Alexander – Final day: Samarcanda, finalmente tu!

“We travel not for trafficking alone:
By hotter winds our fiery hearts are fanned:
For lust of knowing what should not be known
We take the golden road to Samarkand” (James Elroy Fletcher)

Questi bei versi di un poema del 1913”, intitolato appunto “The golden journey to Samarkand”, ho fatto miei sin dal primo giorno di questa straordinaria avventura, quando la “strada dorata per Samarcanda” era lunga quasi 6.000 km, 5.932 per l’esattezza. Qualche pezzettino, d’accordo, ho dovuto farlo in aereo: l’Iran era praticamente in guerra in quei giorni e, prima di desistere ad attraversarlo, le ho studiate davvero tutte. La gran parte di questa strada l’ho lasciata comunque sotto i mie piedi e ora che sono giunto a destinazione faccio un semplice gesto che nel corso di quasi tre settimane ho scaramanticamente evitato : mi volgo indietro . Mi sale un gorgo di emozioni e momenti confusi e diversi, dai vicoli di Istanbul ai passi di montagna in Albania, il sole di Efeso e il vento ghiacciato sul lago d’Aral ridotto ad una pietraia, la movida di Salonicco e le donne in preghiera nelle moschee di Bukhara, la tempeste alla frontiera turca ed il treno fetido nel deserto uzbeko, le mille e una notte di khiva come un sogno andando indietro fino alla rimpatriata di vecchi amici in Puglia la prima sera, che pare un secolo fa . Alessandro, giunto qui, disse che trovava Maracanda (allora si chiamava così) esattamente come se la aspettava, solo molto più bella . Quella sera bevve smodatamente, più del solito, e trafisse con la lancia il suo migliore amico e miglior condottiero, Clito il Nero che gli aveva pure salvato la vita sul Granico vicino Efeso qualche anno prima . Samarcanda rende folli, con le sue torri bianche che si stagliano contro il cielo oscurato da cicogne in volo che sembrano non saper dover andare. Samarcanda ti fa perdere la direzione, ti fa dimenticare dove è l’est e dove è l’ovest, un po’ come la Calipso che fece smarrire la rotta ad Ulisse. Alessandro pianse tre giorni e tre notti per la sua follia, poi andò avanti fino in India. Io ora posso tornare, volevo la mia Samarcanda, che per me vale un sacco di cose che forse è giusto tenga per me. E l’ho avuta. È stata una straordinaria avventura che da anni disegnavo nella mia fantasia .
A proposito, lasciatemelo dire anche stavolta : la Fantasia al potere !

Alexander giorno 16: B come Bukhara

Giorno 16- B come Bukhara

B come Bukhara, la città sacra dell’Islam più importante dell’Asia Centrale, dove è edificata la prima moschea di tutta questa immensa area risalente all’anno mille e dove è custodita una delle sure più antiche mai trascritte su carta

B come Bibbia, dove pure Bukhara è riportata, in particolare con riferimento all’episodio in cui Shem figlio di Noè percuote il suolo facendo sgorgare da esso l’acqua e originando una pozza che è tutt’ora visibile all’ingresso del paese, al centro della piazza principale. Per una città assediata dai deserti da ogni lato l’acqua è ovviamente la risorsa più preziosa ed imprescindibile

B come Bazar: tutta la città antica pullula di curatissimi bazar in pure stile “via della seta”. Ogni caravanserraglio, ogni madrassa ne ospita uno, in prevalenza dedicato alla vendita di abiti. Lo stile cd “Samarcanda”, molto sul pezzo negli ultimi tempi anche negli eleganti ambienti delle città europee, trova in realtà origine e creazione proprio a Bukhara ancor prima che a Samarcanda. Difficile andar via senza aver acquistato almeno un abito o una pashmina.

B come boutique hotel: nelle corti e nei patii delle madrasse, le scuole coraniche un tempo dedicate alla formazione degli studenti più brillanti del mondo arabo, sono oggi ricavati graziosi alberghetti dove è un piacere soggiornare o bere un the

B come Baklava: la pasticceria di ispirazione ottomana è una delle delizie di Bukhara. La cultura ottomana d’altra parte risulta profondamente radicata in questo lontano spicchio di Asia centrale, di cui rappresenta una delle più avanzate penetrazioni in direzione est. Anche gli ebrei hanno una nutrita comunità secolare qui a Bukhara, un loro quartiere e persino una loro sinagoga, caso non certo frequente in un paese a quasi totalità musulmano

B come Belligeranti: Bukhara è stata sede di un regno autonomo, protagonista di innumerevoli guerre e contese. Si è dovuta spesso difendere da aggressioni di nemici esterni giunti da lontano per via della sua crucialità lungo la via della Seta. Le sue possenti mura sono state espugnate d Ghengis Khan nel 1220 e dall’ Armata Rossa esattamente otto secoli dopo, che mise fine al glorioso Khanato di Battriana.

