Tropico del Capricorno: welcome to the mother city

Giorno 2
L’epiteto di “mother city” fu coniato per Città del Capo dai primi coloni europei che raggiunsero queste terre remote e pare che la sua etimologia sia da ricercare nella constatazione che tutti ancora oggi fanno nel sobbarcarsi un viaggio tanto lungo ed estenuante fin qua giù, esclamando infatti tutti ” mamma ra maronn!!!”‘ “Mamma santissima!” o altre espressioni equipollenti nelle varie lingue d’origine dall’olandese, all’inglese, al tedesco o all’afrikaaans, una lingua che è la sintesi di tutte quelle dei vari colonizzatori avuti qui. In effetti la prima impressione che il paese lascia e’ quella di un luogo ancora ammantato di uno spirito colonizzatore e pionieristico, e la stessa toponomastica dei luoghi rimanda ad uno spirito di scoperta e pionierismo: la Falsa Baia, il Porto dei Cannoni, il Capo di Buona Speranza, la Coperta del Diavolo e tanti altri nomi che rimandano alla magnifica precarietà di un galeone di pionieri che si avventurano ai confini del mondo in cerca di fortuna.
Per il resto, non ci ho capito ancora molto, francamente sto ancora troppo rincoglionito dal viaggio aereo durato a conti fatti quasi un giorno intero e poi, rispetto ad altri viaggi fatti, ho finora una strana sensazione, una mancanza delle coordinate classiche con cui mi avvicino alle cose: la Geografia e la Storia, ascisse ed ordinate dello Spazio e del Tempo. Finora qui la Geografia, mia passione totale da quando ero bambino, e’ stata brutalizzata da un metallico ippopotamo volante detto Boeing A-380, anzi considerando lo scalo da due siffatti esemplari che hanno percorso un pezzo intero di mondo ad una velocità per quanto mi riguarda inumana e che forza distanze e luoghi, travolgendo pure la percezione che la mente umana ha di quei luoghi stessi e che viaggia ad una velocità assai inferiore agli 800 km/h dei motori di un Boeing. Per capirci, io in un primo momento ( e fino a 15 giorni fa) avevo pensato ad un altro itinerario di viaggio, morbosamente pianificato nei minimo dettagli per mesi: avrei seguito il percorso di Alesandro Magno raggiungendo via mare la tappa di partenza della Macedonia per arrivare , attraverso una mezza dozzina di paesi, fin poi nell’attuale Iran, ove sorge anzi sorgeva Persepolis, rasa al suolo proprio dal condottiero macedone. Il viaggio avrebbe richiesto ovviamente circa un mesetto: ebbene l’ippopotamone metallico della Emirates, manco a farlo apposta, ha sorvolato con precisione chirurgica una ad una tutte le tappe che avevo previsto, dal monte Athos a Sanotracia passando per l’Ararat e Gaugamela fino a Persepolis, ridicolizzando e incenerendo ai miei occhi in 3-4 ore un meticoloso cammino di mesi. Poi è arrivata sta Dubai, il cui aereoporto devo dire e’ davvero bello e non è, diversamente da quanto credevo, una di quelle minchiate fini a se stesse che costruiscono sti sceicchi, giacché questo invece è diventato un hub mondiale di importanza primaria dove transitano milioni di persone per le mete più disparate. Da Dubai un altro ippopotamone metallico per altre 11 ore giù a capofitto sopra l’ africa fin qui alla sua propaggine estrema, il Capo. Guardando più a sud, ormai resta solo oceano fino giù all’ Antartide dove un giorno pure sogno di andare.
Ma prima vediamo di capirci qualche cosa qui: a prima impressione davvero un bellissimo groviglio di cose che fa sembrare a momenti di essere in una cittadina portuale del nord della Scozia con fortissima atmosfera anglosassone e tanto freddo pure, poi giri l’angolo e ti trovi diciamo tra la popolazione indigena dove ti senti ,almeno fin ora , come una sorta di grossa falena appoggiata ad un faretto luminoso circondato da gechi che avanzano…. La prima impressione e’ che francamente la commistione tra la cultura indigena e quella dei colonizzatori europei non sia perfettamente omogenea: a prima impressione direi che i bianchi detengano gran parte delle risorse e dei capitali e abitino nei loro ben protetti quartieri, mentre agli altri sono riservate le posizioni sociali più deboli e meno retribuite, ma non so, ho visto ancora troppo poco. Di sicuro posso dire per ora di aver visto uno strano melting pot in cucina. Infatti in un locale che pareva trovarsi in Cornovaglia o nel East Sussex, ho ordinato le pietanze canoniche di questo tipo di cucina, che poi conosciamo tutti benissimo: fish and chips e un hamburger. Paradossalmente gli inglesi, pur avendo una tradizione gastronomica tra le più deboli e oggettivamente insignificanti del vecchio continente, hanno poi esportato il loro modello di locale ove mangiare più di ogni altro nel mondo, il pub. Qui però, le pietanze vengono preparate con delle varianti in omaggio alla tradizione locale: vabbe, innanzitutto il fish and chips era fatto con qualche bel merluzzone fresco e profumato appena preso dal’ oceano mentre francamente quelli mangiati a Londra mi sono sempre sembrati preparati con specie animali che già dai tempi del Pliocene dovevano aver spostato il loro habitat naturale dal mare ad una cella frigorifera. Ma la big surpirse arriva con l’hamburger, che qui non è fatto col manzo ma con l’antilope. Si, l’antilope, quella bella che salta nel deserto, con le belle corna lunghe, poverina! Mah, domani ne capiro’ di più e avrò cose più interessanti da raccontare che di una cena al pub.
Ultima annotazione sul’albergo, scelto a volo su indicazione della guida che lo descriveva come una figata pazzesca, “assolutamente trendy” , “esperienza imperdibile”, con le stanze una diversa dall’ altra disegnate ognuna da un artista diverso….. Mah, quello che ha disegnato la mia tanto bravo non doveva essere e secondo me fa ora l’artista ma il suo sogno era di fare il dentista, giacché sul letto ha posizionato un’assurda copertura a semicerchio con faretti modulabili vista solo appunto in studi odontoiatrici e dove ho già dato due craniale. Anche il resto della struttura poi assai trendy non mi pare e ricorda un po’ quei posti che mi piacevano tipo a venti anni, una sorta di Officina 99 in salsa sudafricana col portiere che manco a farlo apposta assomiglia a quel coglione dei 99 posse, ecco o zulù , che qua siamo pure in tema. Oggi cambio, sempre che riesca a riaprire la cassaforte, in cui avevo messo il passaporto e la carta di credito ma che è rimasta bloccata e nessuno riesce per ora ad aprirla, manco il cantante dei 99 posse…

