Bergen, respiro del Mare

“Il Mare dona ed il Mare leva”: non ho mai visto altro posto per il quale questa massima risulti più appropriata di Bergen. Beninteso, qui per Mare bisogna figurasi il suo abnorme fratello maggiore o forse meglio il suo progenitore di gigantica taglia, come in una saga nordica. Insomma, l’Oceano. Un Oceano che peraltro da Bergen non vedi ma che intuisci e come, da qualche parte laggiù oltre il dedalo di fiordi, canali e isolotti, sembra come di sentirlo respirare . E donare appunto: pesci , gamberi, aragoste, balene e altre creature talvolta mostruose degli abissi, che finiscono poi per riempire i banchi dell’affollato mercato del pesce, ubicato proprio in fondo al fiordo nel pieno centro cittadino, come a sancire inequivocabilmente che da esso si dipana la ricchezza originaria del luogo . Ed è un Oceano che toglie, con le sue tempeste e le nuvole rigonfie di acqua che rovescia sulle coste senza soluzione di continuità. Un’acqua che cade scrosciante e invade ogni cosa, ripulendo e portando di nuovo in fondo agli abissi gli avanzi del banchetto che ha concesso agli Umani con le sue stesse creature .

Tessera unica

Unica. Il solo aggettivo che descrive Ravenna è quello che rimanda alla sua unicità, una singolarità assoluta che qui si innesca, frutto della congerie storica che ovviamente la determina . È una sorta di incendio, non solo metaforico viste le tempestose vicende, che qui divampa tra il V e il VI secolo dopo Cristo, quando sul far del declinante Impero Romano, Ravenna riesce a divenire da un lato l’erede di Roma, dall’altro la chiave di ingresso in Occidente della raffinata cultura dell’altra metà,l’Impero Romano d’Oriente allora invece al suo apogeo . Costantinopoli e la sua corte bizantina entrano in Italia e siedono sul trono di Ravenna, le chiese e le basiliche,di solida edificazione romana, si adornano dei mosaici più perfetti e lucenti che occhio umano possa vedere . Secoli dopo è Dante, che qui morirà, a raccontarne estasiato la bellezza nel Paradiso della Divina Commedia. Ma tutt’oggi, quindici secoli dopo, quella Bellezza è tutt’altro che tramontata .
E il binomio Oriente/Occiidente non è neanche la sola caratterizzazione di Ravenna: qui arrivano i barbari di Tedorico, gli Osteogoti, e ci formano un regno quarantennale. A Ravenna proliferano religioni come l’Arianesimo, riti pagani di altre zone di mondo allora lontanissime e tutt’ora percepibili nelle tracce che recano. E tutto ciò avviene solo qui a Ravenna.
Vi è solo un problema: si mangia troppo bene nelle sue squisite osterie ridondanti di vita e sapori, e i picchi di colesterolo possono offuscare un po’ la lucentezza dei suoi mosaici .
Ravenna un tesoro senza tempo

La Comune sul fiume

Nella lista piuttosto lunga e composita di luoghi sbrevezi del mondo dove sono stato, un posto speciale nel mio cuore lo occupa questa GuestHouse sperduta da qualche parte sui monti Carpazi, in Romania e precisamente nella affascinante regione della Transilvania. La Pensiunea Mioritca era in effetti una strabiliante bicocca magicamente abbarbicata su un fiume, che le scorreva sotto, sopra, dentro e a fianco, permeando di sé e della sua umidità ogni angolo. Ma era bellissimo essere lì, e ad ogni modo il protagonista assoluto di quel luogo era l’oste Florian, rubizzo omaccione con una talento strappato al teatro e forse anche al mondo del marketing: si diceva nostalgico della ormai defunta epoca comunista, a cui aveva dedicato in un’ansa del fiume una cosa ibrida tra una libreria con tutti i classici del socialismo ed una cappella votiva. Ed infatti ogni mattina celebrava una “messa da requiem del Comunismo con letture del Capitale di Marx accompagnate da musiche di Mozart e Strauss, per il visibilio di noi ospiti . A cotanta cultura ed erudizione faceva da contraltare un più che percepible tasso di rattusamma, che lo spingeva a chiedere foto viscide a tutte le più avvenenti turiste mentre prendevano il sole, per arricchire la biblioteca- cappella del Comunismo. Cosa c’entrassero poi i testi di Marx ed Engels con quella collezione di tette & culi lo sapeva solo Florian, il comunista morto di figa più simpatico che ricordi.

