Tra i tanti motivi che mi hanno spinto a venire fin qua giù ne provo ad elencare uno più degli altri : sapete qual’e il primo posto al mondo dove ammirare la luce del Sole di un nuovo giorno ? Beh la risposta a sto punto la sapete già . Ad essere proprio pignoli ci sarebbe qualche atollo un po’ più a est ad essere ancor prima bagnato dal nuovo sole, posti chiamati Kiribati o Vanuatu per citarne qualcuno . Ma possiamo insomma dire che la Nuova Zelanda sia la prima terra emersa di una certa dimensione ad accogliere il nuovo giorno, e poi la pignoleria non è una gran qualità a mio avviso, sennò non gli sarebbe dato un nome così brutto e ridicolo, il cui etimo è da rintracciarsi nella durezza della pigna. Figurarsi che qui la luce del Sole arriva dodici ore esatte prima che in Europa Occidentale. Ciò ad esempio significa che quando domani sera giocherà il Napoli nella serata di sabato, qui saranno già le sei di mattina della domenica, e col cazzo che trovo un bar aperto a quell’ora, al massimo una chiesa di pastori battisti o pure una moschea con l’imam che attacca la litania del muezzin. Vabbè pazienza . Ad ogni modo la confusione spazio- temporale è qualcosa di insito ab origine in un viaggio quaggiù: nel numero di ore di poco inferiore ad un giorno esatto che si impiega , senza contare quelle del necessario scalo e le attese , si finisce per smarrire il tempo, inabissando l’idea di notte e giorno che si alterano fuori dai finestrini chiusi degli aerei e che vengono artificialmente ricostruiti dall’equipaggio, facendoti sentire, specie nelle ultime interminabili e claustrofobiche ore, un po’ come quelle galline di allevamento a cui viene artificialmente alternata la luce del giorno e della notte e somministrata musica di Mozart al fine di fargli fare più uova … vabbè un’altra volta direi. Ad ogni modo, già che sono in vena di curiosità ve ne racconto un’altra che mi riguarda: ogni qual volta giungo in un posto nuovo, almeno totalmente nuovo come in questo caso, c’è una cosetta che faccio tra me e me, in modo forse un po’ istintivo e scaramantico . Appena sceso dall’aereo, noto il primo dettaglio o la prima persona indicativa di quel luogo e la tengo a mente per tutto il viaggio. Piccoli disturbi compulsivi di natura hitchcockiana e che reputo beneauguranti e malauguranti, niente di che. Ricordo ad esempio quando sbarcai in Namibia, che era un po’ sbarcare su Marte, un donnone di dimensioni enormi ergersi tra dune di sabbia altissime e dirmi che la sua auto era l’unico modo possibile da lì all’indomani per raggiungere la città più vicina, 30km oltre un deserto tra i più aridi al mondo . In questo caso ad occupare la casella del primo ricordo ci sono due enormi anche loro ragazzoni di etnia maori, due giganti che lavorano come impiegati al trasporto bagagli e che paiono dotati di una forza sovraumana, capaci, se volessero, di sollevare con una mano tutto il luggage carousel. Sono bellissimi i Maori, etnia autoctona di questi luoghi o quasi , nel senso che pure loro arrivano qui non si bene quando da qualche angolo sperduto del Pacifico a bordo di piroghe . In effetti hanno tratti non troppo dissimili dalle celebri statue dell’isola di Pasqua che troppo lontana non è , con questi ovali del viso come scolpiti con una rudimentale ascia, gli occhi quasi sempre verdi, innestati su corpi erculei e giganteschi . A guardarli , si capisce molto bene perché la Nuova Zelanda sia pressoché imbattibile a rugby: a me che non sono certo un moscerino uno di questi mi farebbe rimbalzare 5 metri indietro con una spallata. Bellissime anche le donne Maori, più minute e dai fisici poco slanciati ma con visi che paiono proprio quelli dei celebri ritratti di Gauguin dalla Isole Marchesi, che troppo lontano non sono neanche loro. Ma bellissimo ed enorme pare tutto qui, e lo si capisce anche già fuori dall’aerorporto, con una vegetazione di alberi mai visti di dimensioni ciclopiche che quasi ingombrano la sede stradale e oscurano la luce del sole . Poi arriva la città Auckland, che si annuncia con una serie di grattacieli di dubbio gusto ed una torre altissima che pare la picca di un cavaliere medievale in cemento armato, ma che non è nel mio gusto e su cui non salirò . Più bello invece poi scendere verso la downtown per questi carrugi stretti alla cui fine si dischiude l’oceano , un po’ come a San Francisco . Pardon , non l’oceano ma gli oceani, perché Auckland è costruita su uno stretto istmo, bagnato appunto ad est dall’Oceano Pacifico e ad ovest dal Mare di Tasman . Tutti nella dowtown paiono felici e sereni di essere qui, e lo sono anche io, tanto da piangere . Si, sarà un grande viaggio