“Nel dormiveglia della corriera lascio l’infanzia contadina” recita il verso di una canzone, per la verità assai più simile ad una poesia, di De Andrè. Per salire a Bobbio, il percorso da farsi procede all’esatto inverso: la corriera si lascia alle spalle la realtà industrializzata e aggredita dall’urbanizzazione della pianura per addentrarsi in un mondo antico e lento, quello dei Colli piacentini arroccati intorno alla Trebbia. Già, la Trebbia, unico fiume italiano declinato al femminile, sede di un’epica battaglia tra i Romani ed Annibale ai tempi delle guerre puniche. Il secondo ne uscì come sempre o quasi sempre da trionfatore col suo genio militare e la sua straordinaria capacità di lettura del territorio, delle sue asperità e dei suoi anfratti. Ammirare i luoghi di quella battaglia da vicino è uno dei due motiv che mi spinge fin quassù. L’altro ve lo racconto dopo . Prima val la pena di soffermarsi a guardare questo angolo remoto di Italia, uno spaccato di un’epoca dimenticata e rurale, organizzata intorno a regole antiche e severe come severo puó esserlo qui l’inverno, al quale or sì si prepara dopo i raccolti della legna e la Trebbiatura, nome che guarda un po’ ritorna. Il tutto in un paesaggio che pare un quadro rinascimentale, e forse lo è : già, perché pare proprio che Leonardo Da Vinci nel dipingerla e scolpirla nella Memoria dell’Uomo per l’eternità, abbia deciso di circondare la Gioconda dello sfondo di queste valli . Potere accorgervene anche voi, se spostate lo sguardo dal volto e riconoscete tra le colline retrostanti dipinte un ponte, un ponte gobbo e ricurvo che non che essere quello bello e lunghissimo sulla Trebbia, una sorta di dragone che si diparte da Bobbio e arriva dall’altra parte, nell’incantp dei colli e lo scrosciare del fiume .
Bobbio è una sorta di utopia, un luogo dell’immaginario.
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Giorno 13 – Abel Tasman Park
Raccontare i miei viaggi, lo avrete abbondantemente capito, mi piace; mi viene naturale e non mi costa alcuna fatica . Mi risulta invece stranamente faticoso raccontare il posto dove mi trovo ora ma non lo potrei definire certo un classico “blocco dello scrittore”. È che davvero, per usarne una già sentita, non ci sono parole. Mancano. Ma cosa cazzo è sto Abel Tasman Park? La casa di quale divinità regalata agli uomini per scherzo o per errore?
Mah, cominciamo da cose semplici: lo scelgo preferendolo ad altri posti della Nuova Zelanda perché mi suggerisce con il nome un bel think palillians, un enigma insomma, da schiaffare dentro alla prossima caccia al tesoro e la scelta comporta subito una deviazione decisiva rispetto all’idea iniziale di percorso che mi ero fatto. I rimpianti finiranno molto presto. Arrivo in un agglomerato di casette dal nome assai grazioso chiamato Kaiteriteri, appoggiato su una spiaggia dorata incantata che è solo un piccolo preludio al tutto. ITrovo col mio solito culo l’ultimo alloggio disponibile nel raggio di 50km in un modesto ostello che ha anche camere private, tutto molto basic ma l’unica cosa che mi importa è la finestra per guardare fuori e quasi rimpiango che non affittino amache per dormire sotto le stelle. Il posto è gestito da una simpatica coppia di gay australiani che paiono aver lasciato alle spalle ogni preoccupazione del mondo al di fuori da questo luogo. Per la prima volta da non so quanti anni mi preoccupo di bloccare la stanza per almeno tre giorni, che saranno anche pochi.
