Anime morte – Prologo

Vi siete mai chiesti cosa significhi la parola “Ucraina”? Significa “confine”, “limite” o meglio ” situata sul confine”: l’etimologia si ricava dalla lingue slave orientali, dove la “U”indica stato in luogo come a dire “presso”, e il termine “ocraine ” esprime appunto il concetto di frontiera, di limite. Ed in effetti è stato ed è tutt’oggi irrimediabilmente così:

dov’è l’Ucraina? Ai confini dell’Europa ma vicina, troppo, anche a quelli russi, e capire se debba stare da qua o da là è causa delle recenti dispute e guerre. Ma forse questo paese non deve stare ne di qua ne di la, se è vero che come il suo nome lascia intendere essa è una terra di confine, di passaggio tra est e ovest, capace nei secoli tuttavia di assumere una caratterizzazione sua che ovviamente pesca nell’uno e nell’altro. E la parte di Ucraina dove sono diretto è ancor più un confine, una “marca”, si tratta della regione occidentale che orbita attorno a Leopoli, Lviv in lingua locale, zona un tempo indicata come Galizia e con un breve trascorso di indipendenza, si fa per dire, nei tumultuosi anni della seconda guerra mondiale, quando appunto fu annessa con questa dizione al Reich nazista .

Ma la storia di Leopoli, città che si annuncia bellissima, affonda in un passato assai più lontano e bello, fatto di reminiscenze rinascimentali e poi asburgiche che ne hanno fatto una delle capitali della Mitteleuropa in un tempo passato forse un po’ dimenticato. Molte sono le personalità nate o transitate qui nei secoli radiosi: artisti e architetti di fama, regnanti di alto lignaggio e bizzarri libertini che scopriremo strada facendo. Per ora mi limito a citarne uno, che è quello che con la sua opera più celebre offre lo sfondo a questo mini-diario ed è lo scrittore Nicolaj Vasilevic Gogol: universalmente associato alla gloriosa tradizione della letteratura russa, egli invece era più ucraino che mai; era nativo infatti della regione contadina di Poltava (non troppo distanti da Leopoli) e quantomai ucraina appare anche l’ambientazione della sua opera-capolavoro, “Anime morte”, doppiamente ucraina anche con riferimento al senso già citato di frontiera,per quello che è forse il confine per eccellenza, il limite tra i morti e i vivi.

E sarà dunque questo il leit motiv del mio diario, il rintracciare per Leopoli e l’antica Galizia le tante anime morte che hanno affollato questa terra, alcune bizzarre come i protagonisti del libro di Gogol, altre segnate da vicende tragiche: dal conte Masoch inventore, ma guarda te, del masochismo, al fantasma della perfida regina italiana Bona Sforza, dagli ebrei sterminati del ghetto di Lutsk a Marc Chagall, nato un poco poco più a nord, a Viterbsk in Bielorussia, ma che alle “Anime morte” di Gogol seppe dedicare bellissime illustrazioni che or fungono da copertina al diario di questa nuova avventura.

La Testa mora – giorno 3: il Deserto delle Agriate

Cominciamo col mettere in chiaro una cosa: stiamo parlando di un luogo dalla bellezza mirabolante, forse tra i luoghi più affascinanti dove sia mai stato.

Quello di “Deserto delle Agriate” è il nome dato ad una vasta area costiera della Corsica appena ad ovest del Cap Corse, in un’area che va dalla cittadina di Saint Florent alla Ile Rousse. Ecco considerando la Corsica come una mano e il Cap Corse come il suo dito indice

Il porto di Saint Florent ed il Deserto stanno proprio all'”attaccatura” del dito alla mano, ed è li che arriviamo attraverso una strada panoramica che costeggia tutto il Cap Corse da est a ovest attraverso una processione di tornanti da far girare la testa

Soffia un libeccio impossibile che spezza i rami e smuove le pietre: qui quel vento che in Francia chiamano “mistral” arriva con più forza che mai, partendo dall’Atlantico e incuneandosi tra i Pirenei e il Massiccio Centrale in quella che viene definita la “porta di Carcassone”. In effetti questa funge a mo di galleria del vento naturale, canalizzando il vento e sparandolo poi fuori sul Mediterraneo a velocità doppia

La punta nord della Corsica è la prima fermata, il primo bersaglio di ogni perturbazione atlantica che entra dalla porta di Carcassonne e il paesaggio non può che risentirne: qui attecchisce un tipo di macchia mediterranea peculiare, conosciuta col nome di “Gariga”, fatta di arbusti bassi e assai folti, in cui la fanno da padrone mirto e lentisco. Attecchisce su superfici calcaree come questa e trova corrriaspondenti in Provenza e nella Maremma italiana .

Il Deserto delle Agriate deve il suo nome alla circostanza che si tratta di un’area priva di strade ed edificazioni, non certo all’assenza di vegetazione o corsi d’acqua, questi ultimi assai numerosi .

Per la sua natura isolata, negli anni’ 60 il governo francese aveva individuato questo addirittura questo come sito per gli esperimenti nucleari, poi per fortuna hanno ripiegato su altri luoghi del mondo da appestare, tipo sfortunati atolli polinesiani frammenti dell’antica grandeur francese come Mururoa .

Il Deserto è davvero un luogo magico, da percorrere su sentieri immersi in una natura dal profumo inebriante intervallata da corsi d’acqua che si gettano in baie cristalline. In alcune di esse si riproducono persino le tartarughe marine

Un consiglio: visitatelo in primavera quando non fa caldo e la Gariga in fiore: ritengo che d’estate il caldo possa essere torrido e la vegetazione troppo secca

Le Desert des Agriates, un posto magico

La Testa mora – giorno 2: “l’isula inde l’isula”

Quello di “insularità” è un concetto affascinante ma al tempo stesso non univoco, nel senso che, almeno mio modo di vedere, esistono diversi modi secondo cui puó essere declinato. “L’isola” è per definizione stessa qualcosa di a se stante e dotato di una peculiarità , tanto più accentuata quanto più è forte la sua insularità. Esistono tuttavia delle isole “aperte”, che trovano la loro insularità nel racchiudere nel loro ristretto territorio un pezzo di tutti quelli che vi sono passati e farne tesoro: mi viene in mente in tal senso la Sicilia, che pare contemplare da una punta all’altra tutte le culture che si sono affacciate sul Mediterraneo dai tempi di Cleopatra in poi; altro esempio in tal senso mi paiono le isole del golfo di Napoli e quelle ioniche della Grecia. Vi è poi un’altra categoria di isole, che per geografia o per motivi storici, esprimono la loro insularità con qualcosa di assolutamente proprio ed endemico e col quale “obbligano” lo straniero a confrontarsi sin da subito. Pensate all’isola di Pasqua in Cile o più da vicino Creta col suo Minotauro. Ecco, iscriverei a questa seconda categoria la mia meta di arrivo odierna: la Corsica.

Già il suo vessillo, la cd “Bandera testa mora”, con la testa mozzata di questo Moro nemico e che da tra l’altro il titolo al mio breve diario di viaggio, penso valga sufficientemente ad ammonire lo straniero circa l’identità marcata del posto dove è arrivato. Anche la lingua che senti parlare ai residenti al bar, mentre giocano a carte e quasi se ne infischiano di te, rimanda subito ad un proprio mondo, chiuso e ingrugnito come questo dialetto che riprende parecchie cose del sardo e del genovese ma ha poi una cadenza fonetica simile ad alcuni dialetti meridionali italiani, calabrese in particolare direi .

Per la verità l’insularità così spiccata della Corsica è difficile da intuire a livello geografico, giacché essa pare la propaggine estrema è più grande dell’arcipelago toscano, che venendo in nave da Livorno si contempla in tutta la sua bellezza: l’Elba, il Giglio e poi la Capraia e la Gorgona di dantesca memoria

Una volta raggiunta la città portuale di Bastia, mi muovo per la mia destinazione che sarà tuttavia qualcosa di ulteriormente “insulare” in un posto già così peculiare: sto parlando del Cap Corse, quella sorte di dito indice che si allunga nel nord della Corsica per 40 km nel mare

Stretto e lungo, irsuto di alti monti e segato da repentini torrenti, è un territorio estremamente affascinante come al tempo stesso non facile da visitare. Lo si percorre lungo una tortuosa strada costiera, in pratica l’unica esistente, che ne compie il periplo inerpicandosi per passi anche abbastanza alti e sempre a picco sul mare

Venendo da Bastia si incontra prima una strega, simbolo dell’indipendenza locale ergersi su uno sperone roccioso è tutto intorno terra bruciata. Poi tra curve e saliscendi a perdi fiato si superano antiche torri di avvistamento genovesi costruite in funzione anti-ottomana. La più bella sorge sulla costa occidentale del Cap Corse, nel bellissimo abitato di Nonza, che si staglia sul golfo di Saint Florent con dietro i monti perennemente innevati dell’Asto

La torre tra l’altro si lega ad una vicenda molto particolare: costruita dai Genovesi appunto intorno all’anno mille, di da questi stessi distrutta quando cominciarono a fiutare i propositi di indipendenza dei Corsi. Con la proclamazione di indipendenza della Corsica del 1, il leader locale Pasquale Paoli giustappunto decide di restaurarla e recuperarla all’antica funzione.

Personaggio davvero singolare questo Pasquale Paoli, leader dell’indipendentismo locale e per qualche anno ai vertici della effimera repubblica di Corsica

Innanzitutto come leader indipendentista aveva un profilo piuttosto anomalo, profondamente democratico e animato dallo spirito universalista dell’illuminismo. Partecipante entusiasta alla rivoluzione francese, se ne distacca quando questa prende la piega violenta e sanguinaria del Terrore per fare ritorno alla amata isola natia. La proclamazione di indipendenza della sua Corsica del 1755 trova la spendita di tutti i principi illuministici nonché il varo di una Costituzione tra le più moderne mai esistite, la prima in assoluto al mondo a contemplare il suffragio femminile. Come tutte le vicende ispirate da troppi nobili principi teorici, anche la proclamazione di indipendenza della Corsica dalla repubblica di Genova trovó vita assai breve, presto fagocitata dall’enorme vicino francese, assai poco interessato ai pur propugnati principi dell’Illuminismo quando si trattava di allargare la sfera di dominio nel Mediterraneo.

La strada riprende, tra monti e dirupi in un contesto di bellezza estrema. Ogni tanto i fianchi delle montagne si aprono in vallate lasciando presagire la presenza di un fiume , che sempre c’è

I borghi hanno nomi che rimandano a impieghi e funzioni antiche come Macinaggio, Barcaggio, Fienile, tutti però deformati nell’ingrugnito dialetto locale (ad esempio Macinaggio diventa Magjnaghiu) . A Barcaggio o meglio Bargaghiu il Cap Corse finisce e qui sta la splendida casa dei miei amici affacciata sul mare che pare entrarti in casa

Poi sta il Cap Corse, vero e proprio con l’isolotto della Giraglia

Un mondo a se stante questo Cap Corse, fatto di silenzi rotti solo dal rumore del mare e il fischiare incessante del Libeccio, una sorta di divinità ancestrale del luogo

Ora ho finalmente capito perché lo definiscono “un isula inde l’isula”

La Testa mora- giorno 1: la città di Modigliani

“La città di Modigliani” è Livorno, che diede i natali ad uno dei miei artisti preferiti nel 1884

ed è oggi la tappa di partenza di un breve viaggio, della durata di un week end o poco più, ancora in Francia, questa volta nella sua propaggine insulare meridionale: la Corsica, che per la verità di francese ha a mio avviso molto poco o per lo meno ha così tanto di proprio da elidere la condivisione con ingombranti vicini. Ad ogni modo dicevano di Livorno, da cui si parte

Si tratta di una città che desideravo vedere da tempo, attratto dalla sua “alterità”, dall’essere cioè qualcosa di diverso e anomalo in una regione tempestata dalla bellezza come la Toscana. In effetti se ci si ferma solo alla regione di appartenenza, Livorno difficilmente può catturare lo sguardo se paragonata a Firenze o Siena, Lucca o San Giminiano, la campagna del Chianti o la eterna rivale Pisa. Nondimeno, nel suo essere fuori dalle principali rotte turistiche, Livorno conserva una sua originalità ed un suo carattere, una sua forza primigenia direi, che gli deriva dall’impronta di città portuale e a vocazione operaia. Figurarsi che qui nel 1921 è nato, ovviamente da una scissione, il Partito Comunista italiano

non in una metropoli come Roma o Milano dunque, e nemmeno in un polo culturale di riferimento come non so Bologna, ma in una piccola città a vocazione operaia come Livorno. Ed a ben vedere, forse, è l’unico momento o quasi in cui la sinistra in Italia è stata espressione appunto di istanze operaie, rimanendo per il resto ingabbiata in un ribaltamento di prospettiva tutto italiano, quello per cui la sinistra appunto attragga i radical chic della classe borghese (come me per esempio), mentre i ceti sociali più deboli finiscano sempre per propendere per idee reazionarie e di destra, tipo Mussolini, Berlusconi ed oggi la Lega. Ad ogni modo stop con sta politica, mica sono venuto qua per questo!

Son giunto qui altresì per perdermi nel centro storico di questa città, che sorge sui canali come Venezia ed infatti ne mutua il nome, nel senso che appunto il borgo antico di Livorno, il suo insediamento medievale viene chiamato “La Venezia”. È la seconda volta in meno di un mese che mi ritrovo in luoghi che rievocano o perlomeno vengono paragonati alla Serenissima: a marzo nelle Alpi francesi dell’Alta Savoia visitai la bellissima Annecy, e se quella era detta “la Venezia delle Alpi”, Livorno allora potrebbe essere “la Venezia dei poveri”, senza che la definizione assuma una connotazione negativa, anzi. Qui non regnano certo lo splendore e la magnificenza di Rialto o del Canal Grande, anzi è un incrociarsi di canali melmosi dal nome più crudo di “fossi”solcati da piccoli barchini da diporto, ma è un luogo assai più autentico e pulsante della algida ed asettica Venezia, a cui non è stato risparmiato certo il destino toccato a tutti i centri storici di città così belle: quello di diventare dei luoghi del tutto svuotati da quella che era la funzione originaria, abitati solo da facoltosi turisti che non vi vivono stanzialmente e soprattutto non vi lavorano, deprivando i luoghi di quella che era la sua funzione originaria, la sua ossatura. Nei centri storici di Roma, Firenze , Parigi trovi piazze del mercato dove non esiste nessun mercato, vie che rimandano a professioni che nessuno si sognerebbe di svolgere: dei “non-luoghi”, come li ha definiti Marc Auge. Qui a Livorno invece tutto “puzza” di vivo

La gente in questo centro storico vive e si questi canali ci lavora, ci pesca….e poi magari rincasa e cucina delizie come quelle dell’immagine di copertina, che ripropongo qui casomai ve la foste scordata

Questa roba qua si chiama “il caciucco”, nome che dovrebbe derivare dal turco “kucuk “, vale a dire “piccolo”. Quello mangiato in questa osteria era ad essere estremamente riduttivi eccellente: era qualcosa di afrodisiaco, inebriante, un viagra naturale. E lo stesso direi del crudo di mare e dello stoccafisso di questa eccellente osteria, il cui recapito sarò ben lieto di fornirvi se vi interessa . Ottimo anche l’hotel dove ho dormito

appena a ridosso del centro storico è affacciato sui canali, di ottimo gusto e prezzi contenuti, come anche il ristorante e tutto ciò che ho incontrato a Livorno, una meta dove tornerei volentieri.