Alexander – Final day: Samarcanda, finalmente tu!

“We travel not for trafficking alone:
By hotter winds our fiery hearts are fanned:
For lust of knowing what should not be known
We take the golden road to Samarkand” (James Elroy Fletcher)

Questi bei versi di un poema del 1913”, intitolato appunto “The golden journey to Samarkand”, ho fatto miei sin dal primo giorno di questa straordinaria avventura, quando la “strada dorata per Samarcanda” era lunga quasi 6.000 km, 5.932 per l’esattezza. Qualche pezzettino, d’accordo, ho dovuto farlo in aereo: l’Iran era praticamente in guerra in quei giorni e, prima di desistere ad attraversarlo, le ho studiate davvero tutte. La gran parte di questa strada l’ho lasciata comunque sotto i mie piedi e ora che sono giunto a destinazione faccio un semplice gesto che nel corso di quasi tre settimane ho scaramanticamente evitato : mi volgo indietro . Mi sale un gorgo di emozioni e momenti confusi e diversi, dai vicoli di Istanbul ai passi di montagna in Albania, il sole di Efeso e il vento ghiacciato sul lago d’Aral ridotto ad una pietraia, la movida di Salonicco e le donne in preghiera nelle moschee di Bukhara, la tempeste alla frontiera turca ed il treno fetido nel deserto uzbeko, le mille e una notte di khiva come un sogno andando indietro fino alla rimpatriata di vecchi amici in Puglia la prima sera, che pare un secolo fa . Alessandro, giunto qui, disse che trovava Maracanda (allora si chiamava così) esattamente come se la aspettava, solo molto più bella . Quella sera bevve smodatamente, più del solito, e trafisse con la lancia il suo migliore amico e miglior condottiero, Clito il Nero che gli aveva pure salvato la vita sul Granico vicino Efeso qualche anno prima . Samarcanda rende folli, con le sue torri bianche che si stagliano contro il cielo oscurato da cicogne in volo che sembrano non saper dover andare. Samarcanda ti fa perdere la direzione, ti fa dimenticare dove è l’est e dove è l’ovest, un po’ come la Calipso che fece smarrire la rotta ad Ulisse. Alessandro pianse tre giorni e tre notti per la sua follia, poi andò avanti fino in India. Io ora posso tornare, volevo la mia Samarcanda, che per me vale un sacco di cose che forse è giusto tenga per me. E l’ho avuta. È stata una straordinaria avventura che da anni disegnavo nella mia fantasia .
A proposito, lasciatemelo dire anche stavolta : la Fantasia al potere !

Alexander giorno 16: B come Bukhara

Giorno 16- B come Bukhara

B come Bukhara, la città sacra dell’Islam più importante dell’Asia Centrale, dove è edificata la prima moschea di tutta questa immensa area risalente all’anno mille e dove è custodita una delle sure più antiche mai trascritte su carta

B come Bibbia, dove pure Bukhara è riportata, in particolare con riferimento all’episodio in cui Shem figlio di Noè percuote il suolo facendo sgorgare da esso l’acqua e originando una pozza che è tutt’ora visibile all’ingresso del paese, al centro della piazza principale. Per una città assediata dai deserti da ogni lato l’acqua è ovviamente la risorsa più preziosa ed imprescindibile

B come Bazar: tutta la città antica pullula di curatissimi bazar in pure stile “via della seta”. Ogni caravanserraglio, ogni madrassa ne ospita uno, in prevalenza dedicato alla vendita di abiti. Lo stile cd “Samarcanda”, molto sul pezzo negli ultimi tempi anche negli eleganti ambienti delle città europee, trova in realtà origine e creazione proprio a Bukhara ancor prima che a Samarcanda. Difficile andar via senza aver acquistato almeno un abito o una pashmina.

