Tropico del Capricorno: Tra antilopi e leoni…..a bestemmiare dei coglioni

Giorno 15
Guardare anzi ammirare gli animali liberi in natura e’ una cosa che ci piace, ci distende e fa sentire meglio. Agli occhi dei nativi, questa e’ una delle più grandi contraddizioni della nostra società: l’Uomo Bianco prima stermina gli animali o li rinchiude in orrende gabbie come fossero prodotti da impacchettare, poi spende tanti soldi per andarli a sbirciare negli angoli del mondo più remoti dove ancora sopravvivono allo stato brado. Ma a questa pur ineccepibile riflessione sfugge a mio avviso un particolare: ho maturato in questo viaggio una convinzione, quella per cui ci piace guardare gli animali perché siamo fondalmente invidiosi di essi. Noi uomini, specialmente noi occidentali, che siamo stati così bari a incasinarci la vita e astrarci dal reale in mille complicazioni, transazioni, compromessi, clausole, debiti, crediti, fitti, bollette, relazioni sociali complesse e tortuose, alla fine ammiriamo un animale libero nel suo habitat e inconsciamente ne invidiamo profondamente quella semplicità ed estrema razionalità del suo vivere.
Qui nel Chobe park si ha davvero tanto da ammirare e invidiare, perché di animali ce ne è di ogni sorta e specie. E’ un parco molto diverso dal più noto Etosha, nondimeno magnifico: non ha quell’aspetto brullo e quasi marziano dell’Etosha con quelle due distese saline arroventate dal sole, qui si sta sospesi tra acqua e terra, si galleggia in una melma paludosa ma fertile e in ragione di ciò le specie animali sono diverse; meno leoni e rinoceronti ma molti più ippopotami, coccodrilli, bufali che si combattono, ovunque elefanti, e tanti altri ancora. Si può visitare anche con barche e battelli che si infilano lungo i canali e circumnavigano la straordinaria Sedudu Island, un ecosistema unico al mondo. L’immenso bacino del Chobe e’ un cuneo tra quattro diversi stati: Namibia, Botswana, Zimbabwe e Zambia ed esiste un posto di frontiera, il Kazangula border, un quadrivio dove ad ogni angolo ti dirigi verso una frontiera diversa. Io personalmente, rispetto ai giorni dell’Etosha park, ho ora appreso dalle guide indigene qualche nozione in più su come avvistare gli animali, qualche trucco su come procedere ad un avvistamento meno casuale e massivo ma più mirato e razionale: infatti adesso so che gli Sprinbook, una piccola antilope simbolo tra l’altro del Sudafrica, sono come degli animali sentinella. Loro camminano volgendo sempre le spalle al sole, e ciò per lasciare ai loro predatori sempre il campo visivo più sfavorevole in controluce, laddove questi secondi decidano di puntarli frontalmente. Laddove invece i predatori felini decidano di coglierli alle spalle, vi è sempre un’antilope per così dire sentinella che occupa la retrovia, emettendo un segnale al primo rumore: a quel punto tutto il branco si arresta, ma con la zampa sollevata da terra, pronti a scattare come centometristi allo start. Ne segue un’impasse tra l’antilope e il leone su chi fa la prima mossa, su quale direzione prende, che può andare avanti per ore. Ecco, avvistare un branco di Springbook in questa curiosa posizione mi fa capire che li vicino c’è un grosso felino: dalla mia postazione munito di binocolo comincio a scandagliare la savana e alla fine lo scorgo. Ma non si tratta di un leone, bensì di un ghepardo o forse due, pronti a lanciare il loro sprint: sto per assistere forse ad una delle scene più belle che la natura riservi, la corsa a 110km/h di un ghepardo contro la preda. Attendo almeno un’ora e mezza che la situazione si sblocchi, i contendendi sono fermi come scacchisti attendendo la mossa dell’avversario. I ghepardi scalpitano e sembrano parlare tra loro, le antilopi restano irte e concentrate, mi sembra quasi di sentirli respirano anche se saranno ad almeno 50 metri. Eppoi……eppoi accade l’imponderabile, o meglio lo scenario peggiore che stavo da un po’ presagendo: una mandria di facoceri italiani risale il dorso della collina e raggiunge la mia postazione di avvistamento. Li avevo già messi a fuoco e scansati all’ingresso del parco: goffi, brutti, milanesi tamarri anzi zarri, risalgono il crinale facendo un casino della madonna col loro armamentario di macchinone fotografiche, cellulari, lattine e urla. In pratica guardano il safari solo dai loro obiettivi. Parlano, litigano tra loro con sto accento orribile “ueeeee ti avevo detto di fotografare gli ippopotami, hai preso solo sti tacchini di merda!!!!!” Gli intimo il silenzio ma quando stanno per andare via, compio il madornale errore di spiegare ad una di quelle il motivo del silenzio e che li è appostato un ghepardo: la scrofa richiama a gran voce indietro il suo verro e il resto della mandria, ne seguiranno minuti di rumori e orrori e foto ricordo della loro plastica bruttezza, intervallati da rutti che , battutona, sarebbero dovuti sembrare ottimi richiami per le bestie. Dopo poco perdo di vista sia le antilopi che i ghepardi. Una delle condizioni imprenscindibili per un safari è’ mantenere il silenzio e non vi vuole molto a capire che gli animali, appena odono caciara, scappano: all’uopo le guide indigene di questo angolo del mondo hanno imparato a raddoppiare gli inviti al silenzio laddove nel safari siano presenti esemplari del popolo percepito fin quaggiù come il più rumoroso e irriducibile al silenzio, gli italiani. Altre precauzioni adottate dalle guide locali in presenza di italiani sconfinano addirittura nell’umiliante, come quella di non introdurre mai dianzi ad esponenti del Belpaese l’argomento “soccer”, perché poi vanno avanti per sedici ore a parlare di Juve, Napoli, Roma e di uno strano gioco che si fa in base al rendimento del giocatore, le ammonizioni, i rigori sbagliati etc: in questo angolo del mondo tra Zambia, Zimbawne e Botswana appariamo figure di merda con il fantacalcio.
La sera riesco a estorcere dalla guida i nominativi di due di quei tizi, in modo da poter così commentare la loro foto su Facebook quando la pubblicheranno e spiegare che, grazie a quello scatto, forse non avrò mai più la possibilità di vedere un ghepardo che caccia ma mi resterà sempre scolpito nel cuore il loro sorriso da maiali

