Oggi torno dal Mar del Caribe sulle Ande, a Bogotà, e questo appare al momento l’unico punto certo di un viaggio che da qui in avanti può prendere le vie più disparate: nella mente mi frullano decine di mete e ognuna di esse è il punto di partenza di un nuovo itinerario possibile. La Colombia è un paese estremamente esteso e con una diversità quasi unica di habitat e scenari. Dove andrò dopo questa breve sosta a Bogotà? Scenderò di nuovo verso il Mar del Caribe presso la imperdibile Cartagena delle Indie e poi Santa Marta col vicino parco naturale di Tayrona che ospita le vestigia della “Ciudad perdida”
o comincerò dalla regione collinare occidentale che ospita le fincas che producono il caffè e vanta scenari di alta montagna di incomparabile bellezza? Altra opzione potrebbe essere spingersi nel semi-inespolarato sud del paese, che accoglie le bellezze più disparate: dal deserto in alta quota di Tatacoa, ove rimirare le stelle nitide come in pochi altri posti al mondo , a siti archeologi che spuntano fuori dalla giungla per passare a fiumi che cambiano colore come per magia
Altra via di cammino possibile è quella di scendere a sud in direzione delle città coloniali sugli altipiani
con quei paesaggi degni di un romanzo di Garcia Marquez. Di sicuro nel corso del cammino devo ficcarci la regione amazzonica, che è un must che non posso mancare
ma che non è proprio semplice come una gita domenicale all’Ikea
Essere dilaniato da questi dubbi su quale strada prendere l’indomani mattina è la sensazione che preferisco e cerco maggiormente in un viaggio, un piacere comprensibile solo ai viaggiatori quelli veri, che sanno gustare il piacere di poter decidere la propria strada sulle sensazioni del momento, senza farsi dilaniare dall’ansia di dover preventivare o peggio ancora prenotare tutto in anticipo, finendo per piallare le giornate di un viaggio in maniera non troppo dissimile alla routine di una mattinata in ufficio. Mentre penso tutte queste cose all’aeroporto El Dorado di Bogotà, vedo apparire sul monitor della restituzione bagagli una destinazione a cui non avevo pensato
non parlo di Aruba, e nemmeno di Santo Domingo dove dubito metterò mai piede. Ma di quella che non si legge bene in grigio: Cuzco, in Perù! E se me ne andassi a fare il cammino Inca da lì fino a Machu Picchu?
sarebbe certo un bel modo a dir poco per concludere un viaggio alla ricerca del “mundo perdido” .
Mah, chissà per ora sono contento di essere atterrato a sto El Dorado di Bogotà , che sto trabiccolo che volava da isla Margarita tutto pareva tranne qualcosa capace di giungere a destino. Ne ho prese di compagnie di merda ma sta Avior Airlines venezuelana gareggia davvero per la medaglia d’oro. E poi volete mettere il piacere di ritrovarvi il fratello scemo di Byron Moreno (l’arbitro “accattato” che ci scopo’ fuori da un mondiale di calcio)
per due ore con una tosse compulsiva e crisi di panico continue per le molteplici turbolenze in volo?
ormai è notte e fa freddo qui sugli altipiani ma la Candelaria di Bogotà schiude ancor maggiormente il suo animo intimo e coloniale. Malbec argentino per scaldarsi e montaditos per decidere il da farsi:
ognuno di quei tre nel piatto rappresenta per me una strada da prendere l’indomani . La costa, le colline o il deserto, chissà. Che magnifica cosa il viaggio!
la cosa non può mancare di incuriosirmi e cerco sin dal primo giorno qualcuno in grado di placare la mia curiosità, trovandolo solo l’ultimo giorno in un consunto insegnante in pensione che sbarca il lunario con piccole spiegazioni di storia presso il castello spagnolo di Asuncion, che domina l’isola
qui insomma stavano gli spagnoli, piuttosto bene armati come si può notare. Ma i locali insorsero, decisi a rompere il giogo della tirannia, e costrinsero con un furbo espediente la legione spagnola ad una battaglia fuori dalle solide mura e alle pendici del monte che rimiro in foto, che da allora prese il nome di Matasiete, perché la sproporzione tra soldati spagnoli e truppe locali era di sette ad uno, quindi ad ogni partigiano locale fu impartito l’ordine o forse la preghiera di uccidere almeno sette spagnoli , matar siete, Matasiete. Siamo nel 1817, il reame spagnolo da qui a poco avrebbe perso la sovranità su tutto il territorio sudamericano ma Isla Margarita fu il primo territorio del continente liberato dagli spagnoli.
