Il vaso di Pandora – giorno 6: a wonderful city

Adesso vi presento una città bellissima che, immagino, pochi di voi abbiano mai considerato quale meta per un week end o un soggiorno più lungo. La città in questione è Tblisi

ed è la capitale della Georgia, situata 2000 e più km ad est di Istanbul ed appena a ridosso dell’Iran. Eppure siamo in Europa, in una sua estrema propaggine incastonata tra montagne e valli. Sgomberiamo subito il campo da un dubbio: la città è assolutamente sicura e al momento non è interessata da alcuna delle piaghe che affliggono una zona di mondo limitrofa (islamismo radicale, guerre religiose etc), e pare centrarci davvero poco pure con lo spettrale grigiore di parecchie capitali ex sovietiche. Tblisi rivela subito un volto ed un’anima piuttosto occidentali, con un suo cosmopolitismo ed una sua spensieratezza ; in certi momenti ricorda Roma con quei vetusti palazzi color ocra e le chiese che spuntano come funghi sui tanti colli, in altri angoli ricorda Parigi, con quel suo cullarsi sul fiume come una bella donna sull’orlo di una vasca da bagno.

Ovviamente il paragone con due “supernove” di magnitudo di bellezza così alta è troppo arduo a tenersi ma Tbilisi irradia comunque una luce propria di bellezza che non può non cogliersi. Singolare anche il suo cosmopolitismo, che pesca in un’area geografica diversa da quella europea e forse per questo ancor più eterogenea: qui si affacciano ragazze iraniane col velo insieme a spilungoni russi e Kazaki, mercanti bizantini e business man della penisola arabica, azeri, armeni, circassi e parecchi europei del nord Europa. Zero italiani, decidete voi se è una fortuna o meno, io sarei per la prima ipotesi. Questo week end la città è presa d’assalto da uno sciame sterminato di irlandesi spinti fin qui dalla passione per la loro squadra di calcio, impegnata in un match che dubito passerà alla storia del calcio contro la nazionale georgiana.

A vederli bene appare subito più plausibile che a spingerli fin qui in massa sia stata un’altra passione ovvero quella assai più autentica per la bottiglia, così come la prospettiva di un week end senza mogli e fidanzate tra i piedi, ma vabbè fatti loro. Resta da dire che, se sulle prime appare simpatico e vitale il loro folklore, dopo un po’ stufa e risulta provinciale alquanto questa idea di trasformare qualsiasi angolo del mondo in un pub ove attaccare con la solita solfa da sbronzi di canzonette sulla verde Irlanda e contro i loro nemici scozzesi e gallesi…Vabbe, lo ammetto, sto un po’ col dente avvelenato perché ad un karaoke bar dove appunto gli Irish avevano monopolizzato il microfono con i loro canti da tifosi, io mi sono fatto avanti, sospinto da supporter locali, a interpretare un pezzo del divo Celentano, ma loro, per sti 3 minuti di astinenza da ste loro canzonette di merda da stadio, hanno preso a subissarmi di fischi e pernacchie, facendomi andare col le pive nel sacco…sob sob. Anni dopo anno il mio rapporto con questo mondo delle curve calcistiche si incancrenisce ulteriormente e sono sempre più “impossibilitato” a relazionarmi con esso.

Ma torniamo alla bella Tblisi, alle sue milli chiese in posizioni indovinate, al suo verde Mktari che la taglia in due

, ap suo centro storico così esteso e preservato allo scempio comunista (un po’ meno a quello capitalista dei giorni nostri in verità), alla fortezza di Narikala che la domina, ove l’esercito georgiano di Bagrat il grande, coi suoi famosi arcieri, riuscì per un tempo lunghissimo a resistere all’assedio del terribile Tamerlano e alla furia devastatrice delle sue truppe, prima di cadere con un escamotage simile al cavallo di Troia. Mirabili la cattedrale di Sioni e il Tempio del Fuoco, testimonianza del culto zoroastriano ivi diffuso, meno affascinanti francamente le opere moderne dell’ingegno quali la cabinovia e il ponte della pace progettato da un archistar italiano, già ribattezzato ponte “always” per la sua somiglianza agli assorbenti femminili così chiamati….