Ora veniamo alle cose serie: l’Abel Tasman Park, intitolato all’esploratore olandese che diede nome alla Nuova Zelanda ed a cui è intitolata la vicina Tasmania, è il paradiso. Ne ho visti di posti belli ma qua siamo davvero nell’Olimpo. Kaiteriteri è l’ultimo avamposto della civiltà umana prima del Regno degli Dei. Dalla sua spiaggia ci si muove in barca, kayak o a piedi verso il parco che inizia appena qualche km più a nord, risalendo un promontorio adornato di spiagge e calette deserte una più sensazionale dell’altra. Percorrerle attraverso sentieri o in canoa è un’esperienza che lascia sbalorditi. Tutto quello di cui si ha bisogno è una borraccia con dell’acqua e magari un po’ di miele manuka, per ritemprarsi durante il cammino che può essere lungo tra un pezzo di paradiso e l’altro. Ma lo stesso insieme di sentieri tra ponti sospesi e una natura lussureggiante è di suo un incanto. Bisogna sapersi anche regolare col flusso delle maree, qui molto alte e che coprono pezzi di sentiero costringendo poi ad allungare di diversi km ,come mi è successo il primo giorno , quando dopo oltre dieci km già percorsi me ne sono dovuti accollare altri 5.4 a tempo di record , perché la alta marea aveva reso intransitabile un luogo chiamato “Cleopatra’s pool”, incantevole e cangiante come la regina d’Egitto, e se perdevo l’ultimo battello per rientrare al paese, sarei dovuto rimanere a dormire sotto le stelle. Non sono sicuro che mi sarebbe dispiaciuto. Dopotutto gli unici animali visti qui sono simpatiche foche, delfini, tartarughe e impertinenti kiwi che frugano nella tua borsa se ti distrai a contemplare tutto intorno. Nessuna traccia insomma di zanzare e bestiacce fastidiose, manco quello a rovinare un pizzichino qualcosa. Niente. Che altro dire? Questa è la pagina del diario più banale e scontata che abbia mai potuto scrivere, avrò ripetuto venti volte la parola “paradiso” e altrettant aggettivi come “divino” o “sensazionale”. La concludo con un ancor più semplice invito a provare a venire almeno una volta nella vita all’Abel Tasman Park.
Giorno 5 – Seduti sopra un vulcano
Quando chiedo al mio nuovo amico Chan il Coreano, oste dello sgangherato Manhattan Motel, un parere circa i Maori, gli indigeni nativi della Nuova Zelanda la cui presenza in questa cittadina è cospicua e vistosa, arriva una risposta draconiana. A detta di Chan si tratta di piantagrane, sfaticati e piagnucoloni, bravissimi a monetizzare con le loro finte lacrime le attenzioni del governo, sempre pronto ad aprire i cordoni della borsa in retaggio di un non necessario “senso di colpa” radicato nei loro confronti. È esattamente la risposta che mi aspettavo da uno come lui, coincidente per filo e per segno a quella che ti offrirebbe un americano della working class elettore di Trump se gli chiedessi degli indiani di Americani o ad un brasiliano bianco bolsonarista circa gli indios della Amazzonia. Quando si raggiunge una certa età, credo si acquisisca anche una certa esperienza ad immaginare con un certo anticipo le risposte alle tue domande e cosa in generale la persona che hai di fronte stia per dire. Se rivolgessi invece la stessa domanda alla giovane ricercatrice americana con il fisico da hostess e l’espressione tipica da figlia dell’estabilishment democratico della West coast,, che guarda emozionata ed entusiasta questi nerboruti omaccioni agitarsi dietro un falò, mi sentirei dire che questa gente va compresa ed aiutata oltre ragionevole dubbio, perchè questa terra appartiene a loro e noi ne siamo che gli usurpatori. Mi rivolgessi invece al suo annoiato e meno idealista maritino, ascolterei qualcosa tipo “ Si ok, belli bellissimi i Maori, belli pure i Boscimani, del Kalahari l’anno scorso, ma una volta tanto non possiamo andare pure noi a Playa del Carmen o in Florida a prendere semplicemente il sole e bere birra in spiaggia, in modo da poter vedere pure tanto bello le partite della mia squadra di football alla tv invece di buttare tutti sti soldi fin quaggiù ?” A dirla tutta, al posto suo sarei pervaso anche da qualche perplessità più terra- terra quando sua moglie prende la parola per dire commossa che “la nostra società deve risarcire questa comunità di ciò di cui si è appropriata” ma lasciamo perdere. Ad ogni modo, la risposta più interessante anzi l’unica interessante sarebbe quella che qualcuno degli stessi Maori dinanzi a noi potrebbe fornire ma questa risposta no, non riesco a immaginarla. Difficile capire dove arrivi effettivamente la loro sbandierata integrazione e inizi il loro disagio. Di certo, nel centro culturale di Rotorua, dove si svolge questo incontro con i nativi Maori, si apprendono cose interessanti circa la loro origine, che è collocata in altre isole del Pacifico, poi addirittura scomparse e inghiottite dall’oceano. I presagi e i primi avvertimenti di questo disastro