Dove nascono i giganti- giorno 2: la Palilletta di Andersen

Che debba essere una giornata bizzarra lo si intuisce già dal mattino, quando nella sala colazioni del piuttosto anonimo albergone ove alloggio, litigo con due esponenti di un categoria a queste latitudini numericamente molto consistente: i metallari. Certo non si può dire che non me le vado a cercare quando, a loro che siedono arcigni e bisunti al mio stesso tavolo, mi viene in testa di far notare che non sia tanto il caso di continuare a consumare il desco con la bocca aperta come un otre. I due, ormai sulla cinquantina e piuttosto malandati nondimeno fieri ed impettiti nelle loro casacche inneggianti agli Iron Maiden e a qualcosa ricollegabile ad una prole di Satana, nell’udire le mie parole dapprima sgranano gli occhi fissandosi l’un l’altro, poi sempre con un rapido e reciproco consulto visivo credo che decidano chi dei due debba incaricarsi di rispondermi: lo fa il figlio putativo di Satana per così dire, il quale prende a far librare un cucchiaio da cucina nell’aria a mo’di scimitarra turca per poi ammonirmi in un inglese metallico con parole che Google translate riporta così: ” Gentile messere dignitario esponente della stimata comunità Lgbt, al sol proferire di un altro vocabolo mi vedrò costretto mio malgrado ad espettorare la preziosa infusione arabica che sorseggio sul suo viso ameno nonché sulle sue vesti, la cui foggia pregiata disvela ancor più la sua già rimarcata posizione di eminenza all’interno della stessa comunità Lbgt. Quanto all’argenteo arnese da desco che or brandisco tra le mani, esso ben potrà rivelarsi idoneo ad un esame coloniscopico della sua persona” …….L’amico fan della Vergine di acciaio gioca a fare un po’ la parte del poliziotto buono, osservando con aria più morbida e conciliante la scena, per poi chiosare sul finale con un bel sonoro innescato dalla birra che sta sorseggiando con cupidigia (sono le 8 di mattina…): “buuuurp”, spara un rutto a chiusura della sparata del suo amico che assomiglia a quel brocardo latino “Roma locuta, causa finita”. Sulle prime penso che forse possa essere una buona idea il rammentare i miei trascorsi come radio dj di un programma rock tendente al sacro metallo, ribattezzato “Sunset cafe” e che sul finire degli anni ’90 mi valse un posto provvisorio nell’Olimpo dei metallari, ma soprassiedo. A stemperare la tensione, o forse ad amplificarla ci pensa un impiegato dell’albergo di origine orientale, lui si membro eminente della comunità Lbgt, il quale è incaricato di riscuotere le somme per tutte le pietanze extra non incluse nel buffet (la maggior parte invero); e visto che a queste latitudini hanno pressoché abolito il contante, lui passa all’incasso direttamente col post tra le mani, certificando ad ogni yogurt o frittata il charge di un extra con la frase “pin-pin-pin-pin”, quello da digitare sul Pos appunto. La cosa infastidisce ulteriormente i metallozzi che prendono ad apostrofar anche il poverino in malo modo.

Direi che è abbastanza e si è fatta ora per passare alla visita della splendida Copenaghen. E si va: in bici si attraversano le vie del centro storico e monumentale col Palazzo Reale

Il bellissimo lungo mare con quella perfetta simbiosi tra vecchio e nuovo, fino ad arrivare al Kastellet con l’immancabile visita alla Sirenetta: quel che mi colpisce, al di là della folla di turisti orientali chiassosa e indisciplinata, è la visuale di una sorta di inceneritore giusto lungo la prospettiva. Ma anche esso riesce ad inserirsi in quel connubio di antico e moderno cui è informata la città è paradossalmente non stona, anche perché è da supporre funzioni benissimo . È tempo di un ottimo “smorrenbrod”sul canale di Nyhavn

Il pomeriggio è invece dedicato a due attrazioni in qualche modo simili: il parco-giochi ribattezzato Tivoli’s garden, proprio nel centro cittadino, e il quartiere- comunità Hippy di Christiania, a suo modo un parco-giochi anch’esso.

Il Tivoli’s garden esprime in un certo senso a pieno la filosofia di vita scandinava, quel welfare per cui si lavora in efficienza e ci si concede poi del sano ristoro all’aria aperta, quando il clima lo consente. Tra giostre e montagne russe tutte costruite in legno e con gusto retró che concede poco alla tecnologia e alla finzione degli effetti speciali , si alternano concerti ed esibizioni d’arte, e tutti paiono stare bene

Per arrivare a Christiania si deve attraversare il ponte e costeggiare la reggia di Cristianborg; ed accanto a tanta eleganza ecco apparire un altro segno distintivo del welfare scandinavo: un quartiere di tolleranza, dove agli aderenti è consentito vivere a regole diverse e assai più permissive: a Christiania si consumano liberamente droghe leggere e vive una nutrita comunità di hippy da ogni angolo del globo.

