Tropico del Capricorno: il Capo di Buona Speranza e dintorni

Giorno 4
Quello visibile in foto e’ il Capo di Buona Speranza, luogo mitologico sospeso tra geografia e letteratura, per doppiare il quale centinaia se non migliaia di navigatori persero la vita in epoche di conquiste ed esplorazioni che si confondono con la leggenda e nelle quali sogno spesso di aver potuto vivere. E’ l’estrema propaggine terrestre del continente africano, oltre la quale vi è solo acqua fino all’ Antartide; qui confluiscono due giganti blu come l’Oceano Atlantico e quello Indiano, dando vita ad un amplesso violento che genera gorghi d’acqua infernali che succhiano giù le navi come moscerini in un lavandino stappato. La Buona Speranza che esso lascia intravedere e’ tra l’altro del tutto illusoria, giacché poco dopo ad est si apre una enorme baia, solo all’apparenza placida ma in realtà esposte a micidiali correnti da sud- est e perciò ribattezzata False Bay, la falsa baia.
Ma andiamo per gradi, perché a queste latitudini ci si arriva poco per volta, e’ una conquista progressiva.
Pensavo innanzitutto al detto “prezzo che paghi, tamarro che trovi”, quantomai veritiero: si, perché dopo la prima notte in una guedthouse che non mi piaceva un granché (quella che pareva Officina 99 con rigurgiti di arte assai discutibili alle pareti), ho cambiato e mi sono sparato l’albergone con la vista figa e mille facilities. Tuttavia la mia stessa pensata l’ha fatta una quotata squadra locale di rugby, gioco che a queste latitudini eguaglia il calcio in Italia per popolarità e diffusione. Vi è anche un altra caratteristica che i top player locali di questa disciplina mutuano dai nostri giocatori: il livello esponenziale di cafonamma e sbruffonaggine. Hai voglia di dire che il rugby e’ uno sport basato su principi nobili e da gentlemen: almeno questi che stanno qua sono la filiazione più prossima delle scimmie bonobo e hanno fatto una caciara della madonna tutto il giorno e tutta la notte, suppongo per festeggiare una vittoria (altrimenti, se avessero dovuto ancora giocare, davvero non so che figura di merda avrebbero apparato mai con tutti gli ettolitri di birra e whisky che si sono scesi dalle nove dal mattino in poi). Manco a dire di andargli a dire qualcosa per protesta, che qua il più fesso di loro era alto 1,95 e volendo mi avrebbe sfarinato la faccia con una mano sola! Quanto poi al protestare presso la reception mi sembrava un po’ troppo da pensionata tedesca in vacanza eppoi non avrebbe sortito un gran effetto, giacché le signorine impiegate al ricevimento sbavavano quando vedevano apparire all’orizzonte sti marcantoni in tuta, figuriamoci se si cacavano anche solo lontanamente sto fesso qua che protestava per il casino…. Vabbe, cmq dopo una notte quasi insonne, dove, perso per perso, l’ho buttata pure io a caciara ( cosa che non mi è mai suonata indigesta in verità), la mattina mi decido per questa escursione al Cape of Good Hope, che dista dalla città una settantina di km . La distanza e’ coperta da una strada panoramica con curve mozzafiato a picco su scogliere e paesini appannaggio solo di coloni bianchi ricchissimi che qui hanno costruito un loro eldorado di residence da sogno e filo spinato, vicino al quale troneggia sempre un cartello che recita ” beware: armed response”, risposta armata casomai qualche disgraziato provi a varcare i confini del loro abuso. L’ultima parte prima del Capo e’ una riserva naturale abitata da molti animali selvatici tra cui scorgiamo aquile, struzzi, antilopi e babbuini, i vari predatori alfa della zona che scippano pure, scena bellissima a vedersi, un pacco di schifosi biscotti al formaggio ad una milfona americana intenta a farsi una foto.
Al Capo trovo una coppia di kenioti e una coreana disposti a dividere la corsa fino alle Winelands, una regione vinicola che pare la Provenza francese. Ci arriviamo passando vicino quella bella spiaggia di surfisti dove un campione australiano fu aggredito da squalo la settimana scorsa e costeggiando poi baraccopoli di disgraziati e cosiddette ” township”. Queste ultime sono la più abbietta delle eredità del governo sudafricano ai tempi del’ apartheid e la cosa più prossima alle barracke di Auschwitz che esista al mondo, enormi cubi di cemento ove venivano segregati i cittadini di etnia africana ai tempi dell’ apartheid. Arriviamo a Stellenbosch, nella regione del vino, che è l’esatto opposto delle township, o meglio il suo presupposto : una roccaforte inespugnabile del potere bianco, aria spiccatamente nord-europea e cartelli delle strade in olandese. L’università di Stellenbosh, rinomata in tutto il paese e cui io casualmente dedicai un enigma in una caccia al tesoro, e’ stata e probabilmente è ancora una sorta di madrassa dell’apartheid: fino a pochissimo tempo fa non accettava studenti di colore. Oggi in teoria non è più così ma la sostanza non deve essere un granché mutata, giacché, atteso pure che un ragazzo nero riesca a pagare l’esosa retta per iscriversi, i corsi di lingua sono poi in olandese, lingua non proprio diffusa tra i cittadini di etnia zulù o xhosa. Mi incuriosisce la antinomia di certi popoli nord- europei che in patria propongono modelli di società progressisti, con ampi riconoscimenti di diritti civili e libertà (pensate ad Amsterdam) e poi ad altre latitudini danno luogo a ste porcate. Gli olandesi già me li ricordo in Ecuador quando con le loro multinazionali setacciavano la amazzonia alla ricerca dell’oro e del petrolio, riducendo zone intere simili alla superficie lunari.
Vabbe, cmq a Stellenbosch pranzo stellare presso rinomato albergo gestito da sta elegantissima manager del lusso olandese (!), personaggio cui vengono dedicate copertine e soprannominata Silver fox, la volpe d’argento per via dei capelli canuti e bianchi. La Silver fox , assai amante dell’Italia, mi accompagna pure ad una buonissima degustazione di vini e formaggi nella sua tenuta privata, ed io per sdebitarmi l’ho invitata presso il mio albergo a Capri. Perciò, se vi è qualcuno della mia famiglia che si è letto sto papiello, prego voler appuntare una suite per settembre a nome Silver Fox, grazie

