Il velo di Maya: Antigua, un fiore adagiato sulla lava

Giorno 3
In questa zona di mondo, intesa come America Centro-merididionale, vi sono diverse città col nome “Antigua”; d’altra parte il termine in spagnolo significa semplicemente “antica” e se intuisce la facile riferibilita’ a tante cose. L’Antigua dove mi trovo io e’ antica assai e meravigliosa davvero. La costruirono gli spagnoli nel 1540 (agli albori del genocidio perpetrato qui dunque) e ne fecero subito la loro centrale operativa. La città sorge in un fondovalle incastonato tra 4 vulcani posti in corrispondenza quasi magica con i 4 punti cardinali, mentre i nomi dei bestioni fumanti e sovente eruttanti richiamano in parte un’altra fenomenologia quadripartita, quella dei 4 elementi: un vulcano si chiama infatti Agua, un altro Fuego e se vi è qualcuno tra i lettori che ha partecipato all’ultima caccia al tesoro starà notando qualche felice o sinistra (a secondo dell’esito finale) analogia. Coincidenze, anche perché i rimanenti due si chiamano poi Pacaya e Acotenango, il “top player” per attività e anche altitudine col suo svettare sopra i tremila. Antigua magicamente riposta dunque in fondo a questo idilliaca suburra di elementi e’ un autentico gioiellino coloniale: costruita secondo i canoni dell’architettura cd militare dell’epoca, presenta una pianta rettangolare e un numero impressionante di edifici storici e chiese barocche per lo più in rovina. Aqquartieramenti militari e edifici del clero cattolico, il braccio e la mente dello sterminio insomma. In mezzo, fulcro della vita locale, il Parque Central, una sorta di gigantesco patio adorno di bellissime piante tropicali e circondato da magnifico edifici. Mi alloggio a pochi metri da esso, in una stanza immersa anche essa in un giardino tropicale e che inquadra nella finestra perfettamente uno dei 4 vulcani, l’Agua che al mio arrivo erutta pure un po e lascia intravedere alcuni rivoli di lava. Mi innamoro subito del posto, delle sue vie acciottolate che sembrano non condurre da nessuna parte, giacché ,attesa la geografia dei luoghi e la pianta della città, da Antigua pare impossibile uscire. Di certo non avrei cmq voglia di farlo per ora e poi qui ho due guide d’eccezione, una sorta di numi tutelari pescati tra le colonne della Vecchia Guardia del Qube. Il primo e’ Ottavio e lavora in banca: e’ un sodalizio operativo decennale che si rinnova ad ogni mio viaggio, abbiamo un rapporto tipo l’astronavicella spaziale spersa in qualche galassia strana e sempre diversa ,e la torre di controllo a terra, il centro operativo a cui sovente inviare messaggi del tipo “Houston, abbiamo un problema”. Ricordo i viaggi “pidocchiosi” degli anni addietro, vissuti con l’incubo e la certezza che presto o tardi i 4 soldi che avevo sarebbero finiti e stavo la a chiedere resoconti bancari ogni mezza giornata. Nondimeno mi arrisicavo (come tutt’oggi) in posti sbrevezi e senza alcuna idea di quantificazione preventiva di spesa prevista,diciamo. Ricordo una volta, una dozzina di anni fa , quando mi apprestavo a raggiungere da un paese limitrofo addirittura il Nepal e pensai di mandare un messaggio al fido Ottavio per sapere quanto mi restava da spendere, che magari poi tra le montagne himalayiane sarebbe stato difficile comunicare o tenere il conto delle spese…..la memorabile risposta fu :” coglione, ti restano 240€ sul conto, in pratica non potresti andare manco a Formia, figuriamoci a Katmandu’!” Oggigiorno la situazione da quel lato chiaramente e’ più florida e non devo stare li a centellinare le monetine, nondimeno trovo sempre il modo di incasinarmi per altre vie con sti codici internazionali delle carte che cambiano da paese a paese e altre diavolerie tecnologiche, come già ampiamente documentato a New York. Ecco anche qui in Guatemala ripeto l’incidente delle carte che non funzionano e parte la chiamata alla Ground Control di Houston, che mi risolve il problema.
L’altro mio nume tutelare qui e’ invece poi lui, the king Arturo, che ad Antigua ha addirittura vissuto e sa indicarmi i posti non scontati da vedere, persone da incontrare, bar e taverne da visitare e quelle da scartare. Guidato dai suoi consigli, mi sento un po’ come Dante con Virgilio nella selva oscura di viottoli e bettole di Antigua.
Tra il trambusto delle scassate automobili che scarrozzano sullo sconnesso acciottolato seicentesco e il vociare sommesso delle minute venditrici maya, cala la notte su Antigua. Nei posti prossimi all’equatore il tramonto e’ più repentino che alle nostre latitudini, il sole ci mette meno a tramontare e pare quasi che di colpo abbiano spento la luce. Di conseguenza e’ più brusco anche il cambio di umore, in quella che Dante con il verso poetico più geniale mai letto definisce “l’ora che volge il desio ai naviganti”. Eh già, di giorno il marinaio sul mare si affretta e non pensa a dove si trova attorniato dalla luce: e’ al calare della notte, al tramonto, quando il mare diventa un nero gigante informe che pare stritolarlo, che al navigante subentra la tristezza e il ricordo di casa. Io per ora navigo in terraferma e più che altro mi prende brutta l’idea che l’indomani avrò quarant’anni. Cominciano ad affollarsi pensieri cupi e bilanci, preoccupazioni e resoconti: tutta roba buona da affogare nel metscal, il progenitore grezzo della tequila forse illegale ma che contrabbandano piuttosto allegramente qui. Non troppo però, che domani all’alba si scala un vulcano: quello meraviglioso che, oltre i tetti e la cattedrale, contemplo ora dalla mia finestra

