri 5.4 a tempo di record , perché la alta marea aveva reso intransitabile un luogo chiamato “Cleopatra’s pool”, incantevole e cangiante come la regina d’Egitto, e se perdevo l’ultimo battello per rientrare al paese, sarei dovuto rimanere a dormire sotto le stelle. Non sono sicuro che mi sarebbe dispiaciuto. Dopotutto gli unici animali visti qui sono simpatiche foche, delfini, tartarughe e impertinenti kiwi che frugano nella tua borsa se ti distrai a contemplare tutto intorno. Nessuna traccia insomma di zanzare e bestiacce fastidiose, manco quello a rovinare un pizzichino qualcosa. Niente. Che altro dire? Questa è la pagina del diario più banale e scontata che abbia mai potuto scrivere, avrò ripetuto venti volte la parola “paradiso” e altrettant aggettivi come “divino” o “sensazionale”. La concludo con un ancor più semplice invito a provare a venire almeno una volta nella vita all’Abel Tasman Park.

Giorno 11- Lo Stretto di Cook

Il sole splende sulla baia di Wellington colorando le sue case vittoriane di un riverbero dato dal mare, finalmente placido e non increspato di bianche spume. Soprattuto il vento sembra aver dato pace o perlomeno concesso un breve armistizio, quello Zefiro selvaggio che spira catapultato qui dal buio degli oceani o forse direttamente dall’Antartide. Si, lo chiamo Zefiro selvaggio perché la nomenclatura a queste latitudini va un po’ aggiornata col poco materiale a disposizione: la rosa dei venti è stata coniata da noi occidentali ed ha come epicentro l’isola di Malta, tanto è che ad esempio il Grecale o Greco soffia da nord- est perché rispetto a Malta la Grecia si trova in effetti in quella posizione . Analogamente il Libeccio proviene dalla Libia, che è a sud- ovest rispetto a Malta e così via . Ma qui ? Questo fiera infernale che spira a 100 all’ora quando è calma, che ha folate gelide improvvise aguzze come i denti di un predatore e che soffia da sud- est, potrei mai chiamarla Scirocco? Sarebbe come battezzare con un nomignolo tipo Fuffy un Cerbero infernale. Ecco perché lo chiamo lo Zefiro selvaggio, suona più idoneo e poi dà luogo a mulinelli e trombe d’aria, le famose “cor e Zefore, code di Zefiro appunto . Oddio mi piaceva pure Leviathan come nome e pure mi pareva rispondente. Ad ogni modo Leviathan o Zefiro che sia, ci ha concesso una tregua in cui infilarci nello Stretto per balzare nell’ isola Sud , come fece il mitico Capitano Cook circa 4 secoli or sono .
All’imbarco una torna festante di backpackers assale il gigantesco piroscafo, gente con camper , biciclette, sacchi a pelo. Per due o tre settimane all’anno mi piace sentirmi ancora uno di loro, non ci posso fare niente . La parte Sud della Nuova Zelanda, poco abitata, poco fornita di strutture e con una natura selvaggia e predominante, resta ancora una meta abbastanza per viaggiatori all’avventura, anche se certo forniti di una certa disponibilità perché arrivare quaggiù in un posto così lontano dal resto, è tutto tranne che economico.
Salpiamo. Il nitore del mare diventa accecante e quasi rende difficile la vista di Wellington che si eclissa in fondo al fiordo. Con la sua forma curiosa la costa si stringe in un collo di bottiglia verso la sua uscita, dalle parti di un capo chiamato Tongue Point dove la corrente si fa fortissima spingendo la nave a virare verso l’ultima propaggine di costa prima del mare aperto . Tutto qua,, Capitano Cook? Macché: appena lasciato Tongue Point le acque paiono come ribollire e confondersi in almeno due correnti diverse, dando luogo a mille gorghi e spruzzi, lo Zefiro portante con onde di almeno tre metri si mescola a qualche brezza del Mar di Tasman in un fragore sonoro da tregenda mentre le nuvole corrono sopra le nostre teste a velocità impressionante . Scilla e Cariddi, nella loro foggia australe. Non è più tempo per foto e contemplazioni , l’equipaggio ci ordina di stare ai nostri posti . Dopo qualche ora il mare ammacca e la Terra del Sud si scorge nitida e verdissima . Entriamo in un fiordo dalla bellezza poco incline agli aggettivi . Anzi è tutta una regione di fiordi e canali , detta i Malborough sounds, da cui proviene anche un dolcissimo vino. Alla fine del fiordo ci sta il nostro porto di arrivo, Picton. L’Odissea è ambientata nel Mediterraneo ma anche qui non sarebbe stata inappropriata e Ulisse tra questi scenari si sarebbe divertito . Oddio, forse qualcuno venuto dall’Inghilterra in tempi moderni, a rileggerne tutta la storia, ha disegnato a suo modo una sua Odiasea in questi luoghi che infatti portano anche il suo nome . E già . Still watching you, Captain Cook !

