L’orizzonte perduto – Giorno 8: the road to wild Laos

L’edificio di colore rossastro che potete ammirare in foto di copertina,per lo stile piuttosto ridondante e vicino all’architettura religiosa locale, farebbe in effetti pensare ad un tempio buddista o meglio una pagoda. Si tratta invece di uno stabile adibito a funzioni amministrative del governo del Laos, in particolare il disbrigo delle formalità di frontiera e l’apposizione dei visti al confine, in parole povere una dogana . Sarà dunque quello il primo edificio che ammirerete in territorio del Laos nel caso decidiate di entrare in questo paese provenendo dalla Cambogia. Ma, a meno che non abbiate come nel mio caso un chiodo conficcato in testa che vi suggerisca simili amenità , dubito che possiate andarvi a cacciare in un posto del genere, e vi auguro di non farlo. In effetti il maestoso edificio rossastro è la più classica delle cattedrali anzi delle pagode nel deserto, sorgendo in una regione del tutto isolata e pressoché priva di vie di comunicazione, a meno che non si voglia con immensa generosità reputare tali delle fangaia sterrate talmente costellate di buche che i pezzi integri di suolo finiscono per essere una sparuta minoranza di dossi in mezzo ad un gigantesco fosso. La pagina odierna del diario è la cronistoria dell’avvicinamento a quel luogo, la fantomatica Red Pagoda.

La sveglia dunque suona di buon ora in quel di Siem Reap, la chiave di accesso ai templi di Angkor; o meglio, suonerebbe di buon ora dal momento che la notte prima mi faccio trascinare in una delle roboanti seratone di Siem Reap e ora non posso che tributare il mio omaggio al noto brocardo che compara notti nel segno del re degli animali a mattinate consacrate al re dello scroto. Mi ridesto giusto 8 minuti esatti prima della programmata partenza del bus, dopo che il conducente di tuk-tuk venuto a prelevarmi per condurmi allo stazionamento mi ha già brillantemente appeso a seguito di una vana attesa di oltre mezz’ora. In qualche modo giungo alla stazione ma è come trovarsi in una mischia di rugby: mi si parano davanti una cinquantina tra conducenti di autobus, tuk-tuk e risciò per rifilarmi biglietti e passaggi per le mete più inverosimili; avanzo a testa bassa stile Tatanka Hubner fino a una babele di autobus in partenza tutti rigorosamente indicanti la meta di destinazione in alfabeto cambogiano…..Con una bella botta di culo scorgo in lontananza un fratello e sorella australiani conosciuti la sera prima e con cui avevo avuto persino un mezzo alterco: diciamo che la sorella voleva per forza sponsorizzarmi il fratello gay per una romantica notte d’amore ed il mio fermo diniego l’aveva fatta precipitare in un accesso di rabbia contro una mia presunta omofobia. Vabbè, due coglioni proprio che però ricordo devono percorrere il mio stesso viaggio, ovvero da Siem Reap andando a nord- est fino ad un angolo della Cambogia ove sta un esiguo confine con il Laos. Le prime due ore di viaggio le passo nel regno di Morfeo fin quando un tizio non mi ridesta per farmi notare che il mio ronfare è talmente forte da eclissare il rumore del clacson, che l’autista adopera incessantemente ogni qual volta incrocia un veicolo . La strada è bellissima e per ora in discrete condizioni, una striscia di asfalto in mezzo a banani e mangrovie che corre verso nord.

La prima meta di un certo interesse toccata è il sito archeologico del Praeh Vihear, altro incantevole tempio in stile khmer ubicato su una inaccessibile montagna proprio al confine con la Thailandia.

La sua recente scoperta ha determinato quasi immediatamente il conferimento da parte dell’ Unesco quale patrimonio dell’umanità ma la qualifica, anziché favorirne la conservazione, ha finito per innescare una disputa assai accesa con la Thailandia interessata a posizionarlo entro i propri confini e a sfruttarne il potenziale turistico, disputa culminata persino in qualche scaramuccia militare tra i due eserciti. Ma qui tra i Monti Dangkrek non si celava solo l’ennesimo capolavoro templare della cultura khmer: per anni il mondo si è chiesto ove mai fosse nascosto il sanguinario dittatore Pol Pot dopo la sua deposizione. La risposta la si trovó qui sui Monti Dangkrek solo pochi mesi prima della sua morte avvenuta nel ’98, a oltre venti anni dalla sua deposizione, un lasso di tempo enorme ed incredibile se si pensa che non viveva poi nemmeno tanto nascosto ma aveva istituito tra queste remote montagne persino un proprio feudo ben difeso da una soldataglia di suoi pretoriani Khmer Rossi, che continuarono indisturbati le proprie mattanze sui contadini locali nell’indifferenza del governo centrale. Si prosegue poi verso est in un territorio che facendosi più pianeggiante annuncia l’avvento del Mekong. Ed eccolo infatti apparire il Grande Fiume, vasto come un mare e di un marrone- verde che lo fa somigliare ad un mitologico pitone . Qui tuttavia siamo costretti ad una interminabile sosta di oltre due ore in una città chiamata Stung Treng, che scopro essere stata sede della prima amministrazione di Virginia Raggi……nel senso che da qui in avanti le strade saranno un campo minato di buche come già descritto. Anzi, quando finalmente ripartiamo su un altro pulmino scopro che la strada in pratica non esiste più: è il sedimento in argilla lasciato dal Mekong che di tanto in tanto se lo riprende o perlomeno lo inonda, rendendolo qualcosa di vicino più alla superficie di Marte che ad una carrozzabile. Il conducente del “modulo Pathfinder” (in realtà una carretta cinese degli anni di Mao Tse Tung) ama assai fare lo splendido agli occhi di una tizia che siede al suo fianco e si lancia in una guida a zig-zag che dovrebbe evitare tutte le buche ma sortisce l’effetto contrario: in una di esse ci finisce con il catorcio dentro come un orso in una buca chiodata di un cacciatore pellerossa, ed io mi scapizzo contro la parete del bus con una bella craniata e ferendomi il naso.

