Giorno 2
Quest’oggi si è frapposto al mio viaggio una Cassandra malevole e foriera di sciagure, la qual ha avuto l’ardire di predirmi una fine atroce, sbranato da famelici lupi e da nerboruti orsi prima di arrivare alla meta…… Per la verità a voler scendere nei dettagli la cosa perde questa sua enfasi mitologica e oscura, più che altro si trattava di un cameriere purpo che, durante una cena devo dire davvero squisita, ha preso ad allanzarsi pesantemente col sottoscritto, fino a quando vistosi rifiutato l’ha buttata sul filone catastrofale, tipo la zingara del porto che ti mena i malocchi se non le dai gli spicci. Vabbe fermiamoci qui, poi semmai ve lo racconto meglio, anzi no, Vabbe poi vediamo dopo…..
Si perché ora vorrei invece introdurvi a questa magnifica terra di Slovenia con una favola che si narra in queste vallate e che esplicita secondo me le caratteristiche di questa terra. Questa dunque è la favola di Zlatorog, animale che è come parecchi di voi se col dito indicate il basso ventre, giacché lui è un camoscio (ca moscio..). Vabbe andiamo avanti: il camoscio Zlatorog viveva felice nelle valli del Soca e sulle pendici incantate del monte Tricorno, sovraintendendo insieme con delle fate, le Signore Bianche, alla pace e l’armonia e facendo si che i pascoli fossero sempre verdi. Sembra inoltre che Zlatorog fosse custode di un enorme tesoro. Nel frattempo giù nella valle viveva una fanciulla , molto figa ma anche un po chiattilla. Il padre di lei di mestiere faceva il locandiere ma è un personaggio francamente secondario, a differenza di sua moglie che come vedremo si rivelerà una stronza terribile. Dunque, la loro figliola, che tutti i giovanotti della valle incantata sognano di alzarsi, in realtà ha già aperto il suo cuore e forse anche le sue gambe per un giovane, un cacciatore locale, anche lui molto bello e prestante fisicamente ma più ruspantello come tipo, diciamo che io me lo immagino come quei Ciammurri che a volte,con la loro abilità nel tuffarsi dal Caponnuoglio abbasc u Far,riescono a sedurre ragazze dell’alta borghesia newyorchese annoiate dai loro usuali fidanzatini freschi di college e di buone maniere imparate ad Harvard. Dunque la Chiattilla e il Ciammurro si amano felici e spensierati sui prati e vicino ai fiumi della valle incantata del Soca e nulla al mondo pare li potrà dividere: nulla tranne lei, la grande stronza, la madre della Chiattilla nonché futura Suocera del Ciammurro. Alla signora infatti garba molto poco questo fidanzato bello si ma un po tamarro e soprattutto piuttosto scarso a denari, e prova ogni giorno ad ammonire la figlia con frasi tipo : “Guagliona mia, chist e’ bello ma nun balla…” , “tu t’hai piglia uno che ti fa campa’ cumme na signora”. Apriti cielo poi quando un giorno a casa arriva un dono per la Chiattilla da parte di un ammiratore misterioso, un pacco pieno di gioielli preziosi spedito pare da un ricco mercante veneziano. La Suocera comincia a pretendere che la figlia appenda subito il bello ma povero cacciatore e, incassato il rifiuto della stessa, si dirige direttamente dal Ciammurro ingiungendogli di arricettare i ferri e andarsene che la figlia si deve sposare un altro. Anche il cacciatore ovviamente si oppone e dopo lunghe tribolazioni, con la Chiattilla che non mangia più e piange tutto il giorno, giungono ad un accordo draconiano imposto dalla Suocera: il bel cacciatore per avere la mano della ragazza dovrà trovare tanto oro da pareggiare in valore quello mandato in dono dal ricco veneziano. Inoltre dovrà procurare un mazzo di rose rosse alla Suocera stessa, una pretesa impossibile giacché si è in pieno inverno. Ma il cacciatore non si perde d’animo: e’ a conoscenza della leggenda di Zlatorog e del suo tesoro, e da bravo cacciatore parte subito alla sua ricerca per abbattere il camoscio, quanto alle rose rosse pretese da quella stronza della suocera, poi Dio ci pensa…. Il cacciatore rintraccia alla fine Zlatorog sulla cima di un monte e subito lo spara. L’animale prende a barcollare ferito e dalla sua ferita sgorga del sangue che, bagnando il terreno scioglie subito la neve e fa crescere una rosa rossa. Il camoscio ne mangia un petalo e subito riprende vigore e salta via, zampillando tuttavia ancora sangue che ad ogni goccia fa crescere una rosa lungo tutta la montagna. Il povero cacciatore, impossibilitato ad