Giorno 10- Kapiti Island, cose che kapitano

Vi è mai capitato di uscire dall’hotel la mattina ruggendo come leoni e con lo spirito di un esploratore di tempi mitici, pronto ad lanciarsi a rotta di collo tra le onde in tempesta dello Stretto di Cook….e ritrovarsi invece in una piscinetta di provincia per famigliole, con un’acquetta da mezzo metro di profondità resa più tiepida e giallognola dalle incontrollate minzioni dei tanti pargoli assiepati lungo i bordi, e dove attempate otarie provano a rincorrere la forma degli anni migliori andati con il corso di Acquagymn delle 16:00? Non vi è mai capitato . Beh, a me si. E che vuoi fare, d’altra parte è, come dire, il bello della diretta, una certa percentuale di inconvenienti da mettere in conto durante un viaggio on the road, con una pianificazione giorno per giorno ed un certo tasso di imprevedibilità . Ma questo mi è ormai un aspetto irrinunciabile, sennò non è manco un viaggio secondo me e anzi sennò non partirei proprio, quindi accetto con serenità il dazio di una giornata su 15 che va storta. Ed è questa. Diciamo che tutte le cose da dover andar storte si sono concentrate in questa giornata e la lista è lunga, dunque se volete sentirne la narrazione, mettetevi pure comodi.
Dunque torniamo al momento in cui esco la mattina che è ancora buio diretto al porto di Wellington, caricato a pallettoni per balzare su un piroscafo per attraversare il mitico Stretto di Cook. Nella giornata precedente le condizioni meteo sono state proibitive e hanno interrotto le corse, tuttavia sul corrispettivo australe di “Info collegamenti marittimi” apprendo di un previsto miglioramento e resto fiducioso . Dal sito web non è possibile più prenotare, risultando tutto sold out, circostanza piuttosto improbabile attese le dimensioni ciclopiche di sti traghetti. Attribuisco la circostanza alle cancellazioni del giorno prima ed alla necessità di dover “rischedulare” ad oggi le partenze previste per ieri . Giunto al porto, apprendo che è proprio così: devono dare precedenza a quelli di ieri e solo dopo possono aprire la bigliettazione per quelli odierni. A sto punto confido di incontrare di fronte un tipo flessibile che riesca ad inserirmi in tempo utile sul traghetto in partenza, uno smart che risolva la querelle in pochi click mentali. L’esatto contrario: mi si para dinanzi al desk un bel giovanotto sorridente che è la classica tipologia di persone che più temo in generale, quelli che compensano con la meticolosità e il rispetto ortodosso di norme, regolette e regoline a ciò che la Madre Natura gli ha negato, l’Intelletto. Comincia a dirmi che è tutto sold out, gli faccio notare che su quella nave viste le dimensioni ci sarebbe spazio per far salire pure Annibale con tutto il suo esercito e gli elefanti al seguito, non solo noi pochi passeggeri in lista di attesa e che forse vale la pena di aspettare l’imbarco di quelli di ieri, anche se il sistema al computer, che queste variabili non puo considerarle, dice diversamente. Ci mette tutto il suo tempo a capirlo ma poi si convince, e infatti dopo una ventina di minuti annuncia che si, c’è ampiamente posto e la Blue Ridge Ship Company è lieta di accoglierci a bordo. Bene, andiamo. Niente, dal fondo del fiordo si alza una coda di Zefiro che alzerebbe i succitati elefanti da terra . Fermi tutti, non si parte, corsa sospesa nuovamente. Sullo Stretto di Cook come sul Beverello d’inverno, che vuoi fare. Ormai rasserenato alla causa di forza maggiore mi metto a contemplare un piano B. Ma ad un tratto vedo degli spagnoli affettarsi a rotta di collo verso un altro piroscafo in fondo alla baia.
“scusa ma cosa è quel piroscafo là in fondo”
“Si, la compagnia Interislander, ormai in dismissione, effettua talvolta corse sostitutive alle nostre disponendo di un natante più grande”
“ E quando cazzo ce lo vuoi dire???”
“La pubblicizzazione di altre compagnie non rientra nella nostra policy aziendale”
“ ma vafancuuuuuul stu maroonnn i sceeem”
Facciamo un cazzo di scatto, io e altri 3-4 disperati, ma niente: l Interislander ci salpa davanti.
Paese che vai , Aponte che trovi!
Insomma piano B: giungendo qui avevo notato dal bus una bella regione costiera, con in fondo un’isola, poco o nulla considerata dalla guida e poco conosciuta in genere. Avevo preso informazioni e si tratta pare in effetti di un posto ancora tutto da scoprire, a poche miglia da quel tratto di costa e con una natura pressoché intatta dove vivono in natura i rarissimi kiwi (gli uccelli non i frutti). Si chiama Kapiti Island ed è perfetta a mio avviso per una gita di un giorno. Prendo un trenino metropolitano per raggiungere la località di imbarco, dal nome bizzarro assai di Paraparaimu, da cui partono barche private alla volta di Kapiti Island . In poco tempo ci sono ma la stazione si trova nel bel mezzo del nulla a 5-6 km dal punto di imbarco. Noto un taxi in lontananza e mi ci fiondo, al suo interno un uomo che dorme , poco dopo apprenderò il perché . È un simpatico signore delle vicine Isole Figi, una cui nutrita comunità vive qui in Nuiva Zelanda e spesso si dedica probabilmente al lavoro di tassista, atteso che è il terzo tassista che incontro che viene dalle Figi. Lui è un gran chiacchierone ed è patito del calcio italiano, ma di quello d’antan dei tempi gloriosi dei Cannavaro, Del Piero….Totti. Mi dice poi di esser l’unico tassista attivo in tutta questa regione della cd Kapiti Coast, frequentata per lo più da locali. Gli dico allora di lasciarmi un contatto per il ritorno o altre evenienze. Niente , sta per staccare il servizio per tornare a casa da moglie e figli dopo vari giorni e la cosa è sovraccaricata da fattori particolari:
“ si, perché io fatto come Francesco Totti”
“Ma cosa scusa? Il tiro a cucchiaio? Il rigore all’Australia forse? “
“No, come Francesco Totti con Ilary Blasi, io andato con young lady very very pretty very very young” e mi apre un sorriso con i 4-5 denti rimasti”
“Ah e Ilary Blasi che ha detto?”
“Eh mi ha fatto trovare i vestiti fuori la porta, oggi forse forse facciamo pace perché figli piangono che vogliono papà a casa “
“Ah perciò dormivi in macchina, Francesco Totti?”
Vabbè mi congedo dal Capitano giallorosso e fedifrago e apprendo di una nuova fregatura : il motoscafo per Kapiti Island è già salpato , in anticipo rispetto all’orario previsto non so perché . Sto su sta spiaggia non delle migliori , deserta mentre di fronte si staglia Kapiti Island solitaria e verdeggiante. Fa caldo, molto molto più che a Wellington e mi risolvo a fare un bagno . Sento un fischio assordante di un baywatch, che mi chiede con tono sostenuto se so leggere . Sta un cartello che avevo visto che parlava di un’alga australiana, tossica e urticante che aveva preso a proliferare qua .
“E vabbè, ho le scarpe, mica me la mangio sta alga ?”
“Ma ci tieni proprio a fare da colazioni agli squali allora tu?”
Ma allora perché non scrivete che stanno gli squali , quale alga ???? Come non detto .
Il paesino retrostante la spiaggia delle alghe tossiche è una triste meta per pensionati neozelandesi, con isolati esercizi commerciali di protesi dentarie, cinti erniari. E insomma, dove devo andare a morire oggi ? Ultima chance: tengo in tasca una brochure di una riserva naturale, tale Nga Manu Reserve , da qualche parte qua vicino, dove osservare sto benedetto Kiwi e altre specie . Dai, ci vado….Ma come? Francesco Totti sta da Ilary a farsi perdonare la scappatella e altri taxi nada. Autobus ! Ne passa uno con al volante un donnone ciclopico : mi dice di non preoccuparmi, mi porta lei alla Natural reserve. E niente. Come si suol dire, she exchange the dick for the water bank e per qualche amabile incomprensione linguistica, dopo avermi scarrozzato per un’oretta col bus, mi scarica alle piscinette comunali di un paesino chiamato Waikanae, che in lingua Maori vuol dire “colui che guarda”.
Infatti sto a guardare i bambini che fanno i tuffi e le tardone che fanno Acquagymn, mentre vi scrivo sto diario.
Oh però venendo qua , un kiwi l’ho visto !