Tropico del Capricorno: i babbuini ladri

Giorno 13
Stamattina era il mio turno a preparare le colazioni per il resto della spedizione ma qualcosa è andato storto: quando ormai la tavola era imbandita, mi sono distratto un attimo per andare al cesso e subito sono arrivati loro, quei gran bastardi di babbuini: hanno portato via tutto, ma quando dico tutto intendo dire tutto, dallo yogurt ai corn flakes, dal bacon alla marmellata fino alle buste di latte e alla bomboletta spray anti- zanzare! Sono creature estremamente intelligenti e ciniche, con tecniche di depredazione che farebbero invidia a lestofanti professionali: loro non perdono certo tempo ad annusare il cibo, ad ispezionare le buste in cerca di qualcosa di potenzialmente commestibile, assolutamente no. Loro arraffano subito tutta la refurtiva, da analizzare e discernere poi in luogo sicuro. Li osservo ormai impotente mentre con aria più che di scherno, dalla sommità di un colle, bivaccano con le nostre libagioni, si buttano addosso tra loro i corn flakes, aprono le buste del latte e se le versano addosso mentre io rimugino su cosa dire mai agli altri che si vanno svegliando per spiegare questo davvero strange accindent. Guardandoli così schiamazzare e bivaccare, mi torna in mente chissà perché la scena patetico-comica consumata allo stadio San Paolo durante un Napoli -Juve, quando, dinanzi ad una tribuna inferocita che mi chiedeva di sedermi per non occultare la visuale, me ne uscì con la davvero infelice frase “scusate signori ma sono impossibilitato”: ne seguirono 90 lunghissimo minuti di scherni e articolati insulti da parte di un intero settore dello stadio che manco Quagliarella quando torno’ a Napoli con la maglia della Juve. E meno male che non si arrivò ai supplementari e rigori!
Cmq, tornando ai babbuini, riesco e recuperare la bomboletta anti -zanzare che a loro non serve ma a me si, dal momento che da ste parti ci sta pure la malaria, e ciò con una specie di “cavallo di ritorno” che compendia la proofferta di altro cibo in cambio del prezioso repellente: resta tuttavia ancora da spiegare ai miei compagni di avventura, ormai desti, i dettagli di questa imprevista Waterloo…..ma che figura di merda, dio cane !!!! Manco a poter dire, che ne so, “vabbuo’ragazzi, e’ andata come e’ andata ma adesso andiamo al bar a fare colazione e faccio io”: macché, che stiamo nel bel mezzo del Delta dell’Okawango e la città più vicina sta a 300km. Più o meno come uscirsene a Napoli di andare a prendere un caffè a Matera, con in mezzo il deserto del Kalahari….
Ovviamente “the baboons accident”, l’incidente dei famelici (e stronzi) babbuini non mancherà’ di alimentare una letteratura di dileggi e prese per il culo da parte dei miei compagni di spedizione, che a questo punto vi vado a presentare. Allora, diciamo che di solito preferisco fare tutto da solo senza ricorrere a nulla di organizzato e qui in africa per i primi 10 lunghi giorni ho fatto così . Poi però ho capito che i posti più belli e impervi erano pressoché irraggiungibili by my self che manco so portare una macchina, così, dopo attenta selezione, ho optato per questa agenzia specializzata in extreme safari che mi avrebbe condotto, lungo tutto un cammino impervio, fino alle Cascate Vittoria: loro si chiamano i Wild Dog ed hanno tutta una loro filosofia di viaggio estrema e wild che ho sposato a piè pari prima di partire, filosofia già riassunta nello slogan ” Run like a dog! ” Nove giorni in tenda in posti ai confini del mondo, non proprio come dire il tour delle casalinghe di Voghera agli scavi di Pompei! Per un viaggio del genere, tra mille asperità, e’ fondamentale una buona coesione tra i componenti e devo dire che, pur tra