Tropico del Capricorno: il “Fumo che tuona”

Giorno 17
Le tende le piantiamo sullo Zambesi, poco dopo una rapida e ad una distanza dalla riva che parrebbe sufficiente a tenerci a riparo dall’onda di piena. Più preoccupante, almeno ai nostri occhi, appare trovare riparo dai coccodrilli, di cui il fiume e’ infestato fino a sembrare in alcuni punti una sorta di tappeto di qualche griffe stronza di alta moda in pelle di coccodrillo. All’uopo usciamo a cercare e raccogliere palle di merda di elefante molto secca, simili ormai a balle di fieno, da accendere come zampirone che, assicurano gli indigeni, tiene lontano i coccodrilli.
Scrivere di queste cose mi piace, oltre che per il gusto di raccontare, per far prendere coscienza a me stesso che davvero stiano accadendo, succede tutto così in fretta e la mente ci mette un po’ a comprendere cose così lontane dall’ordinario: sono stato in tenda sul fiume Zambesi accedendo palle di merda di elefante per tenere lontani i coccodrilli, ci penserò spesso nei mesi a venire quando sarò in ufficio o in metropolitana credo!
Ad ogni modo bellissimo questo Zimbabwe, mi ha subito catturato. Ormai i deserti sono alle spalle e qui la vegetazione assume i connotati di una jungla tropicale; anche la gente pare diversa, come e’ ovvio che sia: si tratta di una o diverse etnie del tutto diverse da quelle incontrate in Namibia o Botswana. Qui ci sono gli Shona in prevalenza, dalla stazza fisica rimarchevole e tratti molto marcati, come il nostro capo spedizione Leslie che è originario di queste parti e spradroneggia per le strade come un Mastella a Ceppaloni: dai passanti ai posti di blocco della polizia, pare che tutti debbano inchinarsi alla sua potenza e non vi dico che scena quando alla frontiera ispettori del corrispondente ministero della Sanità locale ci hanno fermato per controllare (molto teoricamente) se avessimo contratto addirittura l’Ebola: Leslie ha detto di controllargli per prima cosa lo sguardo, e lo fissa faccia a faccia a 2 cm di distanza, il poverino gira i tacchi e torna indietro con sto suo strano scanner d’epoca.
Mi fanno morire poi i giovani dello Zimbawne, tutti rasta e consegnati al verbo di Bob Marley nonché…..alle strabilianti giocate di un tormentato talento calcistico non ancora sbocciato e che forse mai sbocciera’: niente dimeno stiamo parlando di Mario Balotelli!!! Davvero se , come e’ probabile, in Europa tutti si romperanno prima o poi le palle delle sue minchiate, può venire qui in Zimbabwe come ultima spiaggia: gli vogliono tutti bene e lo osannano
Ad ogni modo sarei venuto qui per vedere qualcosa di diverso dei poster di Mario Balotelli attaccati alle pareti scalcinate dei bar, qualcosa di assai diverso e leggermente più bellino: le immense e inaggettivabili Victoria’s Falls! Spesso si usa l’espressione del “lasciar senza parole”: l’hanno inventata qui, di fronte a questa sorta di battistero primordiale che ci bagna già a 100 metri di distanza, le Victoria’s Falls le cominci a sentire sulla pelle molto prima di vederle, per via dell’acqua che si nebulizza nella caduta per la foresta pluviale circostante. E’ come arrivare al centro della Terra, e anche qui l’espressione non appare generica, giacché e’qui che si apre una faglia, una sorta di enorme vagina che risale la Tanzania e il Kenya dando luogo alla cd Rift Valley. E’ come se, immaginando la Terra come un pallone, magari di quelli di cuio un po’ deformi e non perfettamente sferici come pure la Terra e’, le cascate Vittoria fossero la cucitura mal riuscita in un lato, quella che i più anziani ricorderanno per quanto faceva male quando la impattava con un colpo di testa ma che sembra conferisse al pallone un effetto fenomenale e imparabile. Anche qui l’effetto e’ fenomenale, altroché! Ma per quanto mi riguarda c’è dell’altro: questa e’ la mia metà finale, l’obiettivo ultimo del mio cammino. Tra non molto dovrò rimettermi in marcia per il ritorno , 1700km fino all’aeroporto da cui rientrare, più o meno come Napoli-Amsterdam ma da farsi su piste sabbiose in fuoristrada. Domani, in ossequio ad una tradizione che vuole che passi sempre il giorno di Ferragosto in un posto sbrevezo e casuale, dormirò a Rundu, al confine con l’Angola, città nota solo perché vi si tiene un festival permanente della malaria.