imminente, dovuto probabilmente a fenomeni tellurici e vulcanici , avrebbero dunque spinto i superstiti a imbarcarsi su piroghe e cercare fortuna da qualche parte nello sconfinato Pacifico, fino a giungere qui, molti secoli prima del capitano Cook e degli Inglesi. Qualcosa di non troppo diverso in effetti sta succedendo adesso, per via del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento dei mari, che sta rendendo inabitabili molti atolli del Pacifico, generando nel medio periodo nuove migrazioni. Interessante assai comunque questo centro culturale Maori, tranne che per la visita al villaggio tradizionale Maori, a cui mi sottraggo perché mi sa di bufala nella migliore delle ipotesi e sopratutto perché non mi piacciono “le riserve” come idea. Confinare le persone entro un perimetro e fargli credere che all’interno di quel risicato spazio possono continuare a vivere come i loro antenati di mille anni fa mentre il mondo fuori continua come continua, è una bugia dolorosa, un po’ come la pozza e la pianta tropicale messe nella gabbia dello zoo alla tigre per fagli credere che viva ancora nella giungla . Insomma luci e ombre. E stessa considerazione anche per Rotorua in generale, da cui mi aspettavo forse qualcosina in più . Ha grandi attrazioni naturali e ottimi centri culturali ma il paese resto troppo anonimo e sonnolento intorno a sto lago puntellato di Spa, dove sta gente in ciabatte passa interi pomeriggi a cospargersi di fango termali come ippopotami mentre mangia hamburger e patatine, che mi fa tanto Ischia. In effetti Rotorua la sua unicità la consuma tutta sottoterra più che fuori, con una serie concatenata di vulcani, fumarole e geyser che ogni tanto bucano il terreno per sputare fumo, acqua bollente e anche lava . Tutto questo pandemonio è originato da un gigantesco vulcano su cui Rotorua è appoggiata, in maniera del tutto analoga ai Campi Flegrei, se non fosse che qui lo strato di terra che fa da tappo al vulcano è più sottile e quindi suppongo più fragile. Insomma sti poveri Maori scappati a qualche terribile calamità da qualche angolo del Pacifico, hanno sfidato l’oceano e sono andati a sedersi su un altra pentola bollente, la solita “ciorta del pover omm” ma non ditelo a Chan il Coreano…
Giorno 4 – Rotolando verso Sud
Mi è sempre piaciucchiata questa canzone dei Negrita, band musicale che non ricorderei per molto altro. Esprime proprio il senso del viaggio, quello on the road che poi per me è l’unico viaggio tale, gli altri sono vacanze. A pensarci bene l’ho persino scelta come sigla della mia rubrica radiofonica, dedicata manco a dirlo ai viaggi, alla cui narrazione potrò aggiungere presto sto bel pezzo di mondo che mi mancava . Rotolando verso Sud inoltre si adatta perfettamente al caso di specie, giacché necessariamente a Sud sono diretto e rotolando nel senso che devo sbrigarmi , perché la mia meta finale, quella che proprio non posso mancare, è ubicata all’estremità meridionale della Nuova Zelanda, in una regione dal clima piuttosto freddo e ostile . Si, perchè qui nell’emisfero australe il Sud si traveste da Nord e indica il freddo, da ultimo il Polo Sud che è il più freddo di tutti e verso il quale la Nuova Zelanda costituisce insieme con l’Argentina la base di partenza privilegiata. Un giorno sogno di andare anche lì,’in Antartide, e prima o poi lo farò . Ora però vediamo di metter proma a nome la pratica New Zealand: dunque sono atterrato nella città principale (che la capitale non è tuttavia), Auckland,’vicina all’estremità settentrionale del paese e devo arrivare a quella meridionale.’ In mezzo un bel po di strada da fare per un paese grande più o meno quanto l’Italia ma con manco un decimo dei suoi abitanti ( 4.2 milioni di abitanti contro i nostri 56) ed una geografia per certi versi simile, se non fosse che è divisa in due grandi isole di dimensioni simili . Però anche esse insieme conferiscono alla Nuova Zelanda una forma stretta e lunga irta lungo una spina dorsale di montagne paragonabili ai nostri Appennini ma un bel po’ più alti , che fungono da spartiacque dei tanti fiumi che scendono dunque a valle verso un lato che è il Mare di Tasman o l’altro che è il Pacifico. E a volo a volo abbiamo pure buttato dentro la nozione di “spartiacque”, termine assai inflazionato in senso metaforico ma che quasi nessuno usa e conosce per il suo significato primario, che ha appunto una valenza geografica anzi orografica. Se andate ad esempio da Napoli alla Puglia o Roccaraso per dirne una a caso, può essere divertente capire a che punto è collocato lo spartiacque, ovvero il punto dal quale i fiumi o anche solo i torrenti prendono a scorrrere verso il Mare Adriatico e non più verso il Tirreno, anche se mi rendo conto che farlo in New Zealand col Mare di Tasman ed l’Oceano Pacifico suoni un’operazione un bel po più accattivante….
