Il Milione : finally Vilnius

Giorno 16
Anni fa, su un treno in Italia, mi capito’ di assistere ad una scena particolarmente simpatica. Sul gioiello delle linee ferroviarie italiane, il celeberrimo Frecciarosaa, negli spazi angusti e costipati dei suoi interni più simile a quelli di un sottomarino che di un treno passeggeri, monta su un tipaccio, un bestione tutto muscoli e tatuaggi, capello rasato e pizzetto, un’aria da carabiniere fanatico e/o da ultras di squadra di calcio. Nel sollevare con la sua erculea forza la valigia e nel riporla nelle apposite cappelliere in alto, gli deve succedere una mezza mossa dalle parti dell’intestino e la cosa non sfugge ad un altro passeggero, un pacato signore anziano,il quale con calma olimpica e accento romagnolo stigmatizza: “hai fatto una scorreggetta…..” Il bestione subito, con accento super-napoletano: ” che cccosaaa???!!”- “hai fatto una scorreggetta….l’ho sentita qui , sulla pelle…..”- “u nonn, ma stai a foraaaaa!!!”
Embe’ sarei ben felice di poter definire ora “scorreggette” questa sorta di eruzioni di metano e azoto immesse nell’atmosfera da sto bipede umanoide che siede accanto a me in dormiveglia su sto bus che sale da Parigi fin su a Pietroburgo attraverso anche la Polonia, dove monto su, e la Lituania dove invece scendo. Credo mi sia finito a fianco non per caso tra l’altro ma per un disegno preciso, un piano punitivo applicato con dovizia. Esiste una regola quando si monta su un bus a lunga percorrenza, un trucco per avere un viaggio per quel che si può confortevole: fare subito un enorme sorrisone e mostrarsi simpatico con l’hostess o con chi cmq sovraintende al l’assegnazione dei posti. Io invece mi vado subito a impelagare con sta stronza di hostess, la quale si intallea in una questione se farmi prima il biglietto o farmi posare prima il bagaglio e si mostra a livello logico una seguace di quella filosofia medievale cd della Tarda Scolastica, quella del famoso “paradosso di Buridano”. L’asino di Buridano ha davanti a se due govoni, uno di fieno fresco e uno di paglia rinsecchita ma non sapendosi decidere perché tutte le scelte sono quantisticamente uguali e di pari valore, finisce per morire di fame. La hostess dice che devo fare il biglietto ma non ricorda al momento quale sia il prezzo, poi devo riporre il bagaglio nel cofano ma solo dopo aver pagato il biglietto. A bordo non si può salire col bagaglio ma il bagaglio non posso metterlo nel cofano fino a che lei non mi fa il biglietto, così se ne esce che devono ripartire e che non posso salire a bordo. Ci sfanculiamo abbastanza pesante e salgo alla fine a bordo si, ma ovviamente vengo messo in castigo. In un bus double-decker con il piano di sotto ben climatizzato e semi-vuoto con comodi sedili reclinabili, io vengo invece spedito nel lazzaretto del piano di sopra, tra gente in viaggio da due giorni e che ronfa, peti e soprattuto una allucinante fetamma di piedi. Proprio davanti a me stanno una donna a cui puzzano talmente tanto sti giganteschi piedi bovini che è qualcosa che non si spiega. Cmq storto o morto arrivo alla fine in Lituania a Vilnius, tappa quasi finale del mio viaggio. Bellissima città questa Vilnius, il centro storico piu grande d’Europa, uno scrigno di arte barocca ben conservato innestato su un contesto vitale e cosmopolita. La società lituana, oppositrice fiera prima del nazismo e poi dei sovietici sebbene non sia che un piccolo paese, possiede un forte senso di identità nazionale unito ad una percezione di se come di un popolo europeo. Una menzione particolare per il numero cospicuo di cameltoe riscontrati per le strade,’per via della vocazione sportiva di questo popolo sempre in tuta. Riscontrabile anche una forte vocazione commerciale in questa Vilnius, da sempre città di mercanti ebrei posta sulla cd via dell’Ambra che infatti qui viene ancora lavorata e venduta. P.S.: a Vilnius cmq veniteci a comprare l’ambra, l’argento lavorato, le ceramiche e tante cose ancora, ma non pensate mai di comprare qui del l’intimo maschile: avevo bisogno di comprare un boxer o uno sleep qualsiasi, che non ero riuscito più a fare la lavatrice. Mi accontentavo di uno qualsiasi,senza particolari velleità estetiche eh, ma avrò speso ore e ore a girare e alla fine l’unico che sono riuscito a trovare e’ sto catafalco qua, sto cesso di mutandone visibile in foto….altro che cameltoe