Le nozze in Savoia – giorno 3: la petite boucle

Il nome prescelto per la giornata odierna riecheggia in versione mignon qualcosa che agli appassionati di ciclismo non devo assolutamente spiegare ma, visto che in tema di sport tutto ciò che non sia pallone in Italia finisce per essere qualcosa di nicchia, allora meglio specificare: la “grande Boucle” è il tour de France, la corsa ciclistica per eccellenza che assume questo nomignolo per via della forma che sul territorio francese traccia, simile più o meno ad un riccio (boucle in francese).

Ed io oggi nel partire dalla dolce Annecy e dovermi andare ad inerpicare in una remota vallata alpina, appunto disegno un piccolo riccio ma soprattutto attraverso montagne epiche di questo sport, il cui solo nome evoca negli appassionati sfide all’ultimo pedale: il Galibier, il Moncenisio e per finire il mitico Iseran, il passo in quota su strada asfaltata più alto delle Alpi, transitabile solo pochi mesi all’anno. Tutto ciò per quanto mi riguarda comunque significa un nome e un cognome e a percorrere queste strade mi sembra ancora di vederlo lì, Marco, solo come un papa ed esile come un grillo, lasciarsi dietro uno ad uno squadroni interi di marcantoni rivali, dopati fin sopra i capelli e più simili a robot che ad avversari. Ogni volta che percorro una salita sacra del ciclismo ci ripenso e mi commuovo, E vabbè ,Pantani mi tocca proprio il cuore.

La mia “tappa” prende il via nella tarda mattinata da Annecy, da cui mi congedo con una passeggiata in riva al lago e una gita al castello sovrastante la città vecchia, appartenuto ai duchi di Ginevra. Un primo treno regionale mi conduce fino a Chambery costeggiando il lago di Aix-Les Bains, anche esso molto bello. Quello che ricorderò di questo viaggio è il tossire e respirare incredibilmente affannoso di una ragazzina seduta al mio fianco, che non mancherà ovviamente di riversarmi addosso uno tsunami di germi che in 24 ore scarse “fioriranno” regalandomi un febbrone.

Nella graziosa Chambery faccio un bel giretto in attesa di una coincidenza. Qui siamo in quella regione di Francia che prende il suggestivo nome di “Delfinato” in onore all’erede di quello che era il trono di Francia, che assumeva appunto il titolo di Delfino. Si tratta di una cittadina graziosa adagiata in un fondovalle, anzi in due fondovalli che qui si intersecano, uno lungo la direttrice nord-sud e conduce verso Grenoble e uno lungo l’asse est-ovest e arriva verso l’Italia prima di sbattere contro la barriera delle Alpi. È li che io sono diretto, in un collo di bottiglia chiamato Modane, ultima città francese prima del traforo del Frejus, che buca l’enorme montagna e riemerge in Italia a Bardonecchia, dalle parti del Sestriere. Ma a Modane, una città di frontiera dove incontrerete, se mai dovesse fermarvici, solo camionisti stanchi che fumano nei caffè, io scendo e devio verso nord-est, inforcando una valle ammantata di neve che si rivela subito uno spettacolo che toglie il fiato.

Appare prima un’imponente bastione militare, il Forte Maria Therese, che domina l’accesso all gola e quindi all’Italia, di epoca forse rinascimentale.

Poi la strada sale e la neve comincia a farla da padrona. Questa è la Val Cenis, dall’omonimo monte che la sovrasta e che in italiano prende il nome di Moncenisio: prima del traforo del Frejus, è stato col suo difficilissimo passo in quota per molti secoli pressoché l’unica via di accesso dalla Francia all’Italia se si esclude la via costiera dell’attuale Ventimiglia. E quando parlo di molti secoli intendo anche quelli intercorsi quando questi due paesi si chiamavano Gallia e Impero Romano. Arrivo subito al dunque: non è un dato storico certo ma con ogni probabilità dal Moncenisio è passato col suo esercito ed il suo seguito di elefanti quel generale cartaginese passato alla storia come Annibale.

Insomma Pantani, Annibale: questa è proprio una strada per eroi, dannati e solitari, tormentati e geniali. A proposito del secondo, pare che qualche stregone del Dna dei giorni nostri sia persino riuscito a rinvenire in queste montagne frammenti di ossa o tracce della cacca di quei poveri bestioni sbattuti dalle calde savane africane fin qui su queste lande flagellate dalla neve e dal vento. La leggenda narra che uno solo di quegli elefanti riuscì a superare il passo, ove sorge un bellissimo lago glaciale, ed entrare in Italia per marciare su Roma. Il pensiero di trovarmi sulla strada percorsa dal grande generale che da solo quasi mise in ginocchio Roma mi riempie ovviamente di emozione, e il pensiero vola subito commosso ad un caro zio che di Annibale e della sua controversa storia è un grande appassionato. Ma passato l’imbocco del Moncenisio, per me la strada continua a salire verso nord, in una valle sempre più stretta e innevata, quella che conduce ai maestosi ghiacciai eterni della Vanoise e al mitico Iseran. Per la verità, “eterni” è un parolone ormai quando si parla di ghiacciai delle Alpi, che nel corso di meno di un secolo hanno perso il 90 dico il 90% della superficie di un tempo, e parliamo di milioni di anni. Una violenza con cui la razza umana si prepara felicemente all’autosterminio, vabbè. Ad ogni modo di ghiaccio e di candore bianco ce ne è ancora a quantità per l’occhio che non è abituato a questi scenari, e passato l’ultimo abitato di Bessans, la strada è pressoché una striscia di asfalto in mezzo ad un mare bianco alto due metri, a destra e a sinistra.

E si arriva a Bonneval, un magico borgo in pietra in fondo ad una valle chiusa, con i tetti talmente ricolmi di neve da chiedersi come possano non cadere e le croci della chiesa che a malapena emergono dal mare bianco. Qui domattina sarò testimone di un bellissimo matrimonio, come in un romanzo di Stendhal o di Flaubert

Le nozze in Savoia – giorno 2 : la Venezia delle Alpi

Non brillerà per originalità il soprannome conferitole ma indubbiamente non appare inappropriato ne immeritato, giacché la piccola Annecy è davvero uno scrigno di bellezza raccolto intorno ai suoi canali come la Serenissima

Sorge annidata in un angolo di un magnifico lago alpino, nello spicchio dove il fiume Thiou ne fuoriesce dividendosi in molti rivoli e canali. Il paese sorge proprio tutto sui lembi di terra e le intercapedini di terra lasciate dal fiume, dando luogo a una urbanistica così singolare e deliziosa. È da ipotizzare che tale collocazione sia dovuta al fatto che li l’acqua del fiume, già dotata di una sua forza permettesse alle ruote dei mulini di girare e azionare i telai. In via del tutto teorica infatti ad Annecy sono ancora molto pubblicizzati prodotti di sartoria locale. Dico “teorica” perché francamente, a voler trovare un difetto al luogo, diciamo subito che ha un’impronta un po’ troppo turistica per garantire la genuinità di prodotti tipici e lavorati in loco, e la gran parte dei prodotti esposti, dai vestiti si cappelli per finire agli onnipresenti formaggi, “puzzano” un po’ troppo di cianfrusaglia per turisti scemi.Un passato di fervido artigianato e professioni antiche è comunque individuabile ad Annecy, nelle testimonianze dei suoi ben conservati palazzi.

Ma l’attrattiva che cattura lo sguardo e incanta rimane pur sempre la vieux ville con la sua disposizione fiabesca sui canali, tra i quali girare a zonzo

per ore fermandosi a bere un calice di vino o gustare una crêpes savoiarda (un’orgia di formaggio, come d’altra parte la fondue, la raclette e altre specialità locali).