Tropico del Capricorno: Dubai, una Edenlandia 2.0 da considerare null’altro che uno scalo aereo

Giorno 1
E’ inver probabile che, ogni volta che parto in viaggio, tra foto e proclami tronitruanti, faccia un po’ troppo lo smargiasso o se vogliamo er capoccia o ancora per dirla alla milanese il maranza, finendo così per tirarmi addosso le iatture e gli occhi secchi di quelli a cui starò sul cazzo (si calcola che in media ogni utente di Facebook abbia statisticamente almeno 7 altri cristiani che gli pareano addosso segretamente su what up). Così il fuoco di sbarramento della sempiterna categoria delle ciuciuettole stamane mi ha riservato parecchie insidie sul cammino : un enorme fuocarazzo appunto e’ divampato nella pineta retrostante Fiumicino causando disagi e una serie incolmabile di ritardi nei voli; inoltre, mentre mi affannano a correre al gate per l’imbarco, mi si è parata innanzi, di colpo come una fera dantesca, una masnada di tamarri ultras della Roma che hanno arrevotato un aereoporto nell”acclamare lo sbarco del neo-giocatore della loro squadra Salah, quello che stava alla fiorentina……bah,mi chiedevo se chist s’accattassero a Maradona che mai si fidassero di fare. Ad ogni modo, con il culo che mi ritrovo c’è poco da fare i menagramo: il mio fichissimo aereo e’ stato praticamente l’unico di tutto l’aeroporto a partire senza manco 5 minuti di ritardo e, quanto a me, mi sento così sereno e su di giri che poco ci manca che decollo da solo. Si, ho ingannato le ore della attesa pensando a cosa andasse storto e quali problemi mi sarei lasciato alle spalle in questa lunga assenza, ma il problema è’ che non mi è venuto niente in testa, niente di brutto o preoccupante all’orizzonte, non so se perché esso non esista o più probabilmente perché sia così stupido da non vederlo. Ad ogni modo, forse il segreto e’ proprio quello, e’ quel misto di sana incoscienza giovanile e ribalderia che ti fa imbarcare in una roba come quella in cui mi sto andando a cacciare io: se ci si comincia a pensare troppo, non si parte mai.
Più che altro, la domanda che mi ponevo era un’altra ora,pur se inver non si tratta di un dubbio esistenziale ma solo di una curiosità da appurare: cosa cazzo ci trovano gli esseri umani di bello mai in quel posto chiamato Dubai???? Io ci vedo solo una sorta di Edenlandia di plastica e asfalto senza arte ne parte, una selva di grattacieli nel bel mezzo del nulla, un’escrescenza del l’occidente abnorme nei presupposti e nelle voluttà. Avessero mai un senso o una necessità quei grattacieli come può esserlo stato per New York o altre metropoli! Queste bizzarre edificazioni qui a Dubai altro non sono che frutto dei pruriti di mazzo di gente che non sa proprio come buttare i soldi, sto sceicchi che un giorno si comprano un mega yacht, un altro Cristiano Ronaldo e un altro edificano un palazzaccio di 200 piani a forma di vongola nel mezzo del deserto per farci giocare i figli a squash. Mah, ci pensavo perché è lì che sto per fare scalo sulla rotta per Cape Town e più che altro perché oggi pomeriggio a Trastevere, in un ultimo up grade di trigliceridi con una pasta alla gricia strafogata a 40 gradi all’ombra, c’era sto tizio del ristorante, una sorta di monumento all’italiano medio, che mi ha fatto due coglioni così nel decantarmi la bellezza di sto coso che sta a Dubai dove si scia su neve artificiale al coperto con fuori 50 gradi all’ombra, così tu puoi farti il selfie in tuta da sci….nel deserto!!!! Bah, morirò senza riuscire a cogliere la magia intrinseca di una cosa del genere.