B come Bellezza : Bukhara è bella, bellissima con una sua città antica che è un dedalo di strade, corti, madrasse e caravanserragli in cui è fantastico perdersi e sognare di notte come di giorno . Ed è a meno di 300 km da Samarcanda, che quasi ormai si vede oltre il deserto

Alexander- giorno 13: Khiva, utopia dell’Altrove

Ieri mattina, dopo una notte infernale in treno, sono arrivato oltre il deserto a Khiva e ho cominciato a piangere. Ciò che mi è apparso allo sguardo non pare possa mai abitare il mondo del Reale ma solo quello della Fantasia. Il termine “utopia” fu coniato nel ‘500 da Thomas More a voler indicare, piuttosto che un “non-luogo”, la trasposizione di un modello ideale in un luogo della fantasia. Quindi ogni utopia già postula sempre un Altove. Una definizione di “utopia dell’Altrove” è dunque pleonastica o paradossale. Non ne sarei sicuro e provo a spiegarvi in che senso. A ben vedere ogni epoca storica disegna la sua Utopia e prova talvolta a tradurla in luogo materiale, in città vera e propria: mi vengono in mente Urbino e Ferrara come utopie del Rinascimento, le “new town” vittoriane a latitudini impensate come utopia del colonialismo o ancora una miriade di città di creazione sovietica, tutte materializzazioni utopiche del socialismo reale. Khiva è la traduzione terrena di ciò che è già collocato da noi in un modello di pura fantasia. Un regno fiabesco e incantato, situato in un luogo non ben disegnato su mappe antiche, oltre mille mari e mille deserti, di cui parlano viaggiatori di ritorno dalla via della Seta, un luogo intorno al fuoco ove danzano principesse bellissime intorno al guerrieri tagliatori di teste si adagiano. Khiva è già tutto ciò che noi occidentali poniamo in un Altrove, immaginiamo come pura fantasia . Potrebbe essere uscita un episodio delle Mille e una notte, dalla penna di Salgari o da un’episodio di Corto Maltese, o da mille romanzi e poesie ancora . Questa materia argillosa plasmata in forma omogeneo di moschee, Madrasse, minareti tondeggianti e mura grosse e solide come la pancia di un gigante, che sbuca fuori ad un tratto dopo il deserto, capitale del regno mitico di Corasmia ormai estinto e mille cose ancora una più incedibili dell’altra , è un luogo che mi ha mandato completamente fuori di senno, sin da quando sono sceso dopo una notte infernale in treno . Già, ieri mattina sono arrivato a Khiva e ho cominciato a piangere