Poi se proprio si riesce ad essere stanchi della città vecchia, si può sempre ripiegare sul bellissimo lago a poche decine di metri, incastonato tra le Alpi d dal colore verde smeraldo.

Estremamente gradevole anche l’albergo dove ho soggiornato, in un palazzo un po’ malandato ma dove trovano ubicazione una serie di stanze tutte arredate, ognuna a suo modo, con un gusto estremamente singolare dalla proprietaria giramondo, che serve la colazione nella cucina di casa piena di monili recuperati a diverse latitudini del pianeta

Insomma, decisamente un bel posto questa Annecy

Le nozze in Savoia – giorno 1: Lione, elegante ed algida signora

Lo sapevate che il fiume che scorre qui maestoso dando una conformazione quasi marina alla città, il Rodano, prende nome dal luogo di origine dei suoi primi colonizzatori ovvero la lontana isola di Rodi? Si, pare infatti che in un tempo mitico di Ulissi ed Argonauti erranti, anche da queste parti abbiamo avuto la loro versione della genesi eroica- classicheggiante, con una nave di coloni arrivare dal Medio Oriente (Rodi è si in Grecia ma praticamente di fronte alle coste turche) e porre le basi di una arcaica civiltà dalla parti della foce di questo gigantesco fiume, nella regione del Delta della Camargue presumibilmente.

Questa almeno l’opinione di Plinio il Vecchio, lo stesso che dalle nostre parti ci racconta della eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei e dove anch’egli se non erro ci rimise le penne.

Bene, cosa c’entra questo con la Lione di cui vorrei parlarvi oggi? Non molto in effetti, ma ho una passionaccia per ste cose, e poi quando non si sa come attaccare un pezzo, un buon modo è sempre quella di pescare nel mondo classico, con la sua infinita e variegata aneddotica

La Lione odierna è una città che del passato classico presenta ancora qualche flebile traccia, riconducibile in massima parte alle rovine di un anfiteatro romano, del tempo in cui si chiamava Lugdunum ed era un villaggio dei Galli assai indomiti e ostili alla presenza romana.

L’impronta prevalente della città pesca in un altro passato, di epoca medievale, se è vero che non si contano tra chiese e conventi le edificazioni in stile gotico, con le caratteristiche guglie aguzze e le inquietanti gargolle (o gargoyle se preferite) fare capolino dai tetti

Ecco, quella alle mie spalle è la basilica di Notre Dame, meno celebre della sua “collega” parigina ma non meno bella. Qui siamo a Vieux Lyon, la vecchia Lione, cuore pulsante della città sulla rive droite della Saona, cui si accede dalla Presqu’ile con una serie di ponti e bellissime passerelle in ferro battuto

Come si vede, per capire Lione non si può prescindere dai suoi due fiumi che la attraversano per poi unirsi poco più a valle e disegnare una geografia bizzarra alla città, che sorge in gran parte su una penisola, laPresqu’ile appunto. E se a Vieux Lyon domina il gotico con le sue chiese aguzze e i suoi vicoletti acciottolati, la Presqu’ile risponde con un magnificente stile rinascimentale, organizzato in radiose piazze ornate di fontane ed edifici in marmo bianco

Nel complesso si tratta di una città davvero bellla, con una serie davvero imponente di piazze suggestive ed edifici storici da ammirare. Quella sovrastante è appunto la Place des Jacobins ma non è da meno la bellissima Place des Terraux

O la gigantesca Place Bellecoer, per dimensioni tra le più grandi di Europa e che in effetti potrebbe ospitare per quanto è vasta le partite della forte squadra locale di calcio, l’Olimpique

Tanta maestosità conferisca alla città un’aria estremamente elegante e a volte un po’ distaccata, tanto è che una delle caratteristiche celebrate di Lione è la “froideur”, la freddezza da intendersi non in senso negativo come algida distanza ma come elegante e rispettoso distacco. Certo se siete tra i pasdaran di Napoli e della “napoletanita” tout court, Lione non è proprio il posto che vi rapirà il cuore, perché proprio rispetto a Napoli pare agli antipodi, per diversi aspetti. E pare diversa pure da Parigi, non ricalcandone certo l’aspetto da metropoli ma esprimendo rispetto alla cosmopolita capitale un’essenza più genuinamente francese. Diciamo che Parigi e Lione possono stare in un rapporto analogo a quello che in Italia sono Roma e Firenze, capitale la prima, gemma d’arte la seconda.

Ad ogni modo l’anima più intima di Lione la si percepisce nei suoi tipici locali, dai dehors alle splendide case a pianterreno tramutate in deliziose pasticcerie

Per finire ai brulicanti “bouchon”, termine che letteralmente significa “tappo” ma che – Lione indica un tipo essenziale di taverna dove si familiarizza ai tavoli e si mangia a più non posso. Qui, tra bottiglie di vino dalla strana dimensione di una pinta e sostanziose portate della rinomata cucina locale, la “froideur” lionnese svanisce assai in fretta, stipati come si sta in panche di legno strettissime che paiono obbligare alla socializzazioni col vicino di companatico. Sta da dire che, visto forse il successo della formula, vi è un pullulare un po’ eccessivo di bouchon, la gran parte dei quali si rivelano trappole per turisti con una proposizione di cibo piuttosto dozzinale. Ma con un po’ di ingegno lo si trova il bouchon su misura per i propri gusti, come successo a me che la prima sera mi sono fatto incastagnare in uno turistico, poi il giorno dopo me ne sono scelto uno con cura dove lavorano giovani chef emergenti assai legati alla fervida tradizione gastronomica locale, in una bella location costituita da un dehors sul fiume con begli arredi in stile art nouveau…..e difatti pure quando arriva il conto, ti fanno bello nouveau nouveau, ma vabbè ne è valsa la pena. Ah, qua mi arrisico a sconsigliare la cosa a un’altra categoria di persone, i vegani: in effetti la rinomata cucina lionnese pare poco calibrata sulle loro esigenze. Pensate che il piatto tipico si chiama “andouilette” ed è sta porcata letteralmente di salsiccia ripiena di interiora di maiale appunto. Per smaltirla vi consiglio dopo una bella camminata sulla ripida collina della Croix Rousse,

dalla cui sommità si ammira un magnifico panorama della bellissima Lione, una dama elegante e aristocratica da corteggiare con educazione e un po’ per volta al fine di amarla.

Le nozze in Savoia – Prologo

Sgomberiamo subito il campo da un potenziale gigantesco equivoco: le succitate nozze non riguardano me, almeno non nella parte di “attore principale” ma in quella secondaria eppur fondamentale del testimone. Ed è proprio per officiare a questo importante compito in un matrimonio di due carissimi amici che mi son messo in viaggio di buon grado, in un momento ahimè avverso per gravi problemi familiari. Reco con me anche un prezioso corredo nuziale che contempla anche il vestito per il giorno del fatidico sì e che mia madre ha allestito come dono per la nubenda. In questa storia tutto profuma di un romanticismo di epoche andate, di un gusto cavalleresco tra gentiluomini ottocenteschi, come fossimo in un romanzo di Flaubert o una novella di Victor Hugo, e ovviamente rimanda ad un tempo passato anche la location, un borgo in pietra incastonato nelle Alpi appena al di là del traforo del Monte Bianco, nel massiccio della Vanoise coi suoi ghiacciai eterni, in quella regione francese che manco a dirlo si chiama Savoia. Anzi, per la verità quella è “l’alta Savoia”, che è il più bel ossimoro geografico mai sentito, atteso che i nostri regnanti avevano un’altezza media che nei casi migliori non superava il metro e sessanta, tant’è che dovettero andare a pescare una principessa spilungona in Montenegro per assicurare alla futura progenie una statura più regale. Ma vabbè. Alla metà ci arrivo con un piccolo cammino che non è certo all’altezza di viaggi spericolati in posti esotici ma che, come già sottolineato, non manca di offrire i suoi spunti per così dire “letterari”: partirò dalla confluenza tra il Rodano e la Saona, ove sorge la bella Lione, per poi spostarmi lungo la valle scavata da quell’imponente fiume verso Chambery e la bella Annecy su un lago incantato. Da lì raggiungerò poi le montagne dell’ossimorica Alta Savoia, dove per la verità si annuncia proprio per il giorno della celebrazione un clima polare, ma non ci perdiamo in dettagli…