Giorno 10 – Kapiti Island, cose che kapitano

Vi è mai capitato di uscire dall’hotel la mattina ruggendo come leoni e con lo spirito di un esploratore di tempi mitici, pronto ad lanciarsi a rotta di collo tra le onde in tempesta dello Stretto di Cook….e ritrovarsi invece in una piscinetta di provincia per famigliole, con un’acquetta da mezzo metro di profondità resa più tiepida e giallognola dalle incontrollate minzioni dei tanti pargoli assiepati lungo i bordi, e dove attempate otarie provano a rincorrere la forma degli anni migliori andati con il corso di Acquagymn delle 16:00? Non vi è mai capitato . Beh, a me si. E che vuoi fare, d’altra parte è, come dire, il bello della diretta, una certa percentuale di inconvenienti da mettere in conto durante un viaggio on the road, con una pianificazione giorno per giorno ed un certo tasso di imprevedibilità . Ma questo mi è ormai un aspetto irrinunciabile, sennò non è manco un viaggio secondo me e anzi sennò non partirei proprio, quindi accetto con serenità il dazio di una giornata su 15 che va storta. Ed è questa. Diciamo che tutte le cose da dover andar storte si sono concentrate in questa giornata e la lista è lunga, dunque se volete sentirne la narrazione, mettetevi pure comodi.
Dunque torniamo al momento in cui esco la mattina che è ancora buio diretto al porto di Wellington, caricato a pallettoni per balzare su un piroscafo per attraversare il mitico Stretto di Cook. Nella giornata precedente le condizioni meteo sono state proibitive e hanno interrotto le corse, tuttavia sul corrispettivo australe di “Info collegamenti marittimi” apprendo di un previsto miglioramento e resto fiducioso . Dal sito web non è possibile più prenotare, risultando tutto sold out, circostanza piuttosto improbabile attese le dimensioni ciclopiche di sti traghetti. Attribuisco la circostanza alle cancellazioni del giorno prima ed alla necessità di dover “rischedulare” ad oggi le partenze previste per ieri . Giunto al porto, apprendo che è proprio così: devono dare precedenza a quelli di ieri e solo dopo possono aprire la bigliettazione per quelli odierni. A sto punto confido di incontrare di fronte un tipo flessibile che riesca ad inserirmi in tempo utile sul traghetto in partenza, uno smart che risolva la querelle in pochi click mentali. L’esatto contrario: mi si para dinanzi al desk un bel giovanotto sorridente che è la classica tipologia di persone che più temo in generale, quelli che compensano con la meticolosità e il rispetto ortodosso di norme, regolette e regoline a ciò che la Madre Natura gli ha negato, l’Intelletto. Comincia a dirmi che è tutto sold out, gli faccio notare che su quella nave viste le dimensioni ci sarebbe spazio per far salire pure Annibale con tutto il suo esercito e gli elefanti al seguito, non solo noi pochi passeggeri in lista di attesa e che forse vale la pena di aspettare l’imbarco di quelli di ieri, anche se il sistema al computer, che queste variabili non puo considerarle, dice diversamente. Ci mette tutto il suo tempo a capirlo ma poi si convince, e infatti dopo una ventina di minuti annuncia che si, c’è ampiamente posto e la Blue Ridge Ship Company è lieta di accoglierci a bordo. Bene, andiamo. Niente, dal fondo del fiordo si alza una coda di Zefiro che alzerebbe i succitati elefanti da terra . Fermi tutti, non si parte, corsa sospesa nuovamente. Sullo Stretto di Cook come sul Beverello d’inverno, che vuoi fare. Ormai rasserenato alla causa di forza maggiore mi metto a contemplare un piano B. Ma ad un tratto vedo degli spagnoli affettarsi a rotta di collo verso un altro piroscafo in fondo alla baia.
