Il velo di Maya- Le Atene e Sparta dei Maya

Giorno 7
Le Atene e Sparta dell’universo Maya si chiamarono Tikal ed Uaxactun, due città forti e prospere ma situate ad una distanza troppo esigua per non finire a essere perpetue rivali una dell’altra. Si successero tra le due potenze guerre e ostilità con esiti alterni fin quando, sotto il regno di Grande Zampa di Giaguaro, in un periodo databile attorno al 250 d.C., non nacque a Tikal il grande generale Rana Fumante. La grandezza di questo condottiero e’ riportata su diverse steli commemorative rinvenute su diversi templi e, caso unico, a Rana Fumante e’ intitolata come mausoleo funebre addirittura una piramide pur non essendo egli un regnante. La sua abilità non si dispiegava unicamente sul campo di battaglia, Rana Fumante era un diplomatico abile al punto da riuscire a stringere un’alleanza con una città rivale da secoli, Teotihuacan: oggetto dell’alleanza era la conquista della odiata Uaxactun. Dai guerrieri di Teotihuacan, Rana Fumante ebbe l’intelligenza di mutuare una nuova tecnica di battaglia, non concentrata più solo su estenuanti corpo a corpo ma basata su una ripartizione delle truppe in ragione dell’armamento, in cui figuravano ora anche ben addestrate centurie di lancieri e lanciatori di pietre, una sorta di primitiva artiglieria. L’innovazione bellica consentì al regno di Tikal di riportare un serie di schiaccianti vittorie nei confronti della rivale Uaxactun, fino a costringere quest’ultima alla resa: Rana Fumante poteva consegnare al suo re Grande Zampa di Giaguaro l’egemonia su un territorio mai stato così vasto, coincidente con tutta l’attuale regione del Peten. Si apre l’età aurea di Tikal, la città arriva a contare oltre centomila abitanti, vengono eretti oltre 40 tra templi e piramidi, tre enormi acropoli sono il cuore pulsante della “metropoli”. Nella pax ottenuta da Grande Zampa di Giaguaro prosperano le arti e le scienze, coltissimi astronomi elaborano dalla cima delle piramidi precisissimi calcoli astrali che precedono di 10 secoli le conoscenze dei “colleghi” europei. Già, gli europei, eccoli che sbarcano nel 1492 del nostro calendario con la loro ansia di sterminio e di porre fine ad una millenaria cultura.
Posso dire di aver viaggiato abbastanza e aver visitato molto luoghi ma Tikal si iscrive a mio parere tra i più belli mai visti. A renderlo magico concorre non solo la vastità e la bellezza infinita dei templi, delle piramidi e degli osservatori astronomici, ma anche la posizione : a differenza di altri siti archeologici dell’area come Palenque in Messico o Copan in Honduras, Tikal sorge in una regione remota e di difficile accesso, nel bel mezzo di una giungla primordiale. Ciò preserva la città dalle comitive di rumorosi maialozzi sbarcati dalle navi da crociera o da visitatori di giornata catapultati fuori da una discoteca di Cancun. Tutto è’ natura a Tikal, la giungla riveste e adorna le falde di molte delle piramidi, ci si muove nei sentieri facendosi largo tra le liane e intimoriti dallo stridere , simile a ruggiti, delle scimmie urlatrici, le vere custodi di Tikal. E, uniti nelle grida di ammonimento a non violare (ancora) il luogo sacro uccelli di mille specie diverse, arpie, tucani reali, are di tante specie diverse, cassiole di Montezuma. Da qualche parte tra gli alberi ci sarà anche lui, il magico Quetzal, l’uccello sacro della cultura Maya pigmentato di dodici colori diversi, il cui piumaggio adornava la pelle appunto del serpente Quetzalcoalt. Per i Maya questo uccello era così sacro che la sua cattura veniva punita con l’uccisione del trasgressore. Ma nei tempi a seguire l’uccello magico non ha ricevuto una analoga tutela e, cacciato senza ritegno, e’ prossimo all’estinzione.
Purtroppo il mitico Quetzal non è stato l’unico a dover subire un destino di sterminio e morte da queste parti: a che titolo noi europei ci siamo macchiati, sulla base di una superiorità soltanto militare, dello sterminio sistematico di una cultura millenaria, una mattanza durata 4 secoli, e’ una domanda a cui non possiamo dare risposta. Ma d’altra parte e’ pur vero che il genocidio culturalmente ci appartiene, il termine fu coniato, pensate un po’, dai rivoluzionari francesi e, se si eccettuano esotici dittatori e macellai africani o dell’Indocina, il genocidio e’ un brand esclusivo dell’Occidente.
Quando si avanzano discorsi circa una supposta superiorità della nostra cultura sulle altre, temiamolo a mente