Giorno 13 – Abel Tasman Park

Raccontare i miei viaggi, lo avrete abbondantemente capito, mi piace; mi viene naturale e non mi costa alcuna fatica . Mi risulta invece stranamente faticoso raccontare il posto dove mi trovo ora ma non lo potrei definire certo un classico “blocco dello scrittore”. È che davvero, per usarne una già sentita, non ci sono parole. Mancano. Ma cosa cazzo è sto Abel Tasman Park? La casa di quale divinità regalata agli uomini per scherzo o per errore?
Mah, cominciamo da cose semplici: lo scelgo preferendolo ad altri posti della Nuova Zelanda perché mi suggerisce con il nome un bel think palillians, un enigma insomma, da schiaffare dentro alla prossima caccia al tesoro e la scelta comporta subito una deviazione decisiva rispetto all’idea iniziale di percorso che mi ero fatto. I rimpianti finiranno molto presto. Arrivo in un agglomerato di casette dal nome assai grazioso chiamato Kaiteriteri, appoggiato su una spiaggia dorata incantata che è solo un piccolo preludio al tutto. ITrovo col mio solito culo l’ultimo alloggio disponibile nel raggio di 50km in un modesto ostello che ha anche camere private, tutto molto basic ma l’unica cosa che mi importa è la finestra per guardare fuori e quasi rimpiango che non affittino amache per dormire sotto le stelle. Il posto è gestito da una simpatica coppia di gay australiani che paiono aver lasciato alle spalle ogni preoccupazione del mondo al di fuori da questo luogo. Per la prima volta da non so quanti anni mi preoccupo di bloccare la stanza per almeno tre giorni, che saranno anche pochi.
Ora veniamo alle cose serie: l’Abel Tasman Park, intitolato all’esploratore olandese che diede nome alla Nuova Zelanda ed a cui è intitolata la vicina Tasmania, è il paradiso. Ne ho visti di posti belli ma qua siamo davvero nell’Olimpo. Kaiteriteri è l’ultimo avamposto della civiltà umana prima del Regno degli Dei. Dalla sua spiaggia ci si muove in barca, kayak o a piedi verso il parco che inizia appena qualche km più a nord, risalendo un promontorio adornato di spiagge e calette deserte una più sensazionale dell’altra. Percorrerle attraverso sentieri o in canoa è un’esperienza che lascia sbalorditi. Tutto quello di cui si ha bisogno è una borraccia con dell’acqua e magari un po’ di miele manuka, per ritemprarsi durante il cammino che può essere lungo tra un pezzo di paradiso e l’altro. Ma lo stesso insieme di sentieri tra ponti sospesi e una natura lussureggiante è di suo un incanto. Bisogna sapersi anche regolare col flusso delle maree, qui molto alte e che coprono pezzi di sentiero costringendo poi ad allungare di diversi km ,come mi è successo il primo giorno , quando dopo oltre dieci km già percorsi me ne sono dovuti accollare altri 5.4 a tempo di record , perché la alta marea aveva reso intransitabile un luogo chiamato “Cleopatra’s pool”, incantevole e cangiante come la regina d’Egitto, e se perdevo l’ultimo battello per rientrare al paese, sarei dovuto rimanere a dormire sotto le stelle. Non sono sicuro che mi sarebbe dispiaciuto. Dopotutto gli unici animali visti qui sono simpatiche foche, delfini, tartarughe e impertinenti kiwi che frugano nella tua borsa se ti distrai a contemplare tutto intorno. Nessuna traccia insomma di zanzare e bestiacce fastidiose, manco quello a rovinare un pizzichino qualcosa. Niente. Che altro dire? Questa è la pagina del diario più banale e scontata che abbia mai potuto scrivere, avrò ripetuto venti volte la parola “paradiso” e altrettant aggettivi come “divino” o “sensazionale”. La concludo con un ancor più semplice invito a provare a venire almeno una volta nella vita all’Abel Tasman Park.