“scusa ma cosa è quel piroscafo là in fondo”
“Si, la compagnia Interislander, ormai in dismissione, effettua talvolta corse sostitutive alle nostre disponendo di un natante più grande”
“ E quando cazzo ce lo vuoi dire???”
“La pubblicizzazione di altre compagnie non rientra nella nostra policy aziendale”
“ ma vafancuuuuuul stu maroonnn i sceeem”
Facciamo un cazzo di scatto, io e altri 3-4 disperati, ma niente: l Interislander ci salpa davanti.
Paese che vai , Aponte che trovi!
Insomma piano B: giungendo qui avevo notato dal bus una bella regione costiera, con in fondo un’isola, poco o nulla considerata dalla guida e poco conosciuta in genere. Avevo preso informazioni e si tratta pare in effetti di un posto ancora tutto da scoprire, a poche miglia da quel tratto di costa e con una natura pressoché intatta dove vivono in natura i rarissimi kiwi (gli uccelli non i frutti). Si chiama Kapiti Island ed è perfetta a mio avviso per una gita di un giorno. Prendo un trenino metropolitano per raggiungere la località di imbarco, dal nome bizzarro assai di Paraparaimu, da cui partono barche private alla volta di Kapiti Island . In poco tempo ci sono ma la stazione si trova nel bel mezzo del nulla a 5-6 km dal punto di imbarco. Noto un taxi in lontananza e mi ci fiondo, al suo interno un uomo che dorme , poco dopo apprenderò il perché . È un simpatico signore delle vicine Isole Figi, una cui nutrita comunità vive qui in Nuiva Zelanda e spesso si dedica probabilmente al lavoro di tassista, atteso che è il terzo tassista che incontro che viene dalle Figi. Lui è un gran chiacchierone ed è patito del calcio italiano, ma di quello d’antan dei tempi gloriosi dei Cannavaro, Del Piero….Totti. Mi dice poi di esser l’unico tassista attivo in tutta questa regione della cd Kapiti Coast, frequentata per lo più da locali. Gli dico allora di lasciarmi un contatto per il ritorno o altre evenienze. Niente , sta per staccare il servizio per tornare a casa da moglie e figli dopo vari giorni e la cosa è sovraccaricata da fattori particolari:
“ si, perché io fatto come Francesco Totti”
“Ma cosa scusa? Il tiro a cucchiaio? Il rigore all’Australia forse? “
“No, come Francesco Totti con Ilary Blasi, io andato con young lady very very pretty very very young” e mi apre un sorriso con i 4-5 denti rimasti”
“Ah e Ilary Blasi che ha detto?”
“Eh mi ha fatto trovare i vestiti fuori la porta, oggi forse forse facciamo pace perché figli piangono che vogliono papà a casa “
“Ah perciò dormivi in macchina, Francesco Totti?”
Vabbè mi congedo dal Capitano giallorosso e fedifrago e apprendo di una nuova fregatura : il motoscafo per Kapiti Island è già salpato , in anticipo rispetto all’orario previsto non so perché . Sto su sta spiaggia non delle migliori , deserta mentre di fronte si staglia Kapiti Island solitaria e verdeggiante. Fa caldo, molto molto più che a Wellington e mi risolvo a fare un bagno . Sento un fischio assordante di un baywatch, che mi chiede con tono sostenuto se so leggere . Sta un cartello che avevo visto che parlava di un’alga australiana, tossica e urticante che aveva preso a proliferare qua .
“E vabbè, ho le scarpe, mica me la mangio sta alga ?”
“Ma ci tieni proprio a fare da colazioni agli squali allora tu?”