Sull’altro piatto della bilancia ci voglio però mettere il fatto pure che i lussi e le mollezze dei sultani orientali hanno nei millenni sempre esercitato un fascino innegabile sul più inquadrato Uomo occidentale, fascino tanto più irresistibile perché coglie alla pancia, pesca nelle fantasie più viscerali, basti pensare a luoghi quali l’harem e a tutto l’immaginario maschile ( e maschilista) al riguardo. E senza farla tanto pesante, pure a me sta mollezza dei sultani orientali un po’ acchiappa: mi sono su sta fichissima compagnia Emirates coccolato e vezzeggiato( figurarsi che sta pure il wi fi e ora vi scrivo tipo sorvolando la regione tra Siria e Iraq, quella dove regna il Califfato coi suoi tagliatori di teste) e a proposito di harem, vi dirò!!!! Io delle hostess tanto belle non le ho mai viste: queste sono tutte le ex concubine dello sceicco che ora , diventate un po’ più attardate e milfone, vengono prese a bordo a guadagnarsi la pensione. Davvero un bel vedere, peccato tuttavia che addetta alla zona dove siedo non vi è nessuna delle ex favorite del sultano bensì uno che si tempi d’oro del l’harem avrà rivestito il ruolo di cicisbeo o eunuco: insomma un cappone castrato incaricato di preservare l’ordine e il decoro, compito in cui persevera tutt’oggi se è vero che mi ha fato due coglioni come una mongolfiera per portarmi una birra. E non è neanche la presenza più spiacevole nei miei paraggi…..Alla fine le ciuciuettole e i menagramo una loro misera vittoria l’hanno avuta: alla tipa qua a fianco in foto non è bastato evidentemente tornare dal regno dei morti per venire in Italia esclusivamente per partecipare al campionato mondiale di degustazione di aglio e cipolle, no! Come si può ben vedere in foto, si sta persino sfilando le sue mortifere simil-superga cinesi!!!!! Peste a voi che faceste di me carne da vermi!!

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!

Il velo di Maya: the Blue Hole

Conclusione
Eccolo qua, questo e’ il Blue Hole, nel pieno dell’oceano,ed è la meta finale del mio viaggio. Non ho capito se lo chiamano così perché per portarti li in effetti ti fanno un buco in petto ma va bene così; la foto, a dire il vero, e’ preso dall’alto per rendere meglio l’effetto mentre io ero via mare, dove non si coglie così distintamente. E’ stato incredibile cmq immergersi in questo abisso spaventoso senza fondo, almeno ovviamente lungo le pareti che lo orlano e che sono un idillio di coralli, pesci, squali e colori di ogni sorta. Poi guardando il basso, si profonda verso un deep blue che impressiona davvero, perché nessuno sa dove sia il fondo di questo buco forse originato da un meteorite. Può essere questa forse una metafora del senso di questo viaggio che, lo ricordo, era dedicato al compiere dei miei 40 anni? Nooo, troppo ardito, e poi certe scadenze e certe date possono sembrare un qualcosa di ignoto solo prima, poi una volta immersici dentro come nel Blue Hole, anche se non si intravede il fondo, non vi è nulla che lasci pensare che il futuro possa essere diverso dal passato. E, almeno nel mio caso, e’ una gran fortuna, perché in questi miei primi quarant’anni ho avuto proprio una bella vita

