Bobbio, utopia del Minuscolo

“Nel dormiveglia della corriera lascio l’infanzia contadina” recita il verso di una canzone, per la verità assai più simile ad una poesia, di De Andrè. Per salire a Bobbio, il percorso da farsi procede all’esatto inverso: la corriera si lascia alle spalle la realtà industrializzata e aggredita dall’urbanizzazione della pianura per addentrarsi in un mondo antico e lento, quello dei Colli piacentini arroccati intorno alla Trebbia. Già, la Trebbia, unico fiume italiano declinato al femminile, sede di un’epica battaglia tra i Romani ed Annibale ai tempi delle guerre puniche. Il secondo ne uscì come sempre o quasi sempre da trionfatore col suo genio militare e la sua straordinaria capacità di lettura del territorio, delle sue asperità e dei suoi anfratti. Ammirare i luoghi di quella battaglia da vicino è uno dei due motiv che mi spinge fin quassù. L’altro ve lo racconto dopo . Prima val la pena di soffermarsi a guardare questo angolo remoto di Italia, uno spaccato di un’epoca dimenticata e rurale, organizzata intorno a regole antiche e severe come severo puó esserlo qui l’inverno, al quale or sì si prepara dopo i raccolti della legna e la Trebbiatura, nome che guarda un po’ ritorna. Il tutto in un paesaggio che pare un quadro rinascimentale, e forse lo è : già, perché pare proprio che Leonardo Da Vinci nel dipingerla e scolpirla nella Memoria dell’Uomo per l’eternità, abbia deciso di circondare la Gioconda dello sfondo di queste valli . Potere accorgervene anche voi, se spostate lo sguardo dal volto e riconoscete tra le colline retrostanti dipinte un ponte, un ponte gobbo e ricurvo che non che essere quello bello e lunghissimo sulla Trebbia, una sorta di dragone che si diparte da Bobbio e arriva dall’altra parte, nell’incantp dei colli e lo scrosciare del fiume .
Bobbio è una sorta di utopia, un luogo dell’immaginario.