Dunque dobbiamo rotolare a Sud, tra due oceani ed un mare di opzioni circa dove andare e cosa vedere. Visitare la Nuova Zelanda può essere facile, nel senso che dovunque sbatti tutto pare di una bellezza folgorante, ma anche difficile perché le cose sono tante e tutte diverse nonché lontane tra loro. Coste, montagne, laghi, vulcani città, ognuna su una direttrice di marcia diversa. Scegliere una strada è decisivo e complicato ma è la cosa che più mi piace fare di giorno in giorno senza prefissarmi niente, ci racchiudo il senso del mio viaggiare stesso. Alla fine scelgo di rotolare a Rotorua, un 300 km a sud di Auckland, città nevralgica della cultura indigena Maori o di quel che ne resta nonché al centro di una serie di vulcani e caldere attive, che le conferiscono un’aria quasi da antro infernale e le donano, si fa per dire, un perenne acre odore sulfureo, che fa bene ai polmoni ma irrita un po’ gli occhi . Le attrattive da scoprire si annunciano incredibili come il Tè Puia, un gigantesco geyser secondo al mondo solo a quello ben noto islandese per dimensioni e getto d’acqua. La cittadina è ubicata intorno ad un lago ovviamente vulcanico , al cui centro sorge un isolotto in costante crescita per via della lava, un po’ come a Santorini . L’aspetto del paesino è sonnolento rispetto alla frizzante Auckland, vi arrivo nel tardo pomeriggio e causa la penuria di alloggi trovo sistemazione solo in un non indimenticabile motel che pare uno di quelli da film americano, dove si nascondono i malviventi in fuga . Lo gestisce uno strano immigrato coreano, anche lui come uscito da un film poliziesco americano con il suo aspetto da assistente sfigato del Boss, quello mandato a recapitare messaggi di sfida e che muore alla prima sparatoria. Nella singolare e improbabile amicizia che stringeremo nei giorni a venire in cui si offrirà di farmi da autista ovviamente a pagamento, mi rivelerà in effetti un passato malavitoso in quel di San Diego, California, quando la mala asiatica fronteggiava gli storici rivali della mafia italiana, ormai a suo dire troppo imborghesita da vestiti alla moda e belle donne ma verso cui nutre un rispetto sacrale sopratutto per lo stile elegante e charmante, “come il tuo, come il tuo” continua a ripetere . Magari è un cazzaro appassionato solo di B-movie polizieschi , altro che malavitoso in pensione, però ci stiamo simpatici e formiamo una bizzarra coppia, Palillo & Chan il Coreano in giro per i peggiori bar di Rotorua.
Cose strane che capitano solo in viaggio..
Giorno 3 – In Paradiso per scambio
Un altro motivo a portarmi quaggiù si chiama “Lezioni di piano”. Si tratta di un film, ambientato qui nell’Ottocento, epoca che per la Nuova Zelanda corrisponde pressoché agli albori della sua storia o almeno di quella parte della sua storia nota a noi. È un melodramma sentimentale imperniato sullo schema piuttosto classico dell’amore impossibile ma raccontato magistralmente da una regista, Jane Campiom, anche lei della Nuova Zelanda , terra che in effetti di registi ne partorisce parecchi. Una donna viene data in sposa ad un ricco uomo d’affari inglese che nemmeno ha mai visto, in un matrimonio combinato dalle famiglie di origine, lei è muta e l’unica sua forma di espressione col mondo è il data dal pianoforte, passione che invece viene subito calpestata e non compresa dal nuovo marito, costringendola a suonare furtivamente il piano abbandonato su una spiaggia. Qui incontra un uomo anche lui inglese ma assai più integrato nella cultura locale indigena e che le fa pure assai più sangue dello stitico marito, tanto che finisce per diventare il suo amante oltre che il suo maestro di piano. Quando il marito, a cui come si suol dire “era uscito il mellone bianco” nel senso che lei manco gliela aveva ancora mai sganciata, si addona delle corna succede l’arrevuoto, e qui mi fermo con lo spoiler . Mi fermo anche perché ciò che del film mi rapisce è la musica sublime, creata da Michael Nyman: semplice e geniale, sono due- tre note che si intrecciano all’infinito e paiono inseguirsi e avvolgersi sinuose proprio come i corpi degli amanti . E vi sono poi le ambientazioni che mi hanno fatto sognare per anni questa terra. Spiagge vergini ammantate di vegetazione primigenia che paiono annegare nelle onde dell’oceano, avvolte da cieli plumbei in una luce fioca e intima come quella di una lampada ad olio. Un mare quindi non facilmente ne scontatamente solare e balneare, un mare che diventa argine, frontiera, sfida, come quelli della nostra Europa del Nord .