Tropico del Capricorno: Cape Town, un posto dove vivere

Giorno 3
Se siete tra coloro (tanti in verita’ )che stanno pensando di mollare tutto e aprirsi un chioscetto su di un lido tropicale, mi permetto di darvi un consiglio: lasciate perdere il chiringuito sulla spiaggia, e’ un’idea ormai troppo inflazionata e rischiate di trovarvi quale unico cliente il tipo del chioscetto di fianco al vostro, che a vedere bene era quello che poi in Italia vi notificava a domicilio che cartelle esattoriali di Equitalia. Insomma troppo gettonata come escape strategy. Io invece vi consiglio di scappare qui, a Cape Town: e’ la metropoli più rilassante del mondo, un’alta qualità di vita e l’impressione di un continuo divenire, di un posto che in questa precisa fase storica stia evolvendo rapidamente in bene verso una nuova prosperità; mi lascia l’impressione di una terra che apra opportunità, come l’America di un secolo fa magari. La qualità del vivere, con la possibilità di correre, andare a nuotare o fare surf appena usciti dal lavoro, mi lascia poi pensare ad una città australiana. Oddio, resta ancora una città a compartimenti un po’ stagni: da una parte i bianchi, dall’altra i neri, da un’altra ancora gli indiani e gli islamici, ma sicuramente meno di un tempo. Ad ogni modo, a visitarla almeno la cosa aggiunge un motivo di ulteriore curiosità: i bianchi stanno nella loro bellissima e ben protetta enclave del Waterfront, intorno al porto, ove pare di stare ad Amsterdam o in una cittadina della Scozia o della Cornovaglia, insomma mai in Africa si direbbe a prima vista. Ma resta da dire che l’Africa e’ irrimediabilmente anche questo ormai, colonialismo e suoi derivati storici. Qui sono tutti bianchi, biondissimi e ricchissimi, e per vedere un nero bisogna girare la porta della cucina di un ristorante e guardare dove sciaquano i piatti. Insomma tutto un po’ asettico e provinciale, anche se esteticamente bellissimo per posizione. Se ci si posta poi nel quartiere nero per così dire, insomma quello del centro storico, si è travolti dall’energia e vitalità, ovunque musica da balconi e dehors in legno che pare la New Orleans di cento anni fa, davvero. Ma senza voler a tutti i costi trovare un termine di paragone, diciamo che Città del Capo somiglia innanzitutto a se stessa nella sua unicità e bellezza.
L’ho beccato anche io un tizio che ha cambiato vita venendo qui ma lui per la verità non mi ha stregato un granché, appartenendo ad una categoria che in viaggio vado scansando come fosse la peste: gli italiani. E questo rappresentava pure la tipologia più pericolosa di essi, quelli che fanno: ” no perché in Italia stiamo indietro, li non puoi farle ste cose, non te la fanno fare una roba del genere…!” Poi vai a vedere e stanno parlando di qualche cesso di discoteca a tutto volume su una spiaggia fino a poco prima incontaminata……lui invece, che vive qui da 5 anni, si è impuntato che doveva consigliarmi lui dove andare a mangiare e mi sono voluto fidare : stronzo io, mi ha mandato in un cesso di centro commerciale in vetro-cemento con tutte i negozi delle grandi firme italiane e francesi e sto posto intufato di gente che proponeva sta cucina fusion….. Credo che questo genere culinario, il fusion, assai in voga in ambienti fighetti poggi in realtà su traumi infantili verso la famiglia di origine degli chef stellati e rinomati che lo propinano: cioè loro devono aver una sorta di odio verso la mamma o la nonna che manifestano rinnegandone ad ogni momento la loro cucina tradizionale e andando a schiaffare le tagliatelle bolognesi nel sugo di asparago uzbeko, il sushi dentro la salsa tartara dando vita a sto fusion e alla rinnegazione nevrotica della vecchia cucina della nonna. Il risultato non era comunque malvagio, devo dire. Bruttina assai la coppia che siedeva a mio fianco, con lui omaccione d’affari asiatico ormai sulla settantina e lei geisha porno bimba davvero bellissima, tutta ingioiellata ma visibilmente annoiata: ad un tratto, mentre lui riceve l’ennesima telefonata, chissà se dal lavoro o dalla moglie, la porno bimba si alza urlando in lacrime e scappa via, spero per lei magari con qualche bel giovanottone africano suo coetaneo. Assai meglio il pranzo cmq al mercato del pesce del porto vecchio.
Ad ogni modo una delle attrattive della città sono sicuramente le bellissime escursioni verso i dintorni; non guidando ne disponendo di un battello sto pensando domani di farne una ma non so decidermi, iaaa aiutatemi a scegliere:
dunque ci sta l’escursione in battello all’isola colonia penale ove era rinchiuso Mandela, Robben Island, con visita ai luoghi simbolo dell’apartheid;
poi sta il tour del Capo di Buona Speranza e la bellissima False Bay, che però potrei pure farmi da solo con un po’ di fortuna ;
poi vi sarebbe il tour nelle Winelands dove fanno il vino e pare di stare in Provenza , con le degustazioni dei pregiati prodotti locali;
poi ci sarebbe sta cosa un po’ tamarra di sorvolare in elicottero il Capo di Buona Speranza e partecipare ad una simulazione di battaglia militare con quei fucili credo ad aria compressa;
E poi ci sarebbe sta cosa un po’inquietante per la quale ti portano in motoscafo al largo e ti fanno inmeergere con una muta addosso dentro una gabbia di acciaio nelle gelide acque della False Bay, posto ove si registra al mondo la più alta concentrazione di…..squali bianchi. Si tratterebbe insomma di un bagno in mezzo agli squali, con l’ altro la formula ” soddisfatti o rimborsati”, nel senso che paghi solo se effettivamente lo squalo viene a chiavare le capate contro la gabbia a pelo d’acqua. Per intenderci lo squalo bianco non è che sia proprio uno di quei cacciutielli che si vedono a volte a Capri, e’ una bestia della madonna con denti aguzzi e rancorosi. Si, perché deve avere parecchio rancore se dei coglioni gli vanno a rompere i coglioni tutti i giorni . Mah, non saprei decidermi, voi quale escursione mi consigliereste?