Giorno 11- Lo Stretto di Cook

Il sole splende sulla baia di Wellington colorando le sue case vittoriane di un riverbero dato dal mare, finalmente placido e non increspato di bianche spume. Soprattuto il vento sembra aver dato pace o perlomeno concesso un breve armistizio, quello Zefiro selvaggio che spira catapultato qui dal buio degli oceani o forse direttamente dall’Antartide. Si, lo chiamo Zefiro selvaggio perché la nomenclatura a queste latitudini va un po’ aggiornata col poco materiale a disposizione: la rosa dei venti è stata coniata da noi occidentali ed ha come epicentro l’isola di Malta, tanto è che ad esempio il Grecale o Greco soffia da nord- est perché rispetto a Malta la Grecia si trova in effetti in quella posizione . Analogamente il Libeccio proviene dalla Libia, che è a sud- ovest rispetto a Malta e così via . Ma qui ? Questo fiera infernale che spira a 100 all’ora quando è calma, che ha folate gelide improvvise aguzze come i denti di un predatore e che soffia da sud- est, potrei mai chiamarla Scirocco? Sarebbe come battezzare con un nomignolo tipo Fuffy un Cerbero infernale. Ecco perché lo chiamo lo Zefiro selvaggio, suona più idoneo e poi dà luogo a mulinelli e trombe d’aria, le famose “cor e Zefore, code di Zefiro appunto . Oddio mi piaceva pure Leviathan come nome e pure mi pareva rispondente. Ad ogni modo Leviathan o Zefiro che sia, ci ha concesso una tregua in cui infilarci nello Stretto per balzare nell’ isola Sud , come fece il mitico Capitano Cook circa 4 secoli or sono .
All’imbarco una torna festante di backpackers assale il gigantesco piroscafo, gente con camper , biciclette, sacchi a pelo. Per due o tre settimane all’anno mi piace sentirmi ancora uno di loro, non ci posso fare niente . La parte Sud della Nuova Zelanda, poco abitata, poco fornita di strutture e con una natura selvaggia e predominante, resta ancora una meta abbastanza per viaggiatori all’avventura, anche se certo forniti di una certa disponibilità perché arrivare quaggiù in un posto così lontano dal resto, è tutto tranne che economico.
Salpiamo. Il nitore del mare diventa accecante e quasi rende difficile la vista di Wellington che si eclissa in fondo al fiordo. Con la sua forma curiosa la costa si stringe in un collo di bottiglia verso la sua uscita, dalle parti di un capo chiamato Tongue Point dove la corrente si fa fortissima spingendo la nave a virare verso l’ultima propaggine di costa prima del mare aperto . Tutto qua,, Capitano Cook? Macché: appena lasciato Tongue Point le acque paiono come ribollire e confondersi in almeno due correnti diverse, dando luogo a mille gorghi e spruzzi, lo Zefiro portante con onde di almeno tre metri si mescola a qualche brezza del Mar di Tasman in un fragore sonoro da tregenda mentre le nuvole corrono sopra le nostre teste a velocità impressionante . Scilla e Cariddi, nella loro foggia australe. Non è più tempo per foto e contemplazioni , l’equipaggio ci ordina di stare ai nostri posti . Dopo qualche ora il mare ammacca e la Terra del Sud si scorge nitida e verdissima . Entriamo in un fiordo dalla bellezza poco incline agli aggettivi . Anzi è tutta una regione di fiordi e canali , detta i Malborough sounds, da cui proviene anche un dolcissimo vino. Alla fine del fiordo ci sta il nostro porto di arrivo, Picton. L’Odissea è ambientata nel Mediterraneo ma anche qui non sarebbe stata inappropriata e Ulisse tra questi scenari si sarebbe divertito . Oddio, forse qualcuno venuto dall’Inghilterra in tempi moderni, a rileggerne tutta la storia, ha disegnato a suo modo una sua Odiasea in questi luoghi che infatti portano anche il suo nome . E già . Still watching you, Captain Cook !

