Già, questa è Sparta, e non è una battuta gettata lì a caso ne un’allusione ad una presunta vigoria belluina dei residenti, i cui modi gentili, placidi e sonnolenti hanno davvero poco a che vedere con il rigore marziale dei Lacedemoni. Questa è Sparta da un punto di visto amministrativo, nel senso che la regione anzi lo stato federale in cui ricade la isla Margarita e altre piccole isole vicine prende appunto il nome di Nueva Esparta.
la cosa non può mancare di incuriosirmi e cerco sin dal primo giorno qualcuno in grado di placare la mia curiosità, trovandolo solo l’ultimo giorno in un consunto insegnante in pensione che sbarca il lunario con piccole spiegazioni di storia presso il castello spagnolo di Asuncion, che domina l’isola
qui insomma stavano gli spagnoli, piuttosto bene armati come si può notare. Ma i locali insorsero, decisi a rompere il giogo della tirannia, e costrinsero con un furbo espediente la legione spagnola ad una battaglia fuori dalle solide mura e alle pendici del monte che rimiro in foto, che da allora prese il nome di Matasiete, perché la sproporzione tra soldati spagnoli e truppe locali era di sette ad uno, quindi ad ogni partigiano locale fu impartito l’ordine o forse la preghiera di uccidere almeno sette spagnoli , matar siete, Matasiete. Siamo nel 1817, il reame spagnolo da qui a poco avrebbe perso la sovranità su tutto il territorio sudamericano ma Isla Margarita fu il primo territorio del continente liberato dagli spagnoli.
La battaglia del Matasiete, nell’epica locale, fu paragonata anche all’eroica resistenza degli Spartani alle Termopili ed ecco spiegato dunque il tonitruante epiteto di “Nueva Esparta”. 
A Leonida e gli Spartani, nonostante tutto il coraggio del mondo, toccó come ben sappiamo tuttavia di capitolare contro i Persiani, diversamente che dai Margariteni al Cerro Matasiete. E perché? Facciamo un passo indietro, al “furbo espediente” di cui sopra: al povero Leonida esso mancó, anzi furono i nemici a trovarlo corrompendo il turpe Efialte e spingendolo a rivelargli un passaggio segreto. Qui l’astuzia invece fu un fattore ad appannaggio dei locali, e quando parliamo di “furbo espediente” per far uscire fuori i soldati dal castello parliamo di uno dei prodotti locali maggiormente apprezzati e di altissima qualità da sempre: la pucchiacca.
quell’elegante ufficiale a cavallo, a sinistra nella stampa, dovrà presumibilmente essere quel manzo del comandante della legione spagnola, il quale adescato dalla bella eroina locale Luisa Arismendi ad un appuntamento di vrachetta stile “due cuori e una capanna” in un villaggio sperduto , per fare lo splendido come era solito, si mosse con tutto il seguito di cavalieri e soldati in alta uniforme. Era proprio quello che i partigiani locali aspettavano per fargli una bella festa.
Chissà, se il coraggioso Leonida ai 300 opliti avesse aggiunto anche qualche bella snacchera greca come sarebbe andata a finire .
il castello domina il bel paesino coloniale di Asuncion, nella cui piazza troneggia un tizio che da qui in avanti vedrò penso parecchie volte
Simon Bolivar, eroe combattente e liberatore di tutto il Sudamerica, ma di lui parleremo un’altra volta
Proseguo l’esplorazione dell’isola, assai grande e con una densità di popolazione enorme: circa 800 mila una quindicina di anni fa, con l’economia turistica alle stelle; scarsi 400mila attuali, con la crisi e la fuga di massa all’estero. Si stima che 5 milioni su di Venezuelani su 28 siamo emigrati all’estero negli ultimi dieci anni. Questa isola in 20 anni ha dimezzato la popolazione. I centri abitati principali, Pampatar e Juan Griego, per la verità lasciano piuttosto a desiderare con palazzacci e scorci da periferia degradata
ed un considerevole livello di criminalità. Scorgo alcune edificazioni che hanno una somiglianza spiccata con le Vele di Scampia. Nella periferia della gradevole Porlamar tuttavia, ho la possibilità e l’onore di essere accolto a casa di una straordinaria famiglia locale, con legami di parentela con una mia amica .
Hanno origine italiana, e che origine! Di cognome fanno Leopardi e vengono dalla provincia di Macerata: si, ho beccato seduti a quella tavola in Venezuela i parenti del sommo poeta Giacomo.
E vi è di più: sono tutti figli di una incredibile signora che troneggia a centro sala e che conta la bellezza di 105 primavere, cento-cinque!!!! È lucidissima ed in grado di ricordare episodi vissuti di infanzia con quelli che, mi pare di capire debbano essere stati i figli dei figli di secondo letto del padre di Leopardi. Il capofamiglia Silvio, detto Silvio Stone per la sua passionaccia giovanile per la formazione di Mick Jagger, intona pezzi napoletani con questa chitarra locale, detta il Cuatro, mentre le gentilissime sorelle mi servono un dolce di origine napoletana, appreso e tramandato tanti anni orsono da avi italiani appassionatissimi di Napoli e la sua gastronomia. …..Mi pare di sapere che Giacomino sia vissuto e amasse assai Napoli, come no! Loro preparano questo dolce ma non ne ricordano più il nome , avendolo appreso dalla madre . La povera senora Leopardi ultracentenaria, sola depositaria della antica ricetta di avi italiani, lo ha ora dimenticato. Li aiuto a risolvere così l’arcano, mi ci vuole molto poco 
Oggi in Venezuela sono stato tra gli artefici di una scoperta che potrebbe riscrivere la storia della letteratura italiana : Giacomo Leopardi amava gli strufoli!!!!