La compagna del “Verstappen del Mekong” invece mi mostra in continuazione l’orologio facendo capire di non dovermi preoccupare di nulla…..io credo sul momento si tratti di un rilevamento cronometrico per la prova rally del suo compagno, nella quale saremo sicuramente ben posizionati…..giunti a destinazione scopro invece a cosa si riferiva: nel bel mezzo del nulla, ma davvero del nulla raggiungiamo il posto di confine, che chiude alle ore 18:00. Il cronometro segna le ore 17:58. E no, certo e che ci stava mai da preoccuparsi?! A bordo siamo rimasti in tre, io e due tizi orientali che mi riportano al calcio dei primi anni 2000: un giapponese uguale all’ex calciatore Nakata (ora giramondo hippie per scelta di vita), avvolto in una flemma zen che lo fa restare serafico pure dinanzi all’evenienza di una notte all’addiaccio sotto il monsone dilaniati dalle zanzare e chissà quale altra bestia del Mekong; e sta poi un pirla coreano di vastissime proporzioni che credo debba essere il figlio nato nella notte di amore tra l’arbitro Byron Moreno e la amatrice che gli fu presumibilmente messa a disposizione dalla Federcalcio sud-coreana come ringraziamento dopo che ci aveva incartato quella bella merda fumante nella confezione argentata di una bacio perugina. I doganieri cambogiani ci fanno perdere altro tempo incuranti delle nostre suppliche a far presto, spillandoci qualche dollaro di mancia per il servizio. Ora dobbiamo correre per oltre un km in una terra di nessuno fino alla Red Pagoda, dove stanno i doganieri del Laos mentre i frontalieri cambogiani stanno già chiudendo baracca per rincasare col rallysta innamorato; l’orologio segna ormai le 18:08,il varco dovrebbe essere già chiuso e davvero non saprei come da un punto di vista burocratico si metterebbe a nome la vicenda di alcune persone bloccate per una notte nell’intercapedine terrestre tra due dogane (le frontiere problematiche tra paesi non proprio amici ne hanno sempre una), una lingua di terra neutra tra due stati che si chiamano poi Cambogia e Laos, non proprio Germania e Danimarca per dirne una…. Nakata avanza con fare molto zen che pare galleggiare su una nuvola ma tutto sommato di buon passo mentre Byron Moreno pensa bene di indugiare a localizzare sul suo gps la sua esatta posizione: gli urlo in testa un “Run!!!!!!” che ancora gli fischierà l’orecchio. All’arrivo alle Red Pagoda troviamo gli ufficiali del Laos che stanno già smontando ma si intrattengono a rattusiare con una ragazza americana nella nostra stessa situazione e che letteralmente piange. Mi incarico della non facile trattativa che all’inizio non conosce altro margine di risposta che un bel “come back tomorrow” ma che poi brillantemente chiudiamo col pagamento di un’ora di straordinario a tutti e tre i funzionari, a cifre degne dell’onorario di un notaio italiano. Il fatto è che ora, tra pagamento del visto, onorari e competenze ai notai laotiani, mi trovo a corto di cash, : mi rivolgo supplice al Byron Moreno che però mi oppone lo stesso sguardo del suo padre putativo quando cacciava fuori Totti perché aveva osato respirare. Nakata invece sebben squattrinatissimo tira fuori dalla sacca sti 6 dollari fetosi che mi mancano: troverò a destinazione modo di ricompensarlo con cena e guesthouse omaggio. Siamo in Laos, altra breve corsa in carretta e giungiamo su un molo su cui si apre maestoso il Mekong, più un mare che un fiume. In mezzo, le mitiche 4000 isole del Mekong a cui ci conduce una piccola lancia in legno a motore sotto l’incalzare del monsone. Tredici ore di odissea per essere qui ma capiamo subito che ne è valsa la pena: questa è la mitologica Terra dei Mangiatori di loto, un posto fuori dal mondo in ogni senso, di cui capisco subito che mi innamorerò perdutamente ma di questo parleremo domani. A proposito di fiori di loto, il pensiero va ovviamente al mio grande amico Jerry, il Loto per antonomasia: mi pare subito di capire che questo è il posto suo, ce lo vedrei proprio bene qua, anzi mi pare che ci manca sul’iss…