Tropico del Capricorno: Dubai, una Edenlandia 2.0 da considerare null’altro che uno scalo aereo

Giorno 1
E’ inver probabile che, ogni volta che parto in viaggio, tra foto e proclami tronitruanti, faccia un po’ troppo lo smargiasso o se vogliamo er capoccia o ancora per dirla alla milanese il maranza, finendo così per tirarmi addosso le iatture e gli occhi secchi di quelli a cui starò sul cazzo (si calcola che in media ogni utente di Facebook abbia statisticamente almeno 7 altri cristiani che gli pareano addosso segretamente su what up). Così il fuoco di sbarramento della sempiterna categoria delle ciuciuettole stamane mi ha riservato parecchie insidie sul cammino : un enorme fuocarazzo appunto e’ divampato nella pineta retrostante Fiumicino causando disagi e una serie incolmabile di ritardi nei voli; inoltre, mentre mi affannano a correre al gate per l’imbarco, mi si è parata innanzi, di colpo come una fera dantesca, una masnada di tamarri ultras della Roma che hanno arrevotato un aereoporto nell”acclamare lo sbarco del neo-giocatore della loro squadra Salah, quello che stava alla fiorentina……bah,mi chiedevo se chist s’accattassero a Maradona che mai si fidassero di fare. Ad ogni modo, con il culo che mi ritrovo c’è poco da fare i menagramo: il mio fichissimo aereo e’ stato praticamente l’unico di tutto l’aeroporto a partire senza manco 5 minuti di ritardo e, quanto a me, mi sento così sereno e su di giri che poco ci manca che decollo da solo. Si, ho ingannato le ore della attesa pensando a cosa andasse storto e quali problemi mi sarei lasciato alle spalle in questa lunga assenza, ma il problema è’ che non mi è venuto niente in testa, niente di brutto o preoccupante all’orizzonte, non so se perché esso non esista o più probabilmente perché sia così stupido da non vederlo. Ad ogni modo, forse il segreto e’ proprio quello, e’ quel misto di sana incoscienza giovanile e ribalderia che ti fa imbarcare in una roba come quella in cui mi sto andando a cacciare io: se ci si comincia a pensare troppo, non si parte mai.
Più che altro, la domanda che mi ponevo era un’altra ora,pur se inver non si tratta di un dubbio esistenziale ma solo di una curiosità da appurare: cosa cazzo ci trovano gli esseri umani di bello mai in quel posto chiamato Dubai???? Io ci vedo solo una sorta di Edenlandia di plastica e asfalto senza arte ne parte, una selva di grattacieli nel bel mezzo del nulla, un’escrescenza del l’occidente abnorme nei presupposti e nelle voluttà. Avessero mai un senso o una necessità quei grattacieli come può esserlo stato per New York o altre metropoli! Queste bizzarre edificazioni qui a Dubai altro non sono che frutto dei pruriti di mazzo di gente che non sa proprio come buttare i soldi, sto sceicchi che un giorno si comprano un mega yacht, un altro Cristiano Ronaldo e un altro edificano un palazzaccio di 200 piani a forma di vongola nel mezzo del deserto per farci giocare i figli a squash. Mah, ci pensavo perché è lì che sto per fare scalo sulla rotta per Cape Town e più che altro perché oggi pomeriggio a Trastevere, in un ultimo up grade di trigliceridi con una pasta alla gricia strafogata a 40 gradi all’ombra, c’era sto tizio del ristorante, una sorta di monumento all’italiano medio, che mi ha fatto due coglioni così nel decantarmi la bellezza di sto coso che sta a Dubai dove si scia su neve artificiale al coperto con fuori 50 gradi all’ombra, così tu puoi farti il selfie in tuta da sci….nel deserto!!!! Bah, morirò senza riuscire a cogliere la magia intrinseca di una cosa del genere.
Sull’altro piatto della bilancia ci voglio però mettere il fatto pure che i lussi e le mollezze dei sultani orientali hanno nei millenni sempre esercitato un fascino innegabile sul più inquadrato Uomo occidentale, fascino tanto più irresistibile perché coglie alla pancia, pesca nelle fantasie più viscerali, basti pensare a luoghi quali l’harem e a tutto l’immaginario maschile ( e maschilista) al riguardo. E senza farla tanto pesante, pure a me sta mollezza dei sultani orientali un po’ acchiappa: mi sono su sta fichissima compagnia Emirates coccolato e vezzeggiato( figurarsi che sta pure il wi fi e ora vi scrivo tipo sorvolando la regione tra Siria e Iraq, quella dove regna il Califfato coi suoi tagliatori di teste) e a proposito di harem, vi dirò!!!! Io delle hostess tanto belle non le ho mai viste: queste sono tutte le ex concubine dello sceicco che ora , diventate un po’ più attardate e milfone, vengono prese a bordo a guadagnarsi la pensione. Davvero un bel vedere, peccato tuttavia che addetta alla zona dove siedo non vi è nessuna delle ex favorite del sultano bensì uno che si tempi d’oro del l’harem avrà rivestito il ruolo di cicisbeo o eunuco: insomma un cappone castrato incaricato di preservare l’ordine e il decoro, compito in cui persevera tutt’oggi se è vero che mi ha fato due coglioni come una mongolfiera per portarmi una birra. E non è neanche la presenza più spiacevole nei miei paraggi…..Alla fine le ciuciuettole e i menagramo una loro misera vittoria l’hanno avuta: alla tipa qua a fianco in foto non è bastato evidentemente tornare dal regno dei morti per venire in Italia esclusivamente per partecipare al campionato mondiale di degustazione di aglio e cipolle, no! Come si può ben vedere in foto, si sta persino sfilando le sue mortifere simil-superga cinesi!!!!! Peste a voi che faceste di me carne da vermi!!

