Io credo che esista una concetto da analizzare per comprendere, o almeno provare a farlo, la beninteso folle e criminale ambizione di Putin e del suo ensemble di “conquista”dell’Ucraina o almeno di una porzione di essa: è quello di “Russkij Mir”, di Mondo Russo. E’ un concetto trasversale a tutti i campi del sapere e del vivere a quelle latitudini, che trova sue implicazioni culturali, storiche, letterarie ed è a mio avviso la pietra angolare della nuova geografia di mondo che il Cremlino persegue. Anzi, l’aggettivo nuovo/a suona quanto mai inappropriato agli occhi dell’aggressore, perchè esso ha in quell’ottica (pur distorta che sia) una radice storica consolidata e ineccepibile. Di Russkij Mir è impastata tutta la società russa, è il cemento che lega l’oligarca milionario moscovita al contadino nomade delle steppe siberiane; del Russkij Mir è una proiezione celebre la letteratura russa: “Guerra e pace” di Tolstoy è pieno Russkij Mir, lo è “Anime morte” di Gogol che più o meno si ambienta quasi profeticamente in luoghi o meglio non-luoghi collocabili sulla mappa in quelli degli eccidi di Bucha e dintorni, anche Dostoevskij è puro Russkij Mir. Il concetto trova una sua ovvia esplicazione anche geografica e politica, quindi in una parola geo-politica. Insomma cosa è, dove inizia o meglio dove finisce il Russkij Mir di Putin? Credo che la logica animatrice di base sia da rintracciare in quella categoria del pensiero politico che il grande filosofo della politica Karl Schmitt disegna un secolo fa: é la logica amico-nemico a fungere da scintilla, da confine e da termine ultimo di ogni azione politica. Per Putin ed il Cremlino ogni cosa dentro il Russkij Mir è amica e come tale assoggettabileo meglio da assoggetare, ogni cosa al di fuore di esso si colloca nella categoria “nemico”. I farneticanti propositi bellicosi di distruzione di Londra e dell’ Occidente intero con l’arma atomica , propagandati ai tg della sera ed nei proclami tonitruanti del capo supremo sin dalla prima notte di guerra, per realistici o no che siano, hanno tutti una unica “causale”, un unico comune denominatore: verrete distrutti se interferirete nel Russkij Mir, se metterete il naso nel nostro Mondo Russo. Resta da capire dunque fin dove arriva nella matita del Cremlino tale Mondo Russo ma sta una variabile ancora da inserire sul grafico: con la disgregazione dell’ Urss in una ventina di stati di piccole e grandi dimensioni, almeno 15 miloni di cittadini russi, di lingua e religione russa, restano “intrappolati” in paesi con diversa bandiera, il più delle volte apertamente ostile al vecchio invasore. Parliamo di ex personale amministrativo di Mosca o cittadini intimamente russi a vario titolo trovatisi da un giorno all’altro in paesi che ora si chiamano Ucraina, Lituania, Kazakistan o Turkmenistan, in un’area di mondo sconfinata ed eterogenea. Il progetto di Putin sin dalla sua presa di potere a metà anni ’90 non è quello di riportare questa moltitudine di russi a casa ma di far arrivare la “casa Russia” presso di loro, di “liberarli” dal giogo delle neonate repubbliche usurpatrici del Russkij Mir. L’ambizioso e folle progetto non è perseguito solo verso Ovest ma in tutte le direttrici di marcia dell’ex Armata Rossa: a sud con la “liberazione” del Caucaso dagli Ottomani, dove Putin dispiega un’intera armata per la riconquista di una regioncina grande quanto la Campania chiamata cecenia, a Est dove le truppe russe intervengono in Kazakistan, un paese grande quanto l’intera Europa, a difesa del Presidente fantoccio ed in Mongolia, che nei servizi del meteo (da sempre uno delle cartine la tornasole più indicative di ogni regime) prende il sedicente nome di “Buriazia” : la toponomastica dei luoghi, il ribattezzarli secondo proprie esigenze di dominio è da sempre un corollario delle dittature. Ma torniamo sulla scena del crimine, torniamo ad Occidente: dove finisce il Russkij Mir di Putin ad Occidente? Ad inizio delle ostilità avevo azzardato una lettura della guerra basata sulla disposizione dei fiumi sul territorio, un incedere del conflitto di fiume in fiume, di sponda in sponda contesa: non credo ci avessi sbagliato. Dopo una prima fase dissennata di attacco all’intero territorio ucraino per fortuna naufragata in una clamorosa sconfitta, l’Armata Rossa si è riposizionata sul Don, scegliendo una via di avanzamento terrestre più limitata che gli è storicamente più congeniale: ha già superato il Don e punta seppur lentamente sul secondo grande fiume che taglia in due l’Ucraina: il Dniepr. Potrebbe fermarsi li e posizionare la bandierina del Russkij Mir sulla riva sinistra di esso, lasciando all’Ucraina residua e l’Occidente nemico tutto cio che è situato ad ovest, ma è ormai chiaro che l’obiettivo ultimo è posizionato più ad ovest fino alla riva di un altro fiume. Anche qui la toponomastica dei luoghi parla chiaro: il fiume è il Dniestr, che in Occidente prende il nome di Nistro, nome datogli dai mercanti genovesi giunti fin qui nel medioevo, i quali identificavano chiaramente esso come una barriera, ad ovest della quale esisteva una terra di commerci e scambi culturali, ad est di esso un mondo ignoto ed ostile: il Russkij Mir di oggi, il Mondo Russo nei sogni del Cremlino arriva sulla sponda sinistra del Nistro, dove sorge una sedicente repubblica autoproclamata non certo a caso chiamata Transnistria, uno costola ribelle della Moldavia “traditrice” ed innamorata dell’Occidente.