Giorno 6- The Hobbiton

La Nuova Zelanda manifesta il suo splendore già solo a leggere i nomi dei posti. Provate a prendere una carta geografica del luogo e scorrere i luoghi che vi sono riportati: apprenderete di posti chiamati Paraparamu, Takapu Takapu, Rotorua, Totanarutu, nomi che in lingua Maori significano cose bellissime tipo “ il fuoco sotto la terra” , “ la grande roccia alata” e altro ancora. La stessa Nuova Zelanda si chiama in lingua Maori “ Aotearoa”, che significa Grande Nuvola Bianca, quello che sembró ai navigatori Maori quando la videro apparire all’orizzonte mentre veleggiavano alla ricerca di una nuova terra da colonizzare . Insomma, che figata pazzesca! Vuoi mettere, dire “oggi me ne vado a visitare Le Sorelle di Cenere oppure devio fino a Fuoco sotto la Terra? Beh però forse pure Cavallo Danzante merita una visita”. Oddio, sta pure da dire che quando l’operazione della toponomastica è stata lasciata ai colonizzatori inglesi, quelli ci hanno schiaffato dentro tutta la fantasia che adoperano usualmente quando cucinano, quando giocano a calcio e forse pure quando trombano. Cosicché sono venuti fin quaggiù a fondare o ribattezzare città col nome di Thames, Cambridge, Manchester, Norfolk, Plymouth….gli mancava solo di chiamare la capitale London ma lì uno sforzo piccolino lo hanno fatto e l’hanno intitolata al Duca di Wellington, che un suo perché lo tiene. Ad ogni modo sicuramente è sfuggito alla Uallero-Toponomastica British il posto dove sono diretto oggi, che si chiama Mata- Mata. Provo a cercare cosa significa in lingua Maori mata-mata ma senza fortuna, mi pare ad ogni modo di aver capito che in questa lingua il plurale si esprima ripetendo due volte la parola al singolare , ad esempio Sasso si dice Batu e “sassi” dunque Batu Batu. Non svelato dunque l’arcano di che significhi Mata- Mata, apprendo tuttavia una serie di cose interessanti sul posto, che fino ad una decina di anni fa era la più anonima delle cittadine votate all’agricoltura e l’ allevamento di cavalli, che in effetti pascolano numerosi nelle fattorie a ridosso della via centrale del paese e che è in effetti il paese stesso: una via lunga e poco più. Poi il grande botto: da qualche parte nella immacolata campagna circostante la famiglia Alexander, allevatori di pecore da sette generazioni, vende la loro tenuta ad un certo Peter Jackson, che è nato da ste parti ma di lavora fa il regista ad Hollywood. Sorge qui il set del Signore degli Anelli, The Hobbiton movie set, una colossale attrazione che attrae torme di visitatori e rende finalmente giustizia alla bellezza dei luoghi . A dirla tutta Matamata non è proprio a ridosso dell’Hobbiton distandone una ventina buona di km ma volendoci arrivare da soli e non con le visite guidate, non si può prescindere da Matamata. Qui il mio grande amico Chan il Coreano mi ha combinato quello che lui chiama “a good business” in un linguaggio mutuato dalla malavita, come gli piace ostentare. Un suo vecchio amico di tante battaglie, uno che da giovane la comandava assai, verrà a prelevarmi e condurmi all’Hobbiton. Non ho nulla da preoccuparmi, sono in mano a gente di rispetto . Arrivo a sto Matamata e mi avvio al luogo fissato per il “business”, l’unico bar della cittadina gestito da un certo Robert Palmet che ha sette figlie, tutte femmine e pure tutte belle o quasi , come quelle della canzone napoletana che anzi sono sei. Sul muro campeggia una pergamena con la spiegazione della leggenda gotica del Seventh son of a seventh son, che da il nome anche ad un album degli Iron Maiden. È una fosca leggenda di tipo biblico per cui un giorno arriverà uno nato come Settimo figlio da un settimo figlio a sua volta e comanderà il mondo…… Io pensavo di essere venuto a vedere gli hobbit e gli elfi ma mi sa che saranno le creature più normali della giornata. Se da qualche parte nei paraggi hanno girato il Signore degli Anelli, qua sarebbe perfetto per un sequel di Non Aprite quella porta o comunque uno di quei filmetti americani dove i collegiali vanno in provincia per il week end ed esce il tipo dal retro con la maschera da Hockey e la motosega . Poi ad un tratto arriva Lui, l’uomo di Chan il Coreano, quello del “business”. Si chiama Ran, sarà alto quasi due metri e avrà passato da un po’ le 80 primavere . Mi fa segno di seguirlo con la mano come dovessi andare ad assaltare una banca o freddare un infame invece che a visitare il mondo fatato degli Hobbit . Prima di entrare in macchina mi squadra da cima a piedi per diversi secondi , come se stesse pigliando le misure per vedere se tagliato a pezzi o in quanti pezzi potrei entrare nel suo bagagliaio . La faccia proprio quella da serial killer è, mi ricorda pari pari il personaggio di Buffalo Bill del Silenzio degli innocenti con ujna trentina di anni di più; solo all’arrivo rivelerà che mi stava osservando per capire se non fossi un drogato o uno sciagurato come molti giovani d’oggi a suo dire . Beh , grazie per avermi considerato ancora un giovane gli dico congedandolo dopo un viaggio a venti all’ora su di un catorcio che se andavo a piedi facevo prima . Vivrò tutta la vita senza sapere che fine avrei fatto nella malaugurata ipotesi gli fossi sembrato un poco di buono . Ed eccomi all’Hobbiton finalmente. Beh che dire, la prima impressione è notevole, davvero una valle incantata come quella della Contea, cui fa subito da contraltare il ronzio dei tanti bus turistici arrivati fin qui da chissà dove . Sulla mia spalla si appollaiano subito , uno a destra ed uno a sinistra , il Diavoletto e l’Angioletto. Parla prima il Diavoletto, che è un radical chic terribile e mi fa : “ ehhh eccolo qua il Grande viaggiatore……in un posto per pensionati in gita della domenica; manco a Sharm El sheik fanno escursioni tanto tamarre, ahahaha”. Poi appare l’Angioletto, più conciliante : “eh ja Pali, ma guarda che incanto, Dio mio, la campagna , la Contea. Fosse brutto, ti pare lo sceglievano come location per un film . Rilassati e goditi la visita, che già arrivarci qui è una fortuna che capita poche volte “. Alla fine sto a sentire l’Angioletto e mi godo la visita dell’Hobbiton