Ma non importa e questa e una parte del viaggio che non starò più a raccontarvi, questa gigantesca avventura finisce dinanzi allo spettacolo ancestrale del “Fumo che tuona”, come dicono gli indigeni. Sono partito dal Capo di Buona Speranza e mi sembra che la mia vita sia tutta racchiusa nella strada percorsa fino a qui: deserti, paludi, giungle infestate di leoni, mi sento un po’ come quegli astronauti della letteratura fantascientifica che ad un certo momento superano il “punto di non ritorno”: la Terra e’ ormai troppo lontana per farvi ritorno e andranno avanti con la loro astronave fino alla scoperta di un qualcosa, una nuova galassia o un nuovo pianeta. Eccola, la mia galassia oltre il buco nero, una montagna d’acqua dinanzi alla quale l’uomo resta fragile meno di un fuscello di legno, che almeno galleggia.
Il mio “punto di non ritorno” e’ stata invece quella notte gelata coi boscimani: quella loro magica semplicità’ e bellezza, quella saggezza nell’aver capito che è mille volte più’ bello e dignitoso vivere tra i rovi e i cespugli come i padri dei loro padri, che nel “mondo moderno” se poi questo non può che riservare loro che una casupola di lamiere, lavori precari e degradanti e una bottiglia di qualche alcolico scadente per annegare il dolore. Quella gente dona a chi la incontra l’idea che possa esistere sempre un’alterita’, che ci sia dell’Altro possibile a farsi o viversi. Quel giorno, dopo quell’incontro, ho capito che avrei raggiunto le Victoria’s Falls; non tutti, tra noi, ce l’hanno fatta, non perché siano morti per carità, ma perché sopraffatti da problemi di salute e dalla fatica, ci siamo dimezzati strada facendo.
Ricorderò questa avventura senza tempo con gioia e soddisfazione, ripensando,già da ora in cui vi scrivo con le lacrime agli occhi, alla enorme mole di Bellezza che ovunque mi scorreva sotto gli occhi e allo spirito francamente un po’ dissennato che mi ha animato: bisogna essere davvero un po’ fuori di melone per andare a imbarcarsi in una roba del genere. Ah, a proposito, la mia meta finale l’ho raggiunta ma ci sarebbe un’ultima cosina che dovrei fare, il cui pensiero anche esso mi ha in parte sospinto fin qui: e’ una cosa che vorrei fare per chiudere un conto in sospeso con me stesso, con un brutto trauma subito di tenete dopo una gran brutta caduta. E’ una cosa che dovrei andare a fare al di la del fiume, dall’altra parte delle Cascate, dove stanno ste vasche naturali proprio sopra l’abisso della cascata dette “Devil’s pools”. Attraversare il ponte sul fiume significa anche attraversare il confine ed entrare in Zambia, ma vuoi vedere che a sto punto della storia fosse mai questo il problema !?? Mo’ me la vado a fare sta camminata, su!