Ma allora perché non scrivete che stanno gli squali , quale alga ???? Come non detto .
Il paesino retrostante la spiaggia delle alghe tossiche è una triste meta per pensionati neozelandesi, con isolati esercizi commerciali di protesi dentarie, cinti erniari. E insomma, dove devo andare a morire oggi ? Ultima chance: tengo in tasca una brochure di una riserva naturale, tale Nga Manu Reserve , da qualche parte qua vicino, dove osservare sto benedetto Kiwi e altre specie . Dai, ci vado….Ma come? Francesco Totti sta da Ilary a farsi perdonare la scappatella e altri taxi nada. Autobus ! Ne passa uno con al volante un donnone ciclopico : mi dice di non preoccuparmi, mi porta lei alla Natural reserve. E niente. Come si suol dire, she exchange the dick for the water bank e per qualche amabile incomprensione linguistica, dopo avermi scarrozzato per un’oretta col bus, mi scarica alle piscinette comunali di un paesino chiamato Waikanae, che in lingua Maori vuol dire “colui che guarda”.
Infatti sto a guardare i bambini che fanno i tuffi e le tardone che fanno Acquagymn, mentre vi scrivo sto diario.
Oh però venendo qua , un kiwi l’ho visto !

Giorno 9 – “ Windy Welly”, la capitale più figa dell’altro emisfero

Già solo a livello di coordinate, essere qui mi fa impazzire. Parlo di coordinate geografiche. con riguardo alla longitudine e soprattuto la latitudine estremamente alta della posizione. Di fronte ho lo stretto di Cook, un posto mitico che guardavo sulle mappe geografiche da ragazzino; più a sud si estende la seconda isola della Nuova Zelanda e poi poco altro in una immensa distesa blu fino al candore ghiacciato dell’Antartide. Già basta questa a darmi molta emozione, poi ci ti metti pure tu, Windy Welly, con sta tuoi scenari da favola e sta aria da nobile bohemien scapestrato , io qua casco come una pera cotta . A sto punto facciamo ordine, parliamo di Wellington, capitale del paese (sebbene molti erroneamente ritengono questa sia Auckland), detta Windy Welly per via del perenne vento che si incunea qui in questo fiordo senza soluzione di continuità, in una singolarità meteorologica davvero particolare : qualche giorno dopo scoprirò ad esempio che a pochi km di costa, oltre una linea di montagne, sorge una costiera balneare con temperature di 10 gradi, dico sul serio , superiore . Altra cosa che si dice di Wellington, per via del vento, è che qui nessun gentleman può portare il cappello e nessuna signora può tornare a casa coi capelli in ordine . Meglio cosi, perché si respira un’aria molto bohemien da California anni’ 60. Oddio vi è un’impronta molto British puritana , con bellissime case in stile vittoriano su verdi colline , bus double- decker che si inerpicano su viali ripidissimi che salgono in collina . E se diventano troppo ripidi ci pensa una bellissima funicolare a condurvi a degli spettacolari giardini botanici, quasi dei giardini pensili della città stessa che paiono poi come piovere in città con dei camminamenti verdi fenomenali che corrono nella città come vene di linfa vitale . La stessa Wellington pare un immenso orto botanico con degli insediamenti intorno. Si cammina e si vive in mezzo a begonie fiorite, camelie. Un livello di vivibilità stellare , mi chiedo quanti di secoli di civiltà manchino a noi per avvicinare vagamente tutto ciò ma io credo che non ci arriveremo mai . E poi il porto, con antiche baleniere di tempi andati ancorate lì, Dock trasformati in ristornati e musei eccezionali . E su tutto un mare spendente in una luce diafana che acceca, nel fischio eterno del vento del Sud.
Ma quanto cazzo sei figa, Windy Welly?!