Giorni 7 e 8- Call of the jungle

C’è quella storia che si sente spesso ripetere del calabrone che, per struttura alare e altre caratteristiche morfologiche, sarebbe inadatto (o dovrei dire impossibilitato?) al volo, ma lui se ne frega e vola lo stesso. Ecco, seppure in altre dimensioni, potrei estendere una considerazione analoga pure a me stesso, che un granché atletico non sono e giovane almeno in senso stretto nemmeno lo sarei più, ma in viaggio mi armo di una convinzione, direi più una abnegazione, cieca e ortodossa, che mi fw menare in cose wild un tantino oltre il mio limite . Ad ogni modo fin quando mi riescono, posso assaporare la lieta sensazione del librarmi in volo come un bel calabrone leggiadro e felice sopra i manti erbosi incantati della Nuova Zelanda . Nel farlo e nell’assaporare sta sensazione da supereroe per un giorno avrei trovatoanche una mia criptonite, un “aiutino” in grado di donarmi poteri sovrannaturali. E qui scappa il momento spot pubblicitario: no, non sto reclamizzando nessuna droga o roba del genere bensì uno dei frutti più pregiati che questa terra magnifica sa offrire, una sostanza figlia del laborioso impegno di coloro che Einstein definì l’anello essenziale per la vita di noi umani sulla terra, scomparse le quali a noi come razza umana non resterebbero che 4-5 anni di vita . Sto parlando delle api e di un loro miele che fanno qui e solo qui, il cd Miele Manuka. Ve lo giuro, mi pare si tratti davvero di una panacea sensazionale, capace di donare una energia naturale enorme. Agli orari antelucani a cui mi sveglio per via del mai passato jet lag, un paio di cucchiate di sto Manuka e schizzo fuori in strada carico come un orso grizzly uscito dal letargo a primavera, sperando non si frapponga al mio cammino nessuno degli oltre dieci milioni di ovini che abitano questo paese (gli umani sono meno della metà). Quasi quasi me ne resto qua e mi apro un export di sto Miele Manuka: sai a quanti debosciati di voi farebbe bene questo portento della natura! Ad ogni modo, il calabrone – orso grizzly abbuffato di miele magico in questi giorni è chiamato ad affrontare una prova impegnativa: il Tongariro Alpine Crossing , un trekking in quota che si dipana dalla cittadina di Taupō, un lago vulcanico in quota sulle cui sponde sorge anche un paesino grazioso. Stavolta sono fortunato e trovo alloggio in un bell’alberghetto proprio affacciato sul lago, gestito da una famiglia di tedeschi trapiantati qui . In effetti il clima ormai di montagna fa un po Baviera ma a me ricorda più quei laghi in quota delle Ande, come in Ecuador o Perù . Il lago presenta la classica forma del cono vulcanico sopito o almeno spero, gradevole alla vista e risulta estremamente pescoso sopratutto di trote,, importate qui dagli europei nel XIX secolo. Io sono assai ghiotto di trote, anche perché è un cibo che reperisco quasi solo in viaggio, in luoghi ogni volta diversi , quindi quando vedo una trota sono felice perché mi fa immediatamente pensare a ciò che più mi piace al mondo . In particolare trovo saporite quelle provenienti da acque vulcaniche, che conferiscono alla carne un sapore come un po’ affumicato. Una curiosità circa le trote in Nuova Zelanda: nessun ristorante o esercizio commerciale può venderle , tuttavia per antico decreto, non è vietata la pesca e chiunque abbia pescato una trota può esigere da qualsiasi ristorante di farsela cucinare! Mi immaginavo una normativa del genere e la conseguente scena a Capri, tipo a presentarsi con un totano o una pezzogna in mano in qualche ristorante di grido e fare “salve in regione del Dlgs 123345kxyz, Lei è tenuto a cucinarmi il seguente animale all’acqua pazza, poco sale grazie .” Valuto l’idea di provare una pescata alla trota sul bel lago, sulle cui falesie vi sono anche incisioni Maoti, ma a sto punto sento imperiosa e decisa “the call of the jungle , il richiamo della giungla: sono venuto qui per immergermi in un favoloso trekking e quello devo fare . Le condizioni meteo in quota non sono buone e la navetta che dovrebbe portami fino all’inizio del percorso annulla la corsa. Ah, e adesso ? Si racconta che Annibale , giunto in prossimità delle Alpi e notato lo scoramento dei soldati che si chiedevano come mai valicare quelle montagne innevate e altissime, avesse risposto : “ O troveremo una strada o ne costruiremo una” . Con questo grido di battaglia mi metto in marcia da solo e, superato un immenso stradone, mi immetto sul corso del fiume Waikato, che da qualche parte deve prima o poi arrivare. In particolare dopo una quindicina di km sulla mappa sono riportate delle cascate , le Huka Falls pare molto belle e sacre alla cultura Maori . A metà strada inoltre è indicata una sorgente termale , con un bivacco dove poter mangiare e anche dormire in alloggi spartani. Mi metto la strada davanti e dopo diverse ore in una giungla bellissima lungo il fiume . L’ambiente è assai meno inospitale di altri analoghi ad altre latitudini: qui in Nuova Zelanda non sono presenti serpenti ed altri predatori, fossi nel vicino Bush Australiano ad esempio non sarei durato una mattinata. Inoltre è piuttosto bassa la presenza di insetti e altri animali fastidiosi , sta solo qualche ragno piuttosto cresciutello antipatico ma bisogna andarlo proprio a sfottere. Il paesaggio che si dipana alla mia vista pare contemplare tutte le specie vegetali che Madre Natura abbia creato e, di fianco , corre un fiume da un colore cangiante tra il verde e l’acquamarina, in cui ogni tanto mi tuffo per rinfrescarmi . E arrivano alla fine le cascate , tonanti e fragorose. Bellissime .Ma paradossalmente, quando vi arrivo dopo tante ore mi soffermo poco a guardarle . Forse perché sono già saturo della tanta bellezza vissuta o forse perché sto già pensando alla prossima meta, o forse ancora perché, come dice lo scrittore Paolo Rumiz, nume tutelare dei miei viaggi, “quando scalò una vetta amo più il percorso che la cima “

Giorno 5 – Seduti sopra un vulcano

Quando chiedo al mio nuovo amico Chan il Coreano, oste dello sgangherato Manhattan Motel, un parere circa i Maori, gli indigeni nativi della Nuova Zelanda la cui presenza in questa cittadina è cospicua e vistosa, arriva una risposta draconiana. A detta di Chan si tratta di piantagrane, sfaticati e piagnucoloni, bravissimi a monetizzare con le loro finte lacrime le attenzioni del governo, sempre pronto ad aprire i cordoni della borsa in retaggio di un non necessario “senso di colpa” radicato nei loro confronti. È esattamente la risposta che mi aspettavo da uno come lui, coincidente per filo e per segno a quella che ti offrirebbe un americano della working class elettore di Trump se gli chiedessi degli indiani di Americani o ad un brasiliano bianco bolsonarista circa gli indios della Amazzonia. Quando si raggiunge una certa età, credo si acquisisca anche una certa esperienza ad immaginare con un certo anticipo le risposte alle tue domande e cosa in generale la persona che hai di fronte stia per dire. Se rivolgessi invece la stessa domanda alla giovane ricercatrice americana con il fisico da hostess e l’espressione tipica da figlia dell’estabilishment democratico della West coast,, che guarda emozionata ed entusiasta questi nerboruti omaccioni agitarsi dietro un falò, mi sentirei dire che questa gente va compresa ed aiutata oltre ragionevole dubbio, perchè questa terra appartiene a loro e noi ne siamo che gli usurpatori. Mi rivolgessi invece al suo annoiato e meno idealista maritino, ascolterei qualcosa tipo “ Si ok, belli bellissimi i Maori, belli pure i Boscimani, del Kalahari l’anno scorso, ma una volta tanto non possiamo andare pure noi a Playa del Carmen o in Florida a prendere semplicemente il sole e bere birra in spiaggia, in modo da poter vedere pure tanto bello le partite della mia squadra di football alla tv invece di buttare tutti sti soldi fin quaggiù ?” A dirla tutta, al posto suo sarei pervaso anche da qualche perplessità più terra- terra quando sua moglie prende la parola per dire commossa che “la nostra società deve risarcire questa comunità di ciò di cui si è appropriata” ma lasciamo perdere. Ad ogni modo, la risposta più interessante anzi l’unica interessante sarebbe quella che qualcuno degli stessi Maori dinanzi a noi potrebbe fornire ma questa risposta no, non riesco a immaginarla. Difficile capire dove arrivi effettivamente la loro sbandierata integrazione e inizi il loro disagio. Di certo, nel centro culturale di Rotorua, dove si svolge questo incontro con i nativi Maori, si apprendono cose interessanti circa la loro origine, che è collocata in altre isole del Pacifico, poi addirittura scomparse e inghiottite dall’oceano. I presagi e i primi avvertimenti di questo disastro imminente, dovuto probabilmente a fenomeni tellurici e vulcanici , avrebbero dunque spinto i superstiti a imbarcarsi su piroghe e cercare fortuna da qualche parte nello sconfinato Pacifico, fino a giungere qui, molti secoli prima del capitano Cook e degli Inglesi. Qualcosa di non troppo diverso in effetti sta succedendo adesso, per via del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento dei mari, che sta rendendo inabitabili molti atolli del Pacifico, generando nel medio periodo nuove migrazioni. Interessante assai comunque questo centro culturale Maori, tranne che per la visita al villaggio tradizionale Maori, a cui mi sottraggo perché mi sa di bufala nella migliore delle ipotesi e sopratutto perché non mi piacciono “le riserve” come idea. Confinare le persone entro un perimetro e fargli credere che all’interno di quel risicato spazio possono continuare a vivere come i loro antenati di mille anni fa mentre il mondo fuori continua come continua, è una bugia dolorosa, un po’ come la pozza e la pianta tropicale messe nella gabbia dello zoo alla tigre per fagli credere che viva ancora nella giungla . Insomma luci e ombre. E stessa considerazione anche per Rotorua in generale, da cui mi aspettavo forse qualcosina in più . Ha grandi attrazioni naturali e ottimi centri culturali ma il paese resto troppo anonimo e sonnolento intorno a sto lago puntellato di Spa, dove sta gente in ciabatte passa interi pomeriggi a cospargersi di fango termali come ippopotami mentre mangia hamburger e patatine, che mi fa tanto Ischia. In effetti Rotorua la sua unicità la consuma tutta sottoterra più che fuori, con una serie concatenata di vulcani, fumarole e geyser che ogni tanto bucano il terreno per sputare fumo, acqua bollente e anche lava . Tutto questo pandemonio è originato da un gigantesco vulcano su cui Rotorua è appoggiata, in maniera del tutto analoga ai Campi Flegrei, se non fosse che qui lo strato di terra che fa da tappo al vulcano è più sottile e quindi suppongo più fragile. Insomma sti poveri Maori scappati a qualche terribile calamità da qualche angolo del Pacifico, hanno sfidato l’oceano e sono andati a sedersi su un altra pentola bollente, la solita “ciorta del pover omm” ma non ditelo a Chan il Coreano…