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!

Il velo di Maya: the Blue Hole

Conclusione
Eccolo qua, questo e’ il Blue Hole, nel pieno dell’oceano,ed è la meta finale del mio viaggio. Non ho capito se lo chiamano così perché per portarti li in effetti ti fanno un buco in petto ma va bene così; la foto, a dire il vero, e’ preso dall’alto per rendere meglio l’effetto mentre io ero via mare, dove non si coglie così distintamente. E’ stato incredibile cmq immergersi in questo abisso spaventoso senza fondo, almeno ovviamente lungo le pareti che lo orlano e che sono un idillio di coralli, pesci, squali e colori di ogni sorta. Poi guardando il basso, si profonda verso un deep blue che impressiona davvero, perché nessuno sa dove sia il fondo di questo buco forse originato da un meteorite. Può essere questa forse una metafora del senso di questo viaggio che, lo ricordo, era dedicato al compiere dei miei 40 anni? Nooo, troppo ardito, e poi certe scadenze e certe date possono sembrare un qualcosa di ignoto solo prima, poi una volta immersici dentro come nel Blue Hole, anche se non si intravede il fondo, non vi è nulla che lasci pensare che il futuro possa essere diverso dal passato. E, almeno nel mio caso, e’ una gran fortuna, perché in questi miei primi quarant’anni ho avuto proprio una bella vita

