Il Milione: i selvaggi Tatra

Giorno 12
In un postaccio chiamato Admiral con tavoli da biliardo senza manco il panno verde e ove la musica e’ affidata ad un vecchio juke box a vinili , una tipa che insegna storia e filosofia al Gymnasium di Levoca mi ammonisce sul rischio folle a proseguire verso la vicina Ucraina. Anzi ad andare li, sono proprio impossibilitato: le frontiere terrestri sono praticamente chiuse, vengono aperte a singhiozzo ma principalmente per permettere il flusso nella direzione opposta di gente che scappa dalla guerra. Inoltre la nave da odessa alla volta del Caucaso non salpa più, perché fuori il porto sta appostata la flotta russa proprio come nel film della corazzata Potemkin. Mi ero già da tempo prefigurato ad ogni modo un cambio i itinerario, Samarcanda e’ irraggiungibile per questo giro, mi duole che lo sia anche il Caucaso dove desideravo tornare. Resta dunque da disegnare una nuova rotta. Dalla Slovacchia dunque dovro’ per forza di cose tagliare a nord, attraverso i selvaggi monti Tatra e sbucare poi negli altopiani della Slesia, in Polonia. Non sarà così lontana la magnifica Cracovia e poi la capitale Varsavia. Da li barra del timone poi tutta a est verso il confine bielorusso, dove sorge la foresta primordiale più grande d’Europa e dove vivono gli ultimi bisonti europei. Incontrerò poi la regione dei laghi Masuri, pare molto bella naturisticamente e da li verso la Lituania: la bella capitale Vilnius, un parco naturale di paludi acquitrini e centrali nucleari abbandonate e poi potrei chiudere nella penisola curlandese, sulle dune di sabbia di Nida vicino a dove è nato Kant e dove andavano a villeggiare Thomas Mann e Sartre. La prendiamo con filosofia appunto!
La prima tappa si rivela tuttavia durissima: l’attraversamento dei monti Tatra e’ uno scoglio duro, soprattutto se fatto con un abbigliamento più adatto ad andare da Luigi ai Faraglioni che su brulle e fredde montagne avvolte da una nebbia bastarda e infida. Già nel fondovalle di un posto chiamato Poprad la temperatura e’ sui 7-8 gradi e piove. Questa cittadina, bruttarella, la ricordo solo per un “31!” fatto ad un tizio di un ristorante che espone tanto di cartello “Original Pizza Caprese”. Ovviamente quando si è visto sgamato, ha preso ad addurre una sequela improbabile di scuse per giustificare la feta greca come formaggio anziché la mozzarella, il forno a microonde etc. Un trenino a diesel sale fino ad un luogo chiamato Stary Smokovec e la temperatura scende fino a 4-5 gradi. Questi monti Tatra possono essere un magnifico luogo per escursioni ma ad andarla ad acchiappare una giornata di sole, ogni anno muoiono tra le 15 e le 20 persone durante le escursioni perché sorpresi dal maltempo che sopraggiunge improvviso e letale. Se mi mancava il Caucaso, beh questi posto esserne un valido surrogato, con strade sterrate, cime aguzze e fiumi ribollenti di rapide. Si sale ancora attraverso una gimcana di tornanti nella nebbia fino ad un posto chiamatto Zdejar, con bellissimi cottage in legno ottocenteschi che pare voglia tutelare l’Unesco. Mentre attraverso un bosco alla ricerca di una baita per ripararmi dal freddo, mi viene in mente la profezia del cameriere ricchione, quello che diceva che sarei stato mangiato da un orso….Alla fine, un ruscello in piena segna il confine con la Polonia. Poco oltre , giusto sotto una cima che la gente dice assomigliare ada un gigante addormentato, sorge Zakopane, la stazione sciistica resa celebre da Papa Wojtila che da giovane andava appunto a sciare li. Al termine di sto calvario, infreddolito a dir poco vi metto piede per una decina di minuti , il tempo di prender qualche altra boccata di freddo e vedere ovunque pallosissime e cafonissime statue di Wojtila. C’è l’ultimo autobus in partenza per Cracovia, sono distrutto ma in due-tre ore potrei stare nella piazza del mercato a bere vino caldo o in qualche locale del centro…. Buonanotte Zakopane e Papa Wojtila che fa lo slalom gigante, si va a Cracovia!