Ah, e scusate per il poco della pacca da fuori della foto: ne ho di migliori ma questa racchiude per me il brivido dell’incontro con “Fumo che tuona”

Tropico del Capricorno: il Capo di Buona Speranza e dintorni

Giorno 4
Quello visibile in foto e’ il Capo di Buona Speranza, luogo mitologico sospeso tra geografia e letteratura, per doppiare il quale centinaia se non migliaia di navigatori persero la vita in epoche di conquiste ed esplorazioni che si confondono con la leggenda e nelle quali sogno spesso di aver potuto vivere. E’ l’estrema propaggine terrestre del continente africano, oltre la quale vi è solo acqua fino all’ Antartide; qui confluiscono due giganti blu come l’Oceano Atlantico e quello Indiano, dando vita ad un amplesso violento che genera gorghi d’acqua infernali che succhiano giù le navi come moscerini in un lavandino stappato. La Buona Speranza che esso lascia intravedere e’ tra l’altro del tutto illusoria, giacché poco dopo ad est si apre una enorme baia, solo all’apparenza placida ma in realtà esposte a micidiali correnti da sud- est e perciò ribattezzata False Bay, la falsa baia.
Ma andiamo per gradi, perché a queste latitudini ci si arriva poco per volta, e’ una conquista progressiva.
Pensavo innanzitutto al detto “prezzo che paghi, tamarro che trovi”, quantomai veritiero: si, perché dopo la prima notte in una guedthouse che non mi piaceva un granché (quella che pareva Officina 99 con rigurgiti di arte assai discutibili alle pareti), ho cambiato e mi sono sparato l’albergone con la vista figa e mille facilities. Tuttavia la mia stessa pensata l’ha fatta una quotata squadra locale di rugby, gioco che a queste latitudini eguaglia il calcio in Italia per popolarità e diffusione. Vi è anche un altra caratteristica che i top player locali di questa disciplina mutuano dai nostri giocatori: il livello esponenziale di cafonamma e sbruffonaggine. Hai voglia di dire che il rugby e’ uno sport basato su principi nobili e da gentlemen: almeno questi che stanno qua sono la filiazione più prossima delle scimmie bonobo e hanno fatto una caciara della madonna tutto il giorno e tutta la notte, suppongo per festeggiare una vittoria (altrimenti, se avessero dovuto ancora giocare, davvero non so che figura di merda avrebbero apparato mai con tutti gli ettolitri di birra e whisky che si sono scesi dalle nove dal mattino in poi). Manco a dire di andargli a dire qualcosa per protesta, che qua il più fesso di loro era alto 1,95 e volendo mi avrebbe sfarinato la faccia con una mano sola! Quanto poi al protestare presso la reception mi sembrava un po’ troppo da pensionata tedesca in vacanza eppoi non avrebbe sortito un gran effetto, giacché le signorine impiegate al ricevimento sbavavano quando vedevano apparire all’orizzonte sti marcantoni in tuta, figuriamoci se si cacavano anche solo lontanamente sto fesso qua che protestava per il casino…. Vabbe, cmq dopo una notte quasi insonne, dove, perso per perso, l’ho buttata pure io a caciara ( cosa che non mi è mai suonata indigesta in verità), la mattina mi decido per questa escursione al Cape of Good Hope, che dista dalla città una settantina di km . La distanza e’ coperta da una strada panoramica con curve mozzafiato a picco su scogliere e paesini appannaggio solo di coloni bianchi ricchissimi che qui hanno costruito un loro eldorado di residence da sogno e filo spinato, vicino al quale troneggia sempre un cartello che recita ” beware: armed response”, risposta armata casomai qualche disgraziato provi a varcare i confini del loro abuso. L’ultima parte prima del Capo e’ una riserva naturale abitata da molti animali selvatici tra cui scorgiamo aquile, struzzi, antilopi e babbuini, i vari predatori alfa della zona che scippano pure, scena bellissima a vedersi, un pacco di schifosi biscotti al formaggio ad una milfona americana intenta a farsi una foto.
