Ieri mattina, dopo una notte infernale in treno, sono arrivato oltre il deserto a Khiva e ho cominciato a piangere. Ciò che mi è apparso allo sguardo non pare possa mai abitare il mondo del Reale ma solo quello della Fantasia. Il termine “utopia” fu coniato nel ‘500 da Thomas More a voler indicare, piuttosto che un “non-luogo”, la trasposizione di un modello ideale in un luogo della fantasia. Quindi ogni utopia già postula sempre un Altove. Una definizione di “utopia dell’Altrove” è dunque pleonastica o paradossale. Non ne sarei sicuro e provo a spiegarvi in che senso. A ben vedere ogni epoca storica disegna la sua Utopia e prova talvolta a tradurla in luogo materiale, in città vera e propria: mi vengono in mente Urbino e Ferrara come utopie del Rinascimento, le “new town” vittoriane a latitudini impensate come utopia del colonialismo o ancora una miriade di città di creazione sovietica, tutte materializzazioni utopiche del socialismo reale. Khiva è la traduzione terrena di ciò che è già collocato da noi in un modello di pura fantasia. Un regno fiabesco e incantato, situato in un luogo non ben disegnato su mappe antiche, oltre mille mari e mille deserti, di cui parlano viaggiatori di ritorno dalla via della Seta, un luogo intorno al fuoco ove danzano principesse bellissime intorno al guerrieri tagliatori di teste si adagiano. Khiva è già tutto ciò che noi occidentali poniamo in un Altrove, immaginiamo come pura fantasia . Potrebbe essere uscita un episodio delle Mille e una notte, dalla penna di Salgari o da un’episodio di Corto Maltese, o da mille romanzi e poesie ancora . Questa materia argillosa plasmata in forma omogeneo di moschee, Madrasse, minareti tondeggianti e mura grosse e solide come la pancia di un gigante, che sbuca fuori ad un tratto dopo il deserto, capitale del regno mitico di Corasmia ormai estinto e mille cose ancora una più incedibili dell’altra , è un luogo che mi ha mandato completamente fuori di senno, sin da quando sono sceso dopo una notte infernale in treno . Già, ieri mattina sono arrivato a Khiva e ho cominciato a piangere
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Alexander- giorno 11: Il Castello di cotone o di carta?
L’interrogativo proposto nel titolo non concerne invero la natura materica del luogo, che non è a dirla tutta ne di cotone e ne di carta, ma riguarda la possibilità che ci riesca ad arrivare a sto benedetto castello di cotone o che il mio planning se ne scenda tutto di botto come un castello di carta . Si , perché i tempi cominciano a farsi serrati e appena finito di inerpicarmi lassù dovrò a spron battuto proseguire verso la Turchia centrale, per non perdere la rotta verso Samarcanda . Lascio di buon mattino la costa sull’ Egeo, il quarto mare incontrato finora ma non l’ultimo, giacché conto ad un certo punto di sta storia di sbucare su quello che un tempo era chiamato mare , il lago d’Aral ora prosciugato quasi interamente ma sempre qualcosa di simile ad un mare, molto più avanti nel cammino . Qui saluto la dolce cittadina di Selcuk e la mia graziosa locanda, con vista proprio sulla basilica di San Giovanni e monto su sto treno con destino Denizli, città che scoprirò essere poi di enormi dimensioni da qualche parte nella Turchia interna . Un mare di aranceti per il primo tratto , poi la natura si fa più brulla ed arida con l’allomtanarsi dalla costa. Guardo le faccio delle persone sul treno , almeno quelle che è possible vedere perche molte donne hanno il velo integrale , e realizzo che la Turchia è un mosaico tutto sommato ben riuscito di popoli diversi, che al nostro occhio miope paiono uno solo ma affondano invece in culture millenarie l’una diversa dalle altre. Riesco anche a constatare, che al di là dell’abbigliamento, è un paese che dall’ultima volta che ci sono stato ad oggi, fa registrare diversi progressi in direzione occidentale, posto che possano reputarsi tali . Di sicuro qualcosa che pare essere scomparso o davvero drasticamente ridotto , forse perché perseguito in via legale non saprei, è quella puchiarella una volta onnipresente e continua di seccatori che per strada, su un treno o fin dentro un cesso ti inseguivano per venderti cianfrusaglie e proporti scambi e mercanzie a questo o quel prezzo . E questo valeva ovunque , pure se per acquistare le sigarette si andava incontro ad una estenuante contrattazione, tipicamente levantina . A qualcuno la cosa piace, in particolare sono sicuro che molti mie conterranei napoletani, che un po’ turchi sono, sentiranno la mancanza di sto teatrino ; io francamente no, era un siparietto che mi ha sempre scartavetrato le palle. E basta .