sconosciuti, andiamo molto d’accordo. Siamo in 6, più due guide indigene; ci sta una coppia di signori svedesi ormai attempati sulla sessantina: lui bonaccione ingegnere della Volvo a Göteborg, con una fortissima somiglianza col noto gestore di una tabaccheria caprese e un sorriso perenne sulle labbra che gli scivola via solo quando deve cacciare 50 cent dal portafoglio; lei, medico, che ho ribattezzato Axel Mounthe perché, col mecenate proprietario di villa san Michele, condivide, oltre che la nazionalità e la professione medica, anche lo stato attuale di salubrità e decomposizione delle carni, simile ad una mummia ormai: ci mette un minuto a chiedere che ora è, non oso immaginare quanto a sviluppare una articolata diagnosi ad una paziente! Ci sta poi una milfona inglese che sfoggia eccentrici vestiti più adatti ad un concerto di Lady gaga che ad un safari estremo,a che cmq non fa mai una piega di fronte alle difficoltà peggiori; e poi ci sta sta altra coppia di inglesi anzi scozzesi mie coetanei che però vivono ad Abu Dabhi dove insegnano: lui tranquillone di poche parole e molte birre, lei vivace intelligente con una bella tempra e se per questo pure una bella pacca, ma molto maestrina Rottermeir. Sa tutto lei e gli alunni devono stare zitti, insomma una scassacazzi. Per esempio, l’altro giorno abbiamo acchiappato l’ennesimo posto di blocco in Botswana per sta fantomatica campagna contro la carne appestata dagli stranieri: era richiesto di disinfettare le proprie scarpe in una sorta di zerbino imbevuto di qualche sostanza strana che avrebbe ucciso tutti gli agenti patogeni dell’afta epizotica molto teoricamente. Si tratta di quelle classiche misure psicotiche e paranoiche tipiche dei regimi autoritari, prive di senso: può mai una stuoia incatramata fermare un ‘eventuale epidemia? Così quando è toccato a me , ho dichiarato che avevo con me solo le scarpe che portavo al piede, con nessuna voglia di aprire il rimorchio, recuperare le altre scarpe e passarle in quel cesso di zerbino ferma- epidemie. Ma lei niente: assiste alle scena , si impunta e si ingrippa che “o tutti o nessuno ” , dobbiamo necessariamente tutti intingere ogni paio di scarpe che abbiamo in quel battistero ablutorio dalla peste, che la legge anche se dura va sempre rispettata etc……finale della storia: io e un altro, giusto suo marito che aveva condiviso con me il bluff di un solo paio di scarpe, siamo costretti a smontare il bagaglio e rintracciare tutte le scarpe per passarle nel fantomatico zerbino purificatore, mentre un poliziotto ci guarda torvo e il suo stesso marito mi ripete sottovoce: ” non sposarti, non farlo mai, te lo dico come un fratello, non sposarti!”
E domani magari vi presento puri i due tizi che fungono da guide……non ve lo dico proprio.
Ad ogni modo il safari marcia, comincio a sentire possibile il compimento dell’impresa, vedo stagliarsi sullo sfondo la sagoma di David Livingstone e sulll’orizzonte l’Isola Mpalilla e le Cascate Viittoria. Oggi siamo rientrati in Namibia in questa strana appendice di territorio chiamata ” il dito di Caprivi” e lunga 600 km, protesa verso il bacino minerario dello Zambesi ed eredita di conquisete coloniali. Montiamo le tende presso il Kwando river, presso la autoctona comunità dei Mboskuntu. Ho ormai doppiato il Capo di Buona Speranza e le Winelands, superato la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, bypassato le depressioni saline dell’Etosha Pan e le alture del Waterberg Plateau, attraversato il Kalahari e il delta dell’Okawango, resta il bacino del Chobe e l’altopiano del Mudingu. Lo stato di salute e’ buono anzi eccellente io sento proprio bene , molto wild. Perciò come è’ scritto sulla nostra jeep:
Run like a dog!