Credo che per la verità il film sia ambientato quindi in una regione più a sud ( che qui è il nord) rispetto a quella dove mi trovo ma la combo spiagge deserte- new zealand mi porta subito con la mente a “Lezioni di piano “, cosicché quando dalla camera di albergo ad Auckland scorgo dinanzi a me aprirsi il magnifico golfo di Auraki punteggiato di verdissime isole vulcaniche, faccio armi e bagagli e mi imbarco . Finisco in un’oretta ad una che si chiama Waiheke, e che è il paradiso. Il paradiso . Il clima è mite ed il cielo non è quello plumbeo e ostile del film, il mare non è argine, frontiera, sfida ma pare chiamarti a se, e stii grancazzi: meglio assai così, ma veramente stiamo facendo? Qui pare la Polinesia, che poi lontana non è . Indovino subito l’idea decisiva per esplorare Waiheke, noleggiare una bici elettrica che mi permette di salire e scendere dalle colline e i coni vulcanici per lanciarmi in spiagge semi-deserte una più bella dell’altra, il cui silenzio è rotto solo dagli uccelli e dal fragoroso rompersi delle onde del Pacifico. Alle spalle di esse una natura rigogliosa che pare contemplare la flora di tanti ecosistemi diversi, dalle palme tropicali ai bellissimi pini di Norfolk, endemici della Nuova Zelanda e che paiono degli alberi di Natale della casa di qualche ciclope, per quanto sono grandi . La gente vive in dei cottage di legno appoggiati sulla sabbia o abbarbicati alle colline, e dalle agenzie immobiliari che li pubblicizzano e vendono , si capisce come sia un posto molto ambito, e per quanto è bello vorrei vedere. Qui si fa un vino pregiatissimo e dolcissimo, e pure un miele tra i più pregiati al mondo, dai poteri miracolosi pare, il miele Manuka, che la gente lascia in barattoli nelle casette di legno fuori ai loro cottage: per comprarlo basta depositare i soldi in esse, in un clima di fiducia collettiva verso il prossimo smarrito secoli fa nelle nostre società . Vallo a fare in Italia, ne trovi quattro di barattoli ,come si suol dire, e forse tutt’al più qualche anima pia ti segnala all’Asl come potenziale persona afflitta da distrurbi psichici.
Insomma qua ci sono finito per scambio e sono andato appunto in paradiso per scambio. Ma io lo dico sempre che sto Palillo è uno fortunato ..
Tessera unica
Unica. Il solo aggettivo che descrive Ravenna è quello che rimanda alla sua unicità, una singolarità assoluta che qui si innesca, frutto della congerie storica che ovviamente la determina . È una sorta di incendio, non solo metaforico viste le tempestose vicende, che qui divampa tra il V e il VI secolo dopo Cristo, quando sul far del declinante Impero Romano, Ravenna riesce a divenire da un lato l’erede di Roma, dall’altro la chiave di ingresso in Occidente della raffinata cultura dell’altra metà,l’Impero Romano d’Oriente allora invece al suo apogeo . Costantinopoli e la sua corte bizantina entrano in Italia e siedono sul trono di Ravenna, le chiese e le basiliche,di solida edificazione romana, si adornano dei mosaici più perfetti e lucenti che occhio umano possa vedere . Secoli dopo è Dante, che qui morirà, a raccontarne estasiato la bellezza nel Paradiso della Divina Commedia. Ma tutt’oggi, quindici secoli dopo, quella Bellezza è tutt’altro che tramontata .
E il binomio Oriente/Occiidente non è neanche la sola caratterizzazione di Ravenna: qui arrivano i barbari di Tedorico, gli Osteogoti, e ci formano un regno quarantennale. A Ravenna proliferano religioni come l’Arianesimo, riti pagani di altre zone di mondo allora lontanissime e tutt’ora percepibili nelle tracce che recano. E tutto ciò avviene solo qui a Ravenna.
Vi è solo un problema: si mangia troppo bene nelle sue squisite osterie ridondanti di vita e sapori, e i picchi di colesterolo possono offuscare un po’ la lucentezza dei suoi mosaici .