Il Milione: gli ultimi bisonti

Giorno 15
Si, lo ammetto: rimango un provinciale. Per quanti mi sforzi di viaggiare su e giù, finisco per corservare sempre una scorza capresotta che non si lava via: da noi e un po in tutti i piccoli centri si rimane troppo legati ad un’idea di “piazza” come fulcro raccolto di una comunità, luogo intorno a cui ruota la vita e ci si incontra tutti prima o poi. Cosicché qui a Varsavia, quando ho appreso che il bus a lunghissima percorrenza proveniente da Parigi ed in proseguimento per le repubbliche baltiche sarebbe partito dalla piazza Centralna di Varsavia, beh ho pensato che mi bastava andare “miez a chiazza” un dieci minuti prima e un posto l’avrei trovato. Miez a chiazza, si! O cazz! Uno poi si deve andare a ricordare che ci stava sto Gesù Cristo di razionalismo sovietico, che sti cazzo di comunisti andavano a costruire ste piazze squadrate lunghe e larghe km e km che ci si potrebbe costruire sopra non uno ma tre aereoporti tanto che so grandi. Naturalmente in quella landa desolata manco per il cazzo trovo l’angolo remoto da cui dovrebbe partire sto bus ( e’ pure l’alba e quella appena finita era stata pure una seratina simpatica) poi nei pochi minuti convulsi che mancano al fischio finale decido di fare la giocata sbagliata, puntare tutto sull’ufficio informazioni dove siede una vecchia rincoglionita che parla inglese come io parlo swahili e che, mentre prova a telefoanre una sua amica che parla le lingue, si becca un bel “sta maronn i strooonza” gridato a molti decibel di potenza. E niente si cambia percorso, si fa una tappa che avevo soppresso: la foresta dei bisonti! Si tratta di una regione remota ai confini con la Bielorussia e ora che ci sono stato credo di sapere perché siano rimasti solo li e non altrove: e chi cazzo li va a cecare in quel posto sperduto? Arrivarci infatti comporta un giro per tutta la campagna della provincia orientale polacca, che non ricorderò come uno dei posto di maggiore fascino mai visti. Alla fine cmq arrivo in questa città chiamata Augustow, nella regione dei laghi Masuri dove pure si consumo una cruciale battaglia della prima guerra mondiale tra russi e tedeschi. La vittoria ottenuta da Hindenburg qui tra l’altro, unita all’uscita di scena della Russia per via della rivoluzione del ’17, costituirà il presupposto della nostra disfatta a Caporetto, prima tappa del viaggio ma passiamo appresso. Augustow, situata in mezzo a grandi laghi tutto intorno ce pare quasi un’isola. Vi trovo una graziosa guesthouse un po carestosa ma con una locandiera estremamente gentile e simpatica. Ecco quest’ultima espressione “gentile e simpatica” e’ una litote, una figura retorica per cui si afferma una cosa negandone il contrario, di cui forse gia parlai pure nel diario dell’anno scorso. Un esempio di litote che ci proviene dalla letteratura e’ “Don Abbondio non era nato col cuor di leone” per intender dire che era un cacasotto. Ecco l’espressione “donna gentile e simpatica” vale qui a dire che era nu maronn i cess. Esteticamente assai diverso e’ invece il marito di lei, un gigante d’ebano mulatto che deve avere la stessa voglia di lavorare che ha il Berlusca di farsi processare dai giudici di Milano. Mentre lei sta indaffarata a fare tremila cose insieme,lui se ne sta bello sbivaccato a fumare e godersi tutti gli effetti collaterali del suo Big Bamboo, con lei che mentre cucina e parla a tel e porta i bagagli e pulisce i mobili gli manda tanti baci amorosi con la mano. E quando la poverina mi dice che il suo husband will take care of me e mi fornirà una bicicletta, chill mi squadra con un’aria come se manco dovesse andare sulla luna a recuperare un pezzo di asteroide . “Azz e tu vuo’ na bicicletta a quest ora, e ma non ho le chiavi del catenaccio, non ho il gonfiatore etc” ; alla fine dopo mezz’ora di vuommicherie mi rifila un catorcio con le ruote moscie e senza freni, che per poco non centro piu avanti in pieno una coppia di sposini che sta facendo le foto!!! Ad ogni modo storto o morto arrivo in questa foresta dei bisonti e anche dei tarpan, dei cavalli preistorici che vivono ormai solo qui. E’un incanto di laghi,isolette e paludi ma l’unico animale a manifestarsi in maniera visibile alla mia vista sono dei assai più comuni tavani chef fanno nuovo nuovo. Uh contatto col bisonte lo stringo cmq la sera quando, davanti ad un’orchestrina tristissima che suona la polka e la cover della lampada e “i will survive” in polacco, in un contesto umano piuttosto degradato di alcolisti locali violenti e omofobi, mi viene ad un tratto offerta una grappa al profumo di bisonte appunto. Si tratta, dico sul serio, di una grappa ottenuta dallo sterco del bisonte…..ma non si potevano estinguere sti cazzo di bisonti di merda? E tra voi, qualcuno lo tiene il numero dell’ospedale Cotugno?