A come Atlante: Caporetto

Un Atlante non è probabilmente lo strumento migliore per individuare Caporetto, giacché ivi consultando, la trovereste sotto il nome di Kobarid, entro i confini della nostra piccola vicina Slovenia. Si tratta di un luogo ameno, adagiato sulla riva del fiume Soca, che in italiano si chiama Isonzo e scorre piuttosto animoso in un suo bel verde bottiglia. E’ la meta prescelta per gli appassionati di rafting, cui mi sono anche io cimentato con alterni risultaticaporetto5

I boschi circostanti si prestano anche a magnifiche escursioni, soprattutto nelle gole scavate dallo stesso Soca (ma preferisco chiamarlo Isonzo) o dai suoi tumultuosi torrenti affluenti . Nel link sottostante può ammirarsi ad esempio la suggestiva salita alle cascate del Kozjak       koziak waterfall            

caporetto7

La bellezza e l’armoniosita’ del paesaggio lascia difficile immaginare che proprio qui, tra Bovec e Kobarid, si è consumata una delle più cruente sanguinose battaglie della prima guerra mondiale, una terribile carneficina per le truppe italiane le cui testimonianze dopo 100 anni sono tutt’ora visibili nei boschi limitrofi pieni di postazioni d’artigliera distrutte e ossari militari. Kobarid e’ infatti il nome in lingua slovena con cui è chiamato quello snodo drammatico della nostra storia detto Caporetto.  A condurmi in questi luoghi è stata ovviamente la storia tragica di questa battaglia, i cui resoconti mi sono stati tramandati anche in via orale, nei racconti di mia nonna a sua volta figlia di un soldato italiano qui impegnato. Poche cose mi hanno emozionato come il vagabondare per quei boschi alla ricerca di reperti e luoghi significativi della battaglia

e ricostruire da vicino la geografia di quei luoghi e quelle valli con le descrizioni lette sui libri;  nella stessa Caporetto sorge un davvero ben tenuto piccolo museo che ne ricostruisce in maniera dettagliata le sorti. Ad ogni modo preferisco affidare la mia testimonianza al diario di viaggio che a caldo buttai giù sul posto, pieno di emozioni e di inevitabili errori grammaticali, ma che offre anche un quadro piuttosto fedele delle vicende belliche consumate (mi ero documentato per mesi).

Giorno 3
L’alba sulla valle dell’Isonzo ammirata dal balcone dellla Locanda del “Vecchio Fabbro”, Stari Kovac, reca con se una scoperta sconvolgente, che mi fa aggiungere al mosaico un’ultima tessera, che da lontano sui libri non potevo spiegarmi: particolari condizioni climatiche tipiche delle doline e delle strette valli alpine a U danno luogo in particolari momenti del giorno a correnti termiche discendenti, che portano a valle anche una fitta nebbia umida. Glory morning, Soca river, Tolmin, Slovenia
L’alba del 24 ottobre 1917 vedrà quella nebbia avvolgere la prima linea dell’esercito italiano in un abbraccio mortale, come un castigo biblico o un vento infernale che brucia la pelle e acceca gli occhi. La circostanza della corrente termica discendente deve essere ben presente ai genieri del 35esimo battaglione specialisti dell’Alpenkorps tedesco. Sono giunti qui dal fronte della Somme, recando con se un souvenir inatteso e letale, un po di “aria di Ypres” per così dire: tonnellate di un gas chiamato appunto iprite dal luogo del suo debutto storico, che ora viene rovesciato e mandato giù con la nebbia del mattino sui reparti del battaglione “Friuli” posizionato nelle trincee sottostanti. caporetto8 Lo Stato Maggiore Italiano aveva contemplato la possibilità di un attacco con questo nuovo letale tipo di armamenti cd chimici e si era premurato di rifornire alla spicciolata le unità di prima linea con rudimentali maschere anti-gas ( simili quasi a maschere del carnevale veneziano)  che proteggessero le vie respiratorie dei poveri fanti. antigas

Ma l’iprite non attacca le vie respiratorie, questo gas arroventa l’aria e brucia la pelle: quella mattina del 24 ottobre la nebbia che cala giù dal Monte Nero non è umida ma ribollente e squaglia in pochi istanti almeno 600 alpini, che restano li pietrificati, come mosche bruciate su una lampada alogena. caporetto11
Gli italiani si sono inerpicati sin lassù a costo di sanguinosissime perdite, con cifre in termini di vite umane più assimilabili ad un genocidio che ad un bollettino di guerra. Le ben 11 offensive lanciate dall’Esercito italiano sull’Isonzo hanno prodotto un avanzamento complessivo di 24 km e perdite per oltre 110 mila uomini solo su queta parte del fronte: su per giù significa che ogni km e’ costato 5000 perdite, ogni metro conquistato e’ valso 5 vite. La dinamica di queste battaglie di avanzamento aveva previsto sempre un medesimo terribile copione: veniva chiesto o meglio dire imposto ai reparti di fanteria di lanciarsi a migliaia contro le mitragliatrici nemiche, nel cinico calcolo della probabilita’che,su mille lanciati in avanti,almeno qualche sparuta decina riuscisse a raggiungere la trincea nemica. Nondimeno, gli italiani ora sono qui su. Gli austro-ungarici sono stati ricacciati indietro, oltre la linea dell’Isonzo, e costretti a combattere ora sul loro territorio. Vi è di più, una brillante offensiva condotta in agosto ha visto gli alpini sbaragliare una esausta divisione di ungheresi e occupare addirittura una porzione di territorio ad est dell’Isonzo, il cd altopiano della Bainsizza.bainsizza azioni La retorica di guerra accoglie con parole trionfali questa vittoria in pieno suolo austro-ungarico e, in una congerie a metà tra la politica e la tattica militare, viene deciso che l’altopiano della Bainsizza debba essere la testa di ponte per successive conquiste, che la strada per conquistare Lubiana e addirittura Budapest (!!!) cominci proprio li, su quell’altopiano carsico. Mai più piccola vittoria fu foriera di un così grande disastro e mai definizione geografica fu più fuorviante di quella usata a proposito della Bainsizza come “altopiano”. A vederla ad occhio nudo adesso mi rendo conto che definire la Bainsizza altopiano e’una boutade come può esserlo chiamare tavolo da cucina una scala a pioli erta su un muro. Si tratta in realtà di un ripido e scosceso pendio, un saliente in gergo militare che si inerpica fino ai 2.600 metri del monte Mrzli, un suolo pressoché indifendibile giacché al nemico posto sulla cima basterebbe gettare un sassolino dall’alto per ferirti.bainsizza

Un generale prussiano vissuto secoli addietro, Ernest Von Clausewitz, scrisse un giorno:” la politica e’ la prosecuzione della guerra con altri mezzi”; in questo caso per l’esercito italiano valse invece la regola opposta, e’ la politica a dettare la linea e la guerra ad esserne piegata alle esigenze: pare,a e’ una dato storico dibattuto, che lo Stato Maggiore italiano, attendendo nell’autunno del 1917 una contro offensiva austriaca, abbia chiesto al governo di poter abbandonare quella testa di ponte così rischiosa ed esposta per poter ripiegare pochi metri indietro lungo la linea dell’Isonzo, assai più facilmente difendibile. Ma da Roma hanno fatto sapere che ciò è’ impossibile: mesi di sanguinose perdite trovano ora una giustificazione retorica nella conquista di questo “altopiano” al nemico e paventare un ripiegamento sarebbe motivo di demoralizzazione per le truppe e l’opinione pubblica.A capo dello Stato Maggiore italiano figura un uomo anziano, il generale Luigi Cadorna, la cui capacità militare e’ inversente proporzionale alla sua boria, smisurata. cadorna