La battaglia del Matasiete, nell’epica locale, fu paragonata anche all’eroica resistenza degli Spartani alle Termopili ed ecco spiegato dunque il tonitruante epiteto di “Nueva Esparta”. 
quell’elegante ufficiale a cavallo, a sinistra nella stampa, dovrà presumibilmente essere quel manzo del comandante della legione spagnola, il quale adescato dalla bella eroina locale Luisa Arismendi ad un appuntamento di vrachetta stile “due cuori e una capanna” in un villaggio sperduto , per fare lo splendido come era solito, si mosse con tutto il seguito di cavalieri e soldati in alta uniforme. Era proprio quello che i partigiani locali aspettavano per fargli una bella festa.
Chissà, se il coraggioso Leonida ai 300 opliti avesse aggiunto anche qualche bella snacchera greca come sarebbe andata a finire .
il castello domina il bel paesino coloniale di Asuncion, nella cui piazza troneggia un tizio che da qui in avanti vedrò penso parecchie volte
Simon Bolivar, eroe combattente e liberatore di tutto il Sudamerica, ma di lui parleremo un’altra volta
ed un considerevole livello di criminalità. Scorgo alcune edificazioni che hanno una somiglianza spiccata con le Vele di Scampia. Nella periferia della gradevole Porlamar tuttavia, ho la possibilità e l’onore di essere accolto a casa di una straordinaria famiglia locale, con legami di parentela con una mia amica .
Hanno origine italiana, e che origine! Di cognome fanno Leopardi e vengono dalla provincia di Macerata: si, ho beccato seduti a quella tavola in Venezuela i parenti del sommo poeta Giacomo.
E vi è di più: sono tutti figli di una incredibile signora che troneggia a centro sala e che conta la bellezza di 105 primavere, cento-cinque!!!! È lucidissima ed in grado di ricordare episodi vissuti di infanzia con quelli che, mi pare di capire debbano essere stati i figli dei figli di secondo letto del padre di Leopardi. Il capofamiglia Silvio, detto Silvio Stone per la sua passionaccia giovanile per la formazione di Mick Jagger, intona pezzi napoletani con questa chitarra locale, detta il Cuatro, mentre le gentilissime sorelle mi servono un dolce di origine napoletana, appreso e tramandato tanti anni orsono da avi italiani appassionatissimi di Napoli e la sua gastronomia. …..Mi pare di sapere che Giacomino sia vissuto e amasse assai Napoli, come no! Loro preparano questo dolce ma non ne ricordano più il nome , avendolo appreso dalla madre . La povera senora Leopardi ultracentenaria, sola depositaria della antica ricetta di avi italiani, lo ha ora dimenticato. Li aiuto a risolvere così l’arcano, mi ci vuole molto poco 
Per adesso siamo ancora sulla Isla Margarita, che è di dimensioni piuttosto estese e dalla formula simile ad un ameba o qualche microorganismo da cui ad un tratto germina un’altra cellula: ho sulla punta della lingua il nome di quel mamozietto ma al momento non mi sovviene, il Luciano Onder che è in me stamattina latita. Una roba del genere insomma
che messa su una carta geografica a voler per forza esaudire questa farraginosa metafora si tradurrebbe in questo
oggi me ne vado dunque nella “capocchia” di sinistra, pressoché inedifcata e disabitata per vie delle condizioni climatiche assai differenti. Giusto nel mezzo tra i due corpi dell’isola, come a tenerle insieme con la sputazza , si trova tuttavia un luogo molto singolare e per molti versi unico: la laguna della Restinga,
un ecosistema a se stante composto da un’area umida di oltre 18 ettari dove crescono a milioni queste mangrovie giganti e con esse tutta una serie conseguente di animali, animaletti e prodigi della natura . Si, si tratta di un albero davvero miracoloso, capace di una serie di serie di mirabilie degne di un’astronave di fantascienza, di quelle dove si sale a bordo e si prospera in un clima alieno .
cominciamo col dire che quella in foto sulla cima dell’albero, “in cabina di comando dell’astronave” è una magnifica aquila testa calva, intenta ad una facile pesca nelle acque da cui a decine pasciuti pasciuti pescioli saltano in continuazione. Sotto, poi l’arca magica dell’astronave, la mangrovia che incrocia le sue radici aeree e i suoi giunchi dando luogo a delle vere e proprie isole. Alla pianta riesce poi di filtrare l’acqua di mare meglio di un desalinizzatore, per restituire poi acqua dolce. È l’ecosistema perfetto per una serie di animali quali cavallucci marini e stelle marine , presenti in numero cospicuo a la Restinga
anche le ostriche si accoccolano ai terminali magici di questa pianta e vengono coltivate qui in gran numero per essere poi offerte dagli ambulanti sulle spiagge di Playa El Agua ed El Jaque.
il giro in battello prende le mosse da un traballante pontile da chi inoltrarsi nella fitta rete di canali, a cui qualcuno con una profusione d’animo shakespeariano ha donato nomi estremamente dolci e melensi quali “Canale del primo bacio”, “laguna degli amori perduti” etc
il sito è oggettivamente un posto magico, ove talvolta il forte sole viene coperto dai migliaia di pellicani in volo, venuti con aquile e altri rapaci a dividersi il facile bottino di pesca
tornati alla base, nel punto detto “Boca de rio”, perché ivi il fiume incontra il mare, riparto per la estremità dell’isolotto, in quella che viene definita la penisola di Macanao. Il paesaggio è davvero affascinante e degno del vecchio west, con migliaia di giganteschi cactus che spuntano dal suolo ora divenuto arido
in conformità all’aria da selvaggio Far west, la attempata guida mi dice che è pericoloso fermarmi in questa area per possibili assalti di banditi armati.
insisto per una sosta, sicuro che i luoghi pressoché deserti non possano poi nascondere decine di briganti armati ad ogni angolo, ma il povero signore mi racconta allora la sua esperienza di vita davvero triste, allorquando da queste parti fu travolto da un auto di banditi in fuga e vide la sua gamba maciullata, tanto è che ora cammina con una precaria protesi in legno. È davvero una persona dal grande spessore, el senor Gustavo, decano delle guide locali, dallo stile e l’eleganza di tempi antichi. Ora mi conduce all’estremità occidentale dell’isola,’ove sorge un minuscolo “pueblo” di pescatori per la verità ormai quasi tutti emigrati , Punta Arenas
detto questo, essere l’unico essere umano o quasi nel raggio di qualche km quadrato o quasi, in un posto de genere
è un piacere che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.







nel punto in cui il Mar del Caribe incontra l’Oceano Atlantico dando luogo a marosi di consistente portata, gioia dei surfisti. L’isola viene decantata per le sue spiagge ma la mia prima personale impressione è che offra il meglio di se nell’interno, verso il quale mi volgo spesso a contemplare questa scenario davvero spettacolare di vulcani più o meno sopiti ammantanti di una natura rigogliosissima.
Dedicherò ad ogni modo i prossimi giorni alla scoperta di essa. Per ora mi sveglio, pervaso finalmente dalla piacevole sensazione di essere ai Caraibi e riesco a rubare qualche ora in spiaggia
dove mi concedo un piacevole massaggio, atteso che dopo quasi tre giorni di aerei e sale di attesa ho il corpo incriccato come un rotolo di filo spinato e mi gusto un delizioso ceviche cucinato al momento da un pescatore col suo ultimo bottino, un delizioso Dorado, una sorta di orata.
poi si parte per le nozze, che si terranno nella vicina è bellissima chiesetta coloniale di Paraguachi
molto gradevole anche l’interno in stile caraibico col tetto in legno 


La propensione alla fiesta dei sudamericani non si lascia attendere e la festa diventa subito incandescente, con una sequela di vari balli caraibici quali salsa, merengue e varianti talmente sensuali che ho l’impressione talvolta che da tutti quegli sfregamenti di bacino qualcuna sia rimasta incinta.



in effetti si presenta come una struttura piuttosto efficiente, dove il numero di cani-poliziotto intenti ad annusare i bagagli alla ricerca di droga (quale droga cerchino è pleonastico dirlo visto che siamo in Colombia) eguaglia quello dei bagnanti a Mappatella beach una domenica di agosto.
Ed ecco allora Bogotà, uno sconfinato pianoro incastonato tra monti altissimi che pullula di stradoni e tangenziali a perdita d’occhio, per poi inclinarsi di colpo come una pista per bambini e schiudere la vista ad un centro storico coloniale molto bello. Assai simile alla ecuadoregna Quito come prima impressione e anche come altitudine: qui siamo a 2.600 circa e se ci si trova a salire una scala con un bagaglio in spalla si sentono tutti.