Giorno 4 – Rotolando verso Sud

Mi è sempre piaciucchiata questa canzone dei Negrita, band musicale che non ricorderei per molto altro. Esprime proprio il senso del viaggio, quello on the road che poi per me è l’unico viaggio tale, gli altri sono vacanze. A pensarci bene l’ho persino scelta come sigla della mia rubrica radiofonica, dedicata manco a dirlo ai viaggi, alla cui narrazione potrò aggiungere presto sto bel pezzo di mondo che mi mancava . Rotolando verso Sud inoltre si adatta perfettamente al caso di specie, giacché necessariamente a Sud sono diretto e rotolando nel senso che devo sbrigarmi , perché la mia meta finale, quella che proprio non posso mancare, è ubicata all’estremità meridionale della Nuova Zelanda, in una regione dal clima piuttosto freddo e ostile . Si, perchè qui nell’emisfero australe il Sud si traveste da Nord e indica il freddo, da ultimo il Polo Sud che è il più freddo di tutti e verso il quale la Nuova Zelanda costituisce insieme con l’Argentina la base di partenza privilegiata. Un giorno sogno di andare anche lì,’in Antartide, e prima o poi lo farò . Ora però vediamo di metter proma a nome la pratica New Zealand: dunque sono atterrato nella città principale (che la capitale non è tuttavia), Auckland,’vicina all’estremità settentrionale del paese e devo arrivare a quella meridionale.’ In mezzo un bel po di strada da fare per un paese grande più o meno quanto l’Italia ma con manco un decimo dei suoi abitanti ( 4.2 milioni di abitanti contro i nostri 56) ed una geografia per certi versi simile, se non fosse che è divisa in due grandi isole di dimensioni simili . Però anche esse insieme conferiscono alla Nuova Zelanda una forma stretta e lunga irta lungo una spina dorsale di montagne paragonabili ai nostri Appennini ma un bel po’ più alti , che fungono da spartiacque dei tanti fiumi che scendono dunque a valle verso un lato che è il Mare di Tasman o l’altro che è il Pacifico. E a volo a volo abbiamo pure buttato dentro la nozione di “spartiacque”, termine assai inflazionato in senso metaforico ma che quasi nessuno usa e conosce per il suo significato primario, che ha appunto una valenza geografica anzi orografica. Se andate ad esempio da Napoli alla Puglia o Roccaraso per dirne una a caso, può essere divertente capire a che punto è collocato lo spartiacque, ovvero il punto dal quale i fiumi o anche solo i torrenti prendono a scorrrere verso il Mare Adriatico e non più verso il Tirreno, anche se mi rendo conto che farlo in New Zealand col Mare di Tasman ed l’Oceano Pacifico suoni un’operazione un bel po più accattivante….
Dunque dobbiamo rotolare a Sud, tra due oceani ed un mare di opzioni circa dove andare e cosa vedere. Visitare la Nuova Zelanda può essere facile, nel senso che dovunque sbatti tutto pare di una bellezza folgorante, ma anche difficile perché le cose sono tante e tutte diverse nonché lontane tra loro. Coste, montagne, laghi, vulcani città, ognuna su una direttrice di marcia diversa. Scegliere una strada è decisivo e complicato ma è la cosa che più mi piace fare di giorno in giorno senza prefissarmi niente, ci racchiudo il senso del mio viaggiare stesso. Alla fine scelgo di rotolare a Rotorua, un 300 km a sud di Auckland, città nevralgica della cultura indigena Maori o di quel che ne resta nonché al centro di una serie di vulcani e caldere attive, che le conferiscono un’aria quasi da antro infernale e le donano, si fa per dire, un perenne acre odore sulfureo, che fa bene ai polmoni ma irrita un po’ gli occhi . Le attrattive da scoprire si annunciano incredibili come il Tè Puia, un gigantesco geyser secondo al mondo solo a quello ben noto islandese per dimensioni e getto d’acqua. La cittadina è ubicata intorno ad un lago ovviamente vulcanico , al cui centro sorge un isolotto in costante crescita per via della lava, un po’ come a Santorini . L’aspetto del paesino è sonnolento rispetto alla frizzante Auckland, vi arrivo nel tardo pomeriggio e causa la penuria di alloggi trovo sistemazione solo in un non indimenticabile motel che pare uno di quelli da film americano, dove si nascondono i malviventi in fuga . Lo gestisce uno strano immigrato coreano, anche lui come uscito da un film poliziesco americano con il suo aspetto da assistente sfigato del Boss, quello mandato a recapitare messaggi di sfida e che muore alla prima sparatoria. Nella singolare e improbabile amicizia che stringeremo nei giorni a venire in cui si offrirà di farmi da autista ovviamente a pagamento, mi rivelerà in effetti un passato malavitoso in quel di San Diego, California, quando la mala asiatica fronteggiava gli storici rivali della mafia italiana, ormai a suo dire troppo imborghesita da vestiti alla moda e belle donne ma verso cui nutre un rispetto sacrale sopratutto per lo stile elegante e charmante, “come il tuo, come il tuo” continua a ripetere . Magari è un cazzaro appassionato solo di B-movie polizieschi , altro che malavitoso in pensione, però ci stiamo simpatici e formiamo una bizzarra coppia, Palillo & Chan il Coreano in giro per i peggiori bar di Rotorua.
Cose strane che capitano solo in viaggio..