Giorni 7 e 8- Call of the jungle

C’è quella storia che si sente spesso ripetere del calabrone che, per struttura alare e altre caratteristiche morfologiche, sarebbe inadatto (o dovrei dire impossibilitato?) al volo, ma lui se ne frega e vola lo stesso. Ecco, seppure in altre dimensioni, potrei estendere una considerazione analoga pure a me stesso, che un granché atletico non sono e giovane almeno in senso stretto nemmeno lo sarei più, ma in viaggio mi armo di una convinzione, direi più una abnegazione, cieca e ortodossa, che mi fw menare in cose wild un tantino oltre il mio limite . Ad ogni modo fin quando mi riescono, posso assaporare la lieta sensazione del librarmi in volo come un bel calabrone leggiadro e felice sopra i manti erbosi incantati della Nuova Zelanda . Nel farlo e nell’assaporare sta sensazione da supereroe per un giorno avrei trovatoanche una mia criptonite, un “aiutino” in grado di donarmi poteri sovrannaturali. E qui scappa il momento spot pubblicitario: no, non sto reclamizzando nessuna droga o roba del genere bensì uno dei frutti più pregiati che questa terra magnifica sa offrire, una sostanza figlia del laborioso impegno di coloro che Einstein definì l’anello essenziale per la vita di noi umani sulla terra, scomparse le quali a noi come razza umana non resterebbero che 4-5 anni di vita . Sto parlando delle api e di un loro miele che fanno qui e solo qui, il cd Miele Manuka. Ve lo giuro, mi pare si tratti davvero di una panacea sensazionale, capace di donare una energia naturale enorme. Agli orari antelucani a cui mi sveglio per via del mai passato jet lag, un paio di cucchiate di sto Manuka e schizzo fuori in strada carico come un orso grizzly uscito dal letargo a primavera, sperando non si frapponga al mio cammino nessuno degli oltre dieci milioni di ovini che abitano questo paese (gli umani sono meno della metà). Quasi quasi me ne resto qua e mi apro un export di sto Miele Manuka: sai a quanti debosciati di voi farebbe bene questo portento della natura! Ad ogni modo, il calabrone – orso grizzly abbuffato di miele magico in questi giorni è chiamato ad affrontare una prova impegnativa: il Tongariro Alpine Crossing , un trekking in quota che si dipana dalla cittadina di Taupō, un lago vulcanico in quota sulle cui sponde sorge anche un paesino grazioso. Stavolta sono fortunato e trovo alloggio in un bell’alberghetto proprio affacciato sul lago, gestito da una famiglia di tedeschi trapiantati qui . In effetti il clima ormai di montagna fa un po Baviera ma a me ricorda più quei laghi in quota delle Ande, come in Ecuador o Perù . Il lago presenta la classica forma del cono vulcanico sopito o almeno spero, gradevole alla vista e risulta estremamente pescoso sopratutto di trote,, importate qui dagli europei nel XIX secolo. Io sono assai ghiotto di trote, anche perché è un cibo che reperisco quasi solo in viaggio, in luoghi ogni volta diversi , quindi quando vedo una trota sono felice perché mi fa immediatamente pensare a ciò che più mi piace al mondo . In particolare trovo saporite quelle provenienti da acque vulcaniche, che conferiscono alla carne un sapore come un po’ affumicato. Una curiosità circa le trote in Nuova Zelanda: nessun ristorante o esercizio commerciale può venderle , tuttavia per antico decreto, non è vietata la pesca e chiunque abbia pescato una trota può esigere da qualsiasi ristorante di farsela cucinare! Mi immaginavo una normativa del genere e la conseguente scena a Capri, tipo a presentarsi con un totano o una pezzogna in mano in qualche ristorante di grido e fare “salve in regione del Dlgs 123345kxyz, Lei è tenuto a cucinarmi il seguente animale all’acqua pazza, poco sale grazie .” Valuto l’idea di provare una pescata alla trota sul bel lago, sulle cui falesie vi sono anche incisioni Maoti, ma a sto punto sento imperiosa e decisa “the call of the jungle , il richiamo della giungla: sono venuto qui per immergermi in un favoloso trekking e quello devo fare . Le condizioni meteo in quota non sono buone e