Eppoi c’è la cucina georgiana, squisita e variegata; per non parlare poi della tradizione enologica: lo sapete che il vino è nato proprio qui in Georgia?

Vi lascio con un think palillians di livello mediocre, quindi opposto a questo vino di livello eccelso e chiamato….come un posto che stava un tempo ad Aversa (ma non solo) e dove chissà forse dovrei finire io un giorno:

Tso li curi….il manicomio insomma

Visitate Tbilisi!

Il vaso di Pandora – giorno 3: la strada

Già la strada, lo sapevate voi che i più bravi a costruirle siamo noi italiani? Almeno questo di noi pensano gli altri abbastanza diffusamente ed è l’opinione che casualmente riscontro da un georgiano e da un simpatico australiano conosciuto in marschutka. In effetti si potrebbe tracciare un albero genealogico illustre facendolo risalire ai Romani ed alle mille arterie di collegamento da essi tracciate sul territorio, la Salaria, la Egnatia, l’Appia etc ma è probabile che gli estimatori di noi italiani costruttori di strade non abbiano mai preso la Salerno- Reggio Calabria!

Ad ogni modo quella da percorrere oggi non l’hanno fatta gli italiani bensì un esercito, quello russo, durante una guerra del XIX secolo, e prende il nome di “strada militare georgiana”. Ed è bellissima. Lasciata Tblisi

La strada si infila in una profonda gola tracciata dal fiume Aragvi, fino ad un enorme diga costruita sullo stesso.

Li, in un lago artificiale creatosi è appoggiata la splendida Ananuri

dove girano tutti in apecar truccati per via dell’assonanza Ananuri- Anacapri ahahah. No, scherzo, dove semmai si sono consumate una serie di vicende shakesperiano della storia georgiana, con decapitazioni di principi da parte di fratelli minori pretendenti al trono.

Subito dopo la strada prende a salire in modo brusco e inesorabile, con decine di tornanti fino alla stazione sciistica di Gudauri e poi all’impressionante passo Jvari (croce), intorno ai 2.500 metri. Da lì la strada scende in una vallata pietrosa creata dall’erosione dei ghiacciai e continua fino al confine russo di Vladikavaz, in Inguscezia, repubblica della Federazione Russa da cui è meglio stare alla larga. Infatti ci fermiamo prima nella bellissima Stepanminda,

da tutti però conosciuta come Kazbeg, in omaggio alla montagna, quasi una divinità, che sovrasta la valle

Fa decisamente freddo e piove, anzi grandina, l’ambiente è rustico bello forte, per usare un estremo eufemismo, e nella guesthouse dove alloggio sono costretto a fare amicizia con un vicino piuttosto ingombrante….

Si chiama Piotr ed è tutto sommato meno invadente e indiscreto di come la genia possa far immaginare, appisolato tutto il tempo a pancia in giù. Le figlie della proprietaria lo trattano come un pet domestico ma prima o poi gli toccherà diventare prosciutto, atteso che non mi paiono tra queste valli molto sensibili alla causa animalista….guardate ad esempio sto ristorante incontrato a metà via

Sulle prime volevo uscirmene ma era l’unica opzione possibile in quel posto e fuori diluviava. E poi qui ho fatto amicizia con quella bellissima famiglia iraniana che si vede in foto, in particolare col capo-famiglia Mohammed

business-man della bellissima città di Yazd , il quale, dopo una lunga conversazione , mi ha chiesto ufficialmente se fossi interessato a prendere in sposa una delle sue sei figlie femmine, che per inciso vedevano in me una sorta di rockstar (non per mie particolari virtù estetiche ma per la loro enorme attrazione per l’Occidente). L’offerta, con suo rammarico declinata, è avvenuta tuttavia non così frettolosamente en passant ma al termine di un lungo colloquio, in cui mi ha valutato uomo probo, solido e valido sposo….spero davvero che Mohammed abbia per il suo business un fiuto maggiore di quello adoperato per scegliersi la parentela

Il vaso di Pandora – Giorno 2: ‘Adda venì Baffone!