Al Capo trovo una coppia di kenioti e una coreana disposti a dividere la corsa fino alle Winelands, una regione vinicola che pare la Provenza francese. Ci arriviamo passando vicino quella bella spiaggia di surfisti dove un campione australiano fu aggredito da squalo la settimana scorsa e costeggiando poi baraccopoli di disgraziati e cosiddette ” township”. Queste ultime sono la più abbietta delle eredità del governo sudafricano ai tempi del’ apartheid e la cosa più prossima alle barracke di Auschwitz che esista al mondo, enormi cubi di cemento ove venivano segregati i cittadini di etnia africana ai tempi dell’ apartheid. Arriviamo a Stellenbosch, nella regione del vino, che è l’esatto opposto delle township, o meglio il suo presupposto : una roccaforte inespugnabile del potere bianco, aria spiccatamente nord-europea e cartelli delle strade in olandese. L’università di Stellenbosh, rinomata in tutto il paese e cui io casualmente dedicai un enigma in una caccia al tesoro, e’ stata e probabilmente è ancora una sorta di madrassa dell’apartheid: fino a pochissimo tempo fa non accettava studenti di colore. Oggi in teoria non è più così ma la sostanza non deve essere un granché mutata, giacché, atteso pure che un ragazzo nero riesca a pagare l’esosa retta per iscriversi, i corsi di lingua sono poi in olandese, lingua non proprio diffusa tra i cittadini di etnia zulù o xhosa. Mi incuriosisce la antinomia di certi popoli nord- europei che in patria propongono modelli di società progressisti, con ampi riconoscimenti di diritti civili e libertà (pensate ad Amsterdam) e poi ad altre latitudini danno luogo a ste porcate. Gli olandesi già me li ricordo in Ecuador quando con le loro multinazionali setacciavano la amazzonia alla ricerca dell’oro e del petrolio, riducendo zone intere simili alla superficie lunari.
Vabbe, cmq a Stellenbosch pranzo stellare presso rinomato albergo gestito da sta elegantissima manager del lusso olandese (!), personaggio cui vengono dedicate copertine e soprannominata Silver fox, la volpe d’argento per via dei capelli canuti e bianchi. La Silver fox , assai amante dell’Italia, mi accompagna pure ad una buonissima degustazione di vini e formaggi nella sua tenuta privata, ed io per sdebitarmi l’ho invitata presso il mio albergo a Capri. Perciò, se vi è qualcuno della mia famiglia che si è letto sto papiello, prego voler appuntare una suite per settembre a nome Silver Fox, grazie

Tropico del Capricorno: Cape Town, un posto dove vivere

Giorno 3
Se siete tra coloro (tanti in verita’ )che stanno pensando di mollare tutto e aprirsi un chioscetto su di un lido tropicale, mi permetto di darvi un consiglio: lasciate perdere il chiringuito sulla spiaggia, e’ un’idea ormai troppo inflazionata e rischiate di trovarvi quale unico cliente il tipo del chioscetto di fianco al vostro, che a vedere bene era quello che poi in Italia vi notificava a domicilio che cartelle esattoriali di Equitalia. Insomma troppo gettonata come escape strategy. Io invece vi consiglio di scappare qui, a Cape Town: e’ la metropoli più rilassante del mondo, un’alta qualità di vita e l’impressione di un continuo divenire, di un posto che in questa precisa fase storica stia evolvendo rapidamente in bene verso una nuova prosperità; mi lascia l’impressione di una terra che apra opportunità, come l’America di un secolo fa magari. La qualità del vivere, con la possibilità di correre, andare a nuotare o fare surf appena usciti dal lavoro, mi lascia poi pensare ad una città australiana. Oddio, resta ancora una città a compartimenti un po’ stagni: da una parte i bianchi, dall’altra i neri, da un’altra ancora gli indiani e gli islamici, ma sicuramente meno di un tempo. Ad ogni modo, a visitarla almeno la cosa aggiunge un motivo di ulteriore curiosità: i bianchi stanno nella loro bellissima e ben protetta enclave del Waterfront, intorno al porto, ove pare di stare ad Amsterdam o in una cittadina della Scozia o della Cornovaglia, insomma mai in Africa si direbbe a prima vista. Ma resta da dire che l’Africa e’ irrimediabilmente anche questo ormai, colonialismo e suoi derivati storici. Qui sono tutti bianchi, biondissimi e ricchissimi, e per vedere un nero bisogna girare la porta della cucina di un ristorante e guardare dove sciaquano i piatti. Insomma tutto un po’ asettico e provinciale, anche se esteticamente bellissimo per posizione. Se ci si posta poi nel quartiere nero per così dire, insomma quello del centro storico, si è travolti dall’energia e vitalità, ovunque musica da balconi e dehors in legno che pare la New Orleans di cento anni fa, davvero. Ma senza voler a tutti i costi trovare un termine di paragone, diciamo che Città del Capo somiglia innanzitutto a se stessa nella sua unicità e bellezza.