Il Milione: il patto di Varsavia

Giorno 14
“Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale e la stabilità!”- cantava Lindo Ferretti ai tempi belli, ovvero prima che la droga gli sfondasse l’intelletto facendolo precipitare in un delirio di madonne e crocifissi…..
Ad ogni modo anche a me sarà un patto qui a Varsavia a portarmi la stabilità…..si, perché a Varsavia succede il “Carramba che sopresa!”. Ha sempre un gusto particolare beccare qualcuno che conosci in un posto lontano, e’ innegabile, e forse lo è ancora di più per noi capresi abituati a sentirci già sulla terraferma più prossima tipo Napoli in una sorta di “altrove”. Ripensando alle carrambate capitatemi in passato, ne ricordo una quando da ragazzino a Disneyworld in Florida beccai Ombretta Di Massa che lavorava la. Singolare pure fu 3-4 anni fa quando incontrai Gabriella Massa su una montagna abbastanza sperduta del Montenegro. Stavolta invece, appena messo piede a Varsavia, ad un tratto sento: “ue Pali'” e ti becco su una bici Romano Acampora (ma perché non funzionano solo a me sti tag?)
Ci avviamo verso il centro storico interamente ricostruito dopo lo scempio nazista, usando la bici come prezioso riscio’ per il mastodontico bagaglio, poi stipuliamo appunto con il suo padrone di casa un piccolo patto di Varsavia: quella notte avrei alloggiato anche io in quel l’appartamento per una modica somma. Simpatico sto ragazzo che fitta l’appartamento, e’ un architetto che ha studiato pure in Italia e ci accoglie con le palle di Mozart, poi si scusa per non poter esplicare al meglio la sua ospitalità perché è’ impegnatissimo ad un progetto davvero importante: sta progettando la inauguranda sede le Guggenheim di Helsinki. Addirittura! Il Guggenheim e’ rinomato per avere sedi che sono già in se un’opera d’arte contemporanea, fenomenale e’ ad esempio quello di Bilbao progettato dal rivoluzionario arichitetto Chiamato se non sbaglio O’Gehry. E qui abbiamo dinanzi quello che sta progettando quello di Helsinky?! Sono finito per scambio sul divano di casa di un archistar! Con ammirazione gli chiedo allora quali sono stati i suoi lavori già eseguiti, magari senza saperlo li avrò ammirati chissà dove. No, un po difficile averli visti: ha elaborato fin ora una sorta di coppa per un torneo universitario di canottaggio e poi ha realizzato una statua di una Santa per la festa patronale di un paesino a 30km da Varsavia dove vive la nonna e sono tutti molto religiosi. Beh francamente, con tutto il rispetto si nota una certa discrepanza tra la commissione di una statua di Santa Rita da Cascia e l’incarico a progettare una sede di un importante museo di livello mondiale….”no ma io stare solo partecipando a concorso via internet. Sono già giunte 15.000 domande da tutto il mondo, chissà chi vince…” Ahhhh, mo si.
Varsavia e’ una città bella e vitale che è’ dovuta risorgere dalle proprie ceneri, una sorta di Fenice chiamata a ricostruirsi e ci è riuscita più che bene. Il centro storico perfettamente ricostruito e’ stato dichiarato patrimonio dell’Unesco sebbene risalga solo al dopoguerra praticamente. Qui si trova poi anche il famoso Ghetto ma di quello originario non è rimasto molto, anche se se ne respira la memoria eccome camminando in quei luoghi. A Varsavia vivevano 380.00 ebrei prima della seconda guerra mondiale; dopo l’occupazione nazista ne vengono ammassati altri 300.000 e viene eretto un muro, in pratica un lager in centro città. Decimati da fame, malattie, infezioni, deportazioni ed esecuzioni sommarie, gli occupanti del ghetto, quando ormai ridotti a 50.000 intendono irrimediabilmente quale sia la fine che lo attende e, perso per perso, decidono di morire combattendo. Civili stremati da mille avversità e armati alla meno peggio insorgono contro uno degli eserciti meglio armati della terra in un disperato atto di eroismo, noto appunto come l’Insurezzione del Ghetto di Varsavia. Nondimeno, nonostante l’enorme disparità di forze in campo, per 21 giorni i nazisti non riescono ad avere la meglio sugli insorti, fino a dover ricorrere l’8 maggio ad un bombardamento con gas tossici che seppellisce gli ultimi eroici sopravvissuti. Una volta “liquidata” l’operazione Hitler ordina che venga data una rappresaglia esemplare, anche al fine di prevenire analoghi fenomeni altrove: l’intera città di Varsavia deve essere rasa al suolo, nemmeno una pietra deve rimanere in piedi. La notoria efficienza dei tedeschi nel portare a termine gli ordini non falla nemmeno sta volta, o quasi: di Varsavia resta in piedi il 15% dei palazzi.
L’Insurezzione del Ghetto di Varsavia, nella sua drammaticità ed enorme sproporzione francamente mi ha rimandato col pensiero anche ai giorni attuali, alla Striscia di Gaza, dove anche qui, a parti parzialmente invertite , homeless che vivono in poco più che baracche sono costretti loro malgrado a combattere con pietre, fionde o alla meno peggio con qualche razzo artigianale contro un esercito occupante dotato di tutti gli ultimi ritrovati della tecnologia bellica. Ma probabilmente e’ un discorso un po forzato e non è questa la sede migliore.
Quella visibile in foto e’ una striscia di pietre incastrata nel suolo, tutto quello che resta oggi del Ghetto di Varsavia