Giorno 3 – In Paradiso per scambio

Un altro motivo a portarmi quaggiù si chiama “Lezioni di piano”. Si tratta di un film, ambientato qui nell’Ottocento, epoca che per la Nuova Zelanda corrisponde pressoché agli albori della sua storia o almeno di quella parte della sua storia nota a noi. È un melodramma sentimentale imperniato sullo schema piuttosto classico dell’amore impossibile ma raccontato magistralmente da una regista, Jane Campiom, anche lei della Nuova Zelanda , terra che in effetti di registi ne partorisce parecchi. Una donna viene data in sposa ad un ricco uomo d’affari inglese che nemmeno ha mai visto, in un matrimonio combinato dalle famiglie di origine, lei è muta e l’unica sua forma di espressione col mondo è il data dal pianoforte, passione che invece viene subito calpestata e non compresa dal nuovo marito, costringendola a suonare furtivamente il piano abbandonato su una spiaggia. Qui incontra un uomo anche lui inglese ma assai più integrato nella cultura locale indigena e che le fa pure assai più sangue dello stitico marito, tanto che finisce per diventare il suo amante oltre che il suo maestro di piano. Quando il marito, a cui come si suol dire “era uscito il mellone bianco” nel senso che lei manco gliela aveva ancora mai sganciata, si addona delle corna succede l’arrevuoto, e qui mi fermo con lo spoiler . Mi fermo anche perché ciò che del film mi rapisce è la musica sublime, creata da Michael Nyman: semplice e geniale, sono due- tre note che si intrecciano all’infinito e paiono inseguirsi e avvolgersi sinuose proprio come i corpi degli amanti . E vi sono poi le ambientazioni che mi hanno fatto sognare per anni questa terra. Spiagge vergini ammantate di vegetazione primigenia che paiono annegare nelle onde dell’oceano, avvolte da cieli plumbei in una luce fioca e intima come quella di una lampada ad olio. Un mare quindi non facilmente ne scontatamente solare e balneare, un mare che diventa argine, frontiera, sfida, come quelli della nostra Europa del Nord .
Credo che per la verità il film sia ambientato quindi in una regione più a sud ( che qui è il nord) rispetto a quella dove mi trovo ma la combo spiagge deserte- new zealand mi porta subito con la mente a “Lezioni di piano “, cosicché quando dalla camera di albergo ad Auckland scorgo dinanzi a me aprirsi il magnifico golfo di Auraki punteggiato di verdissime isole vulcaniche, faccio armi e bagagli e mi imbarco . Finisco in un’oretta ad una che si chiama Waiheke, e che è il paradiso. Il paradiso . Il clima è mite ed il cielo non è quello plumbeo e ostile del film, il mare non è argine, frontiera, sfida ma pare chiamarti a se, e stii grancazzi: meglio assai così, ma veramente stiamo facendo? Qui pare la Polinesia, che poi lontana non è . Indovino subito l’idea decisiva per esplorare Waiheke, noleggiare una bici elettrica che mi permette di salire e scendere dalle colline e i coni vulcanici per lanciarmi in spiagge semi-deserte una più bella dell’altra, il cui silenzio è rotto solo dagli uccelli e dal fragoroso rompersi delle onde del Pacifico. Alle spalle di esse una natura rigogliosa che pare contemplare la flora di tanti ecosistemi diversi, dalle palme tropicali ai bellissimi pini di Norfolk, endemici della Nuova Zelanda e che paiono degli alberi di Natale della casa di qualche ciclope, per quanto sono grandi . La gente vive in dei cottage di legno appoggiati sulla sabbia o abbarbicati alle colline, e dalle agenzie immobiliari che li pubblicizzano e vendono , si capisce come sia un posto molto ambito, e per quanto è bello vorrei vedere. Qui si fa un vino pregiatissimo e dolcissimo, e pure un miele tra i più pregiati al mondo, dai poteri miracolosi pare, il miele Manuka, che la gente lascia in barattoli nelle casette di legno fuori ai loro cottage: per comprarlo basta depositare i soldi in esse, in un clima di fiducia collettiva verso il prossimo smarrito secoli fa nelle nostre società . Vallo a fare in Italia, ne trovi quattro di barattoli ,come si suol dire, e forse tutt’al più qualche anima pia ti segnala all’Asl come potenziale persona afflitta da distrurbi psichici.
Insomma qua ci sono finito per scambio e sono andato appunto in paradiso per scambio. Ma io lo dico sempre che sto Palillo è uno fortunato ..