Il velo di Maya: a dream called Belize

Giorno 10
“Last night i dream of San Pedroo..”- cantava una giovane Madonna in una sua hit di una ventina di anni fa, “La Isla bonita”. Ecco la isla in questione era Ambergris Caye qui in Belize, ove sorge il villaggio di San Pedro ed è la mia prossima destinazione……Pure io poi strong’ a sentire a chella cretina di Madonna: sbarco dal paradiso di Caye Caulker a San Pedro intono alle 9 e alle 9:15 sto già pensando di andarmene. Macchine, rumore, cemento, asfalto, albergoni grigi e ristoranti stereotipati per turisti volgari. Dove è finito qui il mantra “no shoes, no shirt….no problem” che regna sovrano nel pur vicino isolotto di Caye Caulker? Altro che no shoes, questo pare il posto stereotipato per quella tipologia di donna italiana col suo desiderio compulsivo a dover viaggiare con 16 paia di scarpe in valigia e doverne cambiare 5 al giorno almeno. C’è da dire che,quando Madonna cantava quella canzone vecchia ormai di qualche lustro, probabilmente l’isola non doveva mostrare un lato così urbanizzato ma presentarsi come tutt’ora e’ Caye Caulker o altri degli atolli qua intorno, grezzi e sospesi in un incanto di natura quasi incontaminata, frequentati da viaggiatori dotati di uno spirito più avventuriero. Si racconta pure che l’audace Madonna abbia avuto un flirt con uno dei tanti marcantoni epigoni di Bob Marley che furoreggiano qui, inaugurando forse un filone oggi molto in voga tra le sue connazionali. Ad ogni modo a San Pedro, magari proprio sulla scorta del successo della canzone di Madonna, si è messa in moto la machina del turismo più invasivo e deleterio, quello che cementifica e asfalta ogni cosa per concedere enormi camere vista mare e comodi parcheggi a turisti più abbienti e spazi residui sempre più angusti a secondo della capacità di spesa, fino a squallidi loculi di calcestruzzo spacciati per resort economici. Il risultato e’ una roba tipo Ischia, e infatti appena sbarcato becco un gruppo di napoletani che urlano (ma a buona ragione, perché Mertens ha appena segnato il gol del 4-2) . Ad ogni modo trascorro a San Pedro un tempo di circa 40-45 minuti, quelli che intercorrono tra lo sbarco e la successiva ripartenza del natante per Caye Caulker, il posto dove ero prima: già mi manca la mia casetta in legno sulla spiaggia, quel clima incantato e il mio pusher di aragoste & granchi, il quale potrebbe procurarmi una barca per esplorare gli altri atolli al di la del reef, addirittura disabitati Si si, non c’è da pensarci un minuto e rientrato alla “base”, esco subito di nuovo in barca verso questi altri isolotti, Turneffe Atoll e Half Moon Caye. Si tratta di posti che non indugio troppo a descrivere, lascio fare alla fantasia: basta provare a chiudere gli occhi e immaginare di trovarsi su un’isola tropicale deserta, con null’altro che palme da cocco,
mangrovie, uccelli, tartarughe e migliaia di pesci. Credo sia un sogno ricorrente e ben presente nell’immaginario di ognuno: ecco questo Half Moon Caye visitato ora e’ il posto esattamente corrispondente ad esso. Se capitate da quelle parti, attenti solo a dove mettere i piedi perché le tartarughe vengono li a deporre le uova.
Half Moon Caye e’la propaggine più estrema di sabbia prima dell’oceano per migliaia di chilometri. Anzi no: c’è un posto strano più al largo dell’isolotto, molto più al largo, una sorta di buco senza fondo nel mezzo dell’oceano orlato dal reef corallino. Pare sia stato originato dalla caduta di un meteorite. Lo chiamano Blue Hole: e’ quella la tappa finale del mio viaggio, prevista per l’indomani.

Il velo di Maya: no shoes, no shirt….no problem !

Giorno 9
“No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innlazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.
Quanto a me, ho rallentato il ritmo frenetico dei miei viaggi per adagiarmi su un’amaca in una bellissima casetta in legno fittatami da una matta inglese e sto entrando in contatto con le tantee specie della fauna locale , da un lato trangugiando una quantità vergognosa di granchi e aragoste, dall’altro stringendo rapporti d’amicozia con pennuti e squali, i quali anche loro sembrano essersi conformati al clima sereno e pacioso dell’isola. Si perché non so se riuscite a distinguere nella foto: oltre al pellicano, si vedono che nuotano delle mante, tante centinaia a dire il vero, che proprio ti urtano, ti sbattono addosso per giocare o chiedere cibo come fossero cagnolini. Poco dopo e’ arrivato pure uno squalo nutrice vero e proprio, anzi due, bestioni enormi,e ho azzardato a volo pure un malriuscito selfie, ma mi hanno spiegato che quelli sono di carattere un po’ più incazzosi

