Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro

