L’orizzonte perduto – Giorno 13: le notti di Hanoi

Il congedo da Luang Prabang e dal Laos mi lascia con due mezze certezze. La prima è che il mondo è piccolo per davvero, se ti capita come nel mio caso di passare una divertente serata di baldoria con nuovi amici conosciuti in loco (in buona parte occidentali venuti a vivere qui e ben integrati nel tessuto della città), fare amicizia con un italiano così gentile da offrirti pure un passaggio in motorino e realizzare solo la mattina dopo che è proprio lui quella persona di cui ti aveva parlato un altro tuo carissimo amico dall’Italia anzi dalla Spagna, il quale quando aveva sentito dove mi trovavo aveva accennato al fatto che in questa Luang Prabang si fosse trasferito a vivere un suo ex collega. Insomma, “uscirne a parenti” come si dice a Napoli è una bella coincidenza se va a succedere in una cittadina del Laos, mica a Vico Equense ! La seconda certezza maturata invece riguarda una rubrica che tenevo nel mio programma- radio di una ventina di anni fa, il noto “Sunset cafe” sulle gloriose frequenze di Radio Capri. Ecco, nel corso del programma (dedito in gran parte alla musica rock per precipitare poi nel metal anche quello più brutale), mi ostinavo a tenere una rubrica piuttosto divagante rispetto alla linea editoriale, tale “Prospettica etnica” dove mi soffermavo ogni settimana su una diversa etnia dimenticata o minoranza minacciata. Ed eccomi cosi a parlare di hutu e tutsi, baschi e Hmong nell’interstizio tra un pezzo dei Metallica e uno dei Sepultura. Una cosa a metà tra l’eclettismo di un Peter Gabriel ed una pippa alla Marzullo, che incontrava poco gradimento tra i nostri radioascoltatori , metallari duri e puri che spesso chiamavano per invitarmi ad apporre il commuoglio del water close e sparare a palla il prossimo pezzo di gruppi chiamati tipo Kannibal Korpse, Pierced Genitalia o Capedimorto United, autori di hit tipo “Squartalabaradituamadreconlamotosega”. Insomma una platea poco attenta ai discorsi sensibili sulle etnie e le minoranze. Qui a Luang Prabang invece la mia magnifica e bistrattata rubrica “Prospettiva etnica” avrebbe sicuramente trovato un pubblico attento e sensibile all’argomento: un bellissimo museo fa da chiave di introduzione alle tante minoranze che vivono nelle montagne circostanti, alcuni a seguito di migrazioni dai posti più remoti dell’Asia

Akha, Khchu, Bao e gli Hmong dalla storia tormentata e perseguitata cui in parte accenna anche il bel film di Clint Eastwood “Gran Torino”: diciamo che ebbero la brillante idea di schierarsi con gli americani nel conflitto in Vietnam per poi ottenerne grande riconoscenza e smisurata simpatia, per così dire, dai vietnamiti stessi il giorno in cui gli americani se ne andarono con una mano avanti e l’altra dietro.

Ma ecco che abbiamo casualmente accennato alla mia prossima metà, il Vietnam! Già, la capitale del nord, la eroica Hanoi ormai mi aspetta per avvolgermi in un vortice di emozioni. Beh il vortice per la verità pare composto anche di altri fattori eterei tra le quali non ometterei certo lo smog, che si rivela subito a livelli altissimi appena messo piede. Per me di ritorno dal rurale Laos, la selva di grattacieli e asfalto assesta subito una botta che mi disorienta e innervosisce. Il titolo recita “le notti di Hanoi”: beh, diciamo che le notti ad Hanoi si dividono in due grandi categorie, quelle in cui non piove e la città tracima tutta sui marciapiedi fino a mangiare anche la sede stradale in una vitalità notevole; e poi ci sono quelle in cui piove è il caos è totale. La prima notte piove che Dio la manda. In tanti mi avevano parlato del traffico di Hanoi, talmente pazzesco a vedersi che finisce per divenire una sorta di atttazione turistica . Nella curiosità che mi prende, ho l’impressione, nel lungo vialone autostradale che conduce dall’aeroporto in città, che tutto sommato il traffico sia abbastanza disciplinato e non così trascendentale: è un’impressione del tutto fallace destinata ad eclissarsi ma mano che entriamo in città, quando una pletora di motorini comincia a sollevarsi come uno stormo di zanzare in una palude al tramonto. È qualcosa di davvero inimmaginabile a descriversi la turba di mezzi su due ruota che si attorciglia per queste strade riempendo di se ogni cm, strada o marciapiede non fa differenza, in tutte le direzioni e senza scontrarsi (o almeno non con la tragica frequenza che verrebbe da immaginare. Fermarsi a lasciare strada ad un pedone o una macchina che marcia in senso contrario è un qualcosa che dovrà essere tassativamente escluso dalla Costituzione del Vietnam o da qualche legge morale che getta il disonore eterno addosso a chi compie tale empia azione. Se considerate che siamo sotto un diluvio universale e non vi è un cm di marciapiede o strada al riparo, capirete che il gioco può diventare parecchio stressante. Quel turbinio inarrestabile e folle di scooter mi ricorda un po’ quelle immagini degli spermatozoi presi al microscopio che si agitano e muovono in ogni direzione alla ricerca di un qualche buco. Il clacson inoltre ritmicamente sincronizzato dai motociclisti con la rispettiva frequenza cardiaca: ogni battito una clacsonata su per giù…Verrebbe da pensare a Napoli e al suo traffico indisciplinato: ma vi dico, non so se siate mai stati allo stadio San Paolo e abbiate presente quel trambusto di motorini e macchine che si scatena per i viali di Fuorigrotta al termine della partita, magari accompagnato da quanti più clacson suonati all’unisono per salutare una bella vittoria: bene , Hanoi è così h24. .Nella mischia svolazzano persino ingombranti risciò a pedali, su uno dei quali monto pure sperso nella tormenta.