Arriviamo ordunque dopo circa 4 ore a questa Denizli, che pare una città sudamericana di quelle inerpicate sulle Ande ad alture impensabili. Qui la quota da raggiungere è quella dove il fiume Menderes disegna nel marmo travertino bianco della roccia una serie di bizzarrie geologiche che paiono le bizzarrie di un architetto barocco ubriaco o forse anche le lande di un mondo alieno . Per di più nei pressi sorgono le bellissime rovine di una città prima greca e poi romana , Hierapolis. È giustappunto sto mio essere così saputello, sapere tutte ste cose su ste rovine di Hierapolis che qui non si caga nessuno, che stavolta mi tende un brutto tiro. Si, perché sul dolmus (i pulmini collettivi che partono quando sono pieni) comincio a dire al l’autista di Hierapolis e se il bus ferma da quelle parti . Quello, tutto fiero che finalmente arriva qualcuno che chiede di Hierapolis, fa la brillante pensata di farmi scendere non con tutti gli altri, che vanno a vedere il banale “Castello di cotone” dall’ingresso a valle, ma scapicolla solo me e il suo pulmino sgangherato fin sulla cima di una montagna , dicendomi di fidarmi e che da da li avrei attraversato la magnifica Hierapolis culminando poi sulle vasche di travertino bianco di Pamukkale . Tutto molto bello ma non se hai i minuti contati e uno zaino di una decina di chili sulle spalle . Si , perché quello resta con me, dovendo per forza di cose entrare dal lato a monte ed uscire da quello a valle 4 km più giù; inoltre i simpaticoni all’ingresso, dagli addetti alla biglietteria a quella del bar , con un rigore più tedesco che turco, dicono che non possono giammai assumersi il rischio di detenere un bagaglio sconosciuto manco per un’ora . E jammuncenn: con sto fardello sulle spalle mi scendo tutta Hierapolis, bella bellissima su un alto pianoro riarso dal sole che proporrà immagino temperature infernali nei mesi estivi . Le vestigia di un tempio romano si stagliano maestoso contro il cielo turchese . Poi in un nitore bianco accecante appaiono le vasche di marmo ricolme di un’acqua anche essa turchese. Le falesie marmoree ridondano poi di un sedimento di carbonato depositato dal fiume, che pare come un pulviscolo, come appunto ciuffi di cotone pronti a prendere il volo. Sembrano come balze di un purgatorio in cui immergersi in catarsi . E sotto la pianura anatolica corrugata da montagna e sconfinata verso l’orizzonte e oltre , che dovrò percorrere per migliaia di km ancora , a partire da questa stessa notte dove un altro treno mi porterà molto lontano . Andiamo !
Alexander – Day 3: Furbi contrabbandieri macedoni
Qualche tempo fa, diciamo un paio di anni, si giocó un singolare mondiale di calcio dedicato alle “nazioni cd.non riconosciute”. Quel del riconoscimento internazionale è in effetti un concetto del diritto internazionale piuttosto vacuo e suscettibile di troppe interpretazioni, sul quale adesso certo non voglio tediarvi, limitandovi piuttosto a dire che a sta bizzarra edizione del mondiale prendevano parte nazioni come la Palestina o i Paesi Baschi, le cui rivendicazioni sono universalmente note, frammenti di zone di mondo dimenticate dove sorprendemente sono stato quali Ablhazia e Nagorno Karabakh e altre ancora. Dalle parti nostre pure prese parte una delegazione sportiva di quei cazzi allerti della Padania, che come nazione ha lo stesso fondamento storico-giuridico e la stessa credibilità di quella madonna che fa apparire gli gnocchi la domenica ai fedeli in una pezza di terreno chiamata se non erro Trevignano ma non voglio dedicare una parola del mio diario di viaggio a simili nullità. Piuttosto destava la mia attenzione ed il mio tifo una squadra, che forse si sarà allenata al Damecuta, perché si chiamava Ciamuria. Si, proprio così, e anche questa è una zona di mondo dove sono già stato anzi quella dove sono tornato adesso . La Ciamuria, abitata dai Ciamuri, è una zona a cavallo tra Albania, Grecia e Macedonia, che prende il nome dal fiume Ciam e corrispondente all’antico Epiro, quello da cui sbarcó un giorno in Italia PIrro, il re che perdeva le battaglie pur vincendole perché ogni vittoria aveva un costo altissimo tanto da far divenire proverbiale la “vittoria di Pirro” come affermazione inutile . Da questa terra veniva la madre di Alessandro , Olimpiade che qui si ritirerà nei momenti