Il velo di Maya: alba sulle piramidi, tramonto nel Caribe

Giorno 8
La giornata comincia molto prima dell’alba, intorno alle 4 quando mi incammino per raggiungere la sommità del Tempio IV, la piramide consacrata al re Grande Acqua da cui contemplare appunto l’alba. Mi addentro quindi nella giungla del parco archeologico con una simpatica coppia di farmers del Canada settentrionale, che mi raccontano come al loro paese in quei giorni si registri una impossibile temperatura di 38 gradi sotto lo zero (!). Anticiparsi di un bel po’ ha i suoi vantaggi e guadagno un posto sulla sommità della piramide, giusto sotto la stele dedicata al re e al vertice della vertiginosa scala da cui un tempo probabilmente rotolavano giù le teste dei sacrificati. Ora sta solo da aspettare che faccia alba. E cazzo che bello! Da solo o quasi sulla sommità di una piramide Maya nella giungla a contemplare l’alba, ma che fortuna che ho avuto nella vita! Scrivere un diario di viaggio mi piace anche per questo, mi aiuta a rivivere tutta la bellezza delle cose che vedo, che l’animo umano ci mette un po’ ad assimilare.
L’assordante silenzio della notte comincia a essere rotto dai maschi dominanti di scimmie urlatrici, che attaccano con i loro grevi richiami in tutto simili a terrificanti ruggiti. Un’arpia, un rapace simile ad un’ aquila ma di dimensioni ancora maggiori e a forte rischio estinzione, prende a volteggiarmi sopra la testa con fare minaccioso, poi arriva una bellissima coppia di tucani reali ad annunciarmi la comparsa in cielo di Lucifero, il pianeta Venere che splende perfettamente allineata alla piramide usata al tempo come osservatorio astronomico, di cui intravedo la sommità sopra gli alberi: li ricordo di essermi commosso e avere pianto come un bambino. Ormai ci siamo, la luce sta per arrivare, i contorni delle piramidi bucano la vegetazione che pare un mare ai miei piedi. Mamma mia!
Ora devo proprio scappare, ho pochi minuti per attraversare tutto il parco e beccare un autobus, prendo il sentiero che attraversa il sito considerato “mundo perdido”, sette templi in una stessa piazza tutti per me. Fermo un pulmino in partenza verso sud, devo arrivare fino ad un villaggio chiamato Puente Ixhlu’ per beccare la coincidenza per il Belize. Ma il bus strada facendo si attarda a caricare seghe circolari e altra roba da costruzione e non arrivo in tempo utile. Niente panico, poco dopo arriva un altro “colectivo” che marcia fino alla frontiera, poi da li si vedrà.
La strada taglia secca a est costeggiando il Rio Mapan che si getta nel fiume Belize proprio alla frontiera, ove sorge una squallida città chiamata Melchor de Menches. Ciao Guatemala, ora sono in Belize, ex Honduras britannico, paese che della dominazione inglese conserva una traccia visibile. Il paesaggio cambia, la foresta nebulare lascia il passo alle palme che degradano verso il Mar dei Caraibi, tra le casette di legno e le “fincas” degli allevatori. Al porto di Belize city devo scegliere per dove imbarcarmi, le opzioni sono due : la pubblicizzata Ambergris Caye o la meno nota Caye Caulker, una striscia di sabbia rimasta ancora preservata dal turismo più invasivo. Il mio fiuto mi fa optare per Caye Caulker, la scelta si rivelerà azzeccata e poche ore dopo sto a contemplare un tramonto sopra la barriera corallina in uno scenario idilliaco.
Alba su una piramide Maya e tramonto in un paradiso tropicale . Ma io sono uno fortunato