Il Milione: il castello di Spis e i suoi fantasmi

Giorno 11
Credo di aver capito perche’ Marek Hamsik dice e ribadisce sempre di trovarsi bene a Napoli, che Napoli sia una bellissima città etc, malgrado debba sottostare a tutte le varie vessazioni di quella cernia cocainomane del presidente e nonostante gli si schizzano il Rolex dal polso una volta la settimana. A confronto della sua terra natia Napoli pare vitale come New York. La terra slovacca ha in effetti un think palillians nascosto nel nome che ne disvela ineluttabilmente la natura e che rimanda a quel proverbiale animale che molti nominano ma nessuno credo abbia mai visto, la cd “vacca ra puzzulana”. Ecco penso abbiate sentito qualche volta st’espressione con cui ci si riferisce a qualcosa di terribilmente lento (“maronn sto treno pare a vacc ra puzzulana”) e si rimanda a sto mitologico bovino adibito in tempi antichi non meglio precisati al trasporto della pozzolana (che credo sia un surrogato del carbone). Ecco appunto la terra slovacca e’ slow vacca, tutto e’ molto lento, compassato, senza strappi, e non è che la cosa sia per forza negativa, anzi. L’economia per esempio e’ molto slow e credo che la Slovacchia sia il paese dell’area euro con il costo della vita più basso, si spende davvero poco e hanno ancora circolazione qui le monetine di rame da 1 o 2 centesimi; il cibo e’ abbastanza slow food però per gustarlo devi essere very fast, perché irrimediabilmente i ristoranti alle nove di sera chiudono e può scendere pure Gesù Cristo da cielo, niente: se arrivi alle nove e 5 minuti il ristoratore ti guarda in faccia e scuote la testa perplesso come a dire “giovanotto ma ti pare mai questa l’ora di presentarsi a cena, di girare per strada, alle nove di sera??? Questi giovani d’oggi avrebbero proprio bisogno di una raddrizzata.” E questo intendo dire non solo in paesini sperduti come quello dell’altro giorno ma anche in città di medie dimensioni come questa Levoca dove mi trovo ora. Si tratta di una graziosa cittadina medievale adagiata su una collina e che diede i natali a tal Mastro Pavlov, esimio scultore tardo-gotico apprezzato dai regnanti di mezza Europa e che tuttavia aveva il vizietto di infilare lo scalpello nella palette della mugliera del suo maestro di bottega, ragion per cui fu costretto a rinchiuderai nella Gabbia della Vergogna, una sorta di gogna pubblica ancora visibile nella piazza principale. Mastro Pavlov o Mastro Ciliegia di sto cazzo, sta Levoca e’ un posto un po palloso che a starci per più di un giorno fa venire nostalgia di qualche spiaggia di tamarri palestrati sudati che ballano raggaeton sotto il sole. Ovviamente la cadenza slow vacca investe anche i bar e la “movida notturna, che ha un’impronta e orari da seminario parrocchiale per la scoperta dei valori della cresima . Levoca sorge cmq annidata sotto lo spettacolare castello di Spis, simbolo della Slovacchia e sede del Festival del Terrore e degli Spiriti che in verità si tiene però a maggio. Maghi e streghe, purché riconosciuti come tali, hanno tuttavia sempre libero accesso e ospitalità nel castello. E vabbe, più o meno e’ come dire che viene garantita ospitalità a chi voglia dormire in una pezza di terreno sopra Cetrella: il castello sorge su un cocuzzolo di montagna intorno ai mille metri, nu cazz i fridd e ci sono solo infinite mura perimetrali. Tra l’altro dal cielo it’s raining dead dogs, piovono cani morti. Avevo provato a spacciarmi per mago e inviare un curriculum falso ma a dormire qua col sacco a pelo mi acchiapperei ora uno scippacentrella che non mi alzo più dal letto una settimana. Quando sto andando già via, lungo