più difficili della sua “carriera” di regina, quelli seguiti all’uccisione del marito Filippo, padre di Alessandro Magno. Non è del tutto inesatto dunque dire che in Alessandro Magno scorresse sangue ciammurro ed in effetti qualche similitudine ad esser maliziosi ce la si potrebbe vedere ma andiamo oltre. Si, perche di questa terra è originario pure il fenomeno che ho beccato su internet per portarci in macchina alla prossima destinazione, tutt’altro che facile a raggiungersi. Lui si chiama Mozi e deve condurci oltre il mitico passo di Qafe Thani in Macedonia. Anche qui qualche similitudine coi miei concittadini ciammurri appare subito evidente, specie nell’accentazione delle parole con quella sorta di dieresi che rende la vocale A più simile ad una O. Mozi denota inoltre una sua particolare vena a fare battute del cazzo, che si rivelerà particolarmente fuori luogo qualche ora più avanti, dalle parti del tenuto passo dei contrabbandieri del Qafe Thani. Per ora si limita a dire “tu non potere venire Macedonia, perché tu perso tuo passaporto” ……”ma come perso mio passaporto , Mozi ? Lo tengo nella giacca nel bagaglaio, mica niente eh ?????” E lui : “io scherzaaaaaaaa ahahahah”. Poi comincia a sfrecciare col sul bolide e con una abilità alla guida davvero notevole per le verdi colline della Ciamuria fino ad una città dalla bruttezza davvero ragguardevole chiamata Elbasan, una specie di sintesi del Degrado urbano irrobustita pure dalla presenza di una gigantesca fabbrica di cromo e metalli pesanti come nella città dei Simpson. Da molti km ammiriamo una densa pira di fumo nero come catrame che si alza in vari pinnacoli e pensiamo alle esalazioni da qualche ciminiera ; quando arriviamo nei pressi scopriamo che va ancora peggio ovvero che hanno deciso di accendere una sorta di gigantesca grigliata dei rifiuti tossici nel bel mezzo della fabbrica, a pochi metri dal centro abitato e dalla nostra strada . Dopo la “città- gioiello” di Elbasan, la strada invece piega in una profonda valle di montagna scavata dal dirompente fiume Shkumbini, che in effetti ti scombina un bel po ad arrivare fino al valico di frontiera con la Macedonia, dove il nostro driver mette per la seconda volta in scena la sua ironia devastante . Lo vedo confabulare animatamente nel gabbiotto delle guardie doganali albanesi- macedoni di sto posto sperduto e poi tutti insieme guardare sul retro della macchina dove siamo seduti noi e prender a ridere. . Al suo rientro a bordo , con il rilascio finalmente dei documenti necessari a passare la frontiera (per i quali si era già necessaria pure una deviazione fino ad un curioso bugigattolo nel bel mezzo del nulla che rilasciava non so quale autorizzazione sul veicolo), mi fa: “ sai cosa detto loro che mi domandavano di te ? “ “No, cosa hai detto scusa “ . “ io detto che tu importante politico di mafia italiana che trasporta un kg di cocaina, così loro lasciare subito passare….”
“ Ma tu veramente fai ?????”
“Ma nooooo, io scherzaaaaaa ahahahaha”.
In effetti sta ironia stralunata delle guardie di frontiera balcanica l’avevo già sperimentata anni prima, quando passando proprio da qua fui fermato da uno d loro che uscì dalla guardiola, fece fermare il bus prendendo a gridare il mio nome “Espositooo Andreaaa…” ed a me spaventato che chiedevo che mai fosse successo , lui “Esposito , Capri????”
“Si, Capri……”
“Fiction Capriiiiiiiii!!!! Mia moglie vedere tutte le puntate !”
Quando gli dissi poi che una parte era girata al Gatto Bianco credeva lo volessi perculare e rientró tutto intofato nel gabbiotto .
Insomma un avamposto del teatro dell’ assurdo sto valico di frontiera del Qafe Thani, dove in effetti una rappresentazione dell “aspettando Godot” di Beckett non stonerebbe . Mi sa che si è fatta ora di salutare il simpaticone di autista . Poco dopo il passo siamo in Macedonia, in quella che al tempo di Alessandro si chiamava Pelagonia ed era detto “Regno della Luce”, ma per quella bisognerà aspettare domani perché ormai è notte.
Samarcanda ora è un po’ più vicina
Alexander- Day 1: la Rimpatriata Sciacalla
Giorno 1 – La Rimpatriata Sciacalla
Il diario di un viaggio attraverso paesi e culture diverse , montagne e mari , deserti e ghiacciai,
fino alla lontana Samarcanda, si apre con la estrinsecazione di un concetto universale: quello di Amicizia.
