Il velo di Maya: The city that never sleeps

Giorno 1
New York, dove i giorni in questione per la verità sarebbero due o almeno uno e mezzo, ma il lungo spostamento e il rincoglionimento da fuso orario skakerano il tutto come una sorta di yogurt scaduto un giorno e consumato l’indomani, in una percezione del tempo piuttosto confusa. Dunque, dicevo dello spostamento aereo, beh qua comincia a manifestarsi il mio solito culo, che nella fattispecie si manifesta con le sembianze di un ragazzo che conosco e che è stato anche mio vicino di casa, lavora come capo-steward e lo becco giusto giusto sul mio aereo: gentilissimo,mi fa uscire un’intera fila di posti libera dove spaparanzarmi e per tutto il viaggio mi rimpinzerà di birra e cibo (anche se preferisco soprassedere sulla qualità delle libagioni…). Mi attende dunque la Grande Mela, da addentare in poco tempo, un assaggino di poche ore ma da gustare al meglio: così ho pensato bene di spararmi l’albergone figo a Time Square, per viverla un po’ così alla Frank Sinatra. Giunto a destinazione tuttavia ecco che il Fato ha mutato direzione e or si presenta avverso….oddio, a seconda delle interpretazioni: ad accogliermi a tale oggettivamente figo Citizen M ci sono tre fighissime addette di portinerie vestite da collegiali, che all’unisono scandiscono il mio nome preceduto dall’appellativo “Citizen” (cittadino) mentre un monitor gigante ribadisce a carattere cubitali il benvenuto sparando anche in alta definizione una mia immagine pescata dalle foto profilo Facebook. Sembra che abbia dati l’assenso all’utilizzo delle immagini al momento della prenotazione e meno male che non ne sono andati a pescarne una tipo di quelle di Carnevale, sennò sai che bella figurella di merda che apparavo a prima sera, proiettato su maxi schermo nella hall dell’albergo vestito da sirena o da pavone; anzi, una tale eventuale circostanza, scoprirò poi, mi avrebbe esposto a rischi considerevoli nelle relazioni di una tipologia di clienti assolutamente predominante al Citizen, gli altri “cittadini”….ma andiamo con ordine. Si, perché a sto punto accade l’inconveniente del cazzo che ti incasina tutto: le carte bancarie non funzionano qua in USA per via di alcuni codici internazionali non attivati prima di partire, e le fighissime “cittadine” alla reception paiono piuttosto scazzate dall’inconveniente e spengono subito i loro sorrisoni di circostanza. Intuisco subito quale sia il problema a livello di malfunzionamento della carta perché già mi era capitato altrove, in un posto molto diverso, dove il mio interlocutore non era una graziosa signorina vestita da collegiale ma un ossuto pastore di capre dell’alto Maghreb marocchino, al quale dovevo pagare il passaggio in jeep fino ad una montagna ai margini del deserto: diciamo che in quel caso la spiegazione circa il sistema GeoControl dei pos bancari internazionali risulto’ poco convincente e ricordo come fosse ora che, dopo avermi prima scrutato con la stessa umanità con cui Jihadi John scruta le persone accovacciate al suo fianco, mi mostro’ poi il pollice verso, come faceva Nerone al Colosseo con i gladiatori sconfitti….a dispetto dei più volgari luoghi comuni sull’Islam, il tizio non stava pensando tuttavia a decapitarmi ma stava solo indicando le mie scarpe Nike appena comprate, che aveva individuato come oggetto congruo per una permuta, un baratto insomma……sapeste come e’ fastidioso restare scalzi sulle montagne dell’Atlante marocchino. Intanto però manco poi mi imparo la lezione e con superficialità avevo dato per scontato ora che, avendo usato ste benedette carte all’estero addirittura in Botswana e Zimbawne, figuriamoci se poi non avrebbero funzionato a Manhattan. E invece no, i codici sono diversi a seconda dei continenti ed ora e’ venerdì sera, in Italia e’ notte fonda e intravedo lo spettro di una notte come quella che canta quel rapper, chissà dove e con “twenty dollar in my pocket”, quanto ho di contanti . Ad ogni modo, dopo circa un’ora di attesa al tel ad un numero verde un cazzo di operatore italiano mi risponde e sblocca sti cazzo di codici Geo Control: posso varcare la soglia presidiata dal Cerbero tricefalo con le sembianze da collegiali ed entrare nel mondo di sti “cittadini”, gli avventori del lussuoso hotel, una sorta di tribù dei giorni nostri dedita al “culto selvaggio e primitivo della Dea Bellezza da non smettere mai di venerare”: questa almeno la definizione che ne offre ora il cervellone elettronico, lo stesso che proiettava poc’anzi la mia foto profilo…….a me sembra più che altro di stare in una tribù di epigoni di Boygeorge e Jimmy Sommerville che a mezzanotte di un venerdì sera ordinano al bar centrifugati alla frutta e alle 3 di notte vanno a fare palestra (!). Il fuso orario mi ottunde e sono in grado solo di raggiungere la vicina Time Square, adornata di video luminosi ad ogni angolo come un video game e tanta gente pervasa da una strana euforia. Aveva ragione il vecchio Frank “the Voice”: this is “the city that never sleeps”