Dai modi autoritari e brutali, il “Generalissimo” impone ai suoi ufficiali un disciplina ferrea ai limiti del disumano nello gestire le truppe, con fucilazioni sommarie per deficienze anche minime. Tronfio nella sua alterigia, e’ solito pavoneggiarsi tra ufficiali di essere a capo del più grande esercito che abbia mai marciato sul suolo italico dai tempi di Giulio Cesare: l’unico paragone spendibile oggi col mondo romano e’ quello per cui la sua inettitudine espose l’Italia alla più grave sconfitta dai tempi di Annibale. CADORNA-IN-VISIA-SULLO-ZERMULANell’autunno del ’17 Cadorna glissa sulla possibilità di un contrattacco nemico: la Bora ha cominciato a soffiare e tra pochi giorni i passi alpini saranno innevati, rendendo impossibile per l’esausto esercito austro-ungarico l’invio di nuove truppe necessarie per un contrattacco in tempo utile. Inoltre il rapporto in termini di truppe e di armamenti e’ tutt’ora di vantaggio per le truppe italiane, gli austriaci non potranno che lanciare una lieve controffensiva di alleggerimento.
Il 21 ottobre un maggiore di origine rumena diserta dall’esercito austriaco diserta e viene condotto al quartiere generale italiano: ha mappe dettagliate di un attacco in grande stile nella valle dell’alto Isonzo e parla di almeno 100.000 uomini arrivati dalla Germania. La sua viene reputata una barzelletta che non fa ridere e viene passato per le armi. Il suo era un dato arrotondato al ribasso: per una nuova e ardita strada costruita dai prigionieri russi lungo le pendici del monte Tricorno,caporetto2

tra valanghe e ghiacciai sono affluite 7 divisioni tedesche e 4 austriache. caporetto12

Una divisione in media conta 25.000 uomini. A migliaia giungono anche cannoni e nuovi armamenti, tra cui anche i nuovissimi fucili mitragliatori.caporetto13

Un inferno sta per abbattersi sulle linee italiane ma Cadorna dorme sogni tranquilli ed è addirittura in licenza.
L’esercito italiano e’ posizionato a difesa di un fronte di oltre 30 km ma privilegia di difendere l’indifendibile testa di ponte di poche centinaia di metri, la Bainsizza, ammassando in un territorio scosceso una quantità esponenziale di truppe.baisizza3 La zona si trova al centro dello schieramento, gli attacanti scelgono ovviamente di attaccare sulle ali dell schieramento, a Tolmin a valle e a Bovec in alto, dove sono già entrati in azione gli specialisti di Ypres. Quando il gas frigge le membra degli alpini della “Friuli”, appostati nei pressi sono già pronti gli uomini di un reggimento di guastatori bosniaci. Si tratta di un corpo di mercenari musulmani ma ora fedeli al cattolicissimo imperatore austriaco. Sono noti per la loro ferocia di tagliagole, derivano dagli antichi giannizzeri ottomani e ora hanno di fronte fanti friulani e veneti. Venezia contro Impero Ottomano, una sfida che torna a ripetersi nei secoli, ora sotto altre uniformi. I tagliagole bosniaci non usano fucili, sono armati con una sorta di picche con cui sbrindellano la testa da trincea a trincea ai superstiti italiani

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Un maggiore di artiglieria italiana osserva a poche centinaia di metri la scena travisandola del tutto. Il suo nome e’ presente su tutti i libri di letteratura, si chiama Carlo Emilio Gadda: lo stile sincopato e un po balordo, imprevedibile ed ironico del suo scrivere ne fanno certo un autore di culto in ambito letterario ma sono tutte caratteristiche che si sposano male con la risolutezza e la determinazione richiesta nella prima linea di una battaglia.

Gadda-Enrico-AzziniQuel pasticciaccio brutto di via Merulana pardon del monte Kolovrat avviene verso le 7 di mattina quando Gadda non si avvede che quei corpi di soldati che vede in lontananza ai loro posti non sono che in realtà i cadaveri pietrificati della “Friuli” martoriati adesso dai ragni bosniaci che stanno già tessendo una tela volta ad aprire una breccia. Più tardi invece dara’ordine di sparare su un reparto italiano che provava un contrattacco, annientandolo. Nel frattempo, sul l’ala sud a Tolmin il generale Kraft ha schierato un numero impressionante di truppe: qui gli italiani hanno lasciato una media di 250-300 uomini a km ed è il tallone di Achille dello schieramento, i tedeschi schierano in quel settore una intera divisione super addestrata, il rapporto e’ qui di 1 a 100

.HJB10_–_Krafft_von_Dellmensingen Kraft e’ un generale atipico e controcorrente, che ritiene già allora obsoleta la guerra di posizionamento di trincea alla quale preferisce una rivoluzionaria tattica di attacco che assomma artiglieria, fanteria e mezzi pesanti tutti concentrati in pochi minuti e in poco spazio: nella battaglia del 24 ottobre fa il suo esordio una modalità di guerra che erroneamente si ritiene essere apparsa solo sui campi della seconda guerra mondiale, la BlitzKrieg, la guerra lampo. la-prima-guerra-mondiale-16-638 In pochi minuti le linee italiane sono travolte da un inferno di fuoco, le linee telefoniche vengono prese di mira con successo e saltano. Prima che si riesca a capire anche solo cosa sia succeso, la divisione prussiana della Slesia ha aggirato completamente l’esercito italiano. Resta a difesa su quel lato solo un battaglione, l’Alessandria.
Frattanto vacilla anche lo schieramento centrale, quello dove gli italiani sono in sovrannumero: la divisione “Etna” , forse racchiudendo dentro il suo nome un presagio, ha visto sotto i suoi piedi la montagna franare ed ingoiarli. Si tratta di una gigantesca mina posizionata dagli austriaci che fa franare un intero costone di montagna.
Ma e’ sull’ala destra, a nord che la Germania schiera il suo fuoriclasse. Qui e’ schierato un corpo d’elite, i Jager Bavaresi. Al suo interno e’ ricavato un ulteriore corpo d’elite di 300 uomini, il Reggimento della Guardia del Corpo. Si tratta di un corpo storico, una sorta di pretoriani dell’antico re bavarese. A loro capo e’ posto un giovane ufficiale dotato già di un enorme ascendente tra i commilitoni, si tratta di un uomo le cui capacità militari saranno riportate sui libri di storia più in la quando, da generale del Terzo Reich, godeva di una fama che preoccupava persino Hitler. Il suo nome e’ Rommel.rommel-copertina Rommel avanza come una lama tra i cadaveri della Friuli travolge le seconde linee italiane ed è l’artefice del far saltare tutte le comunicazioni tra le linee nemiche.