El mundo perdido – giorno 5: la cara al viento

Smaltiti che furono i bagordi dei 3 giorni e 3 notti di libagioni del matrimonio caraibico, il viaggio torna ad assumere ora una conformazione più consona al canovaccio, con destinazioni più inusuali e tanta tanta strada da percorrere Per adesso siamo ancora sulla Isla Margarita, che è di dimensioni piuttosto estese e dalla formula simile ad un ameba o qualche microorganismo da cui ad un tratto germina un’altra cellula: ho sulla punta della lingua il nome di quel mamozietto ma al momento non mi sovviene, il Luciano Onder che è in me stamattina latita. Una roba del genere insomma che messa su una carta geografica a voler per forza esaudire questa farraginosa metafora si tradurrebbe in questo oggi me ne vado dunque nella “capocchia” di sinistra, pressoché inedifcata e disabitata per vie delle condizioni climatiche assai differenti. Giusto nel mezzo tra i due corpi dell’isola, come a tenerle insieme con la sputazza , si trova tuttavia un luogo molto singolare e per molti versi unico: la laguna della Restinga, un ecosistema a se stante composto da un’area umida di oltre 18 ettari dove crescono a milioni queste mangrovie giganti e con esse tutta una serie conseguente di animali, animaletti e prodigi della natura . Si, si tratta di un albero davvero miracoloso, capace di una serie di serie di mirabilie degne di un’astronave di fantascienza, di quelle dove si sale a bordo e si prospera in un clima alieno . cominciamo col dire che quella in foto sulla cima dell’albero, “in cabina di comando dell’astronave” è una magnifica aquila testa calva, intenta ad una facile pesca nelle acque da cui a decine pasciuti pasciuti pescioli saltano in continuazione. Sotto, poi l’arca magica dell’astronave, la mangrovia che incrocia le sue radici aeree e i suoi giunchi dando luogo a delle vere e proprie isole. Alla pianta riesce poi di filtrare l’acqua di mare meglio di un desalinizzatore, per restituire poi acqua dolce. È l’ecosistema perfetto per una serie di animali quali cavallucci marini e stelle marine , presenti in numero cospicuo a la Restinga anche le ostriche si accoccolano ai terminali magici di questa pianta e vengono coltivate qui in gran numero per essere poi offerte dagli ambulanti sulle spiagge di Playa El Agua ed El Jaque.il giro in battello prende le mosse da un traballante pontile da chi inoltrarsi nella fitta rete di canali, a cui qualcuno con una profusione d’animo shakespeariano ha donato nomi estremamente dolci e melensi quali “Canale del primo bacio”, “laguna degli amori perduti” etcil sito è oggettivamente un posto magico, ove talvolta il forte sole viene coperto dai migliaia di pellicani in volo, venuti con aquile e altri rapaci a dividersi il facile bottino di pescatornati alla base, nel punto detto “Boca de rio”, perché ivi il fiume incontra il mare, riparto per la estremità dell’isolotto, in quella che viene definita la penisola di Macanao. Il paesaggio è davvero affascinante e degno del vecchio west, con migliaia di giganteschi cactus che spuntano dal suolo ora divenuto arido in conformità all’aria da selvaggio Far west, la attempata guida mi dice che è pericoloso fermarmi in questa area per possibili assalti di banditi armati. insisto per una sosta, sicuro che i luoghi pressoché deserti non possano poi nascondere decine di briganti armati ad ogni angolo, ma il povero signore mi racconta allora la sua esperienza di vita davvero triste, allorquando da queste parti fu travolto da un auto di banditi in fuga e vide la sua gamba maciullata, tanto è che ora cammina con una precaria protesi in legno. È davvero una persona dal grande spessore, el senor Gustavo, decano delle guide locali, dallo stile e l’eleganza di tempi antichi. Ora mi conduce all’estremità occidentale dell’isola,’ove sorge un minuscolo “pueblo” di pescatori per la verità ormai quasi tutti emigrati , Punta Arenas

In effetti il villaggio sembra memore di una prosperità che fu, come tutta l’isola d’altra parte, con decine di chiringuitos e capanni ormai chiusi per scarsa o ormai inesistente affluenza di turisti. La pastura di socialismo in salsa chavista all’equatore pare talvolta aver solo ridotto i luoghi a quei tristi tropici di cui parla Levi Strauss per altri motivi detto questo, essere l’unico essere umano o quasi nel raggio di qualche km quadrato o quasi, in un posto de genere è un piacere che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Dalla piccola imbarcazione salta giù, attorniato da famelici pellicani, anche un giovanissimo pescatore che intona con voce estremamente “suave” quella che pare hit impazzante a latitudine musicale raggaeton (una piaga sociale per quanto mi riguarda) ma che cela un testo gradevole e suggestivo, perché, come scopro ora, è in realtà una canzone della tradizione locale

“lento y contiento, la cara al viento”