Giorno 4 – Rotolando verso Sud

Mi è sempre piaciucchiata questa canzone dei Negrita, band musicale che non ricorderei per molto altro. Esprime proprio il senso del viaggio, quello on the road che poi per me è l’unico viaggio tale, gli altri sono vacanze. A pensarci bene l’ho persino scelta come sigla della mia rubrica radiofonica, dedicata manco a dirlo ai viaggi, alla cui narrazione potrò aggiungere presto sto bel pezzo di mondo che mi mancava . Rotolando verso Sud inoltre si adatta perfettamente al caso di specie, giacché necessariamente a Sud sono diretto e rotolando nel senso che devo sbrigarmi , perché la mia meta finale, quella che proprio non posso mancare, è ubicata all’estremità meridionale della Nuova Zelanda, in una regione dal clima piuttosto freddo e ostile . Si, perchè qui nell’emisfero australe il Sud si traveste da Nord e indica il freddo, da ultimo il Polo Sud che è il più freddo di tutti e verso il quale la Nuova Zelanda costituisce insieme con l’Argentina la base di partenza privilegiata. Un giorno sogno di andare anche lì,’in Antartide, e prima o poi lo farò . Ora però vediamo di metter proma a nome la pratica New Zealand: dunque sono atterrato nella città principale (che la capitale non è tuttavia), Auckland,’vicina all’estremità settentrionale del paese e devo arrivare a quella meridionale.’ In mezzo un bel po di strada da fare per un paese grande più o meno quanto l’Italia ma con manco un decimo dei suoi abitanti ( 4.2 milioni di abitanti contro i nostri 56) ed una geografia per certi versi simile, se non fosse che è divisa in due grandi isole di dimensioni simili . Però anche esse insieme conferiscono alla Nuova Zelanda una forma stretta e lunga irta lungo una spina dorsale di montagne paragonabili ai nostri Appennini ma un bel po’ più alti , che fungono da spartiacque dei tanti fiumi che scendono dunque a valle verso un lato che è il Mare di Tasman o l’altro che è il Pacifico. E a volo a volo abbiamo pure buttato dentro la nozione di “spartiacque”, termine assai inflazionato in senso metaforico ma che quasi nessuno usa e conosce per il suo significato primario, che ha appunto una valenza geografica anzi orografica. Se andate ad esempio da Napoli alla Puglia o Roccaraso per dirne una a caso, può essere divertente capire a che punto è collocato lo spartiacque, ovvero il punto dal quale i fiumi o anche solo i torrenti prendono a scorrrere verso il Mare Adriatico e non più verso il Tirreno, anche se mi rendo conto che farlo in New Zealand col Mare di Tasman ed l’Oceano Pacifico suoni un’operazione un bel po più accattivante….
Dunque dobbiamo rotolare a Sud, tra due oceani ed un mare di opzioni circa dove andare e cosa vedere. Visitare la Nuova Zelanda può essere facile, nel senso che dovunque sbatti tutto pare di una bellezza folgorante, ma anche difficile perché le cose sono tante e tutte diverse nonché lontane tra loro. Coste, montagne, laghi, vulcani città, ognuna su una direttrice di marcia diversa. Scegliere una strada è decisivo e complicato ma è la cosa che più mi piace fare di giorno in giorno senza prefissarmi niente, ci racchiudo il senso del mio viaggiare stesso. Alla fine scelgo di rotolare a Rotorua, un 300 km a sud di Auckland, città nevralgica della cultura indigena Maori o di quel che ne resta nonché al centro di una serie di vulcani e caldere attive, che le conferiscono un’aria quasi da antro infernale e le donano, si fa per dire, un perenne acre odore sulfureo, che fa bene ai polmoni ma irrita un po’ gli occhi . Le attrattive da scoprire si annunciano incredibili come il Tè Puia, un gigantesco geyser secondo al mondo solo a quello ben noto islandese per dimensioni e getto d’acqua. La cittadina è ubicata intorno ad un lago ovviamente vulcanico , al cui centro sorge un isolotto in costante crescita per via della lava, un po’ come a Santorini . L’aspetto del paesino è sonnolento rispetto alla frizzante Auckland, vi arrivo nel tardo pomeriggio e causa la penuria di alloggi trovo sistemazione solo in un non indimenticabile motel che pare uno di quelli da film americano, dove si nascondono i malviventi in fuga . Lo gestisce uno strano immigrato coreano, anche lui come uscito da un film poliziesco americano con il suo aspetto da assistente sfigato del Boss, quello mandato a recapitare messaggi di sfida e che muore alla prima sparatoria. Nella singolare e improbabile amicizia che stringeremo nei giorni a venire in cui si offrirà di farmi da autista ovviamente a pagamento, mi rivelerà in effetti un passato malavitoso in quel di San Diego, California, quando la mala asiatica fronteggiava gli storici rivali della mafia italiana, ormai a suo dire troppo imborghesita da vestiti alla moda e belle donne ma verso cui nutre un rispetto sacrale sopratutto per lo stile elegante e charmante, “come il tuo, come il tuo” continua a ripetere . Magari è un cazzaro appassionato solo di B-movie polizieschi , altro che malavitoso in pensione, però ci stiamo simpatici e formiamo una bizzarra coppia, Palillo & Chan il Coreano in giro per i peggiori bar di Rotorua.
Cose strane che capitano solo in viaggio..