Ad ora di pranzo Cadorna rientra frettolosamente ad Udine, 50 km almeno lontano dal fronte, dove continua a ripetere che si tratta solo di una leggera azione diversiva del nemico. Alle 17 l’intera valle dell’Isonzo e’ sostanzialmente nelle mani tedesche, oltre centomila tedeschi sono pronti a calare come la bora elle pianure friulane , restano ancora in armi reparti di alpini sulla cima del Monte Nero alla quota impossibile i 2.600 metri, dove combatteranno per altri 4 giorni, e il battaglione Alessandria con a capo il maggiore Fazzini che, intuita la gravità della situazione, si mette a protezione disperata dell ultimo valico he consente la ritirata sbandata di centinaia di migliaia di soldati.battaglione alessandria Il battaglione Alessandria meriterebbe di occupare un posto nella nostra storia analogo a quello dei 300 spartani alle Termopili: tanto era grosso modo il loro numero e simile la sproporzione contro i nemici, medesima anche la fine senza alcun sopravvissuto. Ma qualcuno non la penso’ così : alle 17,30 Cadorna lancia un comunicato in cui addossa la gravità della situazione alla inettitudine e la vilta dei reparti impegnati in quella zona del campo, proponendo la radiazione con disonore del suo ufficiale capo.Anni dopo, documenti tedeschi e austriache parleranno della strenue resistenza di un reparto di circa 300 uomini capace eroicamente di fermare l’avanzata di intere divisioni per almeno 10 ore, quelle necessarie a salvare il salvabile.
Alle dieci di sera Cadorna ritiene che si sia fatta ora per passare da vicino in rassegna le truppe e si fa accompagnare in macchina da Udine: cadorna 4già pochi km fuori città incontra migliaia di soldati italiani sbandati che urlano “la guerra e’ finita ” e cantano l’Internazionale. “Perché non li fucilate immediatamente?”- tuona Cadorna. “Perché non ci è rimasto ne un plotone ne una pallottola per farlo”- gli fa notare sommessamente un ufficiale. A questo punto Cadorna telegrafa al fronte ordinando di resistere ad oltranza e tenere a tutti i costi il fiume. Gli chiedono di quale fiume parli:                                                                                                                                “L’Isonzo, quale altro fiume mai????…….. non starete forse ripegando sul Tagliamento?” (50 km e migliaia di morti più indietro )                                                                                                                                  “nossignore non stiamo ripiegando sul Tagliamento: stiamo ripiegando sul Piave”         (120 km più indietro, pochi km ad est di Venezia)

caporetto piave
L’Italia rischia in meno di 24 ore di tornar ai confini delle guerre di indipendenza ottocentesche, l’esercito nemico rischia di poter avanzare fino a Venezia e forse anche Milano senza trovar resistenza, eccezion fatta per la terza armata in ritirata del Duca d’Aosta che si sta già asserragliando sul Piave, tuttieroiilpiaveotuttiaccoppati_1ma questa e’ un’altra storia .
Spesso nomi di battaglie celebri sono sinonimo di dramma e divengono parte della coscienza collettiva di una nazione. Gli americani ricordano Pearl Harbour come uno shock, i francesi usano il termine Waterloo come sinonimo di sconfitta. Nessuna parola esprime in italiano un senso di disfatta e disastro come il termine Caporetto.
Ho avuto un bisnonno che ha combattuto qui, e che durante la ritirata perse anche una gamba , non lo ho mai conosciuto ma ho sempre ascoltato i suoi racconti attraverso la voce di mia nonna (sua figlia). Erano racconti durissimi anche se ammansiti dal tempo. Sembra fosse divenuto abile negli assalti corpo a corpo in trincea, nei quali tuttavia disdegnava l’uso della baionetta, a suo dire poco pratica giacché si impigliava nelle uniformi nemiche e inoltre non risultava immediatamente letale: molto meglio usare il calcio del fucile a mo di clava o un ben assestato calcio nei testicoli per stordire il nemico. Raccontava anche che talvolta, nella miseria del rancio da trincea, arrivava addirittura il liquore: e quello era il segnale che la mattina dopo li avrebbero mandati al macello contro una mitragliatrice nemica, il liquore era una sorta di ultima sigaretta del condannato a morte. Era da tanto che volevo venire qui, non so perché mi sia risolto solo ora a farlo. caporetto3
Oggi Caporetto sorge in Slovenia, si chiama Kobarid ed e’ un bellissimo posto dove ragazzini in buona salute di mezza europa si lanciano a far rafting e tanti altri sport estremi, per poi riversarsi nei bar tra fiumi di birra e abbandonarsi ad amori facili e spensierati, di cui molti al mattino non ricorderanno nulla. Di tutta questa leggerezza e spensieratezza del vivere i ragazzi di Caporetto di 100 anni fa,chiusi in fetide trincee e mandati al macello, non ebbero niente, ma forse senza saperlo hanno combattuto per donarla a chi è venuto dopo di loro caporetto1

Ratko Mladic o della fierezza del Male

Nella mia vita e nei miei viaggi ho avuto modo di visitare diversi luoghi teatro di eccidi efferati a diversi latitudini del mondo e riconducibili a diverse ideologie o folli devianze da queste ultime. Ho visitato i campi di concentramento nazisti, Auschwitz su tutti; quelli della Cambogia, opera dei Khmer rossi di matrice comunista; i luoghi del genocidio armeno messo in piedi dal morente Impero Ottomano su una base religiosa; i lager allestiti dal regime razzista dell’apartheid sudafricano, e da ultimo i luoghi degli eccidi nella ex Jugoslavia, su tutti Srebrenica in Bosnia-Erzegovina. Ognuno di questi luoghi, pur nell’orrore generale che vi aleggia, si caratterizza per una sua mostruosità peculiare, riesce a distinguersi dall’altro e a colorarsi per un rivolo o anche un torrente di sangue proprio con cui si è riusciti a dipingere la Morte su scala massiva. Può sembrare infatti azzardato e presuntuoso affermarlo ma non direi che la Morte, anche intesa in ogni caso solo nell’accezione di sopraffazione e sterminio, sia sempre uguale: si manifesta in maniera sempre diversa, quello dell’Orrore non è una superficie piatta ma un prisma a molte facce.

Naturalmente mi rendo conto dell’enormità del tema trattato e all’uopo premetto che le mie non hanno alcuna velleità di divenire postulati di una qualche verità ma solo sensazioni riscontrate vistando questi luoghi a latere di quella che è la immane tragedia che essi racchiudono

Cosi Auschwitz si manifesta e stravolge per la dimensione globale e abnorme che assume, un Inferno sulla Terra dove la scienza e mille altre discipline del sapere umano sono piegate e veicolate a qualcosa di inimmaginabile ancor più quando ce lo si trova davantiauschwitz , un modello assoluto di efficienza come una macchina o un computer perfettamente programmati allo stermino, che ripugna e nausea ad ogni centimetro degli svariati chilometri quadrati che l’area occupa

Della Cambogia dei khmer rossi impressiona altro: se Auschwitz pare il risultato alienato e mostruoso della tecnologia più avanzata, i campi di sterminio cambogiani assumono dimensioni quasi “rustiche”, somigliano a fattorie dove al posto dei polli o dei mali vengono scannati umani, puzzano di feci, si intravedono teschi maciullati a badilatekhmer_rossi_genocidio come in uno scannatoio, perché i proiettili costano troppo o perché i soldati preposti allo sterminio (in molti caso ragazzini o addirittura bambini) non sanno adoperarli. La dimensione di psicopatia è persino più accentuata rispetto al nazismo, ricordo di aver visitato un campo al cui vertice era stata preposta, figurarsi, una bambina di 12 anni, in un vortice di follia che concepiva gli adulti come ormai come compromessi con la società borghese (e perciò da sterminare) e i bambini come gli unici ancora puri e perciò preposti all’esecuzione degli ordini. L’alienata ideologia dei khmer rossi operava un’insana fusione di dogmi socialisti con quelli religiosi di ispirazione buddhista legati alla trasmigrazione delle anime: le anime impure eliminate sarebbe dovute poi a dare a reincarnarsi in un nuovo individuo puro ed aderente ai valori del socialismo. Era un incendio di follia rapido e autodistruttivo che aveva avvolto questo popolo, che in pratica  sterminava non un nemico vero o anche solo immaginario, ma se stesso: in meno di 3 anni un cambogiano su 4 fu sterminato da un suo stesso concittadino.

