Mi è sempre piaciucchiata questa canzone dei Negrita, band musicale che non ricorderei per molto altro. Esprime proprio il senso del viaggio, quello on the road che poi per me è l’unico viaggio tale, gli altri sono vacanze. A pensarci bene l’ho persino scelta come sigla della mia rubrica radiofonica, dedicata manco a dirlo ai viaggi, alla cui narrazione potrò aggiungere presto sto bel pezzo di mondo che mi mancava . Rotolando verso Sud inoltre si adatta perfettamente al caso di specie, giacché necessariamente a Sud sono diretto e rotolando nel senso che devo sbrigarmi , perché la mia meta finale, quella che proprio non posso mancare, è ubicata all’estremità meridionale della Nuova Zelanda, in una regione dal clima piuttosto freddo e ostile . Si, perchè qui nell’emisfero australe il Sud si traveste da Nord e indica il freddo, da ultimo il Polo Sud che è il più freddo di tutti e verso il quale la Nuova Zelanda costituisce insieme con l’Argentina la base di partenza privilegiata. Un giorno sogno di andare anche lì,’in Antartide, e prima o poi lo farò . Ora però vediamo di metter proma a nome la pratica New Zealand: dunque sono atterrato nella città principale (che la capitale non è tuttavia), Auckland,’vicina all’estremità settentrionale del paese e devo arrivare a quella meridionale.’ In mezzo un bel po di strada da fare per un paese grande più o meno quanto l’Italia ma con manco un decimo dei suoi abitanti ( 4.2 milioni di abitanti contro i nostri 56) ed una geografia per certi versi simile, se non fosse che è divisa in due grandi isole di dimensioni simili . Però anche esse insieme conferiscono alla Nuova Zelanda una forma stretta e lunga irta lungo una spina dorsale di montagne paragonabili ai nostri Appennini ma un bel po’ più alti , che fungono da spartiacque dei tanti fiumi che scendono dunque a valle verso un lato che è il Mare di Tasman o l’altro che è il Pacifico. E a volo a volo abbiamo pure buttato dentro la nozione di “spartiacque”, termine assai inflazionato in senso metaforico ma che quasi nessuno usa e conosce per il suo significato primario, che ha appunto una valenza geografica anzi orografica. Se andate ad esempio da Napoli alla Puglia o Roccaraso per dirne una a caso, può essere divertente capire a che punto è collocato lo spartiacque, ovvero il punto dal quale i fiumi o anche solo i torrenti prendono a scorrrere verso il Mare Adriatico e non più verso il Tirreno, anche se mi rendo conto che farlo in New Zealand col Mare di Tasman ed l’Oceano Pacifico suoni un’operazione un bel po più accattivante….
Dunque dobbiamo rotolare a Sud, tra due oceani ed un mare di opzioni circa dove andare e cosa vedere. Visitare la Nuova Zelanda può essere facile, nel senso che dovunque sbatti tutto pare di una bellezza folgorante, ma anche difficile perché le cose sono tante e tutte diverse nonché lontane tra loro. Coste, montagne, laghi, vulcani città, ognuna su una direttrice di marcia diversa. Scegliere una strada è decisivo e complicato ma è la cosa che più mi piace fare di giorno in giorno senza prefissarmi niente, ci racchiudo il senso del mio viaggiare stesso. Alla fine scelgo di rotolare a Rotorua, un 300 km a sud di Auckland, città nevralgica della cultura indigena Maori o di quel che ne resta nonché al centro di una serie di vulcani e caldere attive, che le conferiscono un’aria quasi da antro infernale e le donano, si fa per dire, un perenne acre odore sulfureo, che fa bene ai polmoni ma irrita un po’ gli occhi . Le attrattive da scoprire si annunciano incredibili come il Tè Puia, un gigantesco geyser secondo al mondo solo a quello ben noto islandese per dimensioni e getto d’acqua. La cittadina è ubicata intorno ad un lago ovviamente vulcanico , al cui centro sorge un isolotto in costante crescita per via della lava, un po’ come a Santorini . L’aspetto del paesino è sonnolento rispetto alla frizzante Auckland, vi arrivo nel tardo pomeriggio e causa la penuria di alloggi trovo sistemazione solo in un non indimenticabile motel che pare uno di quelli da film americano, dove si nascondono i malviventi in fuga . Lo gestisce uno strano immigrato coreano, anche lui come uscito da un film poliziesco americano con il suo aspetto da assistente sfigato del Boss, quello mandato a recapitare messaggi di sfida e che muore alla prima sparatoria. Nella singolare e improbabile amicizia che stringeremo nei giorni a venire in cui si offrirà di farmi da autista ovviamente a pagamento, mi rivelerà in effetti un passato malavitoso in quel di San Diego, California, quando la mala asiatica fronteggiava gli storici rivali della mafia italiana, ormai a suo dire troppo imborghesita da vestiti alla moda e belle donne ma verso cui nutre un rispetto sacrale sopratutto per lo stile elegante e charmante, “come il tuo, come il tuo” continua a ripetere . Magari è un cazzaro appassionato solo di B-movie polizieschi , altro che malavitoso in pensione, però ci stiamo simpatici e formiamo una bizzarra coppia, Palillo & Chan il Coreano in giro per i peggiori bar di Rotorua.
Cose strane che capitano solo in viaggio..