Giorno 9 – “ Windy Welly”, la capitale più figa dell’altro emisfero

Già solo a livello di coordinate, essere qui mi fa impazzire. Parlo di coordinate geografiche. con riguardo alla longitudine e soprattuto la latitudine estremamente alta della posizione. Di fronte ho lo stretto di Cook, un posto mitico che guardavo sulle mappe geografiche da ragazzino; più a sud si estende la seconda isola della Nuova Zelanda e poi poco altro in una immensa distesa blu fino al candore ghiacciato dell’Antartide. Già basta questa a darmi molta emozione, poi ci ti metti pure tu, Windy Welly, con sta tuoi scenari da favola e sta aria da nobile bohemien scapestrato , io qua casco come una pera cotta . A sto punto facciamo ordine, parliamo di Wellington, capitale del paese (sebbene molti erroneamente ritengono questa sia Auckland), detta Windy Welly per via del perenne vento che si incunea qui in questo fiordo senza soluzione di continuità, in una singolarità meteorologica davvero particolare : qualche giorno dopo scoprirò ad esempio che a pochi km di costa, oltre una linea di montagne, sorge una costiera balneare con temperature di 10 gradi, dico sul serio , superiore . Altra cosa che si dice di Wellington, per via del vento, è che qui nessun gentleman può portare il cappello e nessuna signora può tornare a casa coi capelli in ordine . Meglio cosi, perché si respira un’aria molto bohemien da California anni’ 60. Oddio vi è un’impronta molto British puritana , con bellissime case in stile vittoriano su verdi colline , bus double- decker che si inerpicano su viali ripidissimi che salgono in collina . E se diventano troppo ripidi ci pensa una bellissima funicolare a condurvi a degli spettacolari giardini botanici, quasi dei giardini pensili della città stessa che paiono poi come piovere in città con dei camminamenti verdi fenomenali che corrono nella città come vene di linfa vitale . La stessa Wellington pare un immenso orto botanico con degli insediamenti intorno. Si cammina e si vive in mezzo a begonie fiorite, camelie. Un livello di vivibilità stellare , mi chiedo quanti di secoli di civiltà manchino a noi per avvicinare vagamente tutto ciò ma io credo che non ci arriveremo mai . E poi il porto, con antiche baleniere di tempi andati ancorate lì, Dock trasformati in ristornati e musei eccezionali . E su tutto un mare spendente in una luce diafana che acceca, nel fischio eterno del vento del Sud.
Ma quanto cazzo sei figa, Windy Welly?!

Giorno 2 – Auckland, finally

Tra i tanti motivi che mi hanno spinto a venire fin qua giù ne provo ad elencare uno più degli altri : sapete qual’e il primo posto al mondo dove ammirare la luce del Sole di un nuovo giorno ? Beh la risposta a sto punto la sapete già . Ad essere proprio pignoli ci sarebbe qualche atollo un po’ più a est ad essere ancor prima bagnato dal nuovo sole, posti chiamati Kiribati o Vanuatu per citarne qualcuno . Ma possiamo insomma dire che la Nuova Zelanda sia la prima terra emersa di una certa dimensione ad accogliere il nuovo giorno, e poi la pignoleria non è una gran qualità a mio avviso, sennò non gli sarebbe dato un nome così brutto e ridicolo, il cui etimo è da rintracciarsi nella durezza della pigna. Figurarsi che qui la luce del Sole arriva dodici ore esatte prima che in Europa Occidentale. Ciò ad esempio significa che quando domani sera giocherà il Napoli nella serata di sabato, qui saranno già le sei di mattina della domenica, e col cazzo che trovo un bar aperto a quell’ora, al massimo una chiesa di pastori battisti o pure una moschea con l’imam che attacca la litania del muezzin. Vabbè pazienza . Ad ogni modo la confusione spazio- temporale è qualcosa di insito ab origine in un viaggio quaggiù: nel numero di ore di poco inferiore ad un giorno esatto che si impiega , senza contare quelle del necessario scalo e le attese , si finisce per smarrire il tempo, inabissando l’idea di notte e giorno che si alterano fuori dai finestrini chiusi degli aerei e che vengono artificialmente ricostruiti dall’equipaggio, facendoti sentire, specie nelle ultime interminabili e claustrofobiche ore, un po’ come quelle galline di allevamento a cui viene artificialmente alternata la luce del giorno e della notte e somministrata musica di Mozart al fine di fargli fare più uova … vabbè un’altra volta direi. Ad ogni modo, già che sono in vena di curiosità ve ne racconto un’altra che mi riguarda: ogni qual volta giungo in un posto nuovo, almeno totalmente nuovo come in questo caso, c’è una cosetta che faccio tra me e me, in modo forse un po’ istintivo e scaramantico . Appena sceso dall’aereo, noto il primo dettaglio o la prima persona indicativa di quel luogo e la tengo a mente per tutto il viaggio. Piccoli disturbi compulsivi di natura hitchcockiana e che reputo beneauguranti e malauguranti, niente di che. Ricordo ad esempio quando sbarcai in Namibia, che era un po’ sbarcare su Marte, un donnone di dimensioni enormi ergersi tra dune di sabbia altissime e dirmi che la sua auto era l’unico modo possibile da lì all’indomani per raggiungere la città più vicina, 30km oltre un deserto tra i più aridi al mondo . In questo caso ad occupare la casella del primo ricordo ci sono due enormi anche loro ragazzoni di etnia maori, due giganti che lavorano come impiegati al trasporto bagagli e che paiono dotati di una forza sovraumana, capaci, se volessero, di sollevare con una mano tutto il luggage carousel. Sono bellissimi i Maori, etnia autoctona di questi luoghi o quasi , nel senso che pure loro arrivano qui non si bene quando da qualche angolo sperduto del Pacifico a bordo di piroghe . In effetti hanno tratti non troppo dissimili dalle celebri statue dell’isola di Pasqua che troppo lontana non è , con questi ovali del viso come scolpiti con una rudimentale ascia, gli occhi quasi sempre verdi, innestati su corpi erculei e giganteschi . A guardarli , si capisce molto bene perché la Nuova Zelanda sia pressoché imbattibile a rugby: a me che non sono certo un moscerino uno di questi mi farebbe rimbalzare 5 metri indietro con una spallata. Bellissime anche le donne Maori, più minute e dai fisici poco slanciati ma con visi che paiono proprio quelli dei celebri ritratti di Gauguin dalla Isole Marchesi, che troppo lontano non sono neanche loro. Ma bellissimo ed enorme pare tutto qui, e lo si capisce anche già fuori dall’aerorporto, con una vegetazione di alberi mai visti di dimensioni ciclopiche che quasi ingombrano la sede stradale e oscurano la luce del sole . Poi arriva la città Auckland, che si annuncia con una serie di grattacieli di dubbio gusto ed una torre altissima che pare la picca di un cavaliere medievale in cemento armato, ma che non è nel mio gusto e su cui non salirò . Più bello invece poi scendere verso la downtown per questi carrugi stretti alla cui fine si dischiude l’oceano , un po’ come a San Francisco . Pardon , non l’oceano ma gli oceani, perché Auckland è costruita su uno stretto istmo, bagnato appunto ad est dall’Oceano Pacifico e ad ovest dal Mare di Tasman . Tutti nella dowtown paiono felici e sereni di essere qui, e lo sono anche io, tanto da piangere . Si, sarà un grande viaggio