Tropico del Capricorno: Etosha Park, king of Safari park

Giorni 7,8 e 9
Questi sono stati gli indimenticabili giorni di un safari all’ Etosha National Park. Questo parco, esteso quasi quanto la Campania, e’ costituito da un enorme depressione salina che lo fa somigliare ad un enorme lago essiccato, intorno alla quale cresce una macchia di arbusti e piante sporadiche. Di tanto in tanto vi si incontrano dei “waterhole”, piccole sorgive presso le quali gli animali corrono ad abbeverarsi nella stagione secca come questa.
Il parco e’ considerato il luogo migliore al mondo per l’avvistamento di animali selvatici e tale fama non è certo attribuita a caso: non appena entrati pare quasi che gli animali vi vengano incontro! La conformazione semi-desertica e quasi lunare inoltre rende assai più facili gli avvistamenti.
Arrivare fin li, nel nord della Namibia, e’ stata una bella e fortunosa avventura per me che non avevo prenotato niente (e non è possibile accedervi in mancanza di una prenotazione), così ho cominciato a cercare chi potesse portarmi li, finendo tra le grinfie di vari truffatori, e quando avevo ormai quasi rinunciato, e’scattato il fattore Yahoo: ma non il motore di ricerca! Yahoo (anzi per la verità si scrive Uiahoo) e’un tipo conosciuto a Città del Capo mentre si faceva le foto davanti ad un peschereccio: mi disse di essere il capo dei ranger del parco Etosha e di contattarlo se fossi in difficoltà. Ma che culo! Con una mail su Yahoo, Uiahoo mi ha subito mandato una giovane guida a prendermi per il lungo viaggio e farmi visitare l’enorme parco, oltre a trovarmi la sistemazione dentro queste due ex fortezze all’interno dell’Etosha, ora lodge ben attrezzati. Mi è costato un occhio della testa ma ne è valsa la pena, sono cose che una volta si fanno nella vita. Cmq l’attrativa di questo luogo sono gli animali, avvistati in gran numero, così vi propongo qua una carrellata di foto. Vi è persino il rarissimo rinoceronte nero!
Sono in partenza ora per un safari di nove giorni in tenda attraverso Botswana, Namibia e Zimbawne. Attraverserò il Kalahari, il delta dell’Okawango, il Chobe e l’altopiano del Mudungu fino alle cascate vittoria. Nove giorni in tenda. Stanotte dormiro’ in tenda presso un accampamento di boscimani nel Kalahari, in Botswana, che emozione!