Alexander – Prologo

PROLOGO
Quello per il quale sto per partire e a cui ho pensato in maniera incessante e finanche ossessiva nelle ultime setttimane,forse mesi, è un viaggio che definirei con un aggettivo meglio di altri : abnorme . È un viaggio abnorme, come espressione di una grandezza irregolare e fuori norma, non funzionale; è abnorme come un rumore che si deflagra da un sottosuolo magmatico; è abnorme come abnorme il mostro che lo ha generato, la mia Fantasia . Quest’ultima è una considerazione assai meno auto-lusinghiera e compiaciuta di quanto possa sembrare, perché io ritengo davvero la mia Fantasia come una sorta di Leviatano, una creatura mostruosa che mi alberga dentro d qualche parte e che si presenta talvolta a reclamare la sua libbra di carne, da esaudire con un viaggio, una caccia al tesoro o robe del genere, altrimenti mi consuma e fa sentire come un bambino con la paura di un vicoletto buio. E così per farla contenta e darle sazietà anche stavolta, mi sono inventato sto viaggio, dove a dirla tutta ho un po’ bluffato, nel senso che questo viaggio lo ha già fatto qualcun’altro prima di me , qualcuno di assai più noto ovviamente. Ma dopotutto faccio sempre un po’ così, si tratta di mettere su un asse cartesiano uno spostamento tra un A e B usando come ascisse la Geografia e come ordinate la Storia. E dunque se A è casa mia a Capri , il B lo collochiamo da qualche parte in quello che oggi si chiama Uzbekistan, ed in mezzo ci mettiamo una parte di mondo da attraversare che oggi si chiama come si chiama ma che al’ epoca dell’impresa del mio illustre predecessore era occupato da luoghi che andavano col nome di Epiro, Pelagonia, Tesprotia, Macedonia, Tracia, Troia, Bitinia, Cilicia, Cimmeria, Regno di Urartu, Corasmia e tanti ancora . Le strade possibili sono un bel po come tanti i bivi da scegliersi. Diciamo che in linea di massima dovrei salpare da Bari per raggiungere quello che un tempo si chiamava Epiro e oggi Albania meridionale, dove la madre del mio eroe ebbe i natali e anche Egli si rifugió dopo l’assassinio del Padre, poi non saprei se andare subito a Est verso la terra ove questa leggenda ebbe origine, la Macedonia ed il “regno di luce” della Pelagonia o svoltare a sud verso le sorgenti del fiume Acheronte (che esiste davvero , si) in modo da evocare il mio eroe, i villaggi di pietra della Zagohoria e le Meteore. Diciamo che per certo le due strade si ricongiungono a Thessalonika, da cui marciare attraverso la Tracia e il fiume ove Egli visse la prima vittoria. Verrà poi l’Asia Minore, ove Egli sbarcó ove un tempo stava Troia, accolto da una pioggia di frecce persiane, una delle quali stava per ucciderlo prima che lui si ergesse sul Bucefalo a sbaragliare i nemici. E poi la dotta Efeso, la Licia e la Bitinia fino a Isso dove il suo alter ego persiano Dario disponeva di un esercito 9 volte più numeroso ma ruppe in fuga sgomento di terrore di fronte alle sua falangi . Verrà poi la Mesopotamia col Tigri e l’Eufrate, e nuove truppe persiane a sbarrargli il passo inutilmente , per una strada che da qui si dipana oltre Babilonia ed un regno dell’ignoto, forse ancora oggi . Terre grandi come l’Europa ricoperte da steppe sconfinate, che oggi si chiamano Kazakistan o Uzbekistan, ove esistevano laghi or divenuti deserti e buchi nel terreno che bruciano come fossero porte dell’inferno . Ed alla fine, oltre i deserti bianchi e le montagne rosa, sta lei, la Città blu che diede in sposa la bella Oxane al Nostro. Li sta Samarcanda, in Uzbekistan, mia meta di arrivo . E questo che sto per compiere, se non lo avete ancora capito , è il viaggio che su per giù duemila e cinquanta anni fa compi Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo ed Olimpiade, a tutti noto come Alessandro Magno.
Terrò un diario di viaggio qui come sul mio blog che chiamerò “Alexander”. Ad accordar fiducia a Google maps la via più breve fino a Samarcanda consta di quasi seimila km, 5.926 per l’esattezza . Ma se sto già in Puglia vuo dire che ne ho percorsi circa duecento, quindi ne mancano 5.700 e sto già a buon punto ! E forza, allora, partiamo risoluti ed indomiti per la nostra impresa come Alessandro Magno !