B come boutique hotel: nelle corti e nei patii delle madrasse, le scuole coraniche un tempo dedicate alla formazione degli studenti più brillanti del mondo arabo, sono oggi ricavati graziosi alberghetti dove è un piacere soggiornare o bere un the

B come Baklava: la pasticceria di ispirazione ottomana è una delle delizie di Bukhara. La cultura ottomana d’altra parte risulta profondamente radicata in questo lontano spicchio di Asia centrale, di cui rappresenta una delle più avanzate penetrazioni in direzione est. Anche gli ebrei hanno una nutrita comunità secolare qui a Bukhara, un loro quartiere e persino una loro sinagoga, caso non certo frequente in un paese a quasi totalità musulmano

B come Belligeranti: Bukhara è stata sede di un regno autonomo, protagonista di innumerevoli guerre e contese. Si è dovuta spesso difendere da aggressioni di nemici esterni giunti da lontano per via della sua crucialità lungo la via della Seta. Le sue possenti mura sono state espugnate d Ghengis Khan nel 1220 e dall’ Armata Rossa esattamente otto secoli dopo, che mise fine al glorioso Khanato di Battriana.

B come Bellezza : Bukhara è bella, bellissima con una sua città antica che è un dedalo di strade, corti, madrasse e caravanserragli in cui è fantastico perdersi e sognare di notte come di giorno . Ed è a meno di 300 km da Samarcanda, che quasi ormai si vede oltre il deserto

Alexander- giorno 15: Tra caravanserragli e carrozze

Per quanto disagevole, spostarsi su queste strade sconnesse e incontrarvi le più disparate genti ha un fascino enorme e irresistibile, ancestrale ed onirico oserei dire : ci si sente come un carovaniere forestiero giunto sulla Via della Seta ad un caravanserraglio a chiedere indicazioni su quale sia la rotta per Samarcanda ad pastore nomade che poi si rivela un guerriero ostile e sfodera la sua scimitarra , o come un soldato disertore di un esercito in rotta , a cui capita di venire folgorato dallo sguardo di una principessa prigioniera nelle torri di un emiro malvagio, come in una novella delle “Mille e una notte”, che altro non so dove possa essere ambientato se non qui, tra i Regni perduti di Corasmia e Battriana, tra le mille stanze segrete di palazzi dorati. Questa la fantasia, la descrizione onirica: la traduzione empirica sta da dire differisce un pelino ed io del mio ce lo metto, già. Perché devo ammettere che ho un gusto sordido e quasi irritante per le cose inusuali e sbreveze, che prende talvolta il sopravvento in misura alterante. Cioè, se sento nominare un posto usuale e facile a raggiungersi mi appare ovvio e banale, mentre mi solletica geneticamente qualsiasi cosa appaia remota e sperduta, meglio ancora se dotata di un nome astruso ed inusuale. In questo senso sta repubblica del Karakalpakstan, impronunciabile oltre ogni dire, ha finito subito per accedere una tempesta di fenormoni nel mio immaginario peggio di quelli che un documentario di Alberto Angela scatena in una casalinga annoiata. Ma arrivarci in Karakalpakstan, e ancora dopo tornaci… Se l’andata tutto sommato va benino, col mio driver che mi scorrazza in giro per fortezze abbandonate nella steppa, espugnate prima da Alessandro Magno e poi da Tamerlano, e per le reliquie del Lago d’Aral simile ad una tomba