L’orizzonte perduto – Giorno 25 : Follow the tiger

“Quando arrivi a vedere la tigre nella foresta, lei ha già visto te”: una variante in voga a latitudini esotiche del più snello ed efficace “Misurati la palluccella” delle nostre parti insomma. Il fatto è che qua il detto può navere un significato non prettamente metaforico ma riferirsi veramente alle abitudini della tigre in carne e ossa, perché qua le tigri ci stanno . Anzi, a dirla tutta la giornata si apre con l’annuncio dell’uccisione da parte di una tigre di un contadino locale in un villaggio poco distante. Un altro ragazzo Tharu impiegato nello staff del resort arriva invece ad annunciare che stanotte appena fuori dal campo sono venuti a “pascolare” i soliti rinoceronti…..io che sono stato sveglio fino a tardi per la verità non ho sentito altra bestia che zanzare e ciavattole. Che siano un po’ dei cazzari sti Tharu? Anche perché cosa altro faccianodi lavoro in dieci di loro in sto posto appare difficile intuirlo, atteso il livello da campo militare della guerra di secessione del cd resort. Ecco questo ultimo complain apre il campo a due considerazioni: la prima è che proprio qui di fronte sta un campo militare vero e proprio dell’esercito nepalese e fin qui chissenefrega…..ma la particolarità è data dal fatto che usini gli elefanti per le loro azioni militari, ne più ne meno come ai tempi di Annibale ed Alessandro Magno. Ad entrare nella fitta giungla infatti, col fango che fagocita tutto e alberi che coprono il cielo, non è vi è blindato o mezzo di locomozione moderno che riesca a rendersi più efficiente di un elefante indiano.

La seconda considerazione o meglio domanda rimasta sospesa è : chi cazzo sono sti Tharu?

Sono l’etnia di minoranza che abita qua, con una lingua, una cultura e anche dei caratteri somatici completamente a se stanti.

Il Nepal è un territorio che ha vissuto per secoli in un isolamento forzato dovuto all’inaccessibilità assoluta del suo territorio, fattore esistente anche al suo stesso interno: figurarsi che in Nepal esistono 72 lingue diverse, molte delle quali di ceppi linguistici completamente a se stanti. Si va dalle lingue del ceppo cinese- mongolo a quelle indoeuropee passando per quelle di influenza persiane: una babele che trova un punto di unione possibile spesso solo nella lingua imposta dai dominatori del secolo scorso: l’inglese. Qui nel Chitwan vivono appunto i Tharu sfuggiti a persecuzioni dall’India e che hanno dovuto imparare a vivere in una terra dalla natura ostile e fino a pochi anni fa fortemente malarica. Ad ogni modo ora l’attaccamento degli stessi al loro Chitwan è fortissimo così come ai loro animali, di cui emulano i comportamenti