Ma attenti che come la foto par suggerire ci si può lasciar la Pelle! Eccedo con la birra e altri gadget e ci metto un’ora a trovare l’uscita dove ho messo la bici, quella che reca questa scritta

“Ora state rientrando nell’Unione Europea”, lasciano Christiania e la sua scanzonata licenziosità. Sarà una critica all’Europa delle troppe regole . Per inciso stavo pure per abbuscare da un hippy perché, ignaro di una regola che vieta le foto qui, ne stavo scattando una proprio a “pusher street”, la avenue principale di questo posto bizzarro e francamente un po’ malandato

La sera mi consolo con altri ottimi (anzi discreti dai) pasticci di gamberi e aringhe in salse al rafano su questo pane di segale e poi finisco a bere al tavolo di una banda di simpaticoni norvegesi cui è andato bene un grosso affare con l’importo del parmigiano italiano e sono in vena di festeggiamenti. Concludo con una annotazione piuttosto maschilista circa la Sirenetta, anzi la Palilletta giacchè dalla foto si può chiaramente percepire come la piccola non abbia saputo resistere al fascino del vecchio Palillo: l’annotazione è che a tette sto messo meglio io

Dove nascono i giganti- giorno 1: Kissing Copenaghen

Credo che sia possibile identificare una categoria di persone, piuttosto trasversale e ben rappresentata, nella quale mi sono sovente imbattuto: parlo di coloro che considerano la propria automobile non già un necessario mezzo di trasporto o strumento di lavoro ma qualcosa di ulteriore, una sorta di prolungamento del proprio corpo o anche del proprio spirito, un ingombrante ammennicolo attraverso cui estrinsecare l propria personalità. È gente che instaura col proprio veicolo un rapporto osmotico che prescinde dal lavoro o dalla necessità effettiva, qualcosa di analogo a quello che ormai succede ahimè sovente coi nostri smartphone ma un’automobile è qualcosa di evidentemente più ingombrante . E’ chiaro che non avendo io mai guidato nemmeno una Fiat 126, riesco in modo più nitido a tratteggiarne un ritratto. Cominciano col farti notare come un’automobile sia uno stato potenziale di libertà, qualcosa che conferisca la libertà di fare ciò che vuoi, proprio in viaggio quando essa attribuisce una teorica possibilità di spostamenti illimitati. E detta così, può apparire una considerazione tutto sommato condivisibile: il problema è che ben presto ci si rende conto di come l’automobile sia per essi esattamente il contrario ovvero un fardello mentale da cui non riescono mai a liberarsi,’un cordone ombelicale cucito in qualche concessionaria o qualche mercatino dell’usato sicuro ormai impossibile a recidersi. Conosco persone che pur apprezzando Capri anzi amandone alla follia la sua bellezza, arrivano al paradosso di non preferirla come meta di vacanza per la inutilità sul suo territorio di una automobile, per quel “dovermela fare a piedi” che li fa sentire inappropriati e osservati. Il punto più alto ad ogni modo ritengo lo si tocchi nel capitolo dei corteggiamenti amorosi, quando , probabilmente in eterno ossequio alla fortunata serie tv “Fonzie” ,apparirebbe imprescindibile un bolide con cui andare ad aspettare e caricare la tua pupa, che a sua volta mai uscirebbe con un “appiedato”, locuzione equipollente a sfigato. Mah, se qualcuno tra voi ritiene di poter essere affetto dalla patologia testè descritta, allora vi consiglio con urgenza una bella terapia disintossicante qui a Copenhagen.

Una grande città, una capitale europea dove il traffico veicolare è un problema ormai ascritto al passato e le automobili sono ridotte ad assai esigua minoranza nei confronti del mezzo di trasporto nettamente predominante: la bicicletta. In tutta la città (e se ho ben capito in tutta la Danimarca) non esiste un solo metro di strada asfaltata non adibito a pista ciclabile, e il dato appare stridente con le città italiane, dove le prime timide aperture di piste ciclabili urbane da parte di amministrazioni più coraggiose vengono lette come pericolose e improvvide sottrazioni di spazio alla razza padrona degli “automuniti”.

Ma Copenaghen costituisce un modello avanzato e progressista sotto tanti punti di vista: basterà trascorrervi poche ore per intuire la alta qualità della vita che bagna i suoi abitanti, dai servizi efficienti alle mille opportunità culturali garantite a costi e possibilità sostenibili, come nel caso del “Black diamond”,

futuristico edificio appoggiato sulle acque che ingloba la antica biblioteca reale ed è aperto alla fruizione libera con computer e collegamenti multimediali che permettono la consultazione e persino la traduzione di antichi testi.

Un modello di “welfare” quello danese direi ben funzionante e perfettamente amalgamato ai suoi abitanti, nonché in continua evoluzione: molto meglio che altrove, Copenaghen appare un modello di un’integrazione con altre culture e dove “i nuovi arrivati” appaiono perfettamente inseriti nel tessuto sociale.

Se poi c’è pure il sole (ed in questa stagione splende e bagna i bei palazzi settecenteschi e i tanti prati fino circa alle undici di sera), beh allora non montare sulla bici e partire senza sosta ad assaggiare questa bellissima città, che vi sembrerà di baciare per quanto è dolce ed ospitale