Esso è di certo un concetto tutt’altro che estraneo al personaggio cui tutto questo ambaradan è dedicato ovvero Alessandro Magno : il Nostro conosceva profondamente il potere dell’Amicizia, come quello della Spada e forse anche più. Non è inesatto ne azzardato dire che alla base della moltitudine di vittorie, imprese e vicende varie di vita che investirono Alessandro ci fosse l’Amicizia, che essa fosse la pietra angolare della sua straordinaria vita, almeno fino al momento ascendente della sua parabola . Si, perché andando a ricostruirne le gesta si capisce abbastanza presto come il Nostro non fosse un sovrano egemone e solo, ma avesse a fianco una folta schiera di amici inseparabili sin dalla giovanissima età, che lo accompagnava inscindibilmente sul campo di battaglia come sul talamo nuziale, nella stanza del trono come nel guado di un torrente . I macedoni Tolomeo ed Arpalo, il generale cretese Nearco, il bellissimo compagno di infanzia Efestione divenuto suo amante, l’inseparabile Clito il Nero capace di salvarlo da una spada nemica un attimo prima che il barbaro che la brandiva sferrasse il colpo decisivo. Ed a bene vedere, la invincibile formazione dell’esercito macedone, l’unità di base capace di sbaragliare forze nemiche soverchianti anche dieci volte per numero era detto o no “falange” ? Bene, la falange è dopotutto un osso delle dita di una mano, l’arto di cui dispongono gli uomini e poche altre specie e che esprime meglio di ogni altra cosa in natura l’essenzialità e la Interdipendenza di tutte le parti , “come le dita di una mano” appunto .
Quella macedone suonava un po’ come una rock band di amici del liceo dei giorni nostri , ad un certo punto investito da un inusitato successo planetario ma che sanno rimanere fertili e creativi fin quando restano aderenti allo spirito originario . Se il successo col fiume di soldi e connessi che porta, travolge anche uno solo di loro, viene meno tutto il complesso, scompare tutta la alchimia originaria . Quante ve ne vengono in momenti di rock band cosi, vittime di questa precisa parabola ? A me centinaia . Sarà quello che accadrà anche un po’ ad Alessandro: fin quando saprà essere il front leader di un gruppo che spacca, avrà il mondo ai suoi piedi . Quando inebriato dalla fama e dal potere, arriverà addirittura a tradire il suo inseparabile amico Clito il nero, trafiggendolo addirittura mortalmente con la lancia , sarà lì che romperà l’alchimia ed il messaggio di base e comincerà la sua parabola din discesa . Ma è una storia che vedremo più avanti .
Per ora, a proposito di Amicizia ci siamo noi che ci siamo dati appuntamento in Puglia, per i 50 anni di un amico andato a vivere lì e a cui vogliamo tutti molto bene. Era una sorpresa e ci è riuscita benissimo, perché come le organizziamo noi Sciacalli queste cose , pochi sanno farle . C’era chi è partito da Capri sotto una tormenta, chi da Milano, chi da Roma , addirittura da Madrid e da Londra e chi ha coordinato tutto da casa non potendo essere qui fisicamente, per poi ripartire tutti il giorno dopo ognuno verso le proprie destinazioni ed io a proseguire verso l’altra sponda del mare Adriatico ovvero l’Albania, il viaggio che arriverà fino a Samarcanda. Ma la prima tappa doveva essere qui, perche questa era la nostra serata
Dolcissima Mljet, isola di Ulisse
Nella moltitudine e più di isole e isolotti della Croazia, un posto speciale nel mio cuore lo occupa a tempo indeterminato l’isola di Mljet, Meleda in veneziano, nomi entrambi assonanti con la parola “miele” e non certo per casualità: il nettare che qui viene tutt’oggi prodotto trova estimatori sin dagli albori della cultura greca, dai tempi di Ulisse e Penelope per capirci . Si , perché al di là degli struggenti scenari, delle pinete che paiono annegare nel blu elettrico del mare, delle lagune salmastre che col mare stesso si confondono in un tutt’uno disorientando pure i pesci che paiono finire quasi da soli nelle reti, vi è un motivo ulteriore che me la fa amare e discende da quella che è la mappa più bella del Mediterraneo che sia stata mai disegnata, quella dell’Odissea di Omero. Per quanto mi riguarda questa mappa vince per distacco proprio perché disegnata non lo è stata mai ma è un compito che viene lasciato in parte alla Fantasia, in parte a riscontri oggettivi che gli inceppati come me della cd “geografia omerica” si sforzano a trovare . Bene , nella mappa immaginaria dell’Odissea, Mljet dovrebbe corrispondere all’isola di Ogigia, quella dove Ulisse s’iimbatte nella ninfa Calipso, la quale lo tenne prigioniero per sette anni facendogli smarrire la rotta e facendolo girare con la sua ciurma in tondo tra le isole . A stare qui e guardare la moltitudine di isolotti e scogli affioranti , per non parlare di canali e lagune, si intuisce come dovesse essere in effetti facile perdere la rotta del mare aperto, a prescindere dalle maledizioni di una ninfa innamorata ….