Il velo di Maya: gli hippie del lago Atitlan

Giorno 5
Si riprende il cammino, direzione est, l’Este degli altopiani, della terra che si inarca un bel po prima di degradare verso il Pacifico. La meta individuata e’ il lago di Atitlan, un bacino manco a dirlo di origine vulcanica e orlato da altre tre o quattro bestioni fumanti. Sul “colectivo” incrocio un simpatico tizio italiano, non più giovanissimo, grande viaggiatore in anni più verdi, esploratore di luoghi estremamente difficili a raggiungersi prima dell’avvento delle low cost e che ora torna in Guatemala a distanza di 30 anni. Tutto gli appare cambiato e deteriorato, come sempre accade quando si ritorna dopo tempo in un post: io di mio ho il terrore a immaginare cosa possa essere diventato il Nepal a distanza di dodici anni e dopo la colonizzazione cinese o a dover scoprire cosa e’ rimasto di quell’angolo di Amazzonia in cui mi avventurai in Ecuador, probabile che una spianata di ruspe e macchinari da estrazione abbia violentato quel magico villaggio indigeno dove trascorsi giorni che ricorderò finché vivrò. In effetti il Guaremala pare un paese per molti tratti in fase di industrializzazione o perlomeno di edificazione selvaggia: si susseguono paesoni che altro non sono che una fila continua di officine meccaniche e depositi di materiale edile; probabile si stia consumando ora qui quella fase di “conquista” del territorio da parte dell’uomo urbanizzato che darà’ luogo a brutture che dureranno secoli. Nondimeno il tizio di fianco a me qui ci ha lasciato un pezzo di cuore e dei suoi trent’anni, quindi ricorda con nostalgia ogni paese o ansa del terreno incontrata. Il problema, non secondario si direbbe, e’ che ha deciso di condividere questa sua saudade di gioventù con la sua compagna, assai più giovane e di tutti altri interessi: lui mi elenca in serie i posti toccati in passato, che vanno dalla Patagonia cilena alla Mongolia interna passando per il Borneo malese, e lei al sentire ognuno di quei nomi scuote il capo con disapprovazione, a mo’ di una madre che legge uno ad uno i pessimi voti sulla pagella del figlio. Sta iperisterica, reclama un suo imprescindibile diritto al l’abbronzatura e a giacere su un lettino ai margini di un bagnasciuga caraibico, e’ preoccupata per il cospicuo vestiario riposto nella valigia che, a suo modo di vedere, pericolosamente e’ adagiata sul tetto del veicolo; sullo stesso pulmino ci sta con la forma mentis di un dissidente sovietico imbarcato su convoglio ferroviario destinato ad un gulag siberiano….non vorrei stare nei panni del marito quella sera stessa quando si appalesera’ la meta prevista, tutto tranne che un posto confortevole e dotato di infrastrutture turistiche “occidentali”. Parlo del lago di Atitlan, che di colpo ci appare sotto il veicolo a est, di struggente bellezza a guardarsi dall’alto, uno scrigno di acqua turchese incastonato tra mille vulcani. Man mano che si scende lungo le sue pendici tuttavia la bellezza scema di un bel po, si disvela l’Occidente arrivato anche qui con la sua veste peggiore: cubi di cemento e palazzacci talmente prossimi alla riva da essere in alcuni casi, letteralmente, mangiato dal livello delle acque e resi inagibili. Questo almeno e’ lo scenario di Panajachel, per i locali “Pana” e porto di imbarco per i tanti villaggi indigeni disseminati lungo la costa del lago: se ne contano una dozzina almeno, tutti o quasi raggiungibili solo in barca , giacché le vie sono impossibili e irte di banditi pare. Il problema e’ ora scegliere quale dei tanti raggiungere : una tizia russa barista del Caffè No Se ad Antigua, con in faccia un sorriso perenne da mezcal e una acconciatura sulla testa al cui confronto quella di Marek Hamsik sembrerebbe la sobria pettinatura di un deputato del Centro Cristiano-Democratico, mi diceva di aver trovato fantastico uno di detti villaggi, San Pedro de la Laguna, ma l’impressione è’ che quella tizia avrebbe trovato fantastico anche Casalnuovo di Napoli se solo gli fosse stato possibile reperire in loco una o più bottiglie di superalcolici. Ad ogni modo mi affido ai suoi consigli, pare che ivi viva una scanzonata comunità di Hippies, che di solito mi stanno simpatici. La lancia salpa dal molo e solca le acque tra i torvi vulcani che ci scrutano dall’alto. In effetti era così, il villaggio e’ abitato da un numero imprecisato di Hippies fuggiti qui da ogni angolo del mondo “civilizzato”. Ma non è’, scoprirò, una caratteristica del solo villaggio di San Pedro, giacché tutti i villaggi costieri fungono da buen retiro di occidentali annoiati o disgustati dall’ordinaria vita della madrepatria: canadesi, tedeschi, russi, belgi, americani ripiegati qui a trovare un difficile amalgama con i nativi Maya, che li osservano perplessi. Vi sono tuttavia delle originali differenze tra le varie comunità di ospiti Hippies da un paesino all’altro: credo che ciò che distigue gli Hippies annidiati in un posto o l’altro sia il tipo di lesione neuronale riportata, il punto preciso delle chiocche dove l’acido o lo stupefacente di sorta abbia quel giorno x toccato le sinapsi…….così stanno quelli di San Marcos a la laguna presi dalla metempsicosi e la trasmigrazione delle anime, gli Hippies di Jabalito flashiati con la musica techno e i rave, ogni paesino ha la sua dose di inceppamento diverso: quello di San Pedro, dove sbarco io, vede la massima concentrazione mondiale di ingrippati per quelle sfere di fuoco rotanti, tipo giocoleria di strada a punkabestia. Andranno avanti tutta la notte a far rotare ste palle di fuoco e anche un po le palle vere e proprie, intese come genitali, mentre i nativi maya al tramonto si rifugiano a elevare canti evangelici al Signore in parrocchie ricavate in sudice barracche di lamiera. La comunità di Giratori di palle infuocate di San Pedro ha addirittura l’onore di ospitare, dicono, due fuoriclasse massimi interpreti della disciplina: si tratta di una strampalata coppia formata da una stangoma dell’est europa, forse russa, e lui americano, soprannominato Barbarossa o in idioma originale appunto Red Beard. In effetti erano davvero bravissimi a far girare quei cosi.
Andando via da San Pedro l’indomani, con disappunto e raccapriccio scoprirò dalle parole di un olandese che Barbarossa non deve il suo soprannome alla pigmentazione della sua barba (che in effetti era nera) ma ad connilingus eseguito una volta alla stangona russa nei giorni sbagliati del mese….
Ci potevo capitare solo io in sto posto