del Progresso, il ritorno sulla strada per Samarcanda si rivela piu disagevole del previsto, con l’inserimento di un treno notturno che dovrà scarrozzarmi oltre la Corasmia verso la Battriana, nell’oasi della misteriosa Bukhara. Non è proprio come prendere un Frecciarossa per Venezia Santa Lucia o Firenze Santa Maria Novella, eh no….alla stazione ben oltre la mezzanotte siede in attesa del treno una umanità disparata e bellissima, espressione di una società multietnica e composita come quella dell’Uzbekistan: pastori locali di tratti somatici turchi, donne kirghise con gli occhi mandorla fasciate nei loro bellissimi abiti a fiori, gente vestita all’occidentale, qualche sparuto viaggiatore straniero. Arriva il treno che è un’anticaglia sovietica, ben diverso da quelli ad alta velocità di fabbricazione spagnola che solcano la steppa nelle sole ore diurne. Mi accomodo, si fa per dire, nella mia cuccetta superiore dove ci starebbe a malapena un bambino o la metà del mio corpo non proprio esile e vabbè. Se questa notte faccio un incubo e mi muovo di soprassalto, vorrà dire che precipito di sotto dove siedono due turiste orientali, forse Coreane, che sulle prime paiono graziose ed il meno peggio di quello che mi poteva capitare. Col cazzo! Serrata la porta della cuccetta, si svela in maniera massiva e devastante un odore caprino, di agnello o qualche ovino degli armenti della Corasmia, che è qualcosa di nauseabondo oltre ogni dire . Non so cosa possano aver mai fatto st sue coreane per puzzare di sta maniera di piecoro, se una escursione di turismo sostenibile in una fattoria locale o un bagno sulfureo in una vasca di sterco di capra ma è davvero infernale il fatto . Esco in corridoio mentre fuori dal finestrino scorre il deserto del Kyzilum di sabbia rossa e nera . Incontro un tizio locale di etnia Kirgisa con occhii a mandorla innestati su un faccione da pugile , che esce dalla ”lussuosa” toilette e mi dice qualcosa con un sorriso da commedia americana del tipo “è tutta tua, bello!”. Si apre la porta dell’intento, dove l’ex pugile kirghiso dagli occhi a mandorla ha lasciato un ricordo indelebile e insmaltibile della sua cena. Si consideri che la cucina uzbeka contempla il solo ingrediente della cipolla con a fianco qualcosa altro, carne o verdura, ma cipolla ovunque anche nella frutta o nei dolci. La più densa delle genovesi napoletane è una pastina inodore a confronto . Potete capire quale sia la nuova fragranza cromatica cui vado incontro. Provo a scappare sull’altra carrozza ma è un’operazione difficile e perigliosa su sti treni da vecchio west e carrozze arrugginite e cigolanti tra un vagone e l’altra. Torno nel corridoio dove ritrovo l’ex pugile che mi guarda con aria di chi cerca un complice . Ad ogni persona che raggiunge la toilette, lui mi lancia un sorrisone e sussurra qualcosa iin uzbeko del tipo “ non sanno cosa li aspetta” e si lancia in una profonda risata a bocca aperta. Siamo io e lui a condividere questo sconcio segreto nella notte su un treno che scorre nel deserto del Kyzylum. Tra coreane al caprino ed indigestioni di cipolle uzbeke, una tempesta sensoriale fino ad arrivare all’alba nell’oasi di Bukhara, antica capitale della Battriana. Roba che manco in “Ultimo tanfo a Parigi”