Mljet è anche il parco naturale più antico della Croazia e come già detto qui si fa un miele dj millenaria bontà . Ma il territorio è invece come il corpo di un pianta senza fiori e questa è a ben vedere una fortuna, perché così attira meno insetti : il suo essere più che altro priva di comodi accessi al mare assicura sopravvivenza alla sottocultura devastante della Trimurti spiaggia/ lettino/ aperitivo, volta a trasformare ogni cm utile di bagniasciuga sostanzialmente in una discoteca diurna.
La dolce Meleda, un luogo in cui perdersi come vi si perse Ulisse

La crociata- lampo. Cap.I Tel Aviv, “la California promessa” degli Ebrei
Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro

Il velo di Maya- la Grande Mela
Giorno 2
Giornata all’insegna di relazioni ossimoriche, ovvero di estremi costretti a convivere, quella cui vado incontro. Ossimori come i grattacieli di New York della mattina e i vulcani degli altopiani del Guatemala che raggiungerò in serata. E un’altra relazione strana che si appalesa da subito e’ quella tra alti e bassi: alti come quelli dei grattacieli, dei vulcani o dell’aereo che congiungerà i primi ai secondi, e bassi come quello della metro di New York in cui presto mi perdo. Si, davvero un casino sto metro’ un po retro’ con indicazioni variamente interpretabili e tanti treni di diverse linee che corrono su pochi binari. Ad un certo punto, stressato dall’idea di stare sprecando sottoterra parecchio del poco tempo a disposizione decido di risalire in superficie: mi ritrovo a Nolita, simpatica crasi per North Little Italy, quartiere giudicato tra i più cool del momento nella Grande Mela, con questi ex blocks anni’50 in mattoni e con scale di emergenza in ferro battuto, riadattati a loft di lusso per la borghesia radical chic. Poco dopo e’ la volta della Little Italy vera e propria, o di quello che ne resta: già 28 anni fa, quando da ragazzetto mi ritrovai qui a festeggiare il mio, figuriamoci, dodicesimo compleanno, si intuiva che di Italia ne era rimasta ben poca. Ora la scena e’ più che mai artefatta, gli ex paisa’ un tempo poveri emigranti costituiscono in media uno dei ceti dominanti del tessuto sociale americano, stanno in politica, in finanza e abitano in lussuose dimore del New Jersey e delle new town residenziali appena fuori Manhattan. Nondimeno resta qui una spasa di pizzerie e ristoranti italiani gestiti da persone di etnie disparate. Il primo che incontro, proprio all’ingresso di Little Italy e’ intitolato alla Grotta Azzurra, seguirà uno che richiama i Faraglioni, poi e’ un susseguirsi di dispensatori di pizze surgelate e paste alla bolognese precotte che inneggiano al Vesuvio, alla Bella Napoli, Marechiaro e Pulcinella: che piaccia o no, l’immagine dell’Italia all’estero e’ l’immagine di Napoli, e la percezione dell’italiano medio vista dagli stranieri e’ l’immagine del napoletano, nei suoi pregi e difetti. Parlo dell’immagine stereotipata e basata su luoghi comuni, che in un modo o nell’altro e’ fondativa ed è quella principale nelle relazioni tra culture. Finita la pantomima di Little Italy, ne comincia un’altra analoga, Chinatown, ormai simile ad un qualsiasi quartiere a prevalenza cinese delle città occidentali, con gadget contraffatti e cianfrusaglie destinate ad acquirenti low cost. Conservavo un ricordo di bambino di Chinatown come di quel posto dove avevo visto friggere strani insetti, forse cavallette, e appese alle pareti di ristoranti e salumerie stavano zampe di gallina destinate al desco, che mi impressionavano. Ora naturalmente non ve ne è più traccia e andando avanti arrivo a qualche altra cosa di cui non v’è più traccia ma assai più grande e doloroso delle zampe di galline: era questo fra tanti il posto che in così poco tempo ci tenevo a vedere, il sito ove sorge il memoriale dell’11 settembre, cd Ground Zero. Suscita un’impressione forte, con questo squarcio nel bel mezzo della selva di grattacieli e con gru e pale meccaniche alacremente all’opera a ricostruire in fretta e tappare lo sfregio subito. In mezzo, un’opera davvero bello proprio in corrispondenza delle ex fondamenta delle due torri: due enormi vasche a diversi livelli, la più bassa dei quali inghiotte tutta l’acqua senza lasciar intravedere il fondo, a conferire un immediato senso di tragico e anche a voler fungere, ritengo, da battistero, con l’acqua che lava via la morte. Tutto intorno, sulle sponde delle vasche di nero alabastro, i nomi delle vittime, tra cui mi colpisce la enorme quantità di cognomi di origine italiana. V’è tempo ancora per una breve visita a Central Park, una sorta di enorme giardino condominiale per ricchi che vivono tutt’intorno ai 4 lati e una puntata al MoMa, che ospita una imperdibile mostra del genio Pollock. All’uscita un tizia fuori di testa compie un gesto simile a quello che il grande artista faceva alle sue tele: mi azzecca addosso una marina di rascata, di quelle verdi catarrose, così senza motivo mentre bestemmia in qualche lingua slava.