Il velo di Maya: a dream called Belize

Giorno 10
“Last night i dream of San Pedroo..”- cantava una giovane Madonna in una sua hit di una ventina di anni fa, “La Isla bonita”. Ecco la isla in questione era Ambergris Caye qui in Belize, ove sorge il villaggio di San Pedro ed è la mia prossima destinazione……Pure io poi strong’ a sentire a chella cretina di Madonna: sbarco dal paradiso di Caye Caulker a San Pedro intono alle 9 e alle 9:15 sto già pensando di andarmene. Macchine, rumore, cemento, asfalto, albergoni grigi e ristoranti stereotipati per turisti volgari. Dove è finito qui il mantra “no shoes, no shirt….no problem” che regna sovrano nel pur vicino isolotto di Caye Caulker? Altro che no shoes, questo pare il posto stereotipato per quella tipologia di donna italiana col suo desiderio compulsivo a dover viaggiare con 16 paia di scarpe in valigia e doverne cambiare 5 al giorno almeno. C’è da dire che,quando Madonna cantava quella canzone vecchia ormai di qualche lustro, probabilmente l’isola non doveva mostrare un lato così urbanizzato ma presentarsi come tutt’ora e’ Caye Caulker o altri degli atolli qua intorno, grezzi e sospesi in un incanto di natura quasi incontaminata, frequentati da viaggiatori dotati di uno spirito più avventuriero. Si racconta pure che l’audace Madonna abbia avuto un flirt con uno dei tanti marcantoni epigoni di Bob Marley che furoreggiano qui, inaugurando forse un filone oggi molto in voga tra le sue connazionali. Ad ogni modo a San Pedro, magari proprio sulla scorta del successo della canzone di Madonna, si è messa in moto la machina del turismo più invasivo e deleterio, quello che cementifica e asfalta ogni cosa per concedere enormi camere vista mare e comodi parcheggi a turisti più abbienti e spazi residui sempre più angusti a secondo della capacità di spesa, fino a squallidi loculi di calcestruzzo spacciati per resort economici. Il risultato e’ una roba tipo Ischia, e infatti appena sbarcato becco un gruppo di napoletani che urlano (ma a buona ragione, perché Mertens ha appena segnato il gol del 4-2) . Ad ogni modo trascorro a San Pedro un tempo di circa 40-45 minuti, quelli che intercorrono tra lo sbarco e la successiva ripartenza del natante per Caye Caulker, il posto dove ero prima: già mi manca la mia casetta in legno sulla spiaggia, quel clima incantato e il mio pusher di aragoste & granchi, il quale potrebbe procurarmi una barca per esplorare gli altri atolli al di la del reef, addirittura disabitati Si si, non c’è da pensarci un minuto e rientrato alla “base”, esco subito di nuovo in barca verso questi altri isolotti, Turneffe Atoll e Half Moon Caye. Si tratta di posti che non indugio troppo a descrivere, lascio fare alla fantasia: basta provare a chiudere gli occhi e immaginare di trovarsi su un’isola tropicale deserta, con null’altro che palme da cocco,
mangrovie, uccelli, tartarughe e migliaia di pesci. Credo sia un sogno ricorrente e ben presente nell’immaginario di ognuno: ecco questo Half Moon Caye visitato ora e’ il posto esattamente corrispondente ad esso. Se capitate da quelle parti, attenti solo a dove mettere i piedi perché le tartarughe vengono li a deporre le uova.
Half Moon Caye e’la propaggine più estrema di sabbia prima dell’oceano per migliaia di chilometri. Anzi no: c’è un posto strano più al largo dell’isolotto, molto più al largo, una sorta di buco senza fondo nel mezzo dell’oceano orlato dal reef corallino. Pare sia stato originato dalla caduta di un meteorite. Lo chiamano Blue Hole: e’ quella la tappa finale del mio viaggio, prevista per l’indomani.

Il velo di Maya: no shoes, no shirt….no problem !

Giorno 9
“No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innlazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.
Quanto a me, ho rallentato il ritmo frenetico dei miei viaggi per adagiarmi su un’amaca in una bellissima casetta in legno fittatami da una matta inglese e sto entrando in contatto con le tantee specie della fauna locale , da un lato trangugiando una quantità vergognosa di granchi e aragoste, dall’altro stringendo rapporti d’amicozia con pennuti e squali, i quali anche loro sembrano essersi conformati al clima sereno e pacioso dell’isola. Si perché non so se riuscite a distinguere nella foto: oltre al pellicano, si vedono che nuotano delle mante, tante centinaia a dire il vero, che proprio ti urtano, ti sbattono addosso per giocare o chiedere cibo come fossero cagnolini. Poco dopo e’ arrivato pure uno squalo nutrice vero e proprio, anzi due, bestioni enormi,e ho azzardato a volo pure un malriuscito selfie, ma mi hanno spiegato che quelli sono di carattere un po’ più incazzosi