Alexander- giorno 14: Il Regno del Nulla

Esiste una Via della Seta di cui più o meno tutti parlano e hanno conoscenza e che da queste parti disegna alcune delle sue tappe cruciali più note . Ma credo di aver capito che corra da queste parti anche una sua sorella povera, dal percorso mutevole e che si tinge di tinte più fosche, la Via del Cotone. Si, perché in queste sconfinate steppe dell’Asia centrale che spesso tracimano in deserti, non cresce molto altro che la pianta del cotone . A differenza della sua sorella nobile Seta che arriva sulle rotte carovaniere dalla Cina, il povero Cotone è ovunque qui: dagli aridi campi spuntano a migliaia come alabarde fragili questi giunchi adornati di un pennacchio piumoso, che talvolta vola via col vento raggrumandosi poi in pallottole simili a giganteschi zuccheri filati sui filati degli alberi o sulle pareti dei minareti . A ben pensarci, il cotone è la prima cosa che ho visto appena entrato in Uzbekistan, migliaia di piume che volavano nell’aria di quella stazione ferroviaria. Quella pianta tuttavia, pur essendo anch’ella “contenta dei deserti”, per crescere di un po’ di acqua pure deve trovarla, e qui arrivano i guai, perché l’acqua qui è davvero poca . Così poca che il rinvenimento di una sorgente o una pozza viene riportato perfino nella Bibbia, come quando si narra di Giobbe che col bastone colpi la terra e subito da essa sgorgó l’acqua intorno a cui sorge l’Oasi di Bukhara, o quando la esatta medesima cosa fece Sem figlio di Noe, dalla cui percussione del suolo sorse la pozza intorno a cui nacque Chiva. Chi invece da ste parti non dispone di un superoe biblico pronto a battere il suolo per trovare una fonte, altro non può fare che andarsi a prendere l’acqua dall’unico fiume nel raggio di un migliaio di km: L’antico fiume Oxum attraversato da Alessandro Magno nella memorabile conquista della Sogdiana. Oggi si chiama Amu Darya ma passa da un’altra parte rispetto a dove la Madrenatura lo aveva collocato . Si, perché i sovietici, che in tema di disastri ecologici sono sempre stati da podio olimpico, qui ai tempi della loro dominazione hanno realizzato proprio il loro masterpiece,a imperitura memoria di quanto l’Uomo possa ingenerare terribili disastri. Il corso dell’Amu Darya è stato deviato di circa cinquecento km poi a sud, al fine di irradiare d’acqua i campi di cotone posti piu a sud, abbandonando a se stesso il freddo nord. Per la verità la stessa impresa era già stata tentata ed in parte riuscita , scopro con enorme sorpresa, da un Khan, un Sovrano locale, nel Seicento, dando luogo alla reazione di quelli rimasti a secco ed a decenni di guerre tra i Khanati di Sogdiana e Corasmia. Ma chiaro che i mezzi tecnologici erano diversi e l’impatto più risicato. Ora l’ingegneria sovietica fa scendere la sua scure più affilata ed il disastro piu grande è un altro: l’Amu Darya era l’immissario principale di un lago che allora era il più grande del mondo e classificato da alcuni addirittura come una mare, il lago d’Aral. Che sia stato un lago o un mare, ora l’Aral non esiste più: è un deserto ricoperto di sterpaglie da cui vola via sabbia e tutte le schifezze riversateci dentro quando era rivolto d’acqua. Le navi che un tempo lo solcavano per la fiorente pesca allo storione giacciono poggiate sul deserto,’come in torvo film di fantascienza post-nucleare; l’aria è spesso irrespirabile per le tormente di sabbia e la gente che vi abitava, rimasta senza acqua ne aria respirabile, un po’ come un pesce fuor d’acqua è per lo più emigrata, lasciando questo enorme fazzoletto di terra praticamente disabitato . Questo lembo sfortunato di mondo, che quasi beffardamente inizia appena varcato il ponte sull’Amu Darya, ha anche un nome e una sua costituzione in Repubblica autonoma con una sua bandiera e una sua indipendenza amministrativa, quasi uno Stato a se stante porta-bandiera olimpico della Sfiga (oddio la lista sarebbe lunga) e di cui sembra non fregare un cazzo più a nessuno; ad ogni modo, un micro-stato da poter ascrivere con orgoglio alla lista di quelli visitati: questo è il Karakalpakstan, il Regno del Nulla.

Alexander- giorno 13: Khiva, utopia dell’Altrove

Ieri mattina, dopo una notte infernale in treno, sono arrivato oltre il deserto a Khiva e ho cominciato a piangere. Ciò che mi è apparso allo sguardo non pare possa mai abitare il mondo del Reale ma solo quello della Fantasia. Il termine “utopia” fu coniato nel ‘500 da Thomas More a voler indicare, piuttosto che un “non-luogo”, la trasposizione di un modello ideale in un luogo della fantasia. Quindi ogni utopia già postula sempre un Altove. Una definizione di “utopia dell’Altrove” è dunque pleonastica o paradossale. Non ne sarei sicuro e provo a spiegarvi in che senso. A ben vedere ogni epoca storica disegna la sua Utopia e prova talvolta a tradurla in luogo materiale, in città vera e propria: mi vengono in mente Urbino e Ferrara come utopie del Rinascimento, le “new town” vittoriane a latitudini impensate come utopia del colonialismo o ancora una miriade di città di creazione sovietica, tutte materializzazioni utopiche del socialismo reale. Khiva è la traduzione terrena di ciò che è già collocato da noi in un modello di pura fantasia. Un regno fiabesco e incantato, situato in un luogo non ben disegnato su mappe antiche, oltre mille mari e mille deserti, di cui parlano viaggiatori di ritorno dalla via della Seta, un luogo intorno al fuoco ove danzano principesse bellissime intorno al guerrieri tagliatori di teste si adagiano. Khiva è già tutto ciò che noi occidentali poniamo in un Altrove, immaginiamo come pura fantasia . Potrebbe essere uscita un episodio delle Mille e una notte, dalla penna di Salgari o da un’episodio di Corto Maltese, o da mille romanzi e poesie ancora . Questa materia argillosa plasmata in forma omogeneo di moschee, Madrasse, minareti tondeggianti e mura grosse e solide come la pancia di un gigante, che sbuca fuori ad un tratto dopo il deserto, capitale del regno mitico di Corasmia ormai estinto e mille cose ancora una più incedibili dell’altra , è un luogo che mi ha mandato completamente fuori di senno, sin da quando sono sceso dopo una notte infernale in treno . Già, ieri mattina sono arrivato a Khiva e ho cominciato a piangere

Alexander- giorno 11: Il Castello di cotone o di carta?