Ravenna un tesoro senza tempo
La Comune sul fiume
Nella lista piuttosto lunga e composita di luoghi sbrevezi del mondo dove sono stato, un posto speciale nel mio cuore lo occupa questa GuestHouse sperduta da qualche parte sui monti Carpazi, in Romania e precisamente nella affascinante regione della Transilvania. La Pensiunea Mioritca era in effetti una strabiliante bicocca magicamente abbarbicata su un fiume, che le scorreva sotto, sopra, dentro e a fianco, permeando di sé e della sua umidità ogni angolo. Ma era bellissimo essere lì, e ad ogni modo il protagonista assoluto di quel luogo era l’oste Florian, rubizzo omaccione con una talento strappato al teatro e forse anche al mondo del marketing: si diceva nostalgico della ormai defunta epoca comunista, a cui aveva dedicato in un’ansa del fiume una cosa ibrida tra una libreria con tutti i classici del socialismo ed una cappella votiva. Ed infatti ogni mattina celebrava una “messa da requiem del Comunismo con letture del Capitale di Marx accompagnate da musiche di Mozart e Strauss, per il visibilio di noi ospiti . A cotanta cultura ed erudizione faceva da contraltare un più che percepible tasso di rattusamma, che lo spingeva a chiedere foto viscide a tutte le più avvenenti turiste mentre prendevano il sole, per arricchire la biblioteca- cappella del Comunismo. Cosa c’entrassero poi i testi di Marx ed Engels con quella collezione di tette & culi lo sapeva solo Florian, il comunista morto di figa più simpatico che ricordi.
Alexander – Final day: Samarcanda, finalmente tu!
“We travel not for trafficking alone:
By hotter winds our fiery hearts are fanned:
For lust of knowing what should not be known
We take the golden road to Samarkand” (James Elroy Fletcher)
Questi bei versi di un poema del 1913”, intitolato appunto “The golden journey to Samarkand”, ho fatto miei sin dal primo giorno di questa straordinaria avventura, quando la “strada dorata per Samarcanda” era lunga quasi 6.000 km, 5.932 per l’esattezza. Qualche pezzettino, d’accordo, ho dovuto farlo in aereo: l’Iran era praticamente in guerra in quei giorni e, prima di desistere ad attraversarlo, le ho studiate davvero tutte. La gran parte di questa strada l’ho lasciata comunque sotto i mie piedi e ora che sono giunto a destinazione faccio un semplice gesto che nel corso di quasi tre settimane ho scaramanticamente evitato : mi volgo indietro . Mi sale un gorgo di emozioni e momenti confusi e diversi, dai vicoli di Istanbul ai passi di montagna in Albania, il sole di Efeso e il vento ghiacciato sul lago d’Aral ridotto ad una pietraia, la movida di Salonicco e le donne in preghiera nelle moschee di Bukhara, la tempeste alla frontiera turca ed il treno fetido nel deserto uzbeko, le mille e una notte di khiva come un sogno andando indietro fino alla rimpatriata di vecchi amici in Puglia la prima sera, che pare un secolo fa . Alessandro, giunto qui, disse che trovava Maracanda (allora si chiamava così) esattamente come se la aspettava, solo molto più bella . Quella sera bevve smodatamente, più del solito, e trafisse con la lancia il suo migliore amico e miglior condottiero, Clito il Nero che gli aveva pure salvato la vita sul Granico vicino Efeso qualche anno prima . Samarcanda rende folli, con le sue torri bianche che si stagliano contro il cielo oscurato da cicogne in volo che sembrano non saper dover andare. Samarcanda ti fa perdere la direzione, ti fa dimenticare dove è l’est e dove è l’ovest, un po’ come la Calipso che fece smarrire la rotta ad Ulisse. Alessandro pianse tre giorni e tre notti per la sua follia, poi andò avanti fino in India. Io ora posso tornare, volevo la mia Samarcanda, che per me vale un sacco di cose che forse è giusto tenga per me. E l’ho avuta. È stata una straordinaria avventura che da anni disegnavo nella mia fantasia .
A proposito, lasciatemelo dire anche stavolta : la Fantasia al potere !