Il velo di Maya: alba sulle piramidi, tramonto nel Caribe

Giorno 8
La giornata comincia molto prima dell’alba, intorno alle 4 quando mi incammino per raggiungere la sommità del Tempio IV, la piramide consacrata al re Grande Acqua da cui contemplare appunto l’alba. Mi addentro quindi nella giungla del parco archeologico con una simpatica coppia di farmers del Canada settentrionale, che mi raccontano come al loro paese in quei giorni si registri una impossibile temperatura di 38 gradi sotto lo zero (!). Anticiparsi di un bel po’ ha i suoi vantaggi e guadagno un posto sulla sommità della piramide, giusto sotto la stele dedicata al re e al vertice della vertiginosa scala da cui un tempo probabilmente rotolavano giù le teste dei sacrificati. Ora sta solo da aspettare che faccia alba. E cazzo che bello! Da solo o quasi sulla sommità di una piramide Maya nella giungla a contemplare l’alba, ma che fortuna che ho avuto nella vita! Scrivere un diario di viaggio mi piace anche per questo, mi aiuta a rivivere tutta la bellezza delle cose che vedo, che l’animo umano ci mette un po’ ad assimilare.
L’assordante silenzio della notte comincia a essere rotto dai maschi dominanti di scimmie urlatrici, che attaccano con i loro grevi richiami in tutto simili a terrificanti ruggiti. Un’arpia, un rapace simile ad un’ aquila ma di dimensioni ancora maggiori e a forte rischio estinzione, prende a volteggiarmi sopra la testa con fare minaccioso, poi arriva una bellissima coppia di tucani reali ad annunciarmi la comparsa in cielo di Lucifero, il pianeta Venere che splende perfettamente allineata alla piramide usata al tempo come osservatorio astronomico, di cui intravedo la sommità sopra gli alberi: li ricordo di essermi commosso e avere pianto come un bambino. Ormai ci siamo, la luce sta per arrivare, i contorni delle piramidi bucano la vegetazione che pare un mare ai miei piedi. Mamma mia!
Ora devo proprio scappare, ho pochi minuti per attraversare tutto il parco e beccare un autobus, prendo il sentiero che attraversa il sito considerato “mundo perdido”, sette templi in una stessa piazza tutti per me. Fermo un pulmino in partenza verso sud, devo arrivare fino ad un villaggio chiamato Puente Ixhlu’ per beccare la coincidenza per il Belize. Ma il bus strada facendo si attarda a caricare seghe circolari e altra roba da costruzione e non arrivo in tempo utile. Niente panico, poco dopo arriva un altro “colectivo” che marcia fino alla frontiera, poi da li si vedrà.
La strada taglia secca a est costeggiando il Rio Mapan che si getta nel fiume Belize proprio alla frontiera, ove sorge una squallida città chiamata Melchor de Menches. Ciao Guatemala, ora sono in Belize, ex Honduras britannico, paese che della dominazione inglese conserva una traccia visibile. Il paesaggio cambia, la foresta nebulare lascia il passo alle palme che degradano verso il Mar dei Caraibi, tra le casette di legno e le “fincas” degli allevatori. Al porto di Belize city devo scegliere per dove imbarcarmi, le opzioni sono due : la pubblicizzata Ambergris Caye o la meno nota Caye Caulker, una striscia di sabbia rimasta ancora preservata dal turismo più invasivo. Il mio fiuto mi fa optare per Caye Caulker, la scelta si rivelerà azzeccata e poche ore dopo sto a contemplare un tramonto sopra la barriera corallina in uno scenario idilliaco.
Alba su una piramide Maya e tramonto in un paradiso tropicale . Ma io sono uno fortunato