L’interrogativo proposto nel titolo non concerne invero la natura materica del luogo, che non è a dirla tutta ne di cotone e ne di carta, ma riguarda la possibilità che ci riesca ad arrivare a sto benedetto castello di cotone o che il mio planning se ne scenda tutto di botto come un castello di carta . Si , perché i tempi cominciano a farsi serrati e appena finito di inerpicarmi lassù dovrò a spron battuto proseguire verso la Turchia centrale, per non perdere la rotta verso Samarcanda . Lascio di buon mattino la costa sull’ Egeo, il quarto mare incontrato finora ma non l’ultimo, giacché conto ad un certo punto di sta storia di sbucare su quello che un tempo era chiamato mare , il lago d’Aral ora prosciugato quasi interamente ma sempre qualcosa di simile ad un mare, molto più avanti nel cammino . Qui saluto la dolce cittadina di Selcuk e la mia graziosa locanda, con vista proprio sulla basilica di San Giovanni e monto su sto treno con destino Denizli, città che scoprirò essere poi di enormi dimensioni da qualche parte nella Turchia interna . Un mare di aranceti per il primo tratto , poi la natura si fa più brulla ed arida con l’allomtanarsi dalla costa. Guardo le faccio delle persone sul treno , almeno quelle che è possible vedere perche molte donne hanno il velo integrale , e realizzo che la Turchia è un mosaico tutto sommato ben riuscito di popoli diversi, che al nostro occhio miope paiono uno solo ma affondano invece in culture millenarie l’una diversa dalle altre. Riesco anche a constatare, che al di là dell’abbigliamento, è un paese che dall’ultima volta che ci sono stato ad oggi, fa registrare diversi progressi in direzione occidentale, posto che possano reputarsi tali . Di sicuro qualcosa che pare essere scomparso o davvero drasticamente ridotto , forse perché perseguito in via legale non saprei, è quella puchiarella una volta onnipresente e continua di seccatori che per strada, su un treno o fin dentro un cesso ti inseguivano per venderti cianfrusaglie e proporti scambi e mercanzie a questo o quel prezzo . E questo valeva ovunque , pure se per acquistare le sigarette si andava incontro ad una estenuante contrattazione, tipicamente levantina . A qualcuno la cosa piace, in particolare sono sicuro che molti mie conterranei napoletani, che un po’ turchi sono, sentiranno la mancanza di sto teatrino ; io francamente no, era un siparietto che mi ha sempre scartavetrato le palle. E basta .
Arriviamo ordunque dopo circa 4 ore a questa Denizli, che pare una città sudamericana di quelle inerpicate sulle Ande ad alture impensabili. Qui la quota da raggiungere è quella dove il fiume Menderes disegna nel marmo travertino bianco della roccia una serie di bizzarrie geologiche che paiono le bizzarrie di un architetto barocco ubriaco o forse anche le lande di un mondo alieno . Per di più nei pressi sorgono le bellissime rovine di una città prima greca e poi romana , Hierapolis. È giustappunto sto mio essere così saputello, sapere tutte ste cose su ste rovine di Hierapolis che qui non si caga nessuno, che stavolta mi tende un brutto tiro. Si, perché sul dolmus (i pulmini collettivi che partono quando sono pieni) comincio a dire al l’autista di Hierapolis e se il bus ferma da quelle parti . Quello, tutto fiero che finalmente arriva qualcuno che chiede di Hierapolis, fa la brillante pensata di farmi scendere non con tutti gli altri, che vanno a vedere il banale “Castello di cotone” dall’ingresso a valle, ma scapicolla solo me e il suo pulmino sgangherato fin sulla cima di una montagna , dicendomi di fidarmi e che da da li avrei attraversato la magnifica Hierapolis culminando poi sulle vasche di travertino bianco di Pamukkale . Tutto molto bello ma non se hai i minuti contati e uno zaino di una decina di chili sulle spalle . Si , perché quello resta con me, dovendo per forza di cose entrare dal lato a monte ed uscire da quello a valle 4 km più giù; inoltre i simpaticoni all’ingresso, dagli addetti alla biglietteria a quella del bar , con un rigore più tedesco che turco, dicono che non possono giammai assumersi il rischio di detenere un bagaglio sconosciuto manco per un’ora . E jammuncenn: con sto fardello sulle spalle mi scendo tutta Hierapolis, bella bellissima su un alto pianoro riarso dal sole che proporrà immagino temperature infernali nei mesi estivi . Le vestigia di un tempio romano si stagliano maestoso contro il cielo turchese . Poi in un nitore bianco accecante appaiono le vasche di marmo ricolme di un’acqua anche essa turchese. Le falesie marmoree ridondano poi di un sedimento di carbonato depositato dal fiume, che pare come un pulviscolo, come appunto ciuffi di cotone pronti a prendere il volo. Sembrano come balze di un purgatorio in cui immergersi in catarsi . E sotto la pianura anatolica corrugata da montagna e sconfinata verso l’orizzonte e oltre , che dovrò percorrere per migliaia di km ancora , a partire da questa stessa notte dove un altro treno mi porterà molto lontano . Andiamo !