Alexander- giorno 15: Tra caravanserragli e carrozze
Per quanto disagevole, spostarsi su queste strade sconnesse e incontrarvi le più disparate genti ha un fascino enorme e irresistibile, ancestrale ed onirico oserei dire : ci si sente come un carovaniere forestiero giunto sulla Via della Seta ad un caravanserraglio a chiedere indicazioni su quale sia la rotta per Samarcanda ad pastore nomade che poi si rivela un guerriero ostile e sfodera la sua scimitarra , o come un soldato disertore di un esercito in rotta , a cui capita di venire folgorato dallo sguardo di una principessa prigioniera nelle torri di un emiro malvagio, come in una novella delle “Mille e una notte”, che altro non so dove possa essere ambientato se non qui, tra i Regni perduti di Corasmia e Battriana, tra le mille stanze segrete di palazzi dorati. Questa la fantasia, la descrizione onirica: la traduzione empirica sta da dire differisce un pelino ed io del mio ce lo metto, già. Perché devo ammettere che ho un gusto sordido e quasi irritante per le cose inusuali e sbreveze, che prende talvolta il sopravvento in misura alterante. Cioè, se sento nominare un posto usuale e facile a raggiungersi mi appare ovvio e banale, mentre mi solletica geneticamente qualsiasi cosa appaia remota e sperduta, meglio ancora se dotata di un nome astruso ed inusuale. In questo senso sta repubblica del Karakalpakstan, impronunciabile oltre ogni dire, ha finito subito per accedere una tempesta di fenormoni nel mio immaginario peggio di quelli che un documentario di Alberto Angela scatena in una casalinga annoiata. Ma arrivarci in Karakalpakstan, e ancora dopo tornaci… Se l’andata tutto sommato va benino, col mio driver che mi scorrazza in giro per fortezze abbandonate nella steppa, espugnate prima da Alessandro Magno e poi da Tamerlano, e per le reliquie del Lago d’Aral simile ad una tomba del Progresso, il ritorno sulla strada per Samarcanda si rivela piu disagevole del previsto, con l’inserimento di un treno notturno che dovrà scarrozzarmi oltre la Corasmia verso la Battriana, nell’oasi della misteriosa Bukhara. Non è proprio come prendere un Frecciarossa per Venezia Santa Lucia o Firenze Santa Maria Novella, eh no….alla stazione ben oltre la mezzanotte siede in attesa del treno una umanità disparata e bellissima, espressione di una società multietnica e composita come quella dell’Uzbekistan: pastori locali di tratti somatici turchi, donne kirghise con gli occhi mandorla fasciate nei loro bellissimi abiti a fiori, gente vestita all’occidentale, qualche sparuto viaggiatore straniero. Arriva il treno che è un’anticaglia sovietica, ben diverso da quelli ad alta velocità di fabbricazione spagnola che solcano la steppa nelle sole ore diurne. Mi accomodo, si fa per dire, nella mia cuccetta superiore dove ci starebbe a malapena un bambino o la metà del mio corpo non proprio esile e vabbè. Se questa notte faccio un incubo e mi muovo di soprassalto, vorrà dire che precipito di sotto dove siedono due turiste orientali, forse Coreane, che sulle prime paiono graziose ed il meno peggio di quello che mi poteva capitare. Col cazzo! Serrata la porta della cuccetta, si svela in maniera massiva e devastante un odore caprino, di agnello o qualche ovino degli armenti della Corasmia, che è qualcosa di nauseabondo oltre ogni dire . Non so cosa possano aver mai fatto st sue coreane per puzzare di sta maniera di piecoro, se una escursione di turismo sostenibile in una fattoria locale o un bagno sulfureo in una vasca di sterco di capra ma è davvero infernale il fatto . Esco in corridoio mentre fuori dal finestrino scorre il deserto del Kyzilum di sabbia rossa e nera . Incontro un tizio locale di etnia Kirgisa con occhii a mandorla innestati su un faccione da pugile , che esce dalla ”lussuosa” toilette e mi dice qualcosa con un sorriso da commedia americana del tipo “è tutta tua, bello!”. Si apre la porta dell’intento, dove l’ex pugile kirghiso dagli occhi a mandorla ha lasciato un ricordo indelebile e insmaltibile della sua cena. Si consideri che la cucina uzbeka contempla il solo ingrediente della cipolla con a fianco qualcosa altro, carne o verdura, ma cipolla ovunque anche nella frutta o nei dolci. La più densa delle genovesi napoletane è una pastina inodore a confronto . Potete capire quale sia la nuova fragranza cromatica cui vado incontro. Provo a scappare sull’altra carrozza ma è un’operazione difficile e perigliosa su sti treni da vecchio west e carrozze arrugginite e cigolanti tra un vagone e l’altra. Torno nel corridoio dove ritrovo l’ex pugile che mi guarda con aria di chi cerca un complice . Ad ogni persona che raggiunge la toilette, lui mi lancia un sorrisone e sussurra qualcosa iin uzbeko del tipo “ non sanno cosa li aspetta” e si lancia in una profonda risata a bocca aperta. Siamo io e lui a condividere questo sconcio segreto nella notte su un treno che scorre nel deserto del Kyzylum. Tra coreane al caprino ed indigestioni di cipolle uzbeke, una tempesta sensoriale fino ad arrivare all’alba nell’oasi di Bukhara, antica capitale della Battriana. Roba che manco in “Ultimo tanfo a Parigi”