L’ho beccato anche io un tizio che ha cambiato vita venendo qui ma lui per la verità non mi ha stregato un granché, appartenendo ad una categoria che in viaggio vado scansando come fosse la peste: gli italiani. E questo rappresentava pure la tipologia più pericolosa di essi, quelli che fanno: ” no perché in Italia stiamo indietro, li non puoi farle ste cose, non te la fanno fare una roba del genere…!” Poi vai a vedere e stanno parlando di qualche cesso di discoteca a tutto volume su una spiaggia fino a poco prima incontaminata……lui invece, che vive qui da 5 anni, si è impuntato che doveva consigliarmi lui dove andare a mangiare e mi sono voluto fidare : stronzo io, mi ha mandato in un cesso di centro commerciale in vetro-cemento con tutte i negozi delle grandi firme italiane e francesi e sto posto intufato di gente che proponeva sta cucina fusion….. Credo che questo genere culinario, il fusion, assai in voga in ambienti fighetti poggi in realtà su traumi infantili verso la famiglia di origine degli chef stellati e rinomati che lo propinano: cioè loro devono aver una sorta di odio verso la mamma o la nonna che manifestano rinnegandone ad ogni momento la loro cucina tradizionale e andando a schiaffare le tagliatelle bolognesi nel sugo di asparago uzbeko, il sushi dentro la salsa tartara dando vita a sto fusion e alla rinnegazione nevrotica della vecchia cucina della nonna. Il risultato non era comunque malvagio, devo dire. Bruttina assai la coppia che siedeva a mio fianco, con lui omaccione d’affari asiatico ormai sulla settantina e lei geisha porno bimba davvero bellissima, tutta ingioiellata ma visibilmente annoiata: ad un tratto, mentre lui riceve l’ennesima telefonata, chissà se dal lavoro o dalla moglie, la porno bimba si alza urlando in lacrime e scappa via, spero per lei magari con qualche bel giovanottone africano suo coetaneo. Assai meglio il pranzo cmq al mercato del pesce del porto vecchio.