Spostiamo anche l’orizzonte sul mare: una delle primissime operazioni militari compiute dalla forza militare russa è stata l’occupazione in grande stile, con navi e forze spropositate, di una piccola isola, poco più che uno scoglio, situata molto ad Ovest e molto oltre la liena di combattimento terrestre, quasi di fronte alla foce del Danubio ed alla Romania: prende il nome affascinante di Isola dei Serpenti ed è legata a quell’episodio celebre di pochi sparuti marinai ucraini che eroicamente via radio rifiutano la resa e mandano letteralmente a quel paese le soverchianti forze di invasione russe. Quell’occupazione così vistosa e fuori scala ha aperto subito gli occhi agli esperti del settore sulle ambizioni russe di conquista del suolo ucraino: per capirci, è come se la Germania a teorica protezione delle entità tedesche dell’ Alto Adige, nel dichiarare guerra all’Italia occupasse Lampedusa. E’ stato sin da subito chiaro con l’occupazione di quella Isola dei Serpenti che la bandierina russa da piazzare guardava molto oltre il Don, molto oltre il Dniepr, oltre anche la Crimea. E dove insomma?
Le ascisse e le ordinate di tutte le variabili geografiche, politiche, storiche e strategiche trovano una loro bisettrice tutte in un unico punto, convergono tutte li: Odessa. E’la meta in cui tutte le variabili confluiscono, persino al cinema: ricordate il fim “la corazzata Potemkin manifesto della retorica russa, ben più noto per la sua parodia nel film di Fantozzi col nome storpiato in corazzata Potiokmin? E’ ambientato ad Odessa. Dove aveva sede da sempre la flotta russa sul Mar Nero? Ad Odessa. Qualsiasi slancio russo verso ovest ed “i mari caldi è partito da Odessa. Odessa è la meta irrinunciabile e simbolica dell’espansione russa, quella conquistata la quale poter gridare vittoria nella piazza rossa a Mosca, ma è anche qualcosa di irrinunciabile per l’altra parte, l’ultimo porto sul Mar Nero, la Fort Alamo degli Ucraini, la loro linea del Piave e combatteranno fino all’ultimo uomo. Odessa è la tappa ultima di questa corsa al massacro. L’esito finale è per fortuna incerto ma sarà quella la battaglia finale tra il Russkij Mir e l’Occidente: la battaglia di Odessa







zona un tempo indicata come Galizia e con un breve trascorso di indipendenza, si fa per dire, nei tumultuosi anni della seconda guerra mondiale, quando appunto fu annessa con questa dizione al Reich nazista .
, fatto di reminiscenze rinascimentali e poi asburgiche che ne hanno fatto una delle capitali della Mitteleuropa in un tempo passato forse un po’ dimenticato. Molte sono le personalità nate o transitate qui nei secoli radiosi: artisti e architetti di fama, regnanti di alto lignaggio e bizzarri libertini che scopriremo strada facendo. Per ora mi limito a citarne uno, che è quello che con la sua opera più celebre offre lo sfondo a questo mini-diario ed è lo scrittore Nicolaj Vasilevic Gogol:
universalmente associato alla gloriosa tradizione della letteratura russa, egli invece era più ucraino che mai; era nativo infatti della regione contadina di Poltava (non troppo distanti da Leopoli) e quantomai ucraina appare anche l’ambientazione della sua opera-capolavoro, “Anime morte”, doppiamente ucraina anche con riferimento al senso già citato di frontiera,per quello che è forse il confine per eccellenza, il limite tra i morti e i vivi.