Bergen, respiro del Mare

“Il Mare dona ed il Mare leva”: non ho mai visto altro posto per il quale questa massima risulti più appropriata di Bergen. Beninteso, qui per Mare bisogna figurasi il suo abnorme fratello maggiore o forse meglio il suo progenitore di gigantica taglia, come in una saga nordica. Insomma, l’Oceano. Un Oceano che peraltro da Bergen non vedi ma che intuisci e come, da qualche parte laggiù oltre il dedalo di fiordi, canali e isolotti, sembra come di sentirlo respirare . E donare appunto: pesci , gamberi, aragoste, balene e altre creature talvolta mostruose degli abissi, che finiscono poi per riempire i banchi dell’affollato mercato del pesce, ubicato proprio in fondo al fiordo nel pieno centro cittadino, come a sancire inequivocabilmente che da esso si dipana la ricchezza originaria del luogo . Ed è un Oceano che toglie, con le sue tempeste e le nuvole rigonfie di acqua che rovescia sulle coste senza soluzione di continuità. Un’acqua che cade scrosciante e invade ogni cosa, ripulendo e portando di nuovo in fondo agli abissi gli avanzi del banchetto che ha concesso agli Umani con le sue stesse creature .

Tessera unica

Unica. Il solo aggettivo che descrive Ravenna è quello che rimanda alla sua unicità, una singolarità assoluta che qui si innesca, frutto della congerie storica che ovviamente la determina . È una sorta di incendio, non solo metaforico viste le tempestose vicende, che qui divampa tra il V e il VI secolo dopo Cristo, quando sul far del declinante Impero Romano, Ravenna riesce a divenire da un lato l’erede di Roma, dall’altro la chiave di ingresso in Occidente della raffinata cultura dell’altra metà,l’Impero Romano d’Oriente allora invece al suo apogeo . Costantinopoli e la sua corte bizantina entrano in Italia e siedono sul trono di Ravenna, le chiese e le basiliche,di solida edificazione romana, si adornano dei mosaici più perfetti e lucenti che occhio umano possa vedere . Secoli dopo è Dante, che qui morirà, a raccontarne estasiato la bellezza nel Paradiso della Divina Commedia. Ma tutt’oggi, quindici secoli dopo, quella Bellezza è tutt’altro che tramontata .
E il binomio Oriente/Occiidente non è neanche la sola caratterizzazione di Ravenna: qui arrivano i barbari di Tedorico, gli Osteogoti, e ci formano un regno quarantennale. A Ravenna proliferano religioni come l’Arianesimo, riti pagani di altre zone di mondo allora lontanissime e tutt’ora percepibili nelle tracce che recano. E tutto ciò avviene solo qui a Ravenna.
Vi è solo un problema: si mangia troppo bene nelle sue squisite osterie ridondanti di vita e sapori, e i picchi di colesterolo possono offuscare un po’ la lucentezza dei suoi mosaici .
Ravenna un tesoro senza tempo