accoppare il camoscio Zlatorog, non può far altro che mettersi a raccoglier almeno le rose rosse per quella stronza della suocera, ma, mentre le sta raccogliendo, sciulea in un fiume e muore. Mesi dopo la Chiattilla mentre passeggia lungo il fiume vede arrivare il corpo cadavere del suo bel Ciammurro con in mano ancora il mazzo di rose rosse. Quanto alla Suocera pare che a questo punto lei parta per sposarsi lei il ricco veneziano ma scoprirà che si tratta di un vecchio rattuso che la mette a fare la badante……che favola di merda! Ma in realtà l’ho scelta perché mi sembra riassuma i tre elementi pregnanti di questa terra di Slovenia: 1) la Natura, bellissima e incontaminata 2) il Denaro, giacché qui sono certi maronn di attaccati ai soldi mi è parso di vedere e pure carestosi, di gran lunga il paese più caro tra quelli della ex Jugoslavia e ormai li ho visti tutti 3) i Fiumi, splendidi ma un po pericolosi tanto e’ che il cacciatore sciuliandoci dentro muore. E con questo discorso mi ricollego al rafting, bellissimo sport praticato qui in una magnifica cornice naturale di fiumi alpini in piena ma un po pericoloso a mio avviso. Credo si tratti di uno sport di origine scandinava o forse mitteleuropea, vista la necessità di essere praticato su fiumi di montagna. E credo si addica ai mitteleuropei di più anche a livello culturale, con questa disciplina ferrea richiesta a bordo che poco bene si coniuga ad esempio con l’animo burdellaro di noi latini. Inoltre, se praticato in condizioni difficili e qui lo era, si arriva a richiedere al singolo un sacrificio in nome dell’interesse del gruppo, del resto della barca, sacrificio che può anche essere estremamente doloroso. Ecco, qui credo di aver riscoperto tutta la sotterranea indole napoletana allorquando mi è stato paventata dal capo timoniere la possibilità che, in casi estremi di pericoli ed in particolare se l’imbarcazione centra uno dei tanti massi affioranti, un membro dell’equipaggio deve, non ho capito bene come, liberarsi subito delle imbracature e spiaggiarsi sul masso, in modo da non sbilanciare la barca e tenerla non ho capito bene come indenne. Tanto aveva già deciso che se capitava a me, ma manc’ po cazz mi menavo io sopra allo scoglio in piena corsa a fare da scudo umano, tutt’al più ci menavo a una sorta di Lerch degli Adams della Repubblica Ceca dalla forza sovraumana che remava a fianco a me. Stupendo il rafting qui, ma molto oltre,come difficoltà, il livello medio di gitanti della domenica. Una barca di francesi che all’inizio facevano tutti i galli sulla monnezza con il nostro equipaggio, ad un certo punto in un rapida fortissima spezza il timone e ribalta la barca: finiscono tutti urlanti nella corrente gelata e trascinati per centinai di metri. Alcuni di loro vengono ripescati anche grazie all’intervento di un eroico Palillo che prima gli lancia una fune e poi li tira fuori; del salvataggio verrà data prova video a breve. E detto questo penso che ci siamo detti tutto. Ah no, ci sta l’altra storiella, quella del cameriere ricchione divenuto Cassandra e che mi ha predetto di finire sbranato dagli orsi, anche se chissà forse per orsi si riferiva a quella costola del mondo gay dei cd Bears. Ma niente cmq, stava questo cameriere che ha cominciato ad allanzarsi già dall’antipasto, con battute assai sul pecoreccio e rimandanti a parallelismi tra la gastronomia e la sfera sessuale ( per intenderci l’antipasto era baccalà mantecato). Sulla stessa falsariga ha proseguito quando è stata servita la trota e ci è rimasto male quando, vicino alla grappa, ho rifiutato il dessert di frutta che mi proponeva, immaginate un po voi, ovviamente composto da una banana. Andava poi trovando di leggermi la mano perché a suo dire in grado di predire il futuro e, sentitosi a sto punto mandare a fanculo, ha preso a trasformarsi in Cassandra e a profetizzare ( il tutto da immaginarsi pronunciato con inflessione molto ricchionesca): ” tu vuoi scappare via come camoscio di montagnaaaa, ma non arriverai dove vuoi arrivare, il mondo e’ pieno di luuupiii, di ooorsi, attento di non finire mangiato da un oooorso”. E si allontana mimando il gesto di un orso che azzanna, facendo pure con la manella a mo di zanna. Ma vafammok va!



Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima:
c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya.