E’ tempo, si va, mi aspetta il Guatemala e il suo coacervo di vulcani e culture, e a tarda sera arrivo con un “chicken bus” (gli sgangherati e variopinti pulmini locali) dall’aeroporto di Città del Guatemala ad Antigua, la antica ex capitale coloniale. L’Occidente sembra subito molto lontano…

Il Milione: finale nucleare
Conclusione
Quella in foto e’ la centrale nucleare, tutt’ora in funzione, di un paese chiamato Ignalina, nella Lituania settentrionale, una sorta di Chernobyl potenziale o forse anche già una Cripto-Chernobyl. Tra l’altro l’immagine e’ di repertorio perché una vecchia legge di epoca sovietica, recepita poi dal parlamento lituano, espone chi fotografi siti come questo al rischio di un’accusa di spionaggio internazionale. Ne’ io dal mio canto avevo poi tutta sta voglia di avvicinarmi più di tanto a sto luogo sinistro. In effetti sto paese dal nome buffo, Ignalina (e che sorge tra l’altro vicino un parco nazionale stupendo e incontaminato) pare proprio la trasposizione terrestre di Springfield, il paese dei Simpson, coi suoi abitanti che vagano stralunati tra un centro commerciale e una pompa di benzina con alle spalle sto mostro quiescente.
L’ho scelta come luogo simbolico ove concludere il mio viaggio perché mi è sembrato abbastanza coincidente con esso in senso metamorfico. Una mostruosa creazione dell’uomo che si frappone alla bellezza di una natura rigogliosa, cosi’ come un’assurda creazione umana come la guerra (in Ucraina) si è interposta al mio fantasioso e bellissimo disegno di viaggio originario. Ma ad ogni modo e’ stato bellissimo anche così, un itinerario nel cuore di un’Europa diversa, in alcuni punti quasi dimenticata.
La centrale nucleare e’ forse per metafora anche di qualcos’altro che ora si rende necessario: il ritorno alla realtà., dopo quasi venti giorni trascorso zaino in spalla nella beata incoscienza che caratterizza un viaggio del genere. Un volgare aereo da Vilnius mi riporta indietro, ridicolizzando in poche ore il cammino faticoso di tanti giorni tra città, laghi, fiumi e montagne; una velocità, quella degli aerei che brutalizza il percepire degli uomini: in un viaggio la terra va messa sotto i piedi, va vissuta, così da cogliere il paesaggio che cambia, le abitudini e i costumi delle varie genti che cambiano, altrimenti finiamo per somigliarci banalmente tutti dappertutto, questa e’ la mia idea di fondo. L’aereo ripercorre all’inverso il mio percorso e con nostalgia dall’alto un po’lo rivivo: quella assurda città di confine chiamata Suwalko dove niente e nessuno sapeva di cosa fosse la Lituania posta Lia pochi km, la foresta dei bisonti popolata da bisonti umani perennemente ubriachi, Varsavia e il suo ghetto fantasma, Cracovia e le sue folli notti, la Slovacchia dove tutti vanno invece a dormire presto e dove sta quel villaggio di mostri sul lago che pare uscito dal film “Hostel”, il castello di Spis con quei due imbroglioni che si spacciano per maghi, le grotte senza via d’uscita di Aggtelek dove vagano i fantasmi del prof Petre e famiglia da 70 anni, le colline del vino buono come il Sangue delle Belle Donne, Budapest adagiata regalmente sul Danubio, la sonnolenta Drava che bagna Ptuj dove partecipai a quel folle festival di Vino&Scrittura, Lubiana che pare una piccola Amsterdam, il lago di Bled che pare uscito dal “Signore degli Anelli”, il monte Tricorno con quella assurda strada costruita dai prigionieri russi, Caporetto coi suoi boschi intrisi di sangue italiano, il colore acquamarina dell’Isonzo dove felice scendevo in un pericolosissimo rafting, Udine deserta il sabato di ferragosto e il Canal Grande a Venezia dove arrivai dopo quasi 48 ore senza dormire in una sorta appunto di estasi di felicità da inizio viaggio. E come sempre, dall’aereo ripeto in gesto scaramantico, quello in cui ripenso al momento (che vi è sempre) in cui mi sono detto durante il cammino e le sue asperità “ma chi cazzo me lo fa fare?” Eh si, e’ capitato anche quest’anno, su dei monti freddissimi e pieni di nebbia chiamati Tatra, quando semi-assiderato in bermuda dovevo raggiungere il confine con la Polonia. Mi chiedevo soprattutto come avevo fatto mai a non considerare che a quelle latitudini le temperature e le condizioni atmosferiche non potevano che essere tali e invece io avevo preventivato, chissà perché, di trovarmi a passeggiare tra ridenti e soleggiate colline, manco fossi in Sicilia. Ma forse e’ vero che, come canta Battiato, “per chi sa rimanere incosciente, le colline sono sempre in fiore”.

Il Milione: gli ultimi bisonti
Giorno 15
Si, lo ammetto: rimango un provinciale. Per quanti mi sforzi di viaggiare su e giù, finisco per corservare sempre una scorza capresotta che non si lava via: da noi e un po in tutti i piccoli centri si rimane troppo legati ad un’idea di “piazza” come fulcro raccolto di una comunità, luogo intorno a cui ruota la vita e ci si incontra tutti prima o poi. Cosicché qui a Varsavia, quando ho appreso che il bus a lunghissima percorrenza proveniente da Parigi ed in proseguimento per le repubbliche baltiche sarebbe partito dalla piazza Centralna di Varsavia, beh ho pensato che mi bastava andare “miez a chiazza” un dieci minuti prima e un posto l’avrei trovato. Miez a chiazza, si! O cazz! Uno poi si deve andare a ricordare che ci stava sto Gesù Cristo di razionalismo sovietico, che sti cazzo di comunisti andavano a costruire ste piazze squadrate lunghe e larghe km e km che ci si potrebbe costruire sopra non uno ma tre aereoporti tanto che so grandi. Naturalmente in quella landa desolata manco per il cazzo trovo l’angolo remoto da cui dovrebbe partire sto bus ( e’ pure l’alba e quella appena finita era stata pure una seratina simpatica) poi nei pochi minuti convulsi che mancano al fischio finale decido di fare la giocata sbagliata, puntare tutto sull’ufficio informazioni dove siede una vecchia rincoglionita che parla inglese come io parlo swahili e che, mentre prova a telefoanre una sua amica che parla le lingue, si becca un bel “sta maronn i strooonza” gridato a molti decibel di potenza. E niente si cambia percorso, si fa una tappa che avevo soppresso: la foresta dei bisonti! Si tratta di una regione remota ai confini con la Bielorussia e ora che ci sono stato credo di sapere perché siano rimasti solo li e non altrove: e chi cazzo li va a cecare in quel posto sperduto? Arrivarci infatti comporta un giro per tutta la campagna della provincia orientale polacca, che non ricorderò come uno dei posto di maggiore fascino mai visti. Alla fine cmq arrivo in questa città chiamata Augustow, nella regione dei laghi Masuri dove pure si consumo una cruciale battaglia della prima guerra mondiale tra russi e tedeschi. La vittoria ottenuta da Hindenburg qui tra l’altro, unita all’uscita di scena della Russia per via della rivoluzione del ’17, costituirà il presupposto della nostra disfatta a Caporetto, prima tappa del viaggio ma passiamo appresso. Augustow, situata in mezzo a grandi laghi tutto intorno ce pare quasi un’isola. Vi trovo una graziosa guesthouse un po carestosa ma con una locandiera estremamente gentile e simpatica. Ecco quest’ultima espressione “gentile e simpatica” e’ una litote, una figura retorica per cui si afferma una cosa negandone il contrario, di cui forse gia parlai pure nel diario dell’anno scorso. Un esempio di litote che ci proviene dalla letteratura e’ “Don Abbondio non era nato col cuor di leone” per intender dire che era un cacasotto. Ecco l’espressione “donna gentile e simpatica” vale qui a dire che era nu maronn i cess. Esteticamente assai diverso e’ invece il marito di lei, un gigante d’ebano mulatto che deve avere la stessa voglia di lavorare che ha il Berlusca di farsi processare dai giudici di Milano. Mentre lei sta indaffarata a fare tremila cose insieme,lui se ne sta bello sbivaccato a fumare e godersi tutti gli effetti collaterali del suo Big Bamboo, con lei che mentre cucina e parla a tel e porta i bagagli e pulisce i mobili gli manda tanti baci amorosi con la mano. E quando la poverina mi dice che il suo husband will take care of me e mi fornirà una bicicletta, chill mi squadra con un’aria come se manco dovesse andare sulla luna a recuperare un pezzo di asteroide . “Azz e tu vuo’ na bicicletta a quest ora, e ma non ho le chiavi del catenaccio, non ho il gonfiatore etc” ; alla fine dopo mezz’ora di vuommicherie mi rifila un catorcio con le ruote moscie e senza freni, che per poco non centro piu avanti in pieno una coppia di sposini che sta facendo le foto!!! Ad ogni modo storto o morto arrivo in questa foresta dei bisonti e anche dei tarpan, dei cavalli preistorici che vivono ormai solo qui. E’un incanto di laghi,isolette e paludi ma l’unico animale a manifestarsi in maniera visibile alla mia vista sono dei assai più comuni tavani chef fanno nuovo nuovo. Uh contatto col bisonte lo stringo cmq la sera quando, davanti ad un’orchestrina tristissima che suona la polka e la cover della lampada e “i will survive” in polacco, in un contesto umano piuttosto degradato di alcolisti locali violenti e omofobi, mi viene ad un tratto offerta una grappa al profumo di bisonte appunto. Si tratta, dico sul serio, di una grappa ottenuta dallo sterco del bisonte…..ma non si potevano estinguere sti cazzo di bisonti di merda? E tra voi, qualcuno lo tiene il numero dell’ospedale Cotugno?

Il Milione: i selvaggi Tatra
Giorno 12
In un postaccio chiamato Admiral con tavoli da biliardo senza manco il panno verde e ove la musica e’ affidata ad un vecchio juke box a vinili , una tipa che insegna storia e filosofia al Gymnasium di Levoca mi ammonisce sul rischio folle a proseguire verso la vicina Ucraina. Anzi ad andare li, sono proprio impossibilitato: le frontiere terrestri sono praticamente chiuse, vengono aperte a singhiozzo ma principalmente per permettere il flusso nella direzione opposta di gente che scappa dalla guerra. Inoltre la nave da odessa alla volta del Caucaso non salpa più, perché fuori il porto sta appostata la flotta russa proprio come nel film della corazzata Potemkin. Mi ero già da tempo prefigurato ad ogni modo un cambio i itinerario, Samarcanda e’ irraggiungibile per questo giro, mi duole che lo sia anche il Caucaso dove desideravo tornare. Resta dunque da disegnare una nuova rotta. Dalla Slovacchia dunque dovro’ per forza di cose tagliare a nord, attraverso i selvaggi monti Tatra e sbucare poi negli altopiani della Slesia, in Polonia. Non sarà così lontana la magnifica Cracovia e poi la capitale Varsavia. Da li barra del timone poi tutta a est verso il confine bielorusso, dove sorge la foresta primordiale più grande d’Europa e dove vivono gli ultimi bisonti europei. Incontrerò poi la regione dei laghi Masuri, pare molto bella naturisticamente e da li verso la Lituania: la bella capitale Vilnius, un parco naturale di paludi acquitrini e centrali nucleari abbandonate e poi potrei chiudere nella penisola curlandese, sulle dune di sabbia di Nida vicino a dove è nato Kant e dove andavano a villeggiare Thomas Mann e Sartre. La prendiamo con filosofia appunto!
La prima tappa si rivela tuttavia durissima: l’attraversamento dei monti Tatra e’ uno scoglio duro, soprattutto se fatto con un abbigliamento più adatto ad andare da Luigi ai Faraglioni che su brulle e fredde montagne avvolte da una nebbia bastarda e infida. Già nel fondovalle di un posto chiamato Poprad la temperatura e’ sui 7-8 gradi e piove. Questa cittadina, bruttarella, la ricordo solo per un “31!” fatto ad un tizio di un ristorante che espone tanto di cartello “Original Pizza Caprese”. Ovviamente quando si è visto sgamato, ha preso ad addurre una sequela improbabile di scuse per giustificare la feta greca come formaggio anziché la mozzarella, il forno a microonde etc. Un trenino a diesel sale fino ad un luogo chiamato Stary Smokovec e la temperatura scende fino a 4-5 gradi. Questi monti Tatra possono essere un magnifico luogo per escursioni ma ad andarla ad acchiappare una giornata di sole, ogni anno muoiono tra le 15 e le 20 persone durante le escursioni perché sorpresi dal maltempo che sopraggiunge improvviso e letale. Se mi mancava il Caucaso, beh questi posto esserne un valido surrogato, con strade sterrate, cime aguzze e fiumi ribollenti di rapide. Si sale ancora attraverso una gimcana di tornanti nella nebbia fino ad un posto chiamatto Zdejar, con bellissimi cottage in legno ottocenteschi che pare voglia tutelare l’Unesco. Mentre attraverso un bosco alla ricerca di una baita per ripararmi dal freddo, mi viene in mente la profezia del cameriere ricchione, quello che diceva che sarei stato mangiato da un orso….Alla fine, un ruscello in piena segna il confine con la Polonia. Poco oltre , giusto sotto una cima che la gente dice assomigliare ada un gigante addormentato, sorge Zakopane, la stazione sciistica resa celebre da Papa Wojtila che da giovane andava appunto a sciare li. Al termine di sto calvario, infreddolito a dir poco vi metto piede per una decina di minuti , il tempo di prender qualche altra boccata di freddo e vedere ovunque pallosissime e cafonissime statue di Wojtila. C’è l’ultimo autobus in partenza per Cracovia, sono distrutto ma in due-tre ore potrei stare nella piazza del mercato a bere vino caldo o in qualche locale del centro…. Buonanotte Zakopane e Papa Wojtila che fa lo slalom gigante, si va a Cracovia!