La Comune sul fiume

Nella lista piuttosto lunga e composita di luoghi sbrevezi del mondo dove sono stato, un posto speciale nel mio cuore lo occupa questa GuestHouse sperduta da qualche parte sui monti Carpazi, in Romania e precisamente nella affascinante regione della Transilvania. La Pensiunea Mioritca era in effetti una strabiliante bicocca magicamente abbarbicata su un fiume, che le scorreva sotto, sopra, dentro e a fianco, permeando di sé e della sua umidità ogni angolo. Ma era bellissimo essere lì, e ad ogni modo il protagonista assoluto di quel luogo era l’oste Florian, rubizzo omaccione con una talento strappato al teatro e forse anche al mondo del marketing: si diceva nostalgico della ormai defunta epoca comunista, a cui aveva dedicato in un’ansa del fiume una cosa ibrida tra una libreria con tutti i classici del socialismo ed una cappella votiva. Ed infatti ogni mattina celebrava una “messa da requiem del Comunismo con letture del Capitale di Marx accompagnate da musiche di Mozart e Strauss, per il visibilio di noi ospiti . A cotanta cultura ed erudizione faceva da contraltare un più che percepible tasso di rattusamma, che lo spingeva a chiedere foto viscide a tutte le più avvenenti turiste mentre prendevano il sole, per arricchire la biblioteca- cappella del Comunismo. Cosa c’entrassero poi i testi di Marx ed Engels con quella collezione di tette & culi lo sapeva solo Florian, il comunista morto di figa più simpatico che ricordi.

Oslo, un posto dove vivere

Mi piace moltissimo Oslo, adagiata in fondo ad un fiordo con la serena armoniosità di una foca distesa su uno scoglio ad osservare I suoi cuccioli. Questi ultimi potrebbero essere i suoi abitanti, che si riversano sereni nelle sue strade e nelle tante sue piazze come appogiate sul mare, in una spazialità cercata sovente con forme architettoniche ardite ed asimmetriche, come nel caso di questo museo disegnato da Renzo Piano. Inoltre, un po’ come tutte le capitali nordiche, lascia percepire ad ogni passo, ad ogni incrocio o ogni edificio pubblico incontrato, di essere espressione di un modello culturale perfettamente funzionante e di una qualità della vita che si intuisce essere altissima, rendendo almeno a me personalmente continuo ed assillante ad ogni stesso passo o incrocio un impari paragone con le nostre città,’ come geneticamente condannate al rumore, al traffico ed all’incuria. Ma qui il discorso si complica troppo. Meglio godersi a pieno una tantum la serena armonia tutto intorno

Alexander – Final day: Samarcanda, finalmente tu!

“We travel not for trafficking alone:
By hotter winds our fiery hearts are fanned:
For lust of knowing what should not be known
We take the golden road to Samarkand” (James Elroy Fletcher)