Il velo di Maya- Le Atene e Sparta dei Maya

Giorno 7
Le Atene e Sparta dell’universo Maya si chiamarono Tikal ed Uaxactun, due città forti e prospere ma situate ad una distanza troppo esigua per non finire a essere perpetue rivali una dell’altra. Si successero tra le due potenze guerre e ostilità con esiti alterni fin quando, sotto il regno di Grande Zampa di Giaguaro, in un periodo databile attorno al 250 d.C., non nacque a Tikal il grande generale Rana Fumante. La grandezza di questo condottiero e’ riportata su diverse steli commemorative rinvenute su diversi templi e, caso unico, a Rana Fumante e’ intitolata come mausoleo funebre addirittura una piramide pur non essendo egli un regnante. La sua abilità non si dispiegava unicamente sul campo di battaglia, Rana Fumante era un diplomatico abile al punto da riuscire a stringere un’alleanza con una città rivale da secoli, Teotihuacan: oggetto dell’alleanza era la conquista della odiata Uaxactun. Dai guerrieri di Teotihuacan, Rana Fumante ebbe l’intelligenza di mutuare una nuova tecnica di battaglia, non concentrata più solo su estenuanti corpo a corpo ma basata su una ripartizione delle truppe in ragione dell’armamento, in cui figuravano ora anche ben addestrate centurie di lancieri e lanciatori di pietre, una sorta di primitiva artiglieria. L’innovazione bellica consentì al regno di Tikal di riportare un serie di schiaccianti vittorie nei confronti della rivale Uaxactun, fino a costringere quest’ultima alla resa: Rana Fumante poteva consegnare al suo re Grande Zampa di Giaguaro l’egemonia su un territorio mai stato così vasto, coincidente con tutta l’attuale regione del Peten. Si apre l’età aurea di Tikal, la città arriva a contare oltre centomila abitanti, vengono eretti oltre 40 tra templi e piramidi, tre enormi acropoli sono il cuore pulsante della “metropoli”. Nella pax ottenuta da Grande Zampa di Giaguaro prosperano le arti e le scienze, coltissimi astronomi elaborano dalla cima delle piramidi precisissimi calcoli astrali che precedono di 10 secoli le conoscenze dei “colleghi” europei. Già, gli europei, eccoli che sbarcano nel 1492 del nostro calendario con la loro ansia di sterminio e di porre fine ad una millenaria cultura.
Posso dire di aver viaggiato abbastanza e aver visitato molto luoghi ma Tikal si iscrive a mio parere tra i più belli mai visti. A renderlo magico concorre non solo la vastità e la bellezza infinita dei templi, delle piramidi e degli osservatori astronomici, ma anche la posizione : a differenza di altri siti archeologici dell’area come Palenque in Messico o Copan in Honduras, Tikal sorge in una regione remota e di difficile accesso, nel bel mezzo di una giungla primordiale. Ciò preserva la città dalle comitive di rumorosi maialozzi sbarcati dalle navi da crociera o da visitatori di giornata catapultati fuori da una discoteca di Cancun. Tutto è’ natura a Tikal, la giungla riveste e adorna le falde di molte delle piramidi, ci si muove nei sentieri facendosi largo tra le liane e intimoriti dallo stridere , simile a ruggiti, delle scimmie urlatrici, le vere custodi di Tikal. E, uniti nelle grida di ammonimento a non violare (ancora) il luogo sacro uccelli di mille specie diverse, arpie, tucani reali, are di tante specie diverse, cassiole di Montezuma. Da qualche parte tra gli alberi ci sarà anche lui, il magico Quetzal, l’uccello sacro della cultura Maya pigmentato di dodici colori diversi, il cui piumaggio adornava la pelle appunto del serpente Quetzalcoalt. Per i Maya questo uccello era così sacro che la sua cattura veniva punita con l’uccisione del trasgressore. Ma nei tempi a seguire l’uccello magico non ha ricevuto una analoga tutela e, cacciato senza ritegno, e’ prossimo all’estinzione.
Purtroppo il mitico Quetzal non è stato l’unico a dover subire un destino di sterminio e morte da queste parti: a che titolo noi europei ci siamo macchiati, sulla base di una superiorità soltanto militare, dello sterminio sistematico di una cultura millenaria, una mattanza durata 4 secoli, e’ una domanda a cui non possiamo dare risposta. Ma d’altra parte e’ pur vero che il genocidio culturalmente ci appartiene, il termine fu coniato, pensate un po’, dai rivoluzionari francesi e, se si eccettuano esotici dittatori e macellai africani o dell’Indocina, il genocidio e’ un brand esclusivo dell’Occidente.
Quando si avanzano discorsi circa una supposta superiorità della nostra cultura sulle altre, temiamolo a mente