la discesa funestata dalla pioggia, spunta come d’incanto una tipa, brutta come l’ipertrofia prostatica ma in sella ad un bellissimo cavallo nero. Una visione un po alla David Lynch, nel mezzo di un temporale in una radura sotto un castello, un cuofano ‘ntacit in sella ad un nero destriero. Si incazza subito come una bestia non appena mi vede armeggiare con il tel perché capisce che vorrei farle una foto e si incazza pure perché sono entrato nel castello senza permesso. A sora, non ci sta un cristiano nell arco di un km, a chi dovevo chiedere il permesso, a mago Zurli? No, a lei che è la custode, i biglietti in pratica si acquistano a casa sua e capisco solo ora anche che sul pc del suo soggiorno di casa arrivano e vengono disbrigate le varie mail di presentazione come mago o strega, inclusa la mia che mi ero spacciato per Gennaro d’Auria traducendo addirittura il suo curriculum in inglese. A questo punto chiedo delucidazioni e cerco di capire si quali criteri si basi la selezione per ottenere l’accredito come mago. Mi dicono (e’ sopraggiunto pure il marito frattanto con al guinzaglio due cani feroci) che non c’è poi bisogno di tanti requisiti formali, un mago lo si riconosce subito, lo si sente. “Cioè?!!” -“Beh, il castello e’ notoriamente infestato di spiriti, alcuni benigni molti altri maligni….” – “E quindi??”- ” Quindi se sei un mago non avrai problemi a percepire la presenza degli spiriti. Tu la percepisci la presenza degli spiriti maligni nel castello?”- “no” – “bene, allora sono 5€ e 60”.
La Wanna Marchi e il mago do Nascimiento della Slovacchia

Il Milione: il parco del Paradiso slovacco, un Inferno in cui perdersi

Giorno 10
La polarità paradiso-inferno e’ un tema classico del linguaggio e dell’arte tutta, dalla letteratura alla pittura. A tal proposito la mia immagine preferita e’ quella onirica e mostruosa di Heronimus Bosch col suo Giardino delle Delizie, esposto al Prado, che raffigura i due mondi come vicini e popolati da figure frutto di una fantasia distorta. Mai però avrei immaginato che in questo sperduto spicchio di Slovacchia un paradiso potesse diventare inferno. Il contesto e’ quello appunto dello Slovensky Rai, il parco del Paradiso Slovacco ma esso costituisce solo la tappa di arrivo di una giornata molto lunga. Ecco che ci fosse qualcosa di strano nell’aria lo avevo intuito già dalle prime ore del mattino, quando da Eger mi sposto a prendere sto bus che dovrà portarmi in prossimità del confine, in una regione di grotte carsiche chiamata Aggtelek. L’autista arriva a spron battuto e con una gestualità molto éloquente mi fa capire che il suo mestiere, che comporta lo stare seduto molte e molte ore al volante su sedili scomodi, finisce per logorare la prostrata (che non manca di toccarsi per farmi capire). Quindi ora deve correre a pisciare e ok, mi dice di prendermela comoda e schizza via; ma con la stessa solerzia poi torna al volo e mette in moto sgommando quasi e lasciandomi come un pesce sulla banchina!!!! Mi tocca rincorrerlo e tagliare per una pezza di terreno, sbucargli davanti in mezzo alla carreggiata e frappormi in stile Ragazzo di Tienammen per salire a bordo. E lo stronzo dopo faceva pure storie dicendo che ero io che sono distratto, vabbe. Il bus attraversa la bella regione dei monti Bukk e a bordo faccio amicizia con un simpatico ragazzo scozzese che ha una strana fobia, quella per le api, ed in ragione di ciò ama visitare grotte e luoghi sotterranei: perché li addirittura non si sente perseguitato dalle api e dalle vespe! Arriviamo a destinazione, le grotte si caratterizzano anche per essere anche l’unica frontiera percorribile