Alexander- giorno 14: Il Regno del Nulla
Esiste una Via della Seta di cui più o meno tutti parlano e hanno conoscenza e che da queste parti disegna alcune delle sue tappe cruciali più note . Ma credo di aver capito che corra da queste parti anche una sua sorella povera, dal percorso mutevole e che si tinge di tinte più fosche, la Via del Cotone. Si, perché in queste sconfinate steppe dell’Asia centrale che spesso tracimano in deserti, non cresce molto altro che la pianta del cotone . A differenza della sua sorella nobile Seta che arriva sulle rotte carovaniere dalla Cina, il povero Cotone è ovunque qui: dagli aridi campi spuntano a migliaia come alabarde fragili questi giunchi adornati di un pennacchio piumoso, che talvolta vola via col vento raggrumandosi poi in pallottole simili a giganteschi zuccheri filati sui filati degli alberi o sulle pareti dei minareti . A ben pensarci, il cotone è la prima cosa che ho visto appena entrato in Uzbekistan, migliaia di piume che volavano nell’aria di quella stazione ferroviaria. Quella pianta tuttavia, pur essendo anch’ella “contenta dei deserti”, per crescere di un po’ di acqua pure deve trovarla, e qui arrivano i guai, perché l’acqua qui è davvero poca . Così poca che il rinvenimento di una sorgente o una pozza viene riportato perfino nella Bibbia, come quando si narra di Giobbe che col bastone colpi la terra e subito da essa sgorgó l’acqua intorno a cui sorge l’Oasi di Bukhara, o quando la esatta medesima cosa fece Sem figlio di Noe, dalla cui percussione del suolo sorse la pozza intorno a cui nacque Chiva. Chi invece da ste parti non dispone di un superoe biblico pronto a battere il suolo per trovare una fonte, altro non può fare che andarsi a prendere l’acqua dall’unico fiume nel raggio di un migliaio di km: L’antico fiume Oxum attraversato da Alessandro Magno nella memorabile conquista della Sogdiana. Oggi si chiama Amu Darya ma passa da un’altra parte rispetto a dove la Madrenatura lo aveva collocato . Si, perché i sovietici, che in tema di disastri ecologici sono sempre stati da podio olimpico, qui ai tempi della loro dominazione hanno realizzato proprio il loro masterpiece,a imperitura memoria di quanto l’Uomo possa ingenerare terribili disastri. Il corso dell’Amu Darya è stato deviato di circa cinquecento km poi a sud, al fine di irradiare d’acqua i campi di cotone posti piu a sud, abbandonando a se stesso il freddo nord. Per la verità la stessa impresa era già stata tentata ed in parte riuscita , scopro con enorme sorpresa, da un Khan, un Sovrano locale, nel Seicento, dando luogo alla reazione di quelli rimasti a secco ed a decenni di guerre tra i Khanati di Sogdiana e Corasmia. Ma chiaro che i mezzi tecnologici erano diversi e l’impatto più risicato. Ora l’ingegneria sovietica fa scendere la sua scure più affilata ed il disastro piu grande è un altro: l’Amu Darya era l’immissario principale di un lago che allora era il più grande del mondo e classificato da alcuni addirittura come una mare, il lago d’Aral. Che sia stato un lago o un mare, ora l’Aral non esiste più: è un deserto ricoperto di sterpaglie da cui vola via sabbia e tutte le schifezze riversateci dentro quando era rivolto d’acqua. Le navi che un tempo lo solcavano per la fiorente pesca allo storione giacciono poggiate sul deserto,’come in torvo film di fantascienza post-nucleare; l’aria è spesso irrespirabile per le tormente di sabbia e la gente che vi abitava, rimasta senza acqua ne aria respirabile, un po’ come un pesce fuor d’acqua è per lo più emigrata, lasciando questo enorme fazzoletto di terra praticamente disabitato . Questo lembo sfortunato di mondo, che quasi beffardamente inizia appena varcato il ponte sull’Amu Darya, ha anche un nome e una sua costituzione in Repubblica autonoma con una sua bandiera e una sua indipendenza amministrativa, quasi uno Stato a se stante porta-bandiera olimpico della Sfiga (oddio la lista sarebbe lunga) e di cui sembra non fregare un cazzo più a nessuno; ad ogni modo, un micro-stato da poter ascrivere con orgoglio alla lista di quelli visitati: questo è il Karakalpakstan, il Regno del Nulla.