Il velo di Maya: Guatemala crossing

Giorno 6
Una giornata principalmente dedicata ad un lungo trasferimento dagli altopiani sud-occidentali alla regione settentrionale del Peten, ricoperta da fitte foreste tropicali e scarsamente popolata. Quest’ultimo dato era tuttavia invertito nell’epoca più fulgida dei nativi Maya, che la foresta vergine la sapevano abitare benissimo e che fecero di questa zona l’epicentro del loro impero. Si, in questa zona sorgono infatti i migliori siti archeologici maya, migliori anche perché in molti casi difficilmente accessibili e quindi fuori dagli itinerari appestatori del turismo di massa. Il problema anche per me è’ ora arrivarci: avessi avuto più tempo, ci avrei tenuto molto a fare una sosta ad una destinazione intermedia, un luogo dalla natura incontiminata dove un fiume da luogo a bizzarre formazioni calcaree e cascate, tale Semuc Champey; il tempo invece scarseggia e devo scegliere la via più breve, quella attraverso la capitale Ciudad de Guatemala. Dicono si tratti di una città che o si ama o si odia, io credo di potermi iscrivere nella schiera dei secondi, avendola trovata nelle poche ore ivi trascorse oggettivamente brutta: cinta da palazzacci grigi con l’ambizione di sembrare grattacieli, martoriata da un traffico caotico oltre ogni dire e con uno sviluppo urbano informe e abnorme, presenta solo qualche bella chiesa ed edificio coloniale di rilievo. Inoltre è oggettivamente poco sicura, con rapine in pieno centro e in pieno giorno: io stesso mi sono imbattuto in una coppia di irlandesi rapinati pochi metri davanti a me e a lui (un bestione sui due metri tra l’altro) avevano pure sfravecato il naso. Ad ogni modo vado via presto da qui e a tarda sera giungo in un posto chiamato Flores, individuata come trampolino di lancio per i siti maya situati più a nord. La cittadina sorge su un isolotto lacustre nel bacino appunto detto di Peten Itza, in una posizione molto suggestiva. Sull’isola tutte o quasi le case sono in legno e tinteggiate a graziosi colori pastello (anche se un po stucchevoli come impressione ).
E’ piuttosto tardi e non trovo niente di meglio per mangiare un boccone di un tamarrissimo locale dove sparano a palla quell1’orripilante reggaeton, musica del cuore guarda caso di tutti i drappani, una sorta di loro inno transnazionale. Nel posto vengo pure abbordato da un tizio sgradevole assai e che non mi si stacca più da cuollo, un sergente o qualcosa del genere dell’esercito del Guatemala il quale, non ho capito se con il proposito di rimorchiarmi o perché psicopatico e basta, vuole a tutti i costi portarmi al loro centro di addestramento a farmi provare l’incomparabile brivido di sparare con un mitra. Un’esperienza che cambia la vita a suo dire. ….si, magari domattina sai, invece di andare a vedere ste piramidi sgarrupate me ne vengo proprio con te a giocare a Rambo & Recchia in una pezza di terreno. Me lo immagino già il titolone da Barbara D’urso ” turista sprovveduto vittima del nuovo Parolisi latinos”. Ma va a cagare!!!