Questi bei versi di un poema del 1913”, intitolato appunto “The golden journey to Samarkand”, ho fatto miei sin dal primo giorno di questa straordinaria avventura, quando la “strada dorata per Samarcanda” era lunga quasi 6.000 km, 5.932 per l’esattezza. Qualche pezzettino, d’accordo, ho dovuto farlo in aereo: l’Iran era praticamente in guerra in quei giorni e, prima di desistere ad attraversarlo, le ho studiate davvero tutte. La gran parte di questa strada l’ho lasciata comunque sotto i mie piedi e ora che sono giunto a destinazione faccio un semplice gesto che nel corso di quasi tre settimane ho scaramanticamente evitato : mi volgo indietro . Mi sale un gorgo di emozioni e momenti confusi e diversi, dai vicoli di Istanbul ai passi di montagna in Albania, il sole di Efeso e il vento ghiacciato sul lago d’Aral ridotto ad una pietraia, la movida di Salonicco e le donne in preghiera nelle moschee di Bukhara, la tempeste alla frontiera turca ed il treno fetido nel deserto uzbeko, le mille e una notte di khiva come un sogno andando indietro fino alla rimpatriata di vecchi amici in Puglia la prima sera, che pare un secolo fa . Alessandro, giunto qui, disse che trovava Maracanda (allora si chiamava così) esattamente come se la aspettava, solo molto più bella . Quella sera bevve smodatamente, più del solito, e trafisse con la lancia il suo migliore amico e miglior condottiero, Clito il Nero che gli aveva pure salvato la vita sul Granico vicino Efeso qualche anno prima . Samarcanda rende folli, con le sue torri bianche che si stagliano contro il cielo oscurato da cicogne in volo che sembrano non saper dover andare. Samarcanda ti fa perdere la direzione, ti fa dimenticare dove è l’est e dove è l’ovest, un po’ come la Calipso che fece smarrire la rotta ad Ulisse. Alessandro pianse tre giorni e tre notti per la sua follia, poi andò avanti fino in India. Io ora posso tornare, volevo la mia Samarcanda, che per me vale un sacco di cose che forse è giusto tenga per me. E l’ho avuta. È stata una straordinaria avventura che da anni disegnavo nella mia fantasia .
A proposito, lasciatemelo dire anche stavolta : la Fantasia al potere !

Alexander giorno 16: B come Bukhara

Giorno 16- B come Bukhara

B come Bukhara, la città sacra dell’Islam più importante dell’Asia Centrale, dove è edificata la prima moschea di tutta questa immensa area risalente all’anno mille e dove è custodita una delle sure più antiche mai trascritte su carta

B come Bibbia, dove pure Bukhara è riportata, in particolare con riferimento all’episodio in cui Shem figlio di Noè percuote il suolo facendo sgorgare da esso l’acqua e originando una pozza che è tutt’ora visibile all’ingresso del paese, al centro della piazza principale. Per una città assediata dai deserti da ogni lato l’acqua è ovviamente la risorsa più preziosa ed imprescindibile

B come Bazar: tutta la città antica pullula di curatissimi bazar in pure stile “via della seta”. Ogni caravanserraglio, ogni madrassa ne ospita uno, in prevalenza dedicato alla vendita di abiti. Lo stile cd “Samarcanda”, molto sul pezzo negli ultimi tempi anche negli eleganti ambienti delle città europee, trova in realtà origine e creazione proprio a Bukhara ancor prima che a Samarcanda. Difficile andar via senza aver acquistato almeno un abito o una pashmina.

B come boutique hotel: nelle corti e nei patii delle madrasse, le scuole coraniche un tempo dedicate alla formazione degli studenti più brillanti del mondo arabo, sono oggi ricavati graziosi alberghetti dove è un piacere soggiornare o bere un the

B come Baklava: la pasticceria di ispirazione ottomana è una delle delizie di Bukhara. La cultura ottomana d’altra parte risulta profondamente radicata in questo lontano spicchio di Asia centrale, di cui rappresenta una delle più avanzate penetrazioni in direzione est. Anche gli ebrei hanno una nutrita comunità secolare qui a Bukhara, un loro quartiere e persino una loro sinagoga, caso non certo frequente in un paese a quasi totalità musulmano

B come Belligeranti: Bukhara è stata sede di un regno autonomo, protagonista di innumerevoli guerre e contese. Si è dovuta spesso difendere da aggressioni di nemici esterni giunti da lontano per via della sua crucialità lungo la via della Seta. Le sue possenti mura sono state espugnate d Ghengis Khan nel 1220 e dall’ Armata Rossa esattamente otto secoli dopo, che mise fine al glorioso Khanato di Battriana.

B come Bellezza : Bukhara è bella, bellissima con una sua città antica che è un dedalo di strade, corti, madrasse e caravanserragli in cui è fantastico perdersi e sognare di notte come di giorno . Ed è a meno di 300 km da Samarcanda, che quasi ormai si vede oltre il deserto