Ad ogni modo una delle attrattive della città sono sicuramente le bellissime escursioni verso i dintorni; non guidando ne disponendo di un battello sto pensando domani di farne una ma non so decidermi, iaaa aiutatemi a scegliere:
dunque ci sta l’escursione in battello all’isola colonia penale ove era rinchiuso Mandela, Robben Island, con visita ai luoghi simbolo dell’apartheid;
poi sta il tour del Capo di Buona Speranza e la bellissima False Bay, che però potrei pure farmi da solo con un po’ di fortuna ;
poi vi sarebbe il tour nelle Winelands dove fanno il vino e pare di stare in Provenza , con le degustazioni dei pregiati prodotti locali;
poi ci sarebbe sta cosa un po’ tamarra di sorvolare in elicottero il Capo di Buona Speranza e partecipare ad una simulazione di battaglia militare con quei fucili credo ad aria compressa;
E poi ci sarebbe sta cosa un po’inquietante per la quale ti portano in motoscafo al largo e ti fanno inmeergere con una muta addosso dentro una gabbia di acciaio nelle gelide acque della False Bay, posto ove si registra al mondo la più alta concentrazione di…..squali bianchi. Si tratterebbe insomma di un bagno in mezzo agli squali, con l’ altro la formula ” soddisfatti o rimborsati”, nel senso che paghi solo se effettivamente lo squalo viene a chiavare le capate contro la gabbia a pelo d’acqua. Per intenderci lo squalo bianco non è che sia proprio uno di quei cacciutielli che si vedono a volte a Capri, e’ una bestia della madonna con denti aguzzi e rancorosi. Si, perché deve avere parecchio rancore se dei coglioni gli vanno a rompere i coglioni tutti i giorni . Mah, non saprei decidermi, voi quale escursione mi consigliereste?

Tropico del Capricorno: welcome to the mother city

Giorno 2
L’epiteto di “mother city” fu coniato per Città del Capo dai primi coloni europei che raggiunsero queste terre remote e pare che la sua etimologia sia da ricercare nella constatazione che tutti ancora oggi fanno nel sobbarcarsi un viaggio tanto lungo ed estenuante fin qua giù, esclamando infatti tutti ” mamma ra maronn!!!”‘ “Mamma santissima!” o altre espressioni equipollenti nelle varie lingue d’origine dall’olandese, all’inglese, al tedesco o all’afrikaaans, una lingua che è la sintesi di tutte quelle dei vari colonizzatori avuti qui. In effetti la prima impressione che il paese lascia e’ quella di un luogo ancora ammantato di uno spirito colonizzatore e pionieristico, e la stessa toponomastica dei luoghi rimanda ad uno spirito di scoperta e pionierismo: la Falsa Baia, il Porto dei Cannoni, il Capo di Buona Speranza, la Coperta del Diavolo e tanti altri nomi che rimandano alla magnifica precarietà di un galeone di pionieri che si avventurano ai confini del mondo in cerca di fortuna.
Per il resto, non ci ho capito ancora molto, francamente sto ancora troppo rincoglionito dal viaggio aereo durato a conti fatti quasi un giorno intero e poi, rispetto ad altri viaggi fatti, ho finora una strana sensazione, una mancanza delle coordinate classiche con cui mi avvicino alle cose: la Geografia e la Storia, ascisse ed ordinate dello Spazio e del Tempo. Finora qui la Geografia, mia passione totale da quando ero bambino, e’ stata brutalizzata da un metallico ippopotamo volante detto Boeing A-380, anzi considerando lo scalo da due siffatti esemplari che hanno percorso un pezzo intero di mondo ad una velocità per quanto mi riguarda inumana e che forza distanze e luoghi, travolgendo pure la percezione che la mente umana ha di quei luoghi stessi e che viaggia ad una velocità assai inferiore agli 800 km/h dei motori di un Boeing. Per capirci, io in un primo momento ( e fino a 15 giorni fa) avevo pensato ad un altro itinerario di viaggio, morbosamente pianificato nei minimo dettagli per mesi: avrei seguito il percorso di Alesandro Magno raggiungendo via mare la tappa di partenza della Macedonia per arrivare , attraverso una mezza dozzina di paesi, fin poi nell’attuale Iran, ove sorge anzi sorgeva Persepolis, rasa al suolo proprio dal condottiero macedone. Il viaggio avrebbe richiesto ovviamente circa un mesetto: ebbene l’ippopotamone metallico della Emirates, manco a farlo apposta, ha sorvolato con precisione chirurgica una ad una tutte le tappe che avevo previsto, dal monte Athos a Sanotracia passando per l’Ararat e Gaugamela fino a Persepolis, ridicolizzando e incenerendo ai miei occhi in 3-4 ore un meticoloso cammino di mesi. Poi è arrivata sta Dubai, il cui aereoporto devo dire e’ davvero bello e non è, diversamente da quanto credevo, una di quelle minchiate fini a se stesse che costruiscono sti sceicchi, giacché questo invece è diventato un hub mondiale di importanza primaria dove transitano milioni di persone per le mete più disparate. Da Dubai un altro ippopotamone metallico per altre 11 ore giù a capofitto sopra l’ africa fin qui alla sua propaggine estrema, il Capo. Guardando più a sud, ormai resta solo oceano fino giù all’ Antartide dove un giorno pure sogno di andare.