Cominciamo a semplificarci la vita, perché in viaggio serve farlo: così ad una usuale domanda postami, ho preso a rispondere direttamente “Adriano Celentano”. La domanda precedente è ovviamente: “where are you from?”, e visto che tipo 30 volte su 30 alla mia risposta ” Italy”, seguiva sempre ma dico sempre la battuta “ohhh, italiano Celentano!!!”, ho preso come dicevo a farla semplice ed ecco qua. Si, sta da dire che Celentano è più che un ambasciatore dell’Italia in certe zone di mondo, è una sorta di pontefice, di entità sovrannaturale. Un georgiano assai colto conosciuto in marschutka (i minivan che scorrazzano su e giù per queste strade fungendo autobus) ne rintracciava il motivo nel fatto che i suoi film erano gli unici che sfuggivano alla rigida censura anti-occidentale: probabile che i miopi preposti alla programmazione cultuale di regime lo giudicassero troppo frivolo e inconsistente per poter scalfire il credo socialista ma su questa come si mille altre cose evidentemente si sbagliavano, perché intere generazioni di georgiani sono cresciute sognando la frivola e poco coerente dolce vita intravista in quei filmetti, quelle spiagge, quegli amori spensierati,quel mondo, altro che Marx ed Engels!

A proposito, restiamo in tema “comunismo” per così dire, perché la giornata odierna prevede la visita alla città-natale di una delle eminenze storiche di questo modello nonché uno dei personaggi più influenti della storia del Novecento. “Adda venì Baffone!” diceva qualcuno un tempo, auspicando improbabili scenari di sovietizzazione dell’Italia o perlmoneno una vittoria del locale partito comunista. Ma Baffone per fortuna non è venuto e a sto punto non verrà più, aspettarlo ancora sarebbe un po’ come aspettare Godot; così se Baffone non va alla montagna, la montagna o almeno il Palillo va da Baffone….. Non tutti sanno forse che Josip Vissarionovic Dzugasvili, in arte Baffone ma ancora prima noto come Stalin, era figlio di un umile calzolaio di una cittadina della Georgia nella regione dell’Ossezia del Sud, chiamata Gori, a metà strada tra Kutaisi e la capitale Tblisi, dunque la meta ideale per una breve visita. Premetto che per quanto mi riguarda Stalin è stato un esecrabile dittatore e un responsabile di atroci crimini contro l’umanità, quindi la mia visita, lungi dall’isciversi a quel becero turismo della morte (sul genere di quei disadattati che vanno ad omaggiare la tomba di Mussolini a Predappio ad esempio), assume solo una valenza culturale, perché qui ha sere uno dei migliori musei della Georgia, dedicato ovviamente al più celebre cittadino di Gori. Nel giungervi, mi soffermo a guardare la città, piuttosto anonima e il paesaggio circostante, tutto sommato gradevole fatto di colline riarse da sole quasi adagiate in modo deferente verso le altissime sorelle maggiori del Caucaso sullo sfondo, dove inizia la sedicente repubblica separatista dell’Ossezia del Sud, in pratica uno stato satellite di Mosca.

Mi spinge a guardare il paesaggio con maggiore attenzione la mia convinzione che esso incide molto sul carattere delle persone, nella formazione, nel gusto: nel mio piccolo mi chiedo spesso,ad esempio, come sia possibile essere nati a Capri con difronte i faraglioni e tanta bellezza e potersi dire fascisti ed inneggiare a campi di sterminio e varie atrocità, ma vabbè. Ad ogni modo, qui a Gori, nell’Ossezia del Sud, è nato uno degli uomini più crudeli del Novecento, nonché uno dei più potenti , che ha dominato su tutta una parte di mondo per oltre un ventennio, sconfitto Hitler e minacciato l’equilibrio dell’intero pianeta. Il museo a lui dedicato è davvero ben allestito con documenti inediti e fotografie singolari, se non fosse per le didascalie solo in russo e in alfabeto georgiano, bellissimo a vedersi ma impossibile a capirsi anche solo per una lettera.