Non resta che lanciarsi in un’altra grande attrattiva di Hanoi dopo la danza degli spermatozoi a motore: lo steet food. In effetti il Vietnam è davvero una superpotenza culinaria ed il meglio dei suoi intingolo viene proprio dalla strada: la prima sera, sopraffatto dal rumore e il caos, faccio in tal senso una scelta proprio radical e mi accascio a mangiare per strada in un posto che richiede davvero coraggio per farlo

Poi stanno le notti di Hanoi senza pioggia in cui la città sprigiona una energia incredibile con il suo quartiere vecchio che pullula di locali e la gente che si riversa in massa sul lungo-lago del Quartiere Vecchio, cuore pulsante della città e a sorseggiare la Bia Hoi , una birretta light importata dai cecoslovacchi negli anni allucinanti del comunismo, che viene spillata direttamente per strada da venditori ambulanti a cifre ridicole

Che incomprensibile follia Hanoi!

Dove nascono i giganti- giorno 1: Kissing Copenaghen

Credo che sia possibile identificare una categoria di persone, piuttosto trasversale e ben rappresentata, nella quale mi sono sovente imbattuto: parlo di coloro che considerano la propria automobile non già un necessario mezzo di trasporto o strumento di lavoro ma qualcosa di ulteriore, una sorta di prolungamento del proprio corpo o anche del proprio spirito, un ingombrante ammennicolo attraverso cui estrinsecare l propria personalità. È gente che instaura col proprio veicolo un rapporto osmotico che prescinde dal lavoro o dalla necessità effettiva, qualcosa di analogo a quello che ormai succede ahimè sovente coi nostri smartphone ma un’automobile è qualcosa di evidentemente più ingombrante . E’ chiaro che non avendo io mai guidato nemmeno una Fiat 126, riesco in modo più nitido a tratteggiarne un ritratto. Cominciano col farti notare come un’automobile sia uno stato potenziale di libertà, qualcosa che conferisca la libertà di fare ciò che vuoi, proprio in viaggio quando essa attribuisce una teorica possibilità di spostamenti illimitati. E detta così, può apparire una considerazione tutto sommato condivisibile: il problema è che ben presto ci si rende conto di come l’automobile sia per essi esattamente il contrario ovvero un fardello mentale da cui non riescono mai a liberarsi,’un cordone ombelicale cucito in qualche concessionaria o qualche mercatino dell’usato sicuro ormai impossibile a recidersi. Conosco persone che pur apprezzando Capri anzi amandone alla follia la sua bellezza, arrivano al paradosso di non preferirla come meta di vacanza per la inutilità sul suo territorio di una automobile, per quel “dovermela fare a piedi” che li fa sentire inappropriati e osservati. Il punto più alto ad ogni modo ritengo lo si tocchi nel capitolo dei corteggiamenti amorosi, quando , probabilmente in eterno ossequio alla fortunata serie tv “Fonzie” ,apparirebbe imprescindibile un bolide con cui andare ad aspettare e caricare la tua pupa, che a sua volta mai uscirebbe con un “appiedato”, locuzione equipollente a sfigato. Mah, se qualcuno tra voi ritiene di poter essere affetto dalla patologia testè descritta, allora vi consiglio con urgenza una bella terapia disintossicante qui a Copenhagen.

Una grande città, una capitale europea dove il traffico veicolare è un problema ormai ascritto al passato e le automobili sono ridotte ad assai esigua minoranza nei confronti del mezzo di trasporto nettamente predominante: la bicicletta. In tutta la città (e se ho ben capito in tutta la Danimarca) non esiste un solo metro di strada asfaltata non adibito a pista ciclabile, e il dato appare stridente con le città italiane, dove le prime timide aperture di piste ciclabili urbane da parte di amministrazioni più coraggiose vengono lette come pericolose e improvvide sottrazioni di spazio alla razza padrona degli “automuniti”.

Ma Copenaghen costituisce un modello avanzato e progressista sotto tanti punti di vista: basterà trascorrervi poche ore per intuire la alta qualità della vita che bagna i suoi abitanti, dai servizi efficienti alle mille opportunità culturali garantite a costi e possibilità sostenibili, come nel caso del “Black diamond”,

futuristico edificio appoggiato sulle acque che ingloba la antica biblioteca reale ed è aperto alla fruizione libera con computer e collegamenti multimediali che permettono la consultazione e persino la traduzione di antichi testi.

Un modello di “welfare” quello danese direi ben funzionante e perfettamente amalgamato ai suoi abitanti, nonché in continua evoluzione: molto meglio che altrove, Copenaghen appare un modello di un’integrazione con altre culture e dove “i nuovi arrivati” appaiono perfettamente inseriti nel tessuto sociale.

Se poi c’è pure il sole (ed in questa stagione splende e bagna i bei palazzi settecenteschi e i tanti prati fino circa alle undici di sera), beh allora non montare sulla bici e partire senza sosta ad assaggiare questa bellissima città, che vi sembrerà di baciare per quanto è dolce ed ospitale