E poi sono stato a Srebrenica, che è un piccolo ed apparentemente insignificante villaggio arroccato sui monti della Bosnia Nord-orientale, vicino al confine con la Serbia srebrenica-7

Se visitate questi luoghi di confine, per la verità assai fuori dai circuiti turistici anche di quelli più estemporanei, potrete cominciare da una semplice constatazione: la Bosnia sorge tutta arroccata sui monti, poi, dove essi finiscono come di colpo, sta un fiume, la “storta” Driina come la chiamano qui con affetto.driina

Oltre di essa si stende un’enorme e sconfinata pianura, piatta e schiacciata come una frittella, e li sta la Serbia. Quindi Srebrenica, che sta in montagna, sta in Bosnia…. No, sta in Serbia, anzi no sta in Bosnia ma è come se stesse in Serbia. E’ difficile saperlo, è ancor più difficile capirlo e forse la confusione che viene ad ingenerarsi è voluta: Srebrenica sta in un pezzo di Bosnia che appartiene alla Serbia o meglio ai Serbi di Bosnia.  Gli accordi siglati nella lontana Dayton, in Ohio, che pongono fine a 5 anni di combattimenti e atrocità nella ex Yugoslavia daytondanno forma, per quel che riguarda la spinosa questione della area più martoriata , ad una strana creatura bicefala: la Bosnia- Erzegovina viene riconosciuta come stato sovrano ma come soggetto malato e affetto da un’enorme e tangibile “tumore interno”. Viene cioè riconosciuta e tollerata entro certe aree la sovranità della configgente etnia dei “Serbi di Bosnia”, cui sono riconducibili in larga misura le atrocità perpetrate in quell’area. il governo di Sarajevo dunque si compone di due realtà amministrative sullo stesso territorio, due parlamenti, due apparati statali. La farraginosità di una struttura così concepita è evidente ma occorre far presto e scegliere il male minore, ma calata nella geografia dei posti la soluzione adottata disvela una cruda, inaccettabile scoperta: le aree sottratte al governo centrale e sottoposte all’esercizio di potere della Srpska, la Repubblica dei Serbi di Bosnia, coincidono sinistramente con quelle occupate dalla soldataglia serbo-bosniaca macchiatasi di ogni atrocità tra il ’91 e il ’95. In pratica vengono una ad una riconosciute come enclavi protette in territorio ex nemico le conquiste fatte dall’invasore: tra queste figura, in maniera oggettivamente ignominosa, perfino il luogo simbolo delle violenze, la città-martire di Srebrenica dove nel Luglio del ’95 le milizie agli ordini di Ratko Mladic trucidano 8.743 cittadini inermi di fede musulmana dinanzi agli occhi impotenti di un contingente olandese delle Nazioni Unite.srebrenica 2

Srebrenica dunque sorge in Bosnia ma è ancora sotto il controllo, formale e materiale, dell’invasore serbo. Le case appartenute alle persone trucidate sono occupate dai serbi che gliele hanno scippate con le armi, le piazze e le strade sono intitolate a generali e assai parziali eroi serbi. E’ quasi come se Marzabotto fosse riconosciuta come enclave protetta ad un’associazione di reduci ex nazisti, come se al Bataclan fosse ammessa una manifestazione di simpatizzanti dell’Isis. Ecco, se dunque Auschwitz impressionava per la vastità infernale dell’apparato, se le “fattorie” cambogiane colpivano per la crudele alienazione del reale, Srebrenica, che conta un pur più esiguo numero di vite trucidate, impressiona per l’Insulto che viene fatto alla Morte, la profanazione continua di essa che ne viene operata. Se visitate il luogo dell’eccidio, vi capiterà di entrare in una sorta di hangar, dove per prima cosa vi imbatterete in un monumento consacrato ai gloriosi caduti della nazione serba, li proprio li, sul luogo dove sono stati massacrati oltre 8.000 civili di un’altra etnia. Solo dopo, scendendo le scale di una sorta di disadorno garage, troverete un qualcosa che commemora la memoria dei civili musulmani ivi trucidati. Molti di essi non hanno ancora ricevuto sepoltura e ancora ad oggi, con l’aiuto finalmente di associazioni occidentali, i parenti delle vittime, portando con se un vestito o un qualsiasi oggetto riconducibile ad una delle persone scomparse da oltre venti anni, sono messe in grado di identificare, con la prova del DNA, i brandelli di corpi vomitati dalle fosse comuni e dichiarare la avvenuta morte dei loro congiunti.Cancari.Mass.Grave

Allo stato attuale mancano ancora circa duemila identificazioni, ed è probabile che siano necessari ancora svariati anni.

Nella bellissima capitale di Bosnia, Sarajevo, un piccolo ma assai ben allestito museosrebrenica offre una testimonianza importante degli avvenimenti. Il suo curatore è un giovane ragazzo, all’epoca un bambino, sopravvissuto nel ’95 all’esecuzione fingendosi morto sotto i cadaveri dei suoi stessi familiari.

Il responsabile in capo della barbarica esecuzione, come di centinaia di altre atrocità, risponde al nome di Ratko Mladicmladic2qui ben visibile, mentre dispensa rassicuranti carezze ad alcuni bambini prima dell’ecatombe. Può sembrare impressionante e mistificatorio ma, a ben vedere, il gesto esprime forse la summa più aderente e meglio rispondente di personaggi di questo calibro: assetati di sangue e  auto-convinti del proprio delirante senso di onnipotenza, dispensano morte o assoluzione, proiettili o carezze a loro piacimento e secondo un loro criterio di giustizia semi-divina di cui si sentono investiti. Non mi sorprenderebbe vedere neanche un Hitler o uno Stalin indugiare in carezze ed elargizioni di caramelle ai bambini prima o appena dopo un massacro.

Quest’oggi, a circa ventidue anni dal massacro di Srebrenica, Ratko Mladic è stato condannato dal Tribunale dell’Aja, per 11 dei 12 capi di imputazione chiesti dall’accusa. Fra di essi, figurano quello di crimini contro l’umanità e quello di genocidio, operato nel cuore dell’Europa solo venti anni fa.

Ottuagenario e malato, trascorrerà in galera l’ultimo scampolo di vita che gli resta da vivere. Non si è mai pentito dei suoi crimini, ha persino chiesto di poter sfilare in aula con la uniforme della sua famigerata unità di morte, “gli Scorpioni”: richiesta ovviamente respinta, cosicché ha dovuto ripiegare su un elegante doppiopetto con cravatta rossa ,in grado di dargli un’ aria da pokerista fortunato. Ma guardatelo lo stesso:maldic

lo sguardo non è poi dissimile da quello che aveva quando trucidava a migliaia civili innocenti nelle montagne della Bosnia mladic 23

il Male trova in quello sguardo la sua fierezza, criminale ed efferata, che sopravvive al Tempo e alla Morte, quella degli altri.

La sua ultima difesa, la sua arringa finale, per così dire, sapete quale è stata? Ha detto di sentirsi un patriota e di aver difeso non solo il suo paese ma l’intera Europa dall’invasione di barbari musulmani, arduo compito nel quale l’Europa stessa lo avrebbe lasciato solo.

Purtroppo no, lo “Scorpione” Mladic non è completamente solo: il suo congedo, le sue parole finali paiono riecheggiare  nelle dichiarazioni dei tanti cani latranti che infestano l’Europa con dichiarazioni e manifestazioni xenofobe, quasi immuni a quelle che sono le conseguenze dirette cui tali iniezioni di odio insinuano nei corpi e nelle menti. Non c’è bisogno di andare così lontano, mi vengono in mente i vari Salvini, Le Pen, tutti leader o aspiranti tali legittimati a concorrere alla guida di paesi democratici. Questo orripilante precipitato di Medievo in grado di scorazzare per l’Europa come un lanzichenecco sul finire del Novecento, torna d’attualità ogni giorno nell’odio e nell’insensatezza di certe politiche, e, pur giunto alla fine dei suoi giorni, sembra a conclusione di tutto poter addirittura dire anche lui, con assoluta e criminale fierezza, ” non omnis moriar”.