Giorno 3 – In Paradiso per scambio

Un altro motivo a portarmi quaggiù si chiama “Lezioni di piano”. Si tratta di un film, ambientato qui nell’Ottocento, epoca che per la Nuova Zelanda corrisponde pressoché agli albori della sua storia o almeno di quella parte della sua storia nota a noi. È un melodramma sentimentale imperniato sullo schema piuttosto classico dell’amore impossibile ma raccontato magistralmente da una regista, Jane Campiom, anche lei della Nuova Zelanda , terra che in effetti di registi ne partorisce parecchi. Una donna viene data in sposa ad un ricco uomo d’affari inglese che nemmeno ha mai visto, in un matrimonio combinato dalle famiglie di origine, lei è muta e l’unica sua forma di espressione col mondo è il data dal pianoforte, passione che invece viene subito calpestata e non compresa dal nuovo marito, costringendola a suonare furtivamente il piano abbandonato su una spiaggia. Qui incontra un uomo anche lui inglese ma assai più integrato nella cultura locale indigena e che le fa pure assai più sangue dello stitico marito, tanto che finisce per diventare il suo amante oltre che il suo maestro di piano. Quando il marito, a cui come si suol dire “era uscito il mellone bianco” nel senso che lei manco gliela aveva ancora mai sganciata, si addona delle corna succede l’arrevuoto, e qui mi fermo con lo spoiler . Mi fermo anche perché ciò che del film mi rapisce è la musica sublime, creata da Michael Nyman: semplice e geniale, sono due- tre note che si intrecciano all’infinito e paiono inseguirsi e avvolgersi sinuose proprio come i corpi degli amanti . E vi sono poi le ambientazioni che mi hanno fatto sognare per anni questa terra. Spiagge vergini ammantate di vegetazione primigenia che paiono annegare nelle onde dell’oceano, avvolte da cieli plumbei in una luce fioca e intima come quella di una lampada ad olio. Un mare quindi non facilmente ne scontatamente solare e balneare, un mare che diventa argine, frontiera, sfida, come quelli della nostra Europa del Nord .
Credo che per la verità il film sia ambientato quindi in una regione più a sud ( che qui è il nord) rispetto a quella dove mi trovo ma la combo spiagge deserte- new zealand mi porta subito con la mente a “Lezioni di piano “, cosicché quando dalla camera di albergo ad Auckland scorgo dinanzi a me aprirsi il magnifico golfo di Auraki punteggiato di verdissime isole vulcaniche, faccio armi e bagagli e mi imbarco . Finisco in un’oretta ad una che si chiama Waiheke, e che è il paradiso. Il paradiso . Il clima è mite ed il cielo non è quello plumbeo e ostile del film, il mare non è argine, frontiera, sfida ma pare chiamarti a se, e stii grancazzi: meglio assai così, ma veramente stiamo facendo? Qui pare la Polinesia, che poi lontana non è . Indovino subito l’idea decisiva per esplorare Waiheke, noleggiare una bici elettrica che mi permette di salire e scendere dalle colline e i coni vulcanici per lanciarmi in spiagge semi-deserte una più bella dell’altra, il cui silenzio è rotto solo dagli uccelli e dal fragoroso rompersi delle onde del Pacifico. Alle spalle di esse una natura rigogliosa che pare contemplare la flora di tanti ecosistemi diversi, dalle palme tropicali ai bellissimi pini di Norfolk, endemici della Nuova Zelanda e che paiono degli alberi di Natale della casa di qualche ciclope, per quanto sono grandi . La gente vive in dei cottage di legno appoggiati sulla sabbia o abbarbicati alle colline, e dalle agenzie immobiliari che li pubblicizzano e vendono , si capisce come sia un posto molto ambito, e per quanto è bello vorrei vedere. Qui si fa un vino pregiatissimo e dolcissimo, e pure un miele tra i più pregiati al mondo, dai poteri miracolosi pare, il miele Manuka, che la gente lascia in barattoli nelle casette di legno fuori ai loro cottage: per comprarlo basta depositare i soldi in esse, in un clima di fiducia collettiva verso il prossimo smarrito secoli fa nelle nostre società . Vallo a fare in Italia, ne trovi quattro di barattoli ,come si suol dire, e forse tutt’al più qualche anima pia ti segnala all’Asl come potenziale persona afflitta da distrurbi psichici.
Insomma qua ci sono finito per scambio e sono andato appunto in paradiso per scambio. Ma io lo dico sempre che sto Palillo è uno fortunato ..

