Le prime righe di questo diario le scrivo brandendo con estrema fatica l’Iphone nel bel mezzo di una violenta turbolenza aerea, perdurante da ormai un’ora e che sono sicuro, manco fossi il pilota dell’aereo, non finirà a breve, almeno fin quando non avremo finito di sorvolare ciò che stiamo sorvolando : il Taklamakan. E cosa sarà mai questo Taklamakan? In lingua uigura significa “il luogo dove se entri non esci “. Si tratta di uno degli ambienti più ostili alla vita umana presenti al mondo , un deserto grande poco meno dell’Europa incassato tra le montagne più alte della Terra, l’Himalaya a Sud, l’Hindokush a ovest, il Tien Shan a Nord ed i Monti Altai a est. Ha la forma di una lacrima o se preferite una goccia e nella sola minuscola via di uscita che questi giganti di roccia gli lasciano, si getta in un altro deserto altrettanto ostile all’Uomo, con la sola consistente eccezione dei Nomadi Mongoli che lo abitano da prima di Ghengis Kahn , quello dei Gobi. Si tratta di luoghi con escursione termica impressionante, roventi di giorno e gelati di notte. Il Taklamakan ha poi un ulteriore “chicca” : un livello di ossigeno estremamente basso per via di complessi fenomeni di surriscaldamento e, come se non bastasse, è il luogo della Terra più lontano dal mare, circostanza che estremizza un po’ tutti i fenomeni . Ad ogni modo, il “posto dove se entri non esci “ noi ci limitiamo ad attraversarlo in aereo ma persino questa è una rarità, giacché viene per lo più evitato anche dalle rotte aeree per via dei suoi enormi vuoti d’aria, come quelli in cui ci dimeniamo adesso. A nessuno a bordo pare fregare un fico secco del Taklamakan eccetto me, che con la mia sconfinata ed un po’ morbosa passione per la geografia sto ad ammirarlo dal finestrino attonito e non lesinando diverse capate al vetro per via delle suddette turbolenze, mentre i più ansiosi a bordo strepitano e la notte si confonde al giorno incipiente : sotto di me una distesa bianca gelata a ricoprire la sabbia, senza alcuna traccia umana per centinaia, forse migliaia di km. Dovessimo mai provare un atterraggio qui, non so come la vedo . Incredilmente questo luogo di desolazione assoluta è la frontiera occidentale del Paese più popoloso del globo: il Taklamakan annuncia la Cina, anche se è più vicino ad Istanbul che a Pechino . Un giorno verrò a visitare questo luogo ma non è questa ora la mia meta finale e manco quella intermedia: ben presto i deserti gelati finiranno e di tracce umane ne vedrò sin troppe, in una delle concentrazioni umane più clamorose ed irripetibili della storia, quella che affolla le coste del Mar Cinese Meridionale in una sorta ormai di indistinta megalopoli che corre da Pechino alla contesa Taiwan e anche più giù fino a Canton e oltre . Io mi fermerò a Shangai, il tempo necessario a confondermi ulteriormente le idee prima di proseguire per un luogo ancor più lontano , il più lontano di tutti, l’antipode esatto dell’Italia nel senso che è esattamente all’altro capo del mondo . Un luogo ove ghiacciai immacolati scendono fin giù nel mare come se volessero unirsi ad esso in un amplesso tellurico , tra una moltitudine di delfini ed orche che saltano gioiosi dalle onde come ninfe e satiri . Una terra dove antichi ed erculei guerrieri ti accolgono col loro fiero grido di morte, una terra ove sorgono vulcani in eruzione, profondi fiordi e fiori unici al mondo , dove si annidano grotte colorate di luminescenze magiche da insetti giganti che qualcuno dice essere una specie aliena. Una terra selvaggia e bellissima che pare uscita dalla penna di Tolkien e forse è proprio ciò che ne è stato, se è vero che qui si vuole che abitino gli hobbit di Frodo e gli altri della Compagnia dell’Anello. Insomma sto andando in Nuoca Zelanda, o se preferite la Terra di Mezzo.