Trovo che se Eugene Ionesco stamattina fosse entrato nello stesso bar di via dei Mille dove ha fatto colazione il sottoscritto, la drammaturgia mondiale si sarebbe arricchita di una nuova pietra miliare dell’Arte dell’incomunicabilità: l’intero personale di un bar, dal cameriere alla cassiera al gestore, ai agita visibilmente contrariato perchè nessuno riesce a capire cosa diavolo mai voglia ordinare una coppia di origine asiatica seduta ad un tavolino, che parla “un’altra lingua”. I camerieri indispettiti e increduli ne riferiscono al gestore che appare il piu’ insofferente di tutti e che, con aria da buon padre di famiglia, rassicura i dipendenti sgomenti di non preoccuparsi più di tanto, perchè, inalberatosi con aria cattedratica, “qua stiamo in Italia e si deve parlare italiano!!”, buscando il plauso e i cenni di approvazione di una claquè compiacente di clienti, qualcuno dei quali a conforto della sua tesi è pronto a giurare, addirittura sulla vita della sua prole, di essere stato vittima all’estero di terribili angherie di altri camerieri in bar locali che dileggiavano la sua grossolana pronuncia italiana…Forse perchè mosso dal mio buonismo alla Cristina D’avena, forse per rompere l’impasse, mi offro volontario per provare a dirimere la spinosa questione e svelare l’arcano, in cuor mio in verità piuttosto scettico di poter fornire un concreto contributo, giacchè la lingua parlata dalla coppia di sicuro avrebbe esulato dalle mie conoscenze. Giunto a un di presso del tavolino e invitato i due a proferir parola, apprendo con un certo disappunto che l’incomprensibile “altra lingua” che aveva reso sgomento tutto il personale del bar e scatenato discussioni sullo scarso peso dell’Italia e degli italiani nello scacchiere geo-politico mondiale, non era qualche sotto-idioma hurdu delle valli dello Hindokush pakistano o uno dei 10.000 dialetti quechua delle popolazioni precolombiane dell’Amazzonia, ma trattavasi in realtà di un banalissimo inglese, lingua nella quale i due non stavano declamando un sonetto di Shakespeare o un testo arcaico ma facendo una banalissima ordinazione..oddio proprio banalissima no. “Bacon and eggs..o forse “scrambled egg”- ripetuto con insofferenza con un accento di provincia che cominciava ad insospettirmi e del tutto increduli che questa pietanza fosse irreperibile sulla piazza napoletana…Sempre in uno dei miei slanci di buonismo alla Paolo Limiti mi accingevo quasi a suggerire ai fratelli europei della terra d’Albione qualche tipica pietanza napoletana, una sfogliatella, un babbà, che avrebbe fatto di sicuro spegnere la nostalgia delle britanniche uova strapazzate….quando comincio a notare degli strani monili azzurri, di uno strano azzurro, e quotidiani sportivi inglesi con inequivocabili foto di beniamini locali, tipo quell’italiano di colore emigrato all’estero non certo per la cosiddetta fuga di cervelli (parte anatomica fuggita sì, ma dal suo corpo)….di colpo mi si eclissa tutto il buonismo alla Mariotto Segni, di colpo quel che mi erano sembrati due malcapitati viaggiatori vittime del provincialismo e dell’arretratezza culturale del Meridione mi si trasformano in due odiosi e saccenti plutocrati che nel tempo libero se ne vanno girando per l’Europa per sostenere una finta squadra di calcio creata dal nulla a suon di miliardi di sterline da uno sceicco che non sapeva che cazzo fare nella vita, e sbraitano e irridono poveri camerieri pagati in nero perchè non trovano le loro uova strapazzate buone come nel loro merdoso bistrò sotto casa a Manchester?!?!? Con un movimento lento della testa e sguardo che avrebbe voluto essere ispirato al John Sean H. Mallory di “Giù la testa” di Sergio Leone, mi rivolgo al cameriere e comunico la mia scoperta: “sono tifosi del Manchester….vogliono delle uova strapazzate”….mi allontano sempre imitando il passo di Sean H. Mallory dopo che ha piazzato la dinamite alla banca di Mesa Verde e immaginando alle mie spalle urla ed esplosioni