Il velo di Maya: Prologo

Prologo
“Il velo di Maya” e’ un’invenzione del filosofo Arthur Schopenhauer, che sostanzialmente ritiene la vita un sogno: tale velo sarebbe apposto dinanzi ai nostri occhi alla nascita, impedendoci di comprendere appieno la conoscenza e la percezione della realtà, se non in misura sfocata e illusoria. Si tratta di concetti che l’autore mutua dalla filosofia induista, dove il termine “maya” rimanda alla creazione o a qualcosa attinente alla misura, quindi ci appizzano poco o niente i Maya intesi come popolo precolombiano del centro-America dove sono diretto, nondimeno l’ho scelto come nome del diario un po’perche mi piacciono assai i giochi di parole un po’ perché la metafora si addice assai al senso di questo viaggio.
Non temete, la finisco subito con queste pippe pseudo-intellettuali, semplicemente il viaggio in questione prende le mosse dall’anniversario dei miei quarant’anni, che cade nel bel mezzo di esso: si tratta nel senso comune di una ricorrenza particolare, i 40 anni, la fine di una fase della vita più o meno associata all’idea di “gioventù” e l’inizio di un’altra, chissà, dominata da altri valori, non saprei. E’ forse il momento giusto in cui ci si spoglia del “velo di Maya” e si prende a guardare il mondo nella sua realtà, scevro dai sogni e dalle illusioni della “vita precedente”? E’ la domanda che funge da incidente narrativo al diario, cui magari darò una risposta girovagando tra New York, Guatemala e Belize. Ah già, perché tra tutte queste chiacchiere qua non ho ancora svelato il piano di viaggio: beh rispetto ad altri itinerari pare meno complesso, anche perché in grossa parte non vi ho ancora pensato, quindi faccio ancora in tempo a incasinarlo come piace a me. Partiro’ per New York, dove ho lo scalo aereo prolungato, un giorno e mezzo tra un aereo e l’altro e il rincoglionimento del fuso orario, un tempo francamente ridicolo per vivere una realtà così grande ma tant’è: proverò a dare un minuscolo morso alla Grande Mela.
Poi si parte per il maestoso Guatemala: jungle, vulcani e vestigia Maya, un’avventura da cui mi aspetto tanto e che ho scelto dopo lunghissima selezione come meta per questa ricorrenza. Alla fine da un punto non lontano dalle piramidi di Tikal, dovrei sbucare in uno stato confinante, il Belize, fatto di straordinari atolli e una magnifica barriera corallina : la meta finale per ora e’ un misterioso buco nella barriera corallina stessa, forse generato da un meteorite caduto millenni fa e che da luogo ad un abisso senza fondo e impossibile a misurarsi, il cosiddetto Blue Hole appunto. Ma ci devo arrivare…
Insomma di cose in pentola ne bollono parecchie, a tutti i livelli, perché per ora ho scelto come tappa di avvicinamento questo simpaticissimo ristorante-albergo, da Benito al Bosco: altro che Guatemala o Belize- ex Honduras Britannico, qua stiamo a Velletri, castelli romani, e Benito e’ il paffuto e anziano proprietario. Ha l’aria paciosa di chi ha capito da tempo che il mondo e’ tutto un teatrino, ha una carrellata di foto infinita con presidenti e celebrità venute a trovarlo; da ultimo Renzi che vicino a lui in foto ha l’aria dell’universitario fuori sede che torna a Natale a casa e deve trovare il coraggio di dire ai genitori che ha speso gli ultimi sei mesi in sbronze e minchiate e non ha fatto manco un esame, tutte cose che i genitori sanno già ma lo accolgono cmq a tavola. A Benito cmq sembra fregargliene davvero poco di sto andrivieni di presidenti e teste coronate, l’unico il cui ricordo sembra scaldargli il cuore e’ l’amico di vita Ugo Tognazzi, che qui veniva a fare scorpacciate di funghi e dove ha scritto con Zavattini la sceneggiatura originale della “Grande Abbuffata”. Ovviamente non potevo esimermi da un tributo al maestro Tognazzi ed ho mangiato cumm nu puork, talmente tanto che mi piglio scuorno di scrivere il menù.
Più che il velo, per adesso si disvela il “colesterolo di Maya” insomma