Il Milione- Prologo

PROLOGO
Dunque dunque alla fine ci sono: oggi e’ il giorno zero, quello che precede la partenza per il mio viaggio! Più che di un viaggio stesso, si tratta di una sorta di Leviatano, un mostro biblico partorito dalla mia fantasia un po morbosa e che ora, per quanto abbia provato a ricacciarlo dentro e a rimandarlo, esce fuori divorandomi a mia volta. Se volete sapere di che si tratta mettetevi pure comodi che il fatto qua e’ lungo.
Dunque partirò domani all’alba alla volta di Venezia, casella obbligata di partenza e vi spiego dopo il perché. Da li volgerò verso la frontiera slovena, dove raggiungerò le alture di Kobarid, che in italiano si chiama Caporetto, luogo ove si consumò la famosa disfatta delle esercito italiano e che aspetto di visitare da tempo, anche perche’ pare sia il top per il rafting e il canjoning. Lungo uno spettacolare camminamento asburgico risalirò poi lungo il monte del Tricorno fino ad arrivare ad un bellissimo lago nel cui mezzo sorge un isola con un castello al centro, Bled. Sarò ormai ad un tiro di schioppo dalla vivace e cosmopolita capitale Lubiana e da li poi verso l’antica capitale croata Varadzin, coi suoi splendidi edifici barocchi. La frontiera ungherese sarà ormai prossima e si aprirà alla vista il “mare d’Ungheria”, il lago Balaton dove pare che ci sia parecchia movida tant’è che un posto detto Siofok e’ definito la Ibiza del Balaton. Ovviamente non potrò poi mancare Budapest, che costituirà un primo bivio del viaggio. Da qui infatti sono indeciso su tre strade in direzione est: quella che taglia a sud marciando verso la Romania con la bella città di Oradea in art noveau, la sperduta regione del Matamures coi suoi cimiteri allegri e il lago degli assassini per via del suo colore rosso sangue, oppure tagliare direttamente a est attraverso la puzsta, la steppa ungherese dove bravissimi cavalieri corrono contemporaneamente su cinque cavalli. Ma credo che opterò per la rotta a nord, che contempla una sosta nella regione vinicola del Tocai, ove fanno pure un raro vino detto Sangue delle Belle Donne; da li dovrei raggiungere le grotte di Aggtelek e attraversare qui l’unica frontiera al mondo che si percorre sottoterra per sbucare poi appunto in Slovacchia, paese da cui mi aspetto molto. Da questa regione di grotte unica al mondo mi sposterò poi verso un luogo di montagne alte e aguzze come la cresta di Marek Hamsik, detta il Paradiso slovacco appunto, e visiterò la cittadina tutta in legno di Levoca. Qui dovrebbe cominciare la parte centrale del viaggio, quella in cui mi piace ammollarmi a cose dove non ci appizzo una mazza, tipo come l’anno scorso quando mi ammollai in Bulgaria nella setta dei Bogomiti. Ecco, qui ora ci sarebbe sto castello dove si tiene sto festival degli Spiriti e del Terrore, che in verità si svolge a maggio. Maghi e streghe sono tuttavia ammessi ed ospitati tutto l’anno gratis nelle stanze e nelle segrete del castello: ho già provveduto ad inviare un mio curriculum falsificandolo e liberamente ispirandolo, per così dire, a quello di un noto cartomante di un emittente napoletana, mi hanno risposto che la mia richiesta e’ in fase di elaborazione……non anticipo niente ma diciamo che credo sia il sogno di molti poter raccontare un giorno ai nipoti di essersi ammollato in un castello in Slovacchia spacciandosi per Gennaro D’Auria…..Da li dovrei attraversare una frontiera non proprio semplice, quella con l’Ucraina, perché avrei un altro appuntamento imperdibile: giusto oltre frontiera, in un posto detto Mukachevo, sorge uno dei più grandi campi Rom del mondo, tanto da ospitare in estate il Re degli Zingari. Confesso solo ora che per mesi ho tampinato i membri della comunità Sinti al porto e alla stazione per chiedere udienza al loro Re e alla fine, dopo diverse mandate a fanculo ( credo di essere l’unico o quasi in tutto l’Occidente a essere lui che va a rompere i coglioni agli zingari e non viceversa), mi è stato fornito un contatto e ho avuto una risposta che penso già di incorniciare: beh incontrare il Re giustamente e’ stato ritenuto troppo pretenzioso e inopportuno, vi è tuttavia un suo ministro, tale Ministro della Sincerità ( qualcosa di paragonabile al nostro dicastero della Giustizia credo) che mi ha accordato un’udienza. Da qui attraverserò poi la selvaggia regione dei Carpazi abitata dalla minoranza degli Hutsul per sbucare poi poi in Moldova e da qui raggiungere questa strana e sconosciuta repubblica separatista, la Transnistria. Si tratta di una repubblica filo russa la cui secessione ha costituito il precedente giuridico e storico della Crimea e delle vicende odierne in corso, qui in più hanno la peculiarità di essere russi nel senso di essere nostalgici del comunismo e la capitale di sto posto, Tiraspol e’ ancora tutta adornata di statue di Lenin e Stalin, l’ultimo posto al mondo forse dove sono tutt’ora venerati. Dovrei poi, il condizionale e’ d’obbligo visto