la navetta che dovrebbe portami fino all’inizio del percorso annulla la corsa. Ah, e adesso ? Si racconta che Annibale , giunto in prossimità delle Alpi e notato lo scoramento dei soldati che si chiedevano come mai valicare quelle montagne innevate e altissime, avesse risposto : “ O troveremo una strada o ne costruiremo una” . Con questo grido di battaglia mi metto in marcia da solo e, superato un immenso stradone, mi immetto sul corso del fiume Waikato, che da qualche parte deve prima o poi arrivare. In particolare dopo una quindicina di km sulla mappa sono riportate delle cascate , le Huka Falls pare molto belle e sacre alla cultura Maori . A metà strada inoltre è indicata una sorgente termale , con un bivacco dove poter mangiare e anche dormire in alloggi spartani. Mi metto la strada davanti e dopo diverse ore in una giungla bellissima lungo il fiume . L’ambiente è assai meno inospitale di altri analoghi ad altre latitudini: qui in Nuova Zelanda non sono presenti serpenti ed altri predatori, fossi nel vicino Bush Australiano ad esempio non sarei durato una mattinata. Inoltre è piuttosto bassa la presenza di insetti e altri animali fastidiosi , sta solo qualche ragno piuttosto cresciutello antipatico ma bisogna andarlo proprio a sfottere. Il paesaggio che si dipana alla mia vista pare contemplare tutte le specie vegetali che Madre Natura abbia creato e, di fianco , corre un fiume da un colore cangiante tra il verde e l’acquamarina, in cui ogni tanto mi tuffo per rinfrescarmi . E arrivano alla fine le cascate , tonanti e fragorose. Bellissime .Ma paradossalmente, quando vi arrivo dopo tante ore mi soffermo poco a guardarle . Forse perché sono già saturo della tanta bellezza vissuta o forse perché sto già pensando alla prossima meta, o forse ancora perché, come dice lo scrittore Paolo Rumiz, nume tutelare dei miei viaggi, “quando scalò una vetta amo più il percorso che la cima “

Giorno 6- The Hobbiton

La Nuova Zelanda manifesta il suo splendore già solo a leggere i nomi dei posti. Provate a prendere una carta geografica del luogo e scorrere i luoghi che vi sono riportati: apprenderete di posti chiamati Paraparamu, Takapu Takapu, Rotorua, Totanarutu, nomi che in lingua Maori significano cose bellissime tipo “ il fuoco sotto la terra” , “ la grande roccia alata” e altro ancora. La stessa Nuova Zelanda si chiama in lingua Maori “ Aotearoa”, che significa Grande Nuvola Bianca, quello che sembró ai navigatori Maori quando la videro apparire all’orizzonte mentre veleggiavano alla ricerca di una nuova terra da colonizzare . Insomma, che figata pazzesca! Vuoi mettere, dire “oggi me ne vado a visitare Le Sorelle di Cenere oppure devio fino a Fuoco sotto la Terra? Beh però forse pure Cavallo Danzante merita una visita”. Oddio, sta pure da dire che quando l’operazione della toponomastica è stata lasciata ai colonizzatori inglesi, quelli ci hanno schiaffato dentro tutta la fantasia che adoperano usualmente quando cucinano, quando giocano a calcio e forse pure quando trombano. Cosicché sono venuti fin quaggiù a fondare o ribattezzare città col nome di Thames, Cambridge, Manchester, Norfolk, Plymouth….gli mancava solo di chiamare la capitale London ma lì uno sforzo piccolino lo hanno fatto e l’hanno intitolata al Duca di Wellington, che un suo perché lo tiene. Ad ogni modo sicuramente è sfuggito alla Uallero-Toponomastica British il posto dove sono diretto oggi, che si chiama Mata- Mata. Provo a cercare cosa significa in lingua Maori mata-mata ma senza fortuna, mi pare ad ogni modo di aver capito che in questa lingua il plurale si esprima ripetendo due volte la parola al singolare , ad esempio Sasso si dice Batu e “sassi” dunque Batu Batu. Non svelato dunque l’arcano di che significhi Mata- Mata, apprendo tuttavia una serie di cose interessanti sul posto, che fino ad una decina di anni fa era la più anonima delle cittadine votate all’agricoltura e l’ allevamento di cavalli, che in effetti pascolano numerosi nelle fattorie a ridosso della via centrale del