L’orizzonte perduto – Giorno 6 : an amazing boat-trip

La giornata odierna segna una tappa molto attesa del mio itinerario ideale, quella di un viaggio in battello lungo fiumi, laghi e canali da Battambang fino a Siem Reap, città di riferimento per visitare i templi dell’Angkor Wat. Per la verità credevo che il battello risalisse il Mekong ma mi sbagliavo , giacche il Grande Fiume scorre qualche centinaio di km più ad est. La Cambogia ad ogni modo, con l’eccezione di un anello di montagne situato in maniera assai curiosa circolarmente lungo tutto il perimetro del paese, è per il resto al centro un’enorme pianura alluvionale percorsa da una miriade di fiumi e canali. La civiltà stessa khmer, quella a cui si deve l’edificazione dell’Angkor Wat, è nata e prosperata su queste acque, vivendo di pesca e irrigazione, una sorta di civiltà anfibia tuttora intuibile osservando intere comunità di indigeni vivere su barche e palafitte.

Il battello prende le mosse poco dopo l’alba da un disadorno molo ingombro di rifiuti a nord di Battambang.

La prima fase della navigazione scorre via tranquilla sotto coperta per così dire, su questa bella lancia in legno un tempo adibita al trasporto di bambù. Incrociamo pescatori in piedi su minuscole barche in legno e attraversiamo comunità molto primitive.

Dopo un paio di ore la navigazione entra in una nuova fase, assai più wild: la vegetazione si infittisce ed il capitano, coadiuvato da un ragazzino che agita un remo a prua come timone, infila la lancia in una serie di canali strettissimi dove il natante fatica assai a passare. La consistente novità per noi passeggeri è che passeremo le successive due-tre ore nello schivare i rami e i rovi che strisciano e sbattono contro il battello, esercizio vi assicuro piuttosto faticoso e doloroso, anche perché protratto per un lasso di tempo enorme. I rami e i giunchi si infilano dalle murate del battello colpendo a volte di sciabola e altre di fioretto, inarcandosi e assestando cioè delle frustate o colpendo con la punta.

Ne fa le spese un ragazzino tedesco che piglia una botta secca sul naso e comincia a sanguinare, senza tuttavia fare una piega o un lamento. Non vorrei perdemi in qualche polemica da “nazimamma” anche perché mi mancano le basi per farlo cioè una prole ma ho l’impressione che gli altri europei nordici per così dire siano assai più disinvolti di noi italiani nel coinvolgere i propri figli in avventure del genere. E quando la trovi una famiglia italiana con bambini a bordo di un battello in bambù che risale il fiume in mezzo ad una giungla in Cambogia? Magari però quei bambini inglesi, tedeschi o scandinavi che a 10 anni vivono esperienze del genere, a 25 o 30 avranno aspettative diverse da un viaggio che giacere in una merda di resort di Mykonos o Formentera a fare a gara col proprio vicino di lettino a chi ha 50€ in più in tasca dell’altro….non saprei, me ne vado per un’idea. Ad ogni modo io i miei nipotini in questa palude non ce li vorrei vedere, anche perché dai rami-catapulta si paracadutano giù anche insetti e animali strani tipo sanguisughe e formiche giganti che mi combinano la schiena come una carta geografica. Ad un tratto poi la giungla svanisce e di colpo si manifesta la “civiltà” o almeno una sua via ibrida una città galleggiante che porta in qualche modo le stigmate del progresso nei suoi aspetti deteriori, ad esempio l’inquinamento presente in quintali di plastica galleggiante e un’acqua putrida in cui incredibilmente i locali si lavano e fanno il bagno. La successiva fase di navigazione si apre ad uno scenario diverso, più tipicamente fluviale su ampi canali, siamo ormai sul lago Tonle Sap, culla della civiltà khmer, pietra angolare liquida di questa cultura che da queste acque seppe ricavare prosperità e fulgore. Proprio sulla parete d’entrata dell’Angkor Wat è scolpito un lunghissimo bassorilievo che narra di una battaglia cruciale tra i khmer e i loro eterni rivali Cham (gli attuali vietnamiti) con esito favorevole ai primi ma di questo parleremo semmai domani. Schivato che è il rischio dei rami fendenti, sul battello possiamo rilassarci e salire sul tetto panoramico ci resta ancora tempo per l’attraversamento della palude in cui ha sede la eccezionale riserva avio-faunistica del Prek Toalun paesaggio forse un po’ spettrale ma davvero un paradiso per gli appassionati di birdwatching che qui possono avvistare specie ormai quasi estinte come il mitologico Ibis gigante o l’avvoltoio testarossa. Giungiamo a destinazione dopo circa 9 ore, in un ennesimo villaggio galleggiante alle porte di Siem Reap, la capitale turistica della Cambogia per la sua vicinanza ai templi dell’Angkor Wat. Un bellissimo viaggio in battello, e domani si visita una delle sette meraviglie del mondo, l’Angkor Wat. Non male, direi