Alexander- giorno 10: Efeso, la Manhattan dei Greci antichi

Il cavallo di Troia, tutti conoscono il cavallo di Troia . Pochi sanno tuttavia cosa fosse il “cavallo” realmente: con ogni probabilità una nave, una nave militare. dalle caratteristiche e dalle capacità belliche avanzatissime per l’epoca e sconosciute ai difensori troiani . Una nave di concezione fenicia, popolo di straordinari navigatori, e detta in quella lingua “Hyppos” che in greco significa causalmente “cavallo”. Ancora è possibile che questa straordinaria nave fenicia, una sorta di unità anfibia da sbarco, avesse come un cavallo di bronzo come polena, quelle statue che si posizionavano a prua delle navi, solitamente immagini di dee o ninfe ma non se stai andando a fare la guerra . Certo meno affascinate della storia del cavallo dal cui ventre saltano fuori Ulisse, Achille e tanti bei giovanotti armati ma storicamente più plausibile. Vi è a questo punto un altro equivoco da chiarire, di natura storiografica: molti pensano al “cavallo” come al momento risolutivo di una guerra, di un qualcosa a cui esso pone fine . Il cavallo di Troia segna in verità l’inizio di una nuova fase storica della cultura greca , quella della sua penetrazione in Asia minore . La caduta di Troia per mano greca , databile storicamente in un periodo intorno al 1250 a. C, spiana la strada alla conquista dei vincitori su tutta una larga e fertile zona del Mediterraneo orientale e della penisola anatolica: l’Asia minore, corrispondente alla fascia costiera sull’ Egeo della odierna Turchia, una zona baciata da un clima favorevole e ideale per l’edificazione o meglio l’allargamento di una fiorente civiltà. Stretta da monti infertilì a nord, la cultura greca proietta ed espande oltremare se stessa, come avverrà secoli dopo anche in Italia meridionale, la Magna Grecia appunto . Qui in Asia minore sorgono decine di polis ricche e prospere: Sardi, Mileto, Alicarnasso e su tutte Efeso, la regina capace di contare nelle sue mure duecentomila abitanti al suo apogeo . Una serie di mirabolanti opere dell’ingegno umano abitano ad Efeso insieme ai suoi cittadini : il porto protetto da una baia naturale, sede di fiorenti traffici; la biblioteca di Celso, dotata di 25 mila volumi e considerata una proto-università del mondo classico, dove sono ammessi a studiare alunni di ogni razza e religione; il tempio di Artemide, considerata una delle sette meraviglie del mondo antico, espressione del culto cui tutti gli abitanti sono votati : Artemide, dea della caccia e delle foreste ma anche della indipendenza, della emancipazione. Efeso, nata greca, si ripensa autonoma e altera rispetto alla madrepatria, nella stessa misura in cui le colonie americane ad un certo punto della storia si separano dalla madrepatria britannica pur essendone una filiazione . Ecco perché speso il paragone con Manhattan, multiculturale ed indipendente dalle origini . Vi è tuttavia una gigantesca spada di Damocle che aleggia sempre su Efeso come su tutte le colonie greche dell’Asia minore : il gigantesco e selvatico nemico che viene dallo sconfinato mondo alle spalle . Un cm fuori dalla loro mura tutte le polis greche costiere trovano un impero, quello persiano che li comincia e finisce migliaia e migliaia di km più ad est, alle porte del’India . L’Impero più grande del mondo allora conosciuto, decine di etnie diverse per svariati milioni