Il velo di Maya: D- Day, il giorno dei miei quarant’anni in cima ad un vulcano

Giorno 4
Dunque e’ questo il D-day, il giorno intorno a cui ruota tutto il viaggio o almeno esso ne trae spunto, il giorno del mio compleanno, il quarantesimo.
A conti fatti si rivelerà un giorno come tutti gli altri come esattamente volevo, senza particolari festeggiamenti ma condito solo dalla cosa che in questi primi quarant’anni più di ogni altro mi ha rapito e ha dato un senso ormai alla mia vita stessa: viaggiare.
Per l’occasione scelgo cmq di scalare un vulcano, forse perché inconsciamente attratto dalla idea di vita che si rigenera dopo ogni eruzione, non so, le pippe di autoanalisi freudiana e similari mi acchiappano poco. Ad ogni modo qui, per chi si sveglia con l’idea di voler scalare un vulcano attivo, la vita e’ facile come per chi la notte in un bar di Phuket abbia voglia di rimorchiarsi un trans: vi è l’imbarazzo della scelta; nei paraggi della sola Antigua se ne contano 4 attivi e freschi di eruzione. Ero attirato da uno chiamato Fuego ma sembra sia un po’ troppo attivo,’tante è’ che erutta ogni notte e non è visitabile, così mi decido per uno chiamato Pacaya, anche perché la è’ diretta una simpatica comitiva di sciroccati conosciuta al bar la sera prima tra i fumi del mezcal. A proposito, che magnifico postaccio che ho beccato, tale Caffè No Se! Sarebbe nelle intenzioni una sorta di caffè letterario con annessa libreria e in effetti vi si rinvengono parecchi aspiranti scrittori convinti o ardimentosi di poter essere i nuovi Kerouac e Faulkner, pensiero che ogni tanto rapisce anche me specie quando sto un po’ ciucco. Gli antiguenos o i veterani del posto forse considerano il caffè No Se un ritrovo di gringos de mierda ma cmq a me piace da morire, a metà tra un caffè-libreria e una bettola di alcolizzati, a seconda dei punti di vista o dei momenti, di sicuro affollato da un’umanita’ estremente variegata e viva, in molti casi problematica ma mai scontata. E poi i bar frequentati da tipi alla Roberto Mancini mi hanno sempre fatto cagare e ‘l’idea stessa che si vada in un locale per ostentare o simulare una posizione sociale, un vestito o qualche altra fregola da complessati del genere mi fa venire proprio la voglia di pigliare un lanciafiamme. Qui servono questo mezcal, una sorta di tequila grezza che propinano come illegale ma credo sia una trovata semi-pubblicitaria per alzarne il brivido in chi lo consuma, per donare un’aurea da proibizionismo americano anni’30 o un più pragmaticamente come quel brand “parentely advisory” che le band musicali sono liete venga apposto sui propri cd. Se fosse davvero illegale, sarebbe mai appeso un cartello sulla porta? Qui ad ogni modo recupero questa scalcinata banda di gente con cui l’indomani andare a scalare il Pacaya: una sorta di Saffo dei giorni nostri, poetessa o aspirante tale australiana e la sua compagna malese che pare sinceramente un po’ fulminata e viaggia sempre in compagnia di un suo altro inseparabile compagno: un pupazzo di ingombranti dimensioni di Hallo Kitty. E poi sta Joshua, un vero cowboy dell’Arizona che si paga i suoi continui viaggi intorno al mondo allevando vacche (e marijuana). La partenza per il Pacaya avviene prima dell’alba, ci si inerpica prima con un Van per ste strade impossibili costruite dai guatemaltechi, montagne russe con infiniti saliscendi e gimcane tra ostacoli naturali insormontabili. Si poterebbero costruire forse tunnel per accorciare ma questi costano e poi a bucare la terra qui credo si rischi davvero grosso. Si perché l’intera superficie del Guatemala e’ un enorme vulcano, un po’ come la pelle di un ragazzino nell’età dello sviluppo devastata dall’acne: qua e la si innalzano brufoli o pinnacoli più alti ma ovunque sotto sta sto magma che rigonfia e stortella la pelle, in una infinita serie di coni e cunette. In mezzo i locali ci hanno costruito ste colate di asfalto per spostarsi ma consapevoli che la Natura prima o poi si riprenderà il maltolto. Vivere al cospetto dei vulcani o anche di uno solo dona un innato senso di precarietà alla stessa e anche noi napoletani credo lo sappiano bene. Un arguto amico francese mi fece una volta notare come il dialetto napoletano, che a tutti gli effetti e’ una lingua a se stante con un sua forbita grammatica e migliaia di vocaboli, presenta una enorme, apparentemente incomprensibile lacuna: non contempla il tempo futuro. Stranissimo a pensarci ma è così, i verbi al futuro in napoletano si coniugano al presente. Il futuro in un certo senso non esiste. Sarà l’influenza del Vesuvio? Mi piace pensare di si: con i vulcani si è forse consapevoli che la Natura ci lascia porzioni di lei solo temporaneamente e che tutto prima o poi le appartiene di nuovo, e’ una sorta di comodato d’uso che ci viene concesso non una proprietà.
L’ascesa vera e proprio comincia poi da un poverissimo villaggio maya chiamato San Francisco, nei pressi del quale però segnalo una nuovissima centrale geotermica alimentata dai vapori sulfurei e dalle solfatare del vulcano: non inquina e da energia a un milione di persone. Succede in Guatemala, magari qualcuno prendesse nota in Italia.
La foresta nebulare piena di piante e uccelli bellissimi a poco a poco si dirada e lascia il posto al “paramo”, la macchia di arbusti e licheni unica ad attecchire sopra i 2.500 metri. Poi è il mare nero di lava a prendere il proscenio e a mangiare tutto. Solo lava nera a perdita d’occhio, in alcuni punti ancora fumant; oltre un certo punto non si può andare e il mio desiderio di guardare dentro il cono resterà tale (una deficiente mi aveva detto di esserci riuscita ma sarà stato il mezcal). Mi prendo cmq la briga e il rischio di allontanarmi dal limite del sentiero e scalare per un altro mezzo km da solo il mare di lava. La vetta e’ lontana e irraggiungibile ma almeno resto da solo a contemplare il bestione fumante. Sto a fissarlo per un bel po e forse un senso a questo scoccare dei miei quaranta anni lo trovo, ma me lo tengo per me.
E ‘ stata dura ma è passata anche questa