Ma prima vediamo di capirci qualche cosa qui: a prima impressione davvero un bellissimo groviglio di cose che fa sembrare a momenti di essere in una cittadina portuale del nord della Scozia con fortissima atmosfera anglosassone e tanto freddo pure, poi giri l’angolo e ti trovi diciamo tra la popolazione indigena dove ti senti ,almeno fin ora , come una sorta di grossa falena appoggiata ad un faretto luminoso circondato da gechi che avanzano…. La prima impressione e’ che francamente la commistione tra la cultura indigena e quella dei colonizzatori europei non sia perfettamente omogenea: a prima impressione direi che i bianchi detengano gran parte delle risorse e dei capitali e abitino nei loro ben protetti quartieri, mentre agli altri sono riservate le posizioni sociali più deboli e meno retribuite, ma non so, ho visto ancora troppo poco. Di sicuro posso dire per ora di aver visto uno strano melting pot in cucina. Infatti in un locale che pareva trovarsi in Cornovaglia o nel East Sussex, ho ordinato le pietanze canoniche di questo tipo di cucina, che poi conosciamo tutti benissimo: fish and chips e un hamburger. Paradossalmente gli inglesi, pur avendo una tradizione gastronomica tra le più deboli e oggettivamente insignificanti del vecchio continente, hanno poi esportato il loro modello di locale ove mangiare più di ogni altro nel mondo, il pub. Qui però, le pietanze vengono preparate con delle varianti in omaggio alla tradizione locale: vabbe, innanzitutto il fish and chips era fatto con qualche bel merluzzone fresco e profumato appena preso dal’ oceano mentre francamente quelli mangiati a Londra mi sono sempre sembrati preparati con specie animali che già dai tempi del Pliocene dovevano aver spostato il loro habitat naturale dal mare ad una cella frigorifera. Ma la big surpirse arriva con l’hamburger, che qui non è fatto col manzo ma con l’antilope. Si, l’antilope, quella bella che salta nel deserto, con le belle corna lunghe, poverina! Mah, domani ne capiro’ di più e avrò cose più interessanti da raccontare che di una cena al pub.
Ultima annotazione sul’albergo, scelto a volo su indicazione della guida che lo descriveva come una figata pazzesca, “assolutamente trendy” , “esperienza imperdibile”, con le stanze una diversa dall’ altra disegnate ognuna da un artista diverso….. Mah, quello che ha disegnato la mia tanto bravo non doveva essere e secondo me fa ora l’artista ma il suo sogno era di fare il dentista, giacché sul letto ha posizionato un’assurda copertura a semicerchio con faretti modulabili vista solo appunto in studi odontoiatrici e dove ho già dato due craniale. Anche il resto della struttura poi assai trendy non mi pare e ricorda un po’ quei posti che mi piacevano tipo a venti anni, una sorta di Officina 99 in salsa sudafricana col portiere che manco a farlo apposta assomiglia a quel coglione dei 99 posse, ecco o zulù , che qua siamo pure in tema. Oggi cambio, sempre che riesca a riaprire la cassaforte, in cui avevo messo il passaporto e la carta di credito ma che è rimasta bloccata e nessuno riesce per ora ad aprirla, manco il cantante dei 99 posse…

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!