Nel parco sta pure la littorina, la carrozza ferroviaria insomma con cui Stalin scese a Yalta in Crimea per il famoso vertice (non amava volare).

Mi colpisce la circostanza che a visitare il museo ci sia un nutrito gruppo di ragazze della vicina Cecenia, vestito col il niqab, il velo nero che lascia scoperti solo gli occhi:

in pratica visitano la casa-natale del primo degli sterminatori del loro popolo (alla lista si sono iscritti di recente anche Eltsin e soprattutto Putin, autore di crimini infernali in questa zona di mondo posta anch’essa poco oltre queste montagne). I Ceceni sono i discendenti degli antichi e più noti Cosacchi, pastori nomadi e famosi guerrieri a cavallo fedeli un tempo allo zar Nicola. Poco inclini alla vita sedentaria , entrarono subito in urto frontale col regime socialista che aveva rovesciato lo zar e pretendeva di inquadrarli in un processo di urbanizzazione. Cosi, quando Hitler nel ’41 lanció l’operazione Barbarossa e invase la Russia sulle prime con esiti favorevoli, i Cosacchi fiutarono l’occasione e passarono in blocco alla causa nazista contro il governo centrale di Mosca. Ben duecentomila guerrieri a cavallo piovuti da un’altra epoca sfilano ora al passo dell’oca insieme ad ufficiali della Vermacht. Per Hitler è un acquisto fondamentale perché con quei abili conoscitori della montagna può forse scavalcare l’invalicabile Caucaso e spingersi verso i giacimenti petroliferi del Mar Caspio, di cui ha bisogno come dell’ossigeno. Ma l’Armata rossa guidata da Stalin, nella città ad lui intitolata non cede e il Generale Inverno fa il resto: la Germania va incontro ad un disastro e con essa i Cosacchi, che hanno puntato sul cavallo sbagliato ….A fine guerra, chiaro che l’aria nei loro confronti non sia delle migliori e che Stalin sia un pochino incazzatello coi traditori: lo sterminio è feroce, i Cosacchi vengono o trucidati o nella migliore delle ipotesi internati nei gulag, nell’odio indistinto dei russi nei loro confronti. Qualche decennio dopo, nel ’97, Putin solleverà lo stesso artifizio retorico per giustificare una nuova invasione della Cecenia e un nuovo sterminio, nel sostanziale silenzio dell’Occidente e delle organizzazioni internazionali. Un decennio dopo, nel 2008, il “nuovo zar delle Russie” ha chiuso definitivamente la morsa intorno alla Cecenia, invadendo la già citata Ossezia de l sud, appartenente formalmente alla Georgia. Una guerra lampo che aveva come obiettivo finale proprio Gori, la cui conquista avrebbe davvero spezzato in due la Georgia, interrompendo la sua principale arteria di comunicazione tra sud e nord. Ma Gori, bombardata e sotto assedio, forse in omaggio al suo più celebre cittadino e alla città a lui intitolata, la famosa Stalingrado, resistette ed è ancora parte della Georgia.

Da qui proseguo per la capitale Tblisi, che dista ormai solo un’ora. La città si presenta subito bellissima con un centro storico gioiello e una bellissima posizione sul verde fiume Mtkvari.

Catturo solo una prima impressione per ora e per la verità direi che, fuori dalla parte storica, concede troppo in alcuni punti ad una idea di progresso pacchiana e sciocca in stile Dubai per capirci. Ecco ad esempio, lo sfavillante ponte “della pace ” realizzato da un archistar italiano, tal Michele Lucchi, ed inaugurato nel 2010:

è stato già ribattezzato il “ponte always” e non perché debba durare per sempre (si spera) bensì per la nota somiglianza con la marca di assorbenti.

Ah, e per chiudere il cerchio vi dico pure che la sera, dopo la cena col menù fantasma di cui parlavo su Facebook, mi sono pure esibito al karaoke in una hit di chi? Ovviamente di lui, il Pontefice Adriano Celentano. Un’ovazione di pubblico che manco Joe Cocker a Woodstock. Appena mi mandano il video lo pubblico e convinco gli scettici….