che da quelle parti e’ un attimo un attimo in corso una guerra, rientrare in Ucraina e raggiungere Odessa, la città della corazzata Potemkin scimmiottata anche nel film di Fantozzi. Da quel porto dovrei salpare alla volta della Georgia, dall’altra parte del Mar nero, per sbarcare dalle parti del fiume Rioni dove sbarcarono anche gli Argonauti ma questa e’ storia passata dell anno scorso : ora il protagonista del mio viaggio chiamava ai suoi tempi questa regione Zorzania e si tratterà di risalire fino alla città natia di Stalin, che si chiama come l’acquedotto Gori. Da qui devo rintracciare un tizio conosciuto l’anno scorso, una guida di montagna che giura che in 5 giorni e’ in grado di portare una persona in buona salute a scalare una montagna tra le più alte d’Europa, il Kazbegi, coi suoi 5.100 metri, sulla cui sommità sorge una grotta ove si crede che sia stato incatenato Prometeo venuto a rubare il Fuoco. E il fuoco sarà l’elemento infatti dominante del paese che si aprirà oltre questa montagna, la Terra del Fuoco, ovvero l’Azerbajan, dove tra Caravanserragli e campi di papavero scenderò giù verso i vulcani che eruttano fango del Gobustan e la scintillante capitale Baku. Da qui mi aspetta un’impresa tra le più affascinanti che conosca: esiste questa nave cargo che percorre il mare che si apre di fronte Baku, il Mar Caspio. Parte ad orari non regolari e quando è piena, solca questo mare strano e lattiginoso che il mio predecessore chiamo “il Mar di Accatu'” alla volta di uno dei posti più strani del pianeta, il Turkmenistan. E’ uno dei posti meno visitati del pianeta, occupato per gran parte del territorio dal terribile deserto del Karakorum, ove il mio predecessore si perse per 40 giorni prima di cambiare rotta. Ultimo rifugio della peste bubbonica, il Turkmenistan e’ governato da un dittatore psicopatici definitosi l’ultimo satrapo persiano e che ha ribattezzato tutte le città coi nomi dei suoi cari. La capitale appunto intitolata alla madre e’ una allucinante Las Vegas che sorge nel bel mezzo del nulla e quasi disabitata. Per mesi ho provato a rintracciare sui forum dei viaggiatori gente reduce dal Turkmenistan, alla fine ho trovato solo un tizio di Belluno che anni fa aveva provato ad aprire una coltura di bachi da seta, investimento andato a male. Mi ha lapidariamente risposto che nessuna persona sana di mente visiterebbe mai il Turkmenistan e che lui non vuole neanche più nominarlo. Tra l’altro ci sono enormi problemi di visto giacché devo indicare prima i giorni di entrata e di uscita, i luoghi precisi e mi sono concesse non più di 72 ore . In questo lasso di tempo dovrò recarmi in questo luogo che costituisce l’epicentro ideale del viaggio, la bocca di Lucifero intorno alla quale ho cominciato poi a fantasticare disegnando l’itinerario: si tratta di un cratere posto nel bel mezzo del deserto detto Darwazaa. Erutta gas e un giorno per sbaglio dell uomo ha cominciato a bruciare e non è stato più possibile spegnerlo. Viene chiamato dai locali the Gâte of Hell, la Porta dell’ Inferno. Da questo posto mostruoso dovrò raggiungere alla spicciolata una località dove sono ancora visibile nella sabbia i resto del l’accampamento di Alessandro Magno, detta Konye Urgench. La non lontana frontiera mi farà entrare in quello che è l’antico e magico regno di Corasmia, che oggi prende il nome di repubblica del Karapalkastan ed e’ uno dei posti più sfigati della terra: qui sorgeva il lago più grande del mondo tanto da sembrare un mare, il lago d’Aral, estremamente pescoso e ricco. Ma i dominatori sovietico di allora pensarono bene di deviare il corso dei fiumi suoi affluenti, cosicché il lago si prosciugo’ completamente lasciando la gente di questi luoghi senza cibo ne acqua. E’ considerato il più grande disastro ecologico mai perpetrato, ove sorgeva il lago esiste ora un deserto tossico su cui sono adagiati centinaia di navi arrugginite . Sogno da anni di trovarmi in questo deserto pieno di irreali navi arrugginite. Da questo luogo desolato scenderò verso l’uzbekistan con le sue steppe , e incontrerò le bellissime Boukhara e Khiva, delle cui vestigia rimase affascinato anche Gengis Khan, e poi le oasi di Nuratau dove pastori nomadi insegnano la millenaria tecnica di caccia con l’aquila . Poi, oltre la cd Steppa della Fame, vedrò apparire le bianche e azzurre cupole e i dorati minareti della Bianca Regina, città simbolo eterno di bellezza e meta finale del mio viaggio, Samarcanda.
Montagne,deserti, mari sconosciuti e mari scomparsi, non manca nulla. Vediamo quanta della mia fantasia riesco a mettermi sotto i miei sandali. Ma quanti chilometri devo percorrere qui, un milione? Beh così tanti forse no, però il Milione e’ il nome del libro dove in un carcere un certo Rustichello da Pisa raccolse le memorie e le peripezie di colui che circa 800 anni fa percorse questo stesso viaggio, un uomo partito da Venezia e noto ai posteri col nome di Marco Polo. Vai!