paese e che è in effetti il paese stesso: una via lunga e poco più. Poi il grande botto: da qualche parte nella immacolata campagna circostante la famiglia Alexander, allevatori di pecore da sette generazioni, vende la loro tenuta ad un certo Peter Jackson, che è nato da ste parti ma di lavora fa il regista ad Hollywood. Sorge qui il set del Signore degli Anelli, The Hobbiton movie set, una colossale attrazione che attrae torme di visitatori e rende finalmente giustizia alla bellezza dei luoghi . A dirla tutta Matamata non è proprio a ridosso dell’Hobbiton distandone una ventina buona di km ma volendoci arrivare da soli e non con le visite guidate, non si può prescindere da Matamata. Qui il mio grande amico Chan il Coreano mi ha combinato quello che lui chiama “a good business” in un linguaggio mutuato dalla malavita, come gli piace ostentare. Un suo vecchio amico di tante battaglie, uno che da giovane la comandava assai, verrà a prelevarmi e condurmi all’Hobbiton. Non ho nulla da preoccuparmi, sono in mano a gente di rispetto . Arrivo a sto Matamata e mi avvio al luogo fissato per il “business”, l’unico bar della cittadina gestito da un certo Robert Palmet che ha sette figlie, tutte femmine e pure tutte belle o quasi , come quelle della canzone napoletana che anzi sono sei. Sul muro campeggia una pergamena con la spiegazione della leggenda gotica del Seventh son of a seventh son, che da il nome anche ad un album degli Iron Maiden. È una fosca leggenda di tipo biblico per cui un giorno arriverà uno nato come Settimo figlio da un settimo figlio a sua volta e comanderà il mondo…… Io pensavo di essere venuto a vedere gli hobbit e gli elfi ma mi sa che saranno le creature più normali della giornata. Se da qualche parte nei paraggi hanno girato il Signore degli Anelli, qua sarebbe perfetto per un sequel di Non Aprite quella porta o comunque uno di quei filmetti americani dove i collegiali vanno in provincia per il week end ed esce il tipo dal retro con la maschera da Hockey e la motosega . Poi ad un tratto arriva Lui, l’uomo di Chan il Coreano, quello del “business”. Si chiama Ran, sarà alto quasi due metri e avrà passato da un po’ le 80 primavere . Mi fa segno di seguirlo con la mano come dovessi andare ad assaltare una banca o freddare un infame invece che a visitare il mondo fatato degli Hobbit . Prima di entrare in macchina mi squadra da cima a piedi per diversi secondi , come se stesse pigliando le misure per vedere se tagliato a pezzi o in quanti pezzi potrei entrare nel suo bagagliaio . La faccia proprio quella da serial killer è, mi ricorda pari pari il personaggio di Buffalo Bill del Silenzio degli innocenti con ujna trentina di anni di più; solo all’arrivo rivelerà che mi stava osservando per capire se non fossi un drogato o uno sciagurato come molti giovani d’oggi a suo dire . Beh , grazie per avermi considerato ancora un giovane gli dico congedandolo dopo un viaggio a venti all’ora su di un catorcio che se andavo a piedi facevo prima . Vivrò tutta la vita senza sapere che fine avrei fatto nella malaugurata ipotesi gli fossi sembrato un poco di buono . Ed eccomi all’Hobbiton finalmente. Beh che dire, la prima impressione è notevole, davvero una valle incantata come quella della Contea, cui fa subito da contraltare il ronzio dei tanti bus turistici arrivati fin qui da chissà dove . Sulla mia spalla si appollaiano subito , uno a destra ed uno a sinistra , il Diavoletto e l’Angioletto. Parla prima il Diavoletto, che è un radical chic terribile e mi fa : “ ehhh eccolo qua il Grande viaggiatore……in un posto per pensionati in gita della domenica; manco a Sharm El sheik fanno escursioni tanto tamarre, ahahaha”. Poi appare l’Angioletto, più conciliante : “eh ja Pali, ma guarda che incanto, Dio mio, la campagna , la Contea. Fosse brutto, ti pare lo sceglievano come location per un film . Rilassati e goditi la visita, che già arrivarci qui è una fortuna che capita poche volte “. Alla fine sto a sentire l’Angioletto e mi godo la visita dell’Hobbiton