Giorno 2 – Auckland, finally

Tra i tanti motivi che mi hanno spinto a venire fin qua giù ne provo ad elencare uno più degli altri : sapete qual’e il primo posto al mondo dove ammirare la luce del Sole di un nuovo giorno ? Beh la risposta a sto punto la sapete già . Ad essere proprio pignoli ci sarebbe qualche atollo un po’ più a est ad essere ancor prima bagnato dal nuovo sole, posti chiamati Kiribati o Vanuatu per citarne qualcuno . Ma possiamo insomma dire che la Nuova Zelanda sia la prima terra emersa di una certa dimensione ad accogliere il nuovo giorno, e poi la pignoleria non è una gran qualità a mio avviso, sennò non gli sarebbe dato un nome così brutto e ridicolo, il cui etimo è da rintracciarsi nella durezza della pigna. Figurarsi che qui la luce del Sole arriva dodici ore esatte prima che in Europa Occidentale. Ciò ad esempio significa che quando domani sera giocherà il Napoli nella serata di sabato, qui saranno già le sei di mattina della domenica, e col cazzo che trovo un bar aperto a quell’ora, al massimo una chiesa di pastori battisti o pure una moschea con l’imam che attacca la litania del muezzin. Vabbè pazienza . Ad ogni modo la confusione spazio- temporale è qualcosa di insito ab origine in un viaggio quaggiù: nel numero di ore di poco inferiore ad un giorno esatto che si impiega , senza contare quelle del necessario scalo e le attese , si finisce per smarrire il tempo, inabissando l’idea di notte e giorno che si alterano fuori dai finestrini chiusi degli aerei e che vengono artificialmente ricostruiti dall’equipaggio, facendoti sentire, specie nelle ultime interminabili e claustrofobiche ore, un po’ come quelle galline di allevamento a cui viene artificialmente alternata la luce del giorno e della notte e somministrata musica di Mozart al fine di fargli fare più uova … vabbè un’altra volta direi. Ad ogni modo, già che sono in vena di curiosità ve ne racconto un’altra che mi riguarda: ogni qual volta giungo in un posto nuovo, almeno totalmente nuovo come in questo caso, c’è una cosetta che faccio tra me e me, in modo forse un po’ istintivo e scaramantico . Appena sceso dall’aereo, noto il primo dettaglio o la prima persona indicativa di quel luogo e la tengo a mente per tutto il viaggio. Piccoli disturbi compulsivi di natura hitchcockiana e che reputo beneauguranti e malauguranti, niente di che. Ricordo ad esempio quando sbarcai in Namibia, che era un po’ sbarcare su Marte, un donnone di dimensioni enormi ergersi tra dune di sabbia altissime e dirmi che la sua auto era l’unico modo possibile da lì all’indomani per raggiungere la città più vicina, 30km oltre un deserto tra i più aridi al mondo . In questo caso ad occupare la casella del primo ricordo ci sono due enormi anche loro ragazzoni di etnia maori, due giganti che lavorano come impiegati al trasporto bagagli e che paiono dotati di una forza sovraumana, capaci, se volessero, di sollevare con una mano tutto il luggage carousel. Sono bellissimi i Maori, etnia autoctona di questi luoghi o quasi , nel senso che pure loro arrivano qui non si bene quando da qualche angolo sperduto del Pacifico a bordo di piroghe . In effetti hanno tratti non troppo dissimili dalle celebri statue dell’isola di Pasqua che troppo lontana non è , con questi ovali del viso come scolpiti con una rudimentale ascia, gli occhi quasi sempre verdi, innestati su corpi erculei e giganteschi . A guardarli , si capisce molto bene perché la Nuova Zelanda sia pressoché imbattibile a rugby: a me che non sono certo un moscerino uno di questi mi farebbe rimbalzare 5 metri indietro con una spallata. Bellissime anche le donne Maori, più minute e dai fisici poco slanciati ma con visi che paiono proprio quelli dei celebri ritratti di Gauguin dalla Isole Marchesi, che troppo lontano non sono neanche loro. Ma bellissimo ed enorme pare tutto qui, e lo si capisce anche già fuori dall’aerorporto, con una vegetazione di alberi mai visti di dimensioni ciclopiche che quasi ingombrano la sede stradale e oscurano la luce del sole . Poi arriva la città Auckland, che si annuncia con una serie di grattacieli di dubbio gusto ed una torre altissima che pare la picca di un cavaliere medievale in cemento armato, ma che non è nel mio gusto e su cui non salirò . Più bello invece poi scendere verso la downtown per questi carrugi stretti alla cui fine si dischiude l’oceano , un po’ come a San Francisco . Pardon , non l’oceano ma gli oceani, perché Auckland è costruita su uno stretto istmo, bagnato appunto ad est dall’Oceano Pacifico e ad ovest dal Mare di Tasman . Tutti nella dowtown paiono felici e sereni di essere qui, e lo sono anche io, tanto da piangere . Si, sarà un grande viaggio