di individui che parlano altre lingue, venerano altri dei e vogliono tutti una stessa cosa : sterminare fino all’ultimo greco presente sulle loro coste. Tante volte provano a farlo e tante volte vengono respinti . Ma sono troppi, tanti di più, paiono moltiplicarsi ad ogni battaglia , ogni tentativo di invasione . Qualche città cade, qualcuna si allea trovando magari qualche illuminato alter ego anche in quel mondo ostile , come nel caso di Creso re della Lidia o il mitico Re Mida re dei Frigi. Ma quel mondo resta ostile ai Greci e lo resterà in eterno . Poi un giorno arriva lui, salpa dall’Ellesponto a capo di un esercito forse di 60 mila uomini e 7 mila cavalieri , c’è chi dice di meno e chi di più . Per prima cosa, giunto sulla spiaggia di Troia alla foce del Menandro pianta una lancia consacrandola a Protosilao, primo eroe greco a sbarcare a Troia. Il gesto è chiaro : Alessandro chiede alle città greche di allearsi a lui nella guerra contro il persiano Dario, al cui regno vuole porre fine per sempre , distruggendolo fino alla casa madre del suo formicaio . Chiede di dargli fiducia e sposarne la causa , alleanza o sottomissione, tertium non datur. Molte accettano subito, altre esitano : la vendetta persiana potrebbe essere letale e questo giovane condottiero venuto dalla Macedonia , percepita ancora come una regione selvaggia e semi – barbarica , non pare possedere le stigmate del Pacificatore universale del mondo greco. È l’esitazione che coglie Efeso ed il suo senato, ove siedono a quel tempo degli Oligarchi, longa manus corrotta della l’aristocrazia Persiana . Ma arriverà nei primi giorni di maggio il tempo di una inesorabile battaglia , quella tra le falangi di Alessandro e lo sconfinato esercito persiano che gli si para davanti sul fiume Granico, proprio a nord di Efeso. La battaglia è feroce, finte e posizionamenti di cavalleria si seguono per tutta la prima giornata , poi Alessandro in prima persona rompe gli indugi e carica a Cuneo con le sue falangi nel bel centro dello schieramento persiano, quello dove posizionano i nobili persiani, gli stessi che controllano Efeso ed il suo porto . Si narra che lo stesso Alessandro avesse fatto gran strage di molti di essi , prima di essere intontito da un colpo di ascia sferrato da un nobile ma che quando stesse proprio per soccombere sotto il colpo decisivo nemico, fosse intervenuto il suo migliore amico nonché più fido generale , Clito il Nero che con un colpo di spada tagliasse il braccio nemico è salvasse la vita al suo giovane re Alessandro . La battaglia del Granìco volgeva ormai in favore della fazione macedone, di soverchiante capacità militare . A fronte di duecento , forse trecento caduti macedoni, i Persiani contano almeno seimila caduti e altrettanti prigionieri , e molti altri verranno fatti tali o passati per le armi in un inseguimento durante la loro frettolosa ritirata, mentre il generale dei Persiani, quel Memnone di Rodi di origine greca e passato come mercenario alla corte di Dario, non trova a quel punto altra sorte migliore che darsi il suicidio . Efeso, come tutta l’Asia minore, è liberata, gli Oligarchi cacciati e viene per prima cosa restaurata la Democrazia, concessione fatta da Alessandro ìn persona alla sola città di Efeso . Sulla bianca città circondata da ulivi e dal mare turchese torna la Pace e viene riaccesa la fiaccola del Sacro Fuoco di Artemide