Per adesso siamo ancora sulla Isla Margarita, che è di dimensioni piuttosto estese e dalla formula simile ad un ameba o qualche microorganismo da cui ad un tratto germina un’altra cellula: ho sulla punta della lingua il nome di quel mamozietto ma al momento non mi sovviene, il Luciano Onder che è in me stamattina latita. Una roba del genere insomma
che messa su una carta geografica a voler per forza esaudire questa farraginosa metafora si tradurrebbe in questo
oggi me ne vado dunque nella “capocchia” di sinistra, pressoché inedifcata e disabitata per vie delle condizioni climatiche assai differenti. Giusto nel mezzo tra i due corpi dell’isola, come a tenerle insieme con la sputazza , si trova tuttavia un luogo molto singolare e per molti versi unico: la laguna della Restinga,
un ecosistema a se stante composto da un’area umida di oltre 18 ettari dove crescono a milioni queste mangrovie giganti e con esse tutta una serie conseguente di animali, animaletti e prodigi della natura . Si, si tratta di un albero davvero miracoloso, capace di una serie di serie di mirabilie degne di un’astronave di fantascienza, di quelle dove si sale a bordo e si prospera in un clima alieno .
cominciamo col dire che quella in foto sulla cima dell’albero, “in cabina di comando dell’astronave” è una magnifica aquila testa calva, intenta ad una facile pesca nelle acque da cui a decine pasciuti pasciuti pescioli saltano in continuazione. Sotto, poi l’arca magica dell’astronave, la mangrovia che incrocia le sue radici aeree e i suoi giunchi dando luogo a delle vere e proprie isole. Alla pianta riesce poi di filtrare l’acqua di mare meglio di un desalinizzatore, per restituire poi acqua dolce. È l’ecosistema perfetto per una serie di animali quali cavallucci marini e stelle marine , presenti in numero cospicuo a la Restinga
anche le ostriche si accoccolano ai terminali magici di questa pianta e vengono coltivate qui in gran numero per essere poi offerte dagli ambulanti sulle spiagge di Playa El Agua ed El Jaque.
il giro in battello prende le mosse da un traballante pontile da chi inoltrarsi nella fitta rete di canali, a cui qualcuno con una profusione d’animo shakespeariano ha donato nomi estremamente dolci e melensi quali “Canale del primo bacio”, “laguna degli amori perduti” etc
il sito è oggettivamente un posto magico, ove talvolta il forte sole viene coperto dai migliaia di pellicani in volo, venuti con aquile e altri rapaci a dividersi il facile bottino di pesca
tornati alla base, nel punto detto “Boca de rio”, perché ivi il fiume incontra il mare, riparto per la estremità dell’isolotto, in quella che viene definita la penisola di Macanao. Il paesaggio è davvero affascinante e degno del vecchio west, con migliaia di giganteschi cactus che spuntano dal suolo ora divenuto arido
in conformità all’aria da selvaggio Far west, la attempata guida mi dice che è pericoloso fermarmi in questa area per possibili assalti di banditi armati.
insisto per una sosta, sicuro che i luoghi pressoché deserti non possano poi nascondere decine di briganti armati ad ogni angolo, ma il povero signore mi racconta allora la sua esperienza di vita davvero triste, allorquando da queste parti fu travolto da un auto di banditi in fuga e vide la sua gamba maciullata, tanto è che ora cammina con una precaria protesi in legno. È davvero una persona dal grande spessore, el senor Gustavo, decano delle guide locali, dallo stile e l’eleganza di tempi antichi. Ora mi conduce all’estremità occidentale dell’isola,’ove sorge un minuscolo “pueblo” di pescatori per la verità ormai quasi tutti emigrati , Punta Arenas
detto questo, essere l’unico essere umano o quasi nel raggio di qualche km quadrato o quasi, in un posto de genere
è un piacere che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.







nel punto in cui il Mar del Caribe incontra l’Oceano Atlantico dando luogo a marosi di consistente portata, gioia dei surfisti. L’isola viene decantata per le sue spiagge ma la mia prima personale impressione è che offra il meglio di se nell’interno, verso il quale mi volgo spesso a contemplare questa scenario davvero spettacolare di vulcani più o meno sopiti ammantanti di una natura rigogliosissima.
Dedicherò ad ogni modo i prossimi giorni alla scoperta di essa. Per ora mi sveglio, pervaso finalmente dalla piacevole sensazione di essere ai Caraibi e riesco a rubare qualche ora in spiaggia
dove mi concedo un piacevole massaggio, atteso che dopo quasi tre giorni di aerei e sale di attesa ho il corpo incriccato come un rotolo di filo spinato e mi gusto un delizioso ceviche cucinato al momento da un pescatore col suo ultimo bottino, un delizioso Dorado, una sorta di orata.
poi si parte per le nozze, che si terranno nella vicina è bellissima chiesetta coloniale di Paraguachi
molto gradevole anche l’interno in stile caraibico col tetto in legno 


La propensione alla fiesta dei sudamericani non si lascia attendere e la festa diventa subito incandescente, con una sequela di vari balli caraibici quali salsa, merengue e varianti talmente sensuali che ho l’impressione talvolta che da tutti quegli sfregamenti di bacino qualcuna sia rimasta incinta.