Il velo di Maya: gli hippie del lago Atitlan

Giorno 5
Si riprende il cammino, direzione est, l’Este degli altopiani, della terra che si inarca un bel po prima di degradare verso il Pacifico. La meta individuata e’ il lago di Atitlan, un bacino manco a dirlo di origine vulcanica e orlato da altre tre o quattro bestioni fumanti. Sul “colectivo” incrocio un simpatico tizio italiano, non più giovanissimo, grande viaggiatore in anni più verdi, esploratore di luoghi estremamente difficili a raggiungersi prima dell’avvento delle low cost e che ora torna in Guatemala a distanza di 30 anni. Tutto gli appare cambiato e deteriorato, come sempre accade quando si ritorna dopo tempo in un post: io di mio ho il terrore a immaginare cosa possa essere diventato il Nepal a distanza di dodici anni e dopo la colonizzazione cinese o a dover scoprire cosa e’ rimasto di quell’angolo di Amazzonia in cui mi avventurai in Ecuador, probabile che una spianata di ruspe e macchinari da estrazione abbia violentato quel magico villaggio indigeno dove trascorsi giorni che ricorderò finché vivrò. In effetti il Guaremala pare un paese per molti tratti in fase di industrializzazione o perlomeno di edificazione selvaggia: si susseguono paesoni che altro non sono che una fila continua di officine meccaniche e depositi di materiale edile; probabile si stia consumando ora qui quella fase di “conquista” del territorio da parte dell’uomo urbanizzato che darà’ luogo a brutture che dureranno secoli. Nondimeno il tizio di fianco a me qui ci ha lasciato un pezzo di cuore e dei suoi trent’anni, quindi ricorda con nostalgia ogni paese o ansa del terreno incontrata. Il problema, non secondario si direbbe, e’ che ha deciso di condividere questa sua saudade di gioventù con la sua compagna, assai più giovane e di tutti altri interessi: lui mi elenca in serie i posti toccati in passato, che vanno dalla Patagonia cilena alla Mongolia interna passando per il Borneo malese, e lei al sentire ognuno di quei nomi scuote il capo con disapprovazione, a mo’ di una madre che legge uno ad uno i pessimi voti sulla pagella del figlio. Sta iperisterica, reclama un suo imprescindibile diritto al l’abbronzatura e a giacere su un lettino ai margini di un bagnasciuga caraibico, e’ preoccupata per il cospicuo vestiario riposto nella valigia che, a suo modo di vedere, pericolosamente e’ adagiata sul tetto del veicolo; sullo stesso pulmino ci sta con la forma mentis di un dissidente sovietico imbarcato su convoglio ferroviario destinato ad un gulag siberiano….non vorrei stare nei panni del marito quella sera stessa quando si appalesera’ la meta prevista, tutto tranne che un posto confortevole e dotato di infrastrutture turistiche “occidentali”. Parlo del lago di Atitlan, che di colpo ci appare sotto il veicolo a est, di struggente bellezza a guardarsi dall’alto, uno scrigno di acqua turchese incastonato tra mille vulcani. Man mano che si scende lungo le sue pendici tuttavia la bellezza scema di un bel po, si disvela l’Occidente arrivato anche qui con la sua veste peggiore: cubi di cemento e palazzacci talmente prossimi alla riva da essere in alcuni casi, letteralmente, mangiato dal livello delle acque e resi inagibili. Questo almeno e’ lo scenario di Panajachel, per i locali “Pana” e porto di imbarco per i tanti villaggi indigeni disseminati lungo la costa del lago: se ne contano una dozzina almeno, tutti o quasi raggiungibili solo in barca , giacché le vie sono impossibili e irte di banditi pare. Il problema e’ ora scegliere quale dei tanti raggiungere : una tizia russa barista del Caffè No Se ad Antigua, con in faccia un sorriso perenne da mezcal e una acconciatura sulla testa al cui confronto quella di Marek Hamsik sembrerebbe la sobria pettinatura di un deputato del Centro Cristiano-Democratico, mi diceva di aver trovato fantastico uno di detti villaggi, San Pedro de la Laguna, ma l’impressione è’ che quella tizia avrebbe trovato fantastico anche Casalnuovo di Napoli se solo gli fosse stato possibile reperire in loco una o più bottiglie di superalcolici. Ad ogni modo mi affido ai suoi consigli, pare che ivi viva una scanzonata comunità di Hippies, che di solito mi stanno simpatici. La lancia salpa dal molo e solca le acque tra i torvi vulcani che ci scrutano dall’alto. In effetti era così, il villaggio e’ abitato da un numero imprecisato di Hippies fuggiti qui da ogni angolo del mondo “civilizzato”. Ma non è’, scoprirò, una caratteristica del solo villaggio di San Pedro, giacché tutti i villaggi costieri fungono da buen retiro di occidentali annoiati o disgustati dall’ordinaria vita della madrepatria: canadesi, tedeschi, russi, belgi, americani ripiegati qui a trovare un difficile amalgama con i nativi Maya, che li osservano perplessi. Vi sono tuttavia delle originali differenze tra le varie comunità di ospiti Hippies da un paesino all’altro: credo che ciò che distigue gli Hippies annidiati in un posto o l’altro sia il tipo di lesione neuronale riportata, il punto preciso delle chiocche dove l’acido o lo stupefacente di sorta abbia quel giorno x toccato le sinapsi…….così stanno quelli di San Marcos a la laguna presi dalla metempsicosi e la trasmigrazione delle anime, gli Hippies di Jabalito flashiati con la musica techno e i rave, ogni paesino ha la sua dose di inceppamento diverso: quello di San Pedro, dove sbarco io, vede la massima concentrazione mondiale di ingrippati per quelle sfere di fuoco rotanti, tipo giocoleria di strada a punkabestia. Andranno avanti tutta la notte a far rotare ste palle di fuoco e anche un po le palle vere e proprie, intese come genitali, mentre i nativi maya al tramonto si rifugiano a elevare canti evangelici al Signore in parrocchie ricavate in sudice barracche di lamiera. La comunità di Giratori di palle infuocate di San Pedro ha addirittura l’onore di ospitare, dicono, due fuoriclasse massimi interpreti della disciplina: si tratta di una strampalata coppia formata da una stangoma dell’est europa, forse russa, e lui americano, soprannominato Barbarossa o in idioma originale appunto Red Beard. In effetti erano davvero bravissimi a far girare quei cosi.
Andando via da San Pedro l’indomani, con disappunto e raccapriccio scoprirò dalle parole di un olandese che Barbarossa non deve il suo soprannome alla pigmentazione della sua barba (che in effetti era nera) ma ad connilingus eseguito una volta alla stangona russa nei giorni sbagliati del mese….
Ci potevo capitare solo io in sto posto