sotto terra giacché una vasta parte della caverna, lunga ben 21 km, si trova in Slovacchia , la cosa di entrare sottoterra in un paese e sbucare in un altro mi piace assai e prendo subito informazioni. Mi rispondono seccamente di no. “E allora perché pubblicizzate sta cosa se non è possibile?” Mi rispondono che in teoria e’ possibile, una volta il professor Petre in fuga dalla repressione sovietica della rivolta di Ungheria con la famiglia la percorse. Beh, considerati i tempi biologici dal ’56 ad oggi credo che l’esimio prof Petre abbia ormai tirato la cinghia, che devo fare rintracciare telefonicamente le figlie o le nipoti al tel per farmi spiegare la strada? “Prof Petre non avere nipoti “mi rispondono. “Ah, ma non avete detto voi che è’ entrato qua sotto con la famiglia?” ” si ma mai più uscito ne lui ne famiglia, persi nella grotta mai più trovato nessuno di famiglia professor Petre”. Ah, che allegria. E niente dunque si visitano le cmq bellissime caverne e poi a piedi verso il confine, 12,5 km! Ne mancherebbero poi altri 7 per la prossima città ma finalmente becco un autostop da un simpatico contadino che sta andando a trovare la guagliona oltre frontiera. Che carino, pure il mazzo di fiori le porta. Alla fine arrivo in una città chiamata Dobsina dove sta un enorme comunità di Rom, molti dei quali indaffarati a prendermi per culo mentre mi faccio una birra ( buonissima quella slovacca). Alla fine un altro bus mi lascia su un cocuzzolo di montagna e da la fanno altri 6-7 km prima del “Paradiso slovacco”. Beh la via per il paradiso e’ faticosa e sudata, no? Nel fondovalle scorgo un divino laghetto di montagna e un villaggio chiamato Dedinky, ma qui il Giardino delle Delizie di Bosch si tramuta da paradiso in inferno. La prima pensione che trovo e’gestita da una tipa chiamata Paula Anka, quasi come il cantante. Alla mia domanda se ha posto mi guarda con una faccia come se gli avessi chiesto “vuoi fuggire con me in Tasmania?” No, non c’è posto li e non ce ne sarà per me a Dedinky, mi ammonisce. Comincio a preoccuparmi, fa buio e freddo, sono sfinito. Alla fine trovo posto da una certa Duda, e solo al calare delle tenebre mi rendo conto che in realtà la pensione e’una sorta di dependance del cimitero, le cui lapidi affiorano decrepite dal giardino. E tutte le lapidi recano uno stesso cognome: Kezmarock. In effetti le 200 anime che popolano Dedinky avranno tutte in comune la stessa bisnonna e hanno un aspetto mostruoso. Il tipo della foto deve essere una sorta di capo-comunità e mi avverte che non troverò nulla da mangiare quella sera, perché l’ultimo ristorante ha chiuso due anni fa. Nell’unico bar del paese, semi-deserto, vengo accolto da inquietanti risate da parte degli avventori quando entro e con un timido sorriso dico Good evening. Chiedo una birra alla spina alla barista, che però non ha un braccio. Me ne torno affamato e impaurito alla pensione-cimitero dei Kezmarock, convinto che non avrei superato la notte e sarei finito io sul tavolo della mensa del ristorante chiuso, tagliato a pezzi ovviamente. Il lago dove è ambientata la saga di Jason di “venerdì 13” a confronto e’ allegro come un film di Pieraccioni, non tornerò più a Dedinky e ricorderò per sempre con terrore lo sguardo dei suoi abitanti, quel sorriso mostruoso che la famiglia allargata da mille incesti dei Kezmarock mi faceva ogni qual volta chiedevo qualcosa in giro per il villaggio fantasma. Quel ramo del lago del “paradiso slovacco” che volge a mezzogiorno addio monti sorgenti dalla acque, cime ineguali e mostri senza eguali noti a chi è stato ora e mai più in mezzo a voi, Addio Dedinky