per “uomo vitruviano” intendo quello di Leonardo, raffigurato anche sull’euro per capirci: simbolo umanistico e rinascimentale per eccellenza, si erge a simbolo delle facoltà dell’uomo ripotato al centro del mondo dopo l’oblio teocentrico medievale. 





Per quest’ultima ragione è conosciuto anche come “giro dei 4 passi”, i quali sono da est verso ovest il Sella, il Pordoi, il Campolongo ed il Gardena mentre le valli attraversate sono la Val Gardena, la Val di Fassa, quella di Arabba con la Marmolada e la Val Badia. Nulla vieta di percorrere il Sella Ronda nel senso opposto ma avendoli fatti entrambi, vi consiglierei il primo dei due sensi di marcia, quello scelto da me in una assolata ma fredda giornata di Natale.
da qui scendete lungo un’ampia pista assolata fino alla stazione del Col Raiser, da cui parte una ipermoderna funicolare sotterranea che sbuca a Santa Cristina ai piedi della pista olimpica cd “Saslong”. Se avete tempo ed il” pelo” di provare il brivido di lanciarvi su una delle piste più tecniche del circuito della Coppa del mondo di sci, fatelo, ma attenti perché le pendenze sono pesantuccie e bisogna saper sciare 
ed il bello è che la panoramica è letteralmente a 360 gradi, nel senso che tutto intorno non vi è un cm di cielo che non sia tratteggiato da frastagliate vette di ineguagliata bellezza. Anche il versante orientale, quello opposto rispetto al passo, apre con uno squarcio sul gruppo della Marmolada, che si staglia dinanzi come un gigante omerico. Si, è questa la dimensione di queste montagne: sembrano giganti omerici nelle cui vene ci si infila come formichine con gli sci ai piedi. La Marmolada fa sentire davvero più piccolo di tutti
e incunearsi in una sorta di suo ventre aperto chiamata Porta Vescovo fa sentire davvero davvero minuscoli
tra l’altro la difficoltà delle piste che da qui precipitano giù verso Arabba è davvero consistente, anche perché l’unica pista più agevole è chiusa. e vi dico che scendere due “nere” di fila dalla Marmolada è bella tosta.
Ad ogni modo, si arriva ad Arabba vivi e vegeti. Anche questo paese sembra vivere come un animaletto domestico al cospetto di un mastodontico padrone, la Marmolada ovviamente ma procedendo nella direzione esattamente opposta si va verso il terzo passo di Giornata, il Campolongo, un ometto mito e tarchiato a confronto della Amazzone guerriera ed oblunga che era la Marmolada. In effetti gli scenari sono più morbidi qui al Campolongo che, come il nome stesso lascia intuire, ha un aspetto più pianeggiante per essere un passo. Ne guadagna la vista che anche qui si apre su montagne bianche a perdita d’occhio, mentre alle spalle colpisce come il gruppo del Sella ora sia in posizione esattamente diametralmente opposta a quella iniziale,
il che significa che siamo esattamente dall’altra parte rispetto al punto di partenza . Questo Campolongo, dove mi fermo a mangiare una schifezza di panino alla salsiccia tra l’altro) è il “dark side of the moon” della Val Gardena insomma. Le gambe sono ormai appesantite e il sole comincia a declinare, tirando giù con se anche le temperature. Resta da percorrere l’ultima valle, l’Alta Badia, con il suo capoluogo Corvara
col suo bel campanile che pare quasi riprendere la forma della cima in alto. È anche quella la direzione da prendere, verso il terribile Col Fosco e poi il passo Gardena, per tornare al punto di partenza. Definivo terribile il Col Fosco perché come il nome lascia intuire non è che di sole ne veda tanto, inoltre il vento in prossimità dei passi si fa sempre sentire e qui in particolar modo. Erano tristemente note tra gli sciatori le ascese da Corvara a Col Fosco con dei lunghissimi ed anacronistici ski-lift, flagellati da un vento gelido. Oggi per l verità esiste una moderna cabinovia che risolve in parte il problema
e conduce verso le assolate vette della Val Gardena ma l’ultimo tratto è comunque da risalire su due seggiovie dove la temperatura fa segnare un -8 che al vento fa ancora meno. Ma ormai ci siamo: eccoci al passo Gardena ed allo incantato scenario del Denter Cepies : sotto si apre la Val Gardena ed io sento un po’ come “a casa”
tanti chilometri con gli sci ai piedi in uno dei posti più belli del mondo, non certo a caso patrimonio Unesco