Giorno 1 – S.O.S: Stop Over in Shangai

Si. “Si” è la parola o meglio dire la sillaba con la quale rispondo alla ovvia domanda che pongo a me stesso : Shangai è un ritratto aderente della Cina di oggi ? Sarebbe tuttavia stucchevole e non del tutto esatto tuttavia racchiuderla nella sempreverde e inflazionata definizione di “luogo dove il Presente ed il Passato convivono” . Io credo che Shangai e forse la Cina tutta non conviva con il suo passato, né abbia troppa voglia di farlo, almeno nella accezione in cui lo intendiamo noi europei. A me sembra che la Cina il suo Passato lo prenda e lo rimpasti in una betoniera, da cui estrarre una malta da costruzione nuova sui cui edificare una propria nuova identità, una sua Grandeur. Mi sembra di scorgere una sorta di etica neo-calvinista del Sol Levante prendere forma consistentemente qui e anche una estetica orientata in tal senso: non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che produce, ciò che si sa tirar fuori dalle cose, qualcosa del genere . In questa chiave tutti o quasi gli edifici storici d Shangai sono divenuti, guarda un po’ te, banche, in una gara tra istituti di credito a chi possedesse e riammodernasse il più prestigioso , scettro che non poteva che essere stretto tra le mani della onnipresente Bank of China, pietra angolare del capitalismo cinese e che occupa l’antico palazzo del Governatorato francese . Si, perché Shangai, l’immensa e tentacolare Shangai coi suoi milioni di abitanti sparsi in una miriade di grattacieli , ha avuto un passato coloniale: qui trovava sede la Concessione Francese, affascinante nome con il quale la Francia a meta ottocento otteneva in gestione questo spicchio di Cina, analogamente a come altre nazioni europee ottenevano Hong Kong, Macao ed altre . Figurarsi che persino la piccola Italia otteneva nel 1901 uno spazio coloniale da queste parti: a Tientsin, poco a nord di qui . Ovviamente con la sola eccezione di Hong Kong gestita dallo scafato Inpero Britannico e parzialmente, assai parzialmente, Macao, tutte queste concessioni sono state annullate e travolte da eventi storici diversi , compresa la Concessione Francese di Shangai revocata dal Governo di Vichy nel 43. Anche il suo ricordo tuttavia pare poco visibile ormai, vestigia di un passato che non interessa più e da lasciare ingiallire al sole se non risulta buono da buttare nella betoniera per tirane fuori una adeguata sede per una banca . L’Occidente comunque direi che trova il modo di rientrare in possesso della sua Concessione a Shangai, monopolizzando col richiamo fatato dei suoi brand di abbigliamento e altro l’intero sconfinato corso principale di Shangai, due-tee km che paiono una sorta di Via Crucis dello shopping più compulsivo che si possa immaginare, con decine di migliaia di giovani e meno giovani cinesi che paiono attirati come falene dalle luci, neon e video posizionati a milioni ovunque su palazzi, vetrine, bar ,sottopassi in un’orgia ottica un po’ pacchiana e isterica, che affatica la retina e quasi renderebbe necessari gli occhiali da sole pure di sera . In in certo senso, la Concessione francese di Shangai rielaborata al tempo moderno là si può trovare qui, tra i vari Saint Laurent, Hermès e vario pezzume variopinto. Persino Napoli mi sembra abbia una sua chiave di ingresso speciale qui a Shangai rielaborata al tempo moderno, anzi modernissimo. Non mi riferisco ovviamente alla moltitudine di pizzerie e risto italiani più o meno posticci, che vabbè trovi in qualsiasi metropoli del mondo , ma ad un aspetto più originale che ho messo un po’ a capire . Sul corso principale di Shangai, quello delle milioni di luci che poi si gettano nell’oceano, vengo fermato prima da due donne di età che mi domandano, con troppa gentilezza, se io sia nientemeno un famoso attore francese, di cui ricorderei le movenze e lo stile .Gerard Depardieu, mi chiedo per via della panza? Mah. Pochi metri e ne arrivano altre 4-5 che insistono per farsi la foto, trovando stavolta una somiglianza con Paolo Maldini il calciatore e qua dubito possa essere per la fama accumulata da modesto terzino sinistro delle Giovanili della Caprese agli ordini del mitico Germano Bladier. Declino l’invito ma pochi metri dopo eccone un’altra che torna alla carica con le somiglianze col mondo del cinema: questa volta somiglio a Richard Gere . E qui mi si accende la lampadina : lungomare di Napoli o via Toledo o altrove …..”Dotto e qua voi parite Riciarddd Ghiaaaar, e la vostra signora…… Jennifer Lopeezzz…. Ueeee Brad Pitt!!!” Mi è tutto chiaro e rispondo con decisone: “sorry i dont need any socks”. Non ho bisogno di calzini

La Terra di Mezzo – Prologo

Le prime righe di questo diario le scrivo brandendo con estrema fatica l’Iphone nel bel mezzo di una violenta turbolenza aerea, perdurante da ormai un’ora e che sono sicuro, manco fossi il pilota dell’aereo, non finirà a breve, almeno fin quando non avremo finito di sorvolare ciò che stiamo sorvolando : il Taklamakan. E cosa sarà mai questo Taklamakan? In lingua uigura significa “il luogo dove se entri non esci “. Si tratta di uno degli ambienti più ostili alla vita umana presenti al mondo , un deserto grande poco meno dell’Europa incassato tra le montagne più alte della Terra, l’Himalaya a Sud, l’Hindokush a ovest, il Tien Shan a Nord ed i Monti Altai a est. Ha la forma di una lacrima o se preferite una goccia e nella sola minuscola via di uscita che questi giganti di roccia gli lasciano, si getta in un altro deserto altrettanto ostile all’Uomo, con la sola consistente eccezione dei Nomadi Mongoli che lo abitano da prima di Ghengis Kahn , quello dei Gobi. Si tratta di luoghi con escursione termica impressionante, roventi di giorno e gelati di notte. Il Taklamakan ha poi un ulteriore “chicca” : un livello di ossigeno estremamente basso per via di complessi fenomeni di surriscaldamento e, come se non bastasse, è il luogo della Terra più lontano dal mare, circostanza che estremizza un po’ tutti i fenomeni . Ad ogni modo, il “posto dove se entri non esci “ noi ci limitiamo ad attraversarlo in aereo ma persino questa è una rarità, giacché viene per lo più evitato anche dalle rotte aeree per via dei suoi enormi vuoti d’aria, come quelli in cui ci dimeniamo adesso. A nessuno a bordo pare fregare un fico secco del Taklamakan eccetto me, che con la mia sconfinata ed un po’ morbosa passione per la geografia sto ad ammirarlo dal finestrino attonito e non lesinando diverse capate al vetro per via delle suddette turbolenze, mentre i più ansiosi a bordo strepitano e la notte si confonde al giorno incipiente : sotto di me una distesa bianca gelata a ricoprire la sabbia, senza alcuna traccia umana per centinaia, forse migliaia di km. Dovessimo mai provare un atterraggio qui, non so come la vedo . Incredilmente questo luogo di desolazione assoluta è la frontiera occidentale del Paese più popoloso del globo: il Taklamakan annuncia la Cina, anche se è più vicino ad Istanbul che a Pechino . Un giorno verrò a visitare questo luogo ma non è questa ora la mia meta finale e manco quella intermedia: ben presto i deserti gelati finiranno e di tracce umane ne vedrò sin troppe, in una delle concentrazioni umane più clamorose ed irripetibili della storia, quella che affolla le coste del Mar Cinese Meridionale in una sorta ormai di indistinta megalopoli che corre da Pechino alla contesa Taiwan e anche più giù fino a Canton e oltre . Io mi fermerò a Shangai, il tempo necessario a confondermi ulteriormente le idee prima di proseguire per un luogo ancor più lontano , il più lontano di tutti, l’antipode esatto dell’Italia nel senso che è esattamente all’altro capo del mondo . Un luogo ove ghiacciai immacolati scendono fin giù nel mare come se volessero unirsi ad esso in un amplesso tellurico , tra una moltitudine di delfini ed orche che saltano gioiosi dalle onde come ninfe e satiri . Una terra dove antichi ed erculei guerrieri ti accolgono col loro fiero grido di morte, una terra ove sorgono vulcani in eruzione, profondi fiordi e fiori unici al mondo , dove si annidano grotte colorate di luminescenze magiche da insetti giganti che qualcuno dice essere una specie aliena. Una terra selvaggia e bellissima che pare uscita dalla penna di Tolkien e forse è proprio ciò che ne è stato, se è vero che qui si vuole che abitino gli hobbit di Frodo e gli altri della Compagnia dell’Anello. Insomma sto andando in Nuoca Zelanda, o se preferite la Terra di Mezzo.