La bellissima Peacock dance che imita i movimenti dei tanti pavoni che vivono allo stato selvaggio qui (mi ero sempre chiesto da che parte di mondo venissero). I Tharu maschi portano poi un codino piuttosto bruttino dietro la testa che vorrebbe essere la cosa di una tigre; parlano sottovoce poi per non destare gli animali mentre emulano invece gli elefanti o forse i bufali nella gestione dell’orifizio posteriore, col quale si lasciano andare a continue flautolenze….Ad ogni modo saranno oggi i Tharu a condurmi nella foresta a caccia di animali

Si comincia all’alba con una discesa in canoa sul fiume. Le barche sono ricavate tutte da un tipo di albero locale, una sorta di quercia tropicale, e condotte con un solo Palillo di bambù a fare da timone o leva di spinta sul fondale per le faticose risalite. Ecco proprio il bambù, nei suoi molteplici utilizzi dal cibo all’edilizia, costruisce la base fondante della società Tharu

Avvistiamo subito molti bellissimi uccelli dalle pigmentazioni principalmente azzurre e molti sono pure i coccodrilli

Qui ne vivono di due specie: il più classico “Mushmuggar” che attacca sovente l’uomo ed il più raro Gaviale, principalmente erbivoro ed insettivoro ma sterminato e portato vicino all’estinzione per via del muso puntuto con cui fruga nei fondali e che la demenziale medicina cinese reputa dagli effetti miracolosi. Scuserete lo sfogo ma è la terza o quarta porcata allucinante che sento a proposito di sta medicina tradizionale cinese di sto grande cazzo: strappavano la bile agli orsi tibetani per curare i reumatismi, tagliano il muso a sti poveri coccodrilli per curare non so cosa e pare che tagliano o tagliavano pure il cazzo alle tigri perché dicevano donasse fertilità e potenza sessuale……”Ma chi vi si scopa????” – verrebbe da dire .

Lasciata la canoa, proseguo poi con un giovane ragazzo Tharu (padre a 26 anni già di 4 figli!) per una camminata nel bosco: ammiriamo a decine bellissimi cervi maculati di cui sono ghiotte le tigri, il cui avvistamento ora sarebbe oggettivamente mortale, in ossequio al detto per cui è lei prima a vedere te e al fatto che stiamo a piedi ed ai piedi di Pilato nella foresta, il suo habitat. Ad un tratto pare di sentire pure un leopardo su un albero ….

Visita poi al centro di salvaguardia e cura degli elefanti, che dispone pure di una sorta di nursery con annesso reparto maternità.

Il pomeriggio invece mi dedico per sbaglio ad una attività opposta nello spirito: l’elephant riding per avvistare questi famosi rinoceronti, che però non riesco a vedere. Il problema è tuttavia un altro: i poveri elefanti qui sono invece sfruttati e trattati malissimo dai loro conduttori, degli aguzzini che li riempiono di botte e colpi in testa. Il nostro in particolare è sfinito, piange e barrisce di continuo e nel bel mezzo della foresta, dopo aver guadato un fiume, letteralmente impazzisce prendendo a vorticare e accasciandosi diverse volte a terra. Appare tra l’altro assai innervosito dagli onnipresenti cervi maculati. Il conducente rincara la sua dose di colpi in testa e l’animale prende pure a sanguinare ma niente, gli altri pachidermi proseguono oltre, lui davvero va vorticosamente in tutte le direzioni ma avanti no. La cosa diventa davvero pericolosa perche ci vuole davvero poco a cadere dallo scranno sul quale stiamo seduti in quattro di noi; inoltre un animale così intelligente e sensibile quando impazzisce o si ribella ben potrebbe intuire di sdraiarsi su un lato anziché sulle zampe anteriori e schiacciare il suo aguzzino e noi suoi complici in una bella frittata di stupidì sfruttatori. Il problema è che manco possiamo scendere o saltare giù : stiamo in una foresta fittissima e starebbe da guadare un fiume pieno di coccodrilli …. Alla fine siamo noi stessi, persino i cinesi che sono con me, a supplicare e convincere il tipo dal riportarci indietro, operazione anche questa che si rivelerà non agevole perché il povero animale avrà un altro accesso di follia proprio nel mezzo del fiume ma bene o male la sfanghiamo .

Mi vergogno come un ladro di aver preso parte a questa porcata di elephant ride: non fatevi mai convincere a parteciparvi ovunque voi siate, gli elefanti soffrono maledettamente.

Deluso e irritato da tutto cio, ripiego allora per una passeggiata in solitario nella giungla vicino casa, dove ammiro oltre ai soliti pavoni e uccelli……un bellissimo cobra reale che striscia a poco più di qualche metro dai miei infradito…..crisi di panico e direi che anche per oggi può bastare .

La tigre non ci speravo tanto di vederla ma il rinoceronte, i cui avvistamenti paiono molto frequenti qui, sinceramente ci contavo. Vabbè, mi ha comunque affascinato da morire il Chitwan con questa sua natura lussureggiante e misteriosa che pare davvero uscita da un libro di Salgari o da una novella delle “Mille e una notte”.

E pazienza se l’unico rinoceronte che ho visto è questa qua

L’orizzonte perduto- Giorno 24 : Chitwan, welcome to the jungle!

Il rumore di fondo che accompagna questo mio segmento di viaggio in Nepal, divenuto ahimè ormai usuale, è quello assai simile ad una macchina da caffè di quelle in uso nei bar un tempo, quelle azionabili con una leva che innescava il procedimento di riscaldamento dell’acqua e infusione coi chicchi. Niente di troppo complicato o desueto, lo avrete sicuramente presente quel suono roco onomatopeicamente trasferibile in un “Cohhhhiiiii”. Ecco qui tra i nepalesi il caffè espresso va poco di modo (sostituito dall”eccellente Masala Tea!) ma quel rumore o qualcosa di assai simile è onnipresente e ciò perché è quello con cui rimestano il loro cavo orale per tirarne poi fuori delle gigantesche e francamente schifose rascate. Ora avrete sicuramente capito : “Cohhhhiiii……Ppu”. Sembra davvero che qui non possano farne a meno, è un’abitudine deprecabile ma consueta come il lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, anche se questa catarsi della faringe ha luogo principalmente dopo pranzo, persino nei ristoranti attrezzati con apposite sputacchiere…..Non fanno eccezione altri luoghi pubblici come ad esempio autobus e infatti quello su cui mi trovo lancia dai finestrini scaracchi a ripetizione come proiettili da un blindato nella battaglia delle Ardenne. Ad ogni modo vale la pena di vedere dove sia diretta questa sputacchiera a motore, il che è assolutamente entusiasmante: la mia meta è il selvaggio Chitwan, letteralmente in lingua locale “cuore della Giungla”, una regione a sud- ovest di Katmandu appena fuori dalle catene montuose himalayane e ormai a ridosso delle pianure alluvionali indiane; la stessa India dista pochi chilometri in linea d’area dal Chitwan.

Il problema è arrivarci un attimo …

Il Nepal è un paese adagiato su un territorio che, ad eccezione della peraltro molto isolata valle di Kathmandu (dove vivono credo i 3/4 della popolazione), presenta asperità davvero notevoli e difficili a valicarsi, quadro reso ancor più difficile dalla pessima situazione delle strade, nella maggior parte dei casi delle fangaie non asfaltate e soggette ad ogni intemperie atmosferica. Il Chitwan dista da Katmandu forse 100km ma qui si tratta di una distanza siderale. Ad ogni modo il viaggio per arrivarci è molto ma molto bello ed inoltre, come ogni viaggiatore sa, esso è il viaggio stesso, a differenza di un turista che considera tutto ciò solo un come un seccante “spostamento “. Usciamo dalla verde valle di Katmandu all’altezza di un passo di montagna oltre il quale la strada precipita giù per parecchi chilometri

fino ad inforcare il fondo-valle disegnato dal fiume Trisghuli dalle bianche spume tempestose e sul quale dovrei produrmi, udite udite, in una discesa in rafting. Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima: c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya.
Nessuna paura: dopo l’imbarazzo iniziale leghiamo tutti alla grande creando l’amalgama necessario in una tale situazione e aiutandoci a vicenda in quella che è una discesa in gommone tutt’altro che esente da rischi. Il fiume ci spara subito in faccia una rapida che per poco non ci sommerge poi prendiamo ritmo e la sfanghiamo alla grande. A turno diamo il tempo di vogata dicendo ognuno nella propria lingua i numeri da uno a quattro, con l’israeliajixhe dice i numeri in arabo e i sauditi che rispondono in ebreo. Un vecchio motto in voga tra i backpackers recita: “Chi viaggia non è mai razzista”: sul fiume Trishuli in Nepal questa frase mi è sembrata più vera che mai .

Ad ogni modo sto ancora aspettando le riprese fatto dallo spagnolo dietro di me con la Go pro, dove io che siedo a prua esco secondo davvero in scene epiche, vedremo. Alla fine tra il tennista israeliano, gli Stanlio e Olio della Mecca e la coppia gay spagnola diventiamo tanto amici che, passato un ponte tibetano, andiamo tutti a mangiare in un postaccio chiamato Mugling ungo il percorso, giusto al bivio tra il Chitwan e la più gettonata Pokhara, in attesa dei rispettivi bus.

Io sono l’unico che prosegue per il Chitwan e quindi mi tocca un’attesa piuttosto lunga fino a che non mi carichi su uno sgangherato bus locale: in Nepal gli autobus si dividono in tourist-bus, appena appena più acconciatelli, e local-bus, dei catorci senza finestre in cui piove dentro e che ragliano sulla strada con un rumore così forte da poter essere solo anestetizzato con una musica locale perennemente a palla.

La risposta himalayana ancora più radical (ma giammai chic) ai cd “Chicken bus” sudamericani che forse qualcuno tra voi conoscerà. Ad ogni modo il viaggio è strepitoso: superata Mugling il bus gira subito a sinistra ovvero Sud e si infila nella gola di un altro fiume che disegna un paesaggio sempre più tropicale precipitando giù. Dopo 35 km a capofitto si arriva nel Chitwan: la mia meta è una città chiamata Sauraha, base di partenza per una serie di esplorazioni nella giungla.

È un luogo noto per i safari e l’avvistamento di animali. Qui, in un ecosistema paludoso vivono migliaia di uccelli, elefanti, orsi tibetani, coccodrilli in grande quantità e stupendi rinoceronti da un solo corno. Ma la parte del leone, quindi del cugino nel suo caso, la fa la tigre: qui vive la quasi estinta tigre del Bengala, e vederla sarebbe una di quelle esperienze da ricordare a vita.

Per adesso mi accoccolo in quello che con molto coraggio viene definito resort e gli avvistamenti principali riguardano ragni e insetti vari che affollano la stanza, costringendo a non voluti combattimenti alla Polifemo contro i prodi marinai di Ulisse. Già perché proprio come il Ciclope solo cieco dal momento che la luce la sera va via, l’acqua calda invece non si è mai vista e le condizioni igieniche ricordano quelle di un bagno chimico dopo il concerto del Primo Maggio. Eh…..però non manda il buonumore e dopo un primo bird-watching sul fiume riesco ad avvistare già il primo coccodrillo, che placidamente pare gustarsi il tramonto sul fiume ,ignaro o incurante del fatto che sta per scatenarsi un pandemonio di monsone che costringerà almeno me ad un frettoloso rientro al “Marriott”, su una strada che al buio è sconsigliata a percorrersi per la presenza di animali selvatici. In particolare pare che proprio i bellissimi rinoceronti ad un solo corno amino sguazzare in in pozza situata proprio all’ingresso, dal quale per ora l’unica fauna pervenuta sono zanzare che si librano è una Luftwaffe di zanzare grandi quanto una Malboro. A proposito quelle pure servono: a staccare le sanguisughe che quasi inevitabilmente si attaccano ai piedi. Ora mi lamento ma